Progettare una riforma dell’Università che coniughi ricerca e didattica

Vincenzo Cerami replica, su l’Unità, ai firmatari della lettera aperta al Partito Democratico ribadendo la necessità della valorizzazione dell’attività didattica per la carriera di un docente, anche nell’interesse degli studenti.

Così i baroni affondano l’Università

Vincenzo Cerami. Ho osato dichiarare che la maggior parte delle pubblicazioni degli accademici sono strumentali, redatte ai fini dei concorsi e delle conferme. Ho osato ricordare che nelle nostre università la didattica non ha valore per la carriera di un docente. C’è stata la rivolta dei baroni. Ma nessuno di loro spiega per quale motivo il nostro mondo accademico sia agli ultimi posti in Europa. I nostri studenti sono piazzati in una classifica che li umilia. Colpa loro? No certamente. Colpa dei loro professori e delle guerre che si consumano nei dipartimenti e nei rettorati. I suddetti baroni glissano sul fatto che gli studenti pagano la retta non per far fare carriera ai docenti, ma per essere istruiti. 

Sono pronto a incontrarmi con chiunque, testi alla mano, per verificare insieme la validità delle migliaia di saggi cosiddetti scientifici editi ogni anno. In Italia le pubblicazioni vengono giudicate più per quantità che per qualità. L’Università sta molto male, lo dicono i numeri, eppure lor signori si ostinano a difendere lo stato delle cose. È ovvio che non ci mancano né le eccellenze né professori coscienziosi. Ma non basta.

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Valorizzare anche la didattica nella selezione e valutazione dei professori universitari

Si riporta una lettera aperta al Partito Democratico di alcuni docenti universitari che contestano le posizioni del ministro ombra (Beni e Attività Culturali) sulla necessità di valorizzare l’attività didattica nell’ambito della carriera universitaria. Leggere anche l’articolo di Giliberto Capano che propone di incentivare l’impegno nell’attività didattica ed istituzionale.

I sottoscritti apprendono con sconcerto l’esistenza di una dichiarazione del ministro ombra dei beni culturali del Partito Democratico, Sig. Vincenzo Cerami, a proposito del ruolo della produzione scientifica nella selezione e valutazione dei professori universitari.
«Basta con la demagogia. Non è vero che questo governo fa la lotta ai baroni», dichiara Vincenzo Cerami, ministro ombra dei Beni culturali, che incalza: «La ministra Gelmini, piuttosto che premiare i docenti che pubblicano in fantasmatiche case editrici il risultato delle loro ricerche, dovrebbe dare consistente valore alla didattica, che ad oggi non costituisce alcun punteggio nell’ambito della carriera universitaria». E aggiunge: «Gli studenti pagano l’onerosa retta per essere istruiti e non per il curriculum di presunta scientificità dei professori. Ella deve sapere che nel quasi cento per cento dei casi si tratta di pubblicazioni inutili, pretestuose e improvvisate a mero scopo carrieristico. Temiamo che questo governo voglia dare l’impressione di cambiare molto senza, in realtà, cambiare niente».

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Università: con il decreto-legge 180 si disincentiva l’impegno nell’attività didattica ed istituzionale

Si riporta una considerazione importante sulla valutazione della ricerca dei docenti come prerequisito per godere pienamente degli scatti stipendiali (da: Europa del 5 dicembre 2008).

Università, legge col trucco

Giliberto Capano. Il tentativo che si sta operando di correggere alcune storture del sistema universitario mediante il decreto-legge 180 (appena approvato con modifiche al senato e in corso di trattazione alla camera) è fornito di buoni propositi. Come sempre, però, quando si cerca di correggere problemi sedimentati attraverso strumenti contingenti e parziali, si rischia di commettere gravi errori ovvero di andare a causare conseguenze negative non previste (anche se assolutamente prevedibili).
(…) il decreto contiene almeno due previsioni davvero discutibili che dovrebbero e potrebbero essere cambiate. In primo luogo, viene reiterato un “trucco” contabile. Si consente ancora una volta alle università di calcolare quanto spendono per il personale rispetto al finanziamento pubblico escludendo dal computo gli aumenti stipendiali sia dei docenti sia del personale tecnico-amministrativo. Una soluzione adottata a partire dal 2004. Un trucco introdotto dallo stato che furbamente dice: «poiché ho stabilito che pagano pegno tutte le università che spendono più del 90% dei soldi pubblici in stipendi, e considerato che le finanzio poco, allora consento alle università di fare un po’ di cosmesi contabile». Furbo vero? Così sono contenti tutti: lo stato che ci mette meno soldi del dovuto, le università che possono far finta di essere virtuose. Ovviamente fra qualche anno ci perderemmo tutti. Non sarebbe il caso di cambiare sistema e di mettere tutte le carte in tavola?
La seconda questione riguarda quanto previsto dal decreto nella versione approvata dal senato che introduce la valutazione della ricerca dei docenti come prerequisito per godere pienamente degli scatti stipendiali biennali. Sembra una buona idea. Lo sarebbe se fosse ben declinata operativamente. Invece quanto previsto è piuttosto discutibile. Stabilire che il periodo valutato sia biennale è decisamente eccentrico rispetto a quanto si fa in altri paesi (dove si ragiona in termini almeno quadriennali: fare ricerca necessita di tempo se si vogliono produrre risultati rilevanti). Non considerare minimamente la didattica e le attività istituzionali per la valutazione a fini stipendiali del lavoro del docente è non solo ingiusto (all’università si insegna e si gestisce), ma anche assolutamente non in linea con quanto viene fatto all’estero. Pertanto, messa in questi termini, la proposta approvata dal senato rischia seriamente di disincentivare l’impegno nell’attività didattica ed istituzionale. La valutazione è una cosa seria, va ponderata e pensata in modo attento. Così non funzionerà. Su queste due questioni sarebbe davvero necessario che la camera intervenisse in modo responsabile.

Il servaggio nell’Università

Marcello Scalzo. (…) i quasi cinque anni di frequentazione del Senato Accademico de “La Sapienza” di Roma mi hanno reso decisamente acido e molto poco disponibile nei confronti dei colleghi. Ma cosa hanno mai fatto di male costoro?
Nella mia esperienza i colleghi sono quelli che dieci volte su dieci, quando discutono nei corridoi o nelle proprie stanze di problematiche tipiche del nostro mondo quali la realtà dei concorsi, l’onnipotenza dei Presidi o delle piccole o grandi birbaccionate accademiche, si animano, si agitano, imprecano, si scandalizzano e sembrano pronti per una crociata. Ma gli stessi colleghi, quando si trovano nella sede istituzionale quale il Consiglio di Facoltà o di Dipartimento, il Consiglio di Amministrazione o il Senato Accademico dieci volte su dieci sembrano aver perduto la lingua, per parlare, e le braccia per votare contro. Nei momenti cruciali i colleghi evaporano come nebbia al sole, abbozzano sorrisetti di circostanza, se proprio costretti alzano le spallucce – poco perché se no si nota – e piegano un po’ la testa quasi a dirti “scusa ma proprio non posso”. (…)
All’inizio della mia esperienza mi illudevo che il Senato potesse/dovesse avere lo stesso ruolo e funzione del Parlamento. Il Rettore porta il suo progetto, il Senato lo discute, ne mette in evidenza le debolezze (la perfezione non è di questo mondo), lo emenda ed alla fine lo approva. Non è così. Il Rettore porta in delibera il documento, se qualche senatore, spinto dai migliori presupposti, prova a criticare, il Rettore arriccia il naso, salta sulla sedia, lancia occhiate di fuoco, fa finta di non aver capito. Ovviamente il meschinello (colui che ha osato) viene rigorosamente lasciato solo al suo destino dagli altri membri che si chiudono in un imbarazzante (per loro) silenzio. Occhi vaghi all’inizio, sguardo poi rivolto al Tiranno. Il tutto si conclude quasi sempre con la solita votazione bulgara. Pensate, recentemente mi sono trovato in Senato Accademico a difendere uno dei principi più sacrosanti che possano esistere nell’ambito dell’istituzione universitaria: garantire che i corsi di laurea godano di aule la cui capienza sia ragionevole rispetto al numero dei frequentanti. Potreste dirmi che nel vostro Ateneo è normale, a “La Sapienza” non è così. Ebbene neanche gli studenti presenti in Senato hanno sentito il bisogno di sostenere la mia posizione.
(Pubblicato su “Università oggi”, 16 giugno 2008)

Di fronte al dissesto e al comportamento irresponsabile di molti atenei, nessuno leverà un dito per salvare l’Università

Si riporta uno stimolante articolo da Europa del 3 luglio 2008.

UN’UNIVERSITA’ BISTRATTATA DAL GOVERNO, MA INCAPACE DI AUTORIFORMARSI

Giliberto Capano. La manovra finanziaria del governo colpisce duramente le università. Vengono ridotti gli scatti stipendiali ai professori universitari (finalmente questi sfaticati!) e viene drasticamente ridotta la possibilità di sostituire chi cessa dal servizio (il cosiddetto turn-over) Ma non solo. I risparmi operati in questo modo (siamo intorno al miliardo e mezzo complessivo di euro nei prossimi cinque anni) vengono sottratti dal finanziamento pubblico all’università (finanziamento che attualmente ammonta a circa 7 miliardi all’anno). Messa in questo modo siamo di fronte a una operazione chirurgica e, per certi versi, epocale. Il sistema universitario meno finanziato del mondo occidentale subirebbe, con questi tagli, un colpo definitivo, tombale. Molti, dentro gli atenei si stanno chiedendo come sia possibile aver progettato tutto questo. È vero che la manovra aspira, giusto o sbagliato, a ridurre drasticamente il debito pubblico, ma è anche vero che tutti sanno che le condizioni finanziarie in cui operano i nostri atenei sono già disastrose. (…) Credo che il vero problema stia nella sfiducia collettiva, ormai radicata, nei confronti del sistema universitario. L’università, in questo paese, viene vista da decenni come un’istituzione a se stante, autoreferenziale, sostanzialmente inutile.
Qualcosa di vero c’è. Ci hanno dato l’autonomia e noi l’abbiamo utilizzata malissimo. Abbiamo operato promozioni di massa, abbiamo attuato malamente la riforma del 3+2. E ogni volta lo stato è dovuto intervenire ponendo lacci e laccioli al comportamento irresponsabile di molte università (non di tutte sia chiaro). Alla fine, a furia di tirare la corda, la corda si spezza. E, diciamolo, in questi anni non è arrivata alcuna proposta di autoriforma da parte dell’università. Né dal Consiglio nazionale universitario né dalla conferenza dei rettori. Si è, semplicemente, continuato a lamentare il sottofinanziamento endemico del sistema. E basta. Mai una proposta seria di cambiamento vero. Mai un’alzata di ingegno per avanzare al paese un piano vero di rinascita dell’università italiana.

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No ai centri di eccellenza autoreferenziali e alla «concertazione» con le corporazioni che hanno distrutto l’Università

Si riporta il dissenso del Coordinatore della Consulta universitaria di Forza Italia (pubblicato da “il Giornale” del 27 luglio 2008) riguardo alle intenzioni del ministro Gelmini di istituire un «tavolo per l’università» proprio con quei soggetti che hanno contribuito a distruggerla.

UNIVERSITÀ E RISCHI D’ECCELLENZA

Maurizio Grassini. Di fronte ai grandi mali dell’università italiana, prima di intervenire il ministro Gelmini ha deciso di documentarsi dichiarando la sua disponibilità e, soprattutto, l’interesse ad ascoltare e a ricevere suggerimenti da (…) Consiglio universitario nazionale (Cun), conferenza dei rettori (Crui), consiglio studentesco (Cnsu) e tutti coloro che saranno pronti ad un confronto continuo e costruttivo. A fronte di questi buoni propositi desidero sottolineare due preoccupazioni. La prima è legata all’evocazione del «tavolo per l’università». Se ascoltare per conoscere trova tutta la mia approvazione, alla proposta di un tavolo per scrivere insieme con i soggetti di cui sopra le regole per curare i grandi mali dell’università si associa allora tutto il mio dissenso. Il tavolo è il luogo della «concertazione», il modello di governo della sinistra che concorda con le corporazioni la ricomposizione dei conflitti che nascono quando le regole in atto devono essere cambiate per la loro evidente inadeguatezza. Se, come dice il ministro, il filo rosso dei suoi ragionamenti – data la centralità dei giovani – si chiama futuro del paese, trovo poco accorto concertare con i soggetti che si sono distinti proprio nel distruggere questo futuro.
La seconda preoccupazione è dovuta alla confusione tra l’eccellenza e i centri di eccellenza. La prima emerge dalle condizioni ambientali e si misura sulla qualità degli allievi; essa si rivela nel capitale umano generato nei centri di ricerca e nelle università. Da noi, invece, abbiamo i centri di eccellenza autoreferenziali di facile proliferazione nei settori umanistici e delle scienze sociali dove si annidano professori che si autoproclamano eccellenti. Mentre l’eccellenza si verifica sul lascito culturale che si sedimenta nel tempo, i centri di eccellenza vengono oggi considerati tali ancor prima di nascere. Al ministro Mariastella Gelmini non dovrebbe sfuggire questa differenza di qualità e contenuti per non indirizzare attenzioni e speranze nelle direzioni sbagliate.

Chi difende l’Università? Chi ha contribuito a distruggerla!

L’AUTORIFORMA IMPOSSIBILE DELL’UNIVERSITA’

Mario Ascheri. Assemblea “storica” nell’aula magna “storica” dell’Università di Siena, il 25 luglio. La FLC-CGIL chiama i due rettori senesi e gli altri sindacati per “uno spazio di riflessione (Chi difende l’Università?) per organizzare strategie contro il declino delle università voluto dall’attuale governo con il D. L. 112/08″ ed approvare in fine un documento (già preparato) contro i nuovi provvedimenti che limitano fortemente le spese delle università. Notevole l’assenza delle forze politiche (ma non delle liste civiche!) come pure del corpo docente, presente solo con pochi esponenti, tra i pochi a dire qualcosa di non scontato; il sindaco rappresentato da un assessore.
I provvedimenti governativi sono stati “sprovveduti”: poco o punto spiegati all’opinione pubblica e tali da colpire in modo indiscriminato buoni e cattivi. Si spiega bene la facilità con cui si è potuta coagulare la protesta. Meno invece le ambiguità, i silenzi. Che le università avessero bisogno di uno scrollone lo sapevano anche i sassi, e tanti silenzi imbarazzati si spiegano bene.
L’università ha dimostrato di essere non autoriformabile, un po’ come il sistema dei partiti e la magistratura e la sanità e … ha i difetti del sistema Paese, e non poteva essere diverso: con serena e piena consapevolezza di rettori e di presidi, non ha gli “ordinari” che non fanno neppure le 3 ore denunciate dal “Giornale”, o ricercatori che hanno tanto da “ricercare” che non vanno neppure in sede, o – per un esempio paradossale – i chirurghi che non operano, e forse è meglio per i pazienti…?
Ma come lamentare, com’è stato fatto nell’assemblea, l’attacco all’università pubblica e il pericolo delle Fondazioni (non rese obbligatorie, peraltro) quando le università già ora godono di un’autonomia tale che fanno e disfanno liberamente? E come si può sentir parlare di pericolo del condizionamento privato della ricerca proprio a Siena, dove essa già in gran parte dipende dal “placet” politico, e privatissimo, di un gruppetto oligarchico, ossia della Fondazione MPS? E proprio nel momento in cui, peraltro, è arrivata notizia dei “Prin” (fondi per la ricerca, molto tardivi peraltro) dallo Stato? Un momento invece davvero esilarante (ma per lo più non apprezzato dai presenti) si è avuto quando addirittura si è evocato il pericolo della libertà di informazione e di parola: a Siena, nella situazione in cui versano i “media“, e senza lamentazione alcuna, peraltro, dei vari intellettuali e giornalisti, di partito o no, presenti nelle due università!
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Primo appello contro i provvedimenti governativi sull’Università

Si riporta l’appello di alcuni professori contro il Decreto Legge 112/2008, apparso su l’Unità del 24 luglio 2008. In gran parte condivisibile, è privo, purtroppo, della necessaria autocritica sullo stato comatoso in cui versano molti atenei a causa anche di provvedimenti ministeriali ma, soprattutto, per colpa dell’indifferenza dei docenti, delle scelte irresponsabili compiute dagli organi di governo universitari e delle indebite ingerenze delle organizzazioni sindacali.

                       DECRETO INCOSTITUZIONALE. SALVIAMO GLI ATENEI

Il recente Decreto Legge 112/2008 è un documento inquietante, che può assestare il colpo di grazia al sistema universitario nazionale.
Non ci soffermiamo su una serie di prescrizioni pur di estrema gravità (ulteriore riduzione, in tre anni, del FFO per 500 milioni di euro; trasformazione in triennali degli scatti retributivi con conseguente riduzione delle già umilianti retribuzioni del personale universitario; riduzione drastica del turnover; regole inique per la determinazione degli accessi, etc.), che, tuttavia, non raggiungono il livello di insensatezza dei principi che dovrebbero configurare il nuovo modello di sistema.
Il decreto, prevedendo ipocritamente la “possibilità” della trasformazione delle università in fondazioni di diritto privato e, dunque, la privatizzazione del sistema nelle sue espressioni più consolidate, configura una formazione sicuramente incostituzionale ed anticostituzionale. È, infatti, incostituzionale una configurazione sistematica che contrasti il dettato esplicito della Carta, lì dove prevede il carattere pubblico dell’istruzione, anche della istruzione superiore. È anticostituzionale una formazione che di fatto determina una triplice discriminazione.
Da un lato sono discriminate quelle sedi che, impossibilitate a trasformarsi in fondazioni di diritto privato, andrebbero a configurare, in un sistema a doppio livello di qualità, sedi di serie B; da un lato anche le sedi maggiori e potenzialmente trasformabili in fondazioni verrebbero discriminate in ragione della diversità strutturale delle zone in cui operano: zone ricche e zone povere. Infine una odiosa discriminazione riguarderebbe i giovani, a seconda delle loro condizioni economiche e sociali.
In altre parole, viene ipotizzata una effettiva, pur se surrettizia spaccatura del Paese nell’ottusa previsione di una costellazione di sedi capaci di realizzare un sottosistema di “isole felici”, intorno alle quali, in un mare melmoso, vivacchierebbero le sedi di serie B, nelle quali si spera che andrebbe scaricata ogni possibile contestazione, tra pochi fondi e scarsa qualità di formazione culturale e di preparazione professionale.
Il decreto è un esempio dell’inguaribile provincialismo capovolto italiano, che ritiene di accedere ai processi di modernizzazione e sviluppo, raccattando, con incultura, senza cognizioni approfondite, sistemi o parti di sistema operanti altrove, in Paesi di diversa strutturazione sociale, economica e culturale, dei quali, per altro, si ignorano le pur esistenti incongruenze e tensioni, coll’arrestarsi alla impalcatura formale di essi.
In conclusione il citato decreto rappresenta un consapevole o inconsapevole contributo alla definitiva dissoluzione della identità culturale nazionale, già, purtroppo, ridotta in condizioni precarie, esponendo ad ulteriori rischi la nostra identità statale.
Riteniamo che il mondo universitario non possa più tacere e invitiamo quanti hanno a cuore il destino delle nostre Università e, con esse, del nostro Paese, a reagire con forza e determinazione, respingendo strumentali ed ipocriti ideologismi da qualsiasi parte provengano e di qualsiasi colore, nell’interesse dei nostri giovani, cui è affidato, senza retorica, l’avvenire della nostra comunità nazionale.

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Sulle fondazioni universitarie e la “finta” autonomia c’è qualcuno che la pensa come Oscar Giannino?

Sul tema delle fondazioni universitarie, un articolo controcorrente di Oscar Giannino. La lettura integrale su Libero del 18 luglio 2008.

TUTTI CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE PER NON FAR CRESCERE LE FACOLTA’

Oscar Giannino. (…) All’articolo 16 del decreto legge 112 (…) è inserita una misura ordinamentale che può cambiare molto, nel sistema universitario italiano. È la facoltà per ogni università pubblica di deliberare (…) la propria trasformazione in fondazione di diritto privato. Nel pieno rispetto delle leggi vigenti, dell’articolo 33 della Costituzione – in altre parole ciò non significa che venga meno il principio del finanziamento pubblico – nonché accrescendo verticalmente la propria autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria. Perché a quel punto, trasformandosi in fondazioni di diritto privato – senza distribuzioni di utili ai soci – potranno avere diritto a contributi e liberalità private sulle quali è prevista la piena esenzione fiscale, da tasse, imposte e diritti dovuti a qualunque titolo da parte dei soggetti eroganti, con piena deducibilità dalle loro dichiarazioni dei redditi.

Le fondazioni
Alle fondazioni verrebbe attribuita la piena titolarità del patrimonio delle università, nonché la facoltà di dotarsi di propri statuti, regolamenti contabili e amministrativi che finalmente romperebbero l’omogeneità amministrativa pubblica. Personalmente sono convinto che tale svolta – a fianco dell’abolizione integrale del valore legale del titolo di studio, ma su questo governo e maggioranza ritengono probabilmente che i tempi non siano maturi – costituisca un passo avanti essenziale per accogliere la sfida di trasparenza, efficienza e risultati comparabili col resto della comunità accademica e scientifica del mondo, che il modello “omologante” pubblico ha sin qui impedito di affrontare. Lo testimoniano tutte le graduatorie internazionali comparate, purtroppo non è una novità.
Invece, di fronte a tutto questo, la Conferenza dei Rettori ha votato all’unanimità una dichiarazione di guerra che alla trasformazione in fondazioni di diritto privato dedica a malapena poche svagate parole, di fronte alla condanna durissima per il contenimento dell’incremento triennale ai trasferimenti pubblici nel Fondo ordinario di finanziamento universitario. (…) In poche parole: la Cgil ha visto le sue posizioni sposate in tutto per tutto dai rettori italiani, perché, siccome in caso di trasformazione in fondazioni private verrebbe meno il contratto pubblico di categoria, ecco che il sindacato mai e poi mai può accettare l’odiata privatizzazione.

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Lo stupore della notte spalancata sull’Università ci sorprese che eravamo rottamati …

Da l’Unità (12 luglio 2008) si riporta un articolo di Michele Ciliberto, professore ordinario di Storia della filosofia moderna e contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, contenente alcune riflessioni sul Decreto Legge 112 del 25 giugno 2008 (art. 16, 66 e 69), che accelera la crisi e la definitiva decadenza dell’Università pubblica italiana.

LA FINE DELLO STUPORE E LA FINE DELL’UNIVERSITA’

Michele Ciliberto. Se un filosofo dovesse dire quale è uno dei segni più tipici della crisi che sta attraversando il nostro paese potrebbe dire, a mio giudizio, che è la fine dello stupore, della capacità di sorprendersi, che come è noto è la prima sorgente della filosofia. In Italia, oggi tutto è ricondotto nei parametri dell’ordinario, del quotidiano, del feriale: anche le cose più inconcepibili, fino a poco tempo fa, sono digerite, assorbite, metabolizzate senza alcuna difficoltà. Si è persa l’abitudine a dire di no, ad alzarsi in piedi: e di questo è una paradossale conferma il fatto che quando si protesta si usano toni esagitati, addirittura volgari, proprio perchè protestare – dire no – è diventata un’eccezione, non più la norma di un comune vivere civile. Questo accade anche quando si tratta delle regole che devono strutturare la vita istituzionale politica e sociale del paese. È un altro segno della crisi profonda che attraversa l’Italia: le regole appaiono una sorta di optional che il potere può trasformare come meglio gli conviene, a seconda della situazione e perfino dei propri interessi privati. Si tratta di un tratto tipico del dispotismo, quale è già delineato in pagine straordinarie di Tocqueville nella Democrazia in America: il dispotismo si esprime attraverso una prevaricazione dell’esecutivo sugli altri poteri e con un ruolo sempre più ampio assunto dall’amministrazione, che diventa il principale motore dell’intera vita di un popolo. Le strutture dispotiche, infatti sono incontrollabili: una volta messe in movimento invadono progressivamente tutte le sfere della vita sociale ed intellettuale, compresa ovviamente l’alta cultura e le istituzioni attraverso cui essa si organizza. È precisamente quello che è accaduto in queste ultime settimane con il decreto del 25 giugno del 2008: «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria». In esso è compresa una serie di disposizioni che muta profondamente l’assetto della Università pubblica italiana accelerandone la crisi e la definitiva decadenza. Si tratta, dunque, di disposizioni che avrebbero dovuto sollevare, se non uno scandalo, una discussione assai vivace; mentre invece, a conferma di quanto sopra dicevo, con poche eccezioni, il mondo dell’Università è rimasto silenzioso e seduto. Continua a leggere