La malasanità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri del settore

bruno-tintiMorti di malasanità dal telegiornale del 6 gennaio: 2 neonati a Foggia, un anziano a Bari, una cinquantenne a Trento, un ventinovenne a Pisa ed una quarantacinquenne ad Arezzo. Di seguito un articolo sulla malasanità del magistrato Bruno Tinti pubblicato da «Il Fatto Quotidiano» dell’8 gennaio.

MORTI DI MALAPOLITICA. Se la cattiva sanità è frutto di un sistema di scambi, spartizione degli incarichi e del potere

Bruno Tinti. Ci sono neologismi che hanno avuto molta fortuna, malagiustizia su tutti. E poi malauniversità, malapolitica e quello di cui scrivo oggi: malasanità. Tutte parole usate a sproposito: quando un giudice si vende una sentenza è malagiustizia (lo è anche quando emette una sentenza sfavorevole a una certa fazione politica; quando invece la sentenza interessa la fazione avversa, allora “le decisioni della magistratura vanno rispettate”. Ma questa è un’altra storia); quando si scopre un concorso truccato per la nomina di un professore è malauniversità; quando un politico si fa coprire di tangenti è malapolitica; quando un medico lascia una pinza nella pancia di un paziente o sbaglia una diagnosi è malasanità. Naturalmente non è vero niente: si tratta semplicemente di reati, commessi di volta in volta da giudici, professori universitari, politici, medici. Criminalità comune, magari diffusa, proprio come si scoprì ai tempi di Mani Pulite e come continua a scoprirsi oggi nei più disparati settori della pubblica amministrazione.

La malasanità, per restare in tema, è un’altra cosa: è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri del settore. E, fortunatamente, in Italia, tutti questi aspetti, che pure ci sono, non impediscono al sistema sanitario nazionale di essere posto dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) al secondo posto nel mondo dopo la Francia. Secondo l’Oms, il sistema italiano fornisce una risposta efficiente alle necessità di tutti i cittadini e i medici italiani sono preparati professionalmente ed eticamente impegnati nella loro attività. Insomma, come diceva Pascarella (La scoperta de l’America) «il mondo ce l’invidia e ce l’ammira», e difatti la riforma Obama è una timida imitazione del nostro sistema sanitario.

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Riferimenti utili per vaccini inutili

influenza_suinaIl “Fatto Quotidiano” del 5 gennaio 2010 ha pubblicato un interessante articolo di Monica Raucci: «La febbre del vaccino e il business delle dosi “scomparse”». Un altro riferimento utile è l’articolo di Danielle Ofri (N. Engl. J. Med. Vol. 361, pp. 2594-2595, december 31, 2009): «The Emotional Epidemiology of H1N1 Influenza Vaccination». Un altro articolo di Vincenzo Schiaccianoci su questo blog (4 ottobre 2009): «Psicosi della pandemia influenzale e possibile sperpero di denaro pubblico». E ancora, Nico Valerio: «Influenza. Il grande imbroglio monopolistico dei vaccini inutili». Infine, la Corte dei Conti vuol vederci chiaro sul contratto della Novartis per la fornitura dei vaccini.

Le domande di Monica Raucci su 5 punti per uno scandalo

1) Perché il governo già nel 2005 ha stipulato dei contratti per 6 milioni di euro con tre aziende per la produzione di vaccino in caso di pandemia?

2) Perché il contratto con la Novartis ha clausole così vessatorie, come la mancanza di penalità in caso di ritardata consegna dei vaccini e la sollevazione per la Novartis da responsabilità legali tranne che per difetti di fabbricazione?

3) Perché paghiamo il vaccino H1N1 quasi il doppio del normale vaccino antinfluenzale?

4) Perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità a inizio 2009 ha cambiato la definizione di una pandemia, eliminando il criterio dell’«enorme numero di morti»?

5) Cosa ci facciamo ora con 23 milioni di vaccini inutilizzati?

Università di Siena: risvegli

stemma_ceramica_tif.jpgAnfiarao. La discussione verte su temi scontati e ormai noti. C’è un esubero di personale tecnico ed amministrativo (PTA) quantificabile in 300 forse 400 unità. L’Universitas, e con essa l’unisi, ormai con la lettera minuscola, è fatta dagli studenti e per gli studenti che hanno bisogno di Docenti per i quali è indispensabile il PTA per la didattica e la ricerca e che, comunque, rimane un personale di supporto utilissimo, per carità. NeIl’unisi i docenti sembrano essere di supporto al PTA (rapporto invertito), situazione unica nel panorama delle, sia pure numerose, Università Italiane. Il piano di risanamento prevede il prepensionamento dei docenti e la messa in mobilità del personale tecnico-amministrativo. I docenti rimangono al loro posto fino all’età di 69 anni perchè a quel punto sono certi che i benefici della proposta dell’amministrazione saranno onorati. Usufruirne prima viene considerato rischioso in mancanza di un regolamento credibile. Quindi è inutile che il Rettore, il Direttore amministrativo e con essi un avvocato vengano a spendere parole nelle facoltà. Nessuno crede più alle parole in questo ateneo. C’è poi da risolvere il problema dei docenti di Medicina, non piccolo.


Rimane la mobilità del PTA. Mi chiedo con quali criteri saranno individuate le persone. Saranno intoccabili gli amici delle Istituzioni che sono tante, come numerose e potenti sono le famiglie della Siena che “conta”. I sindacati poi diranno la loro. La scure dovrà abbattersi sui figli di nessuno. Ma questi presenteranno a quel punto i loro titoli: padri e madri invalidi che non possono lasciare, figli da crescere, mogli da mantenere e così via. Immagino i numerosi contenziosi che si apriranno e che, nella migliore delle ipotesi, ritarderanno per anni la soluzione del Problema. Intanto una generazione di giovani aspiranti ricercatori è stata perduta e, inevitabilmente, se ne perderà un’altra. È questo, soprattutto, il danno enorme, irrimediabile e imperdonabile che la scellerata politica opportunistica di chi ha guidato l’Ateneo negli ultimi 15 anni ha generato. È stato un fallimento totale, culturale soprattutto, un tradimento all’università di Siena.

Ateneo senese: ormai siamo al «redde rationem»

agostinomilaniUn intervento sull’Università di Siena del consigliere comunale Agostino Milani utile per aprire il dibattito sulle progressioni economiche del personale tecnico ed amministrativo e sulle responsabilità dei dirigenti sindacali.

Agostino Milani. C’è qualcosa che non torna nella vicenda della contrattazione in corso tra organizzazioni sindacali ed amministrazione in merito alle progressioni orizzontali (i vecchi scatti di anzianità) del personale tecnico-amministrativo (PTA) dell’Università di Siena. Sappiamo benissimo che l’Università di Siena è in una crisi economica gravissima e che l’unica via d’uscita è una riduzione dei costi di gestione, così come sappiamo che l’Ateneo non può fare a meno dei docenti, ma non è possibile, dopo avere praticato per anni assunzioni di massa, accorgersi oggi che c’è un esubero di PTA e pretendere che siano questi a pagare il costo della crisi. In questa fase, apprendiamo dalla stampa, che l’Università riconosce, pur congelandoli, adeguamenti economici ai docenti ed ai ricercatori, mentre ciò non avviene per il PTA. Dalla stessa stampa si apprende infatti che le progressioni economiche del PTA, per quanto a suo tempo avallate dal CdA, dai revisori dei conti e validate dalla Corte dei Conti ed Aran, vengono ora rinviate ad un ulteriore soggetto terzo che ne verifichi la necessaria compatibilità economica. Ovvero, utilizzando la norma che prevede tali progressioni come automatiche per i docenti e soggette ad approvazione quelle per il PTA, sembra che qualcuno cerchi di prendere tempo e di risparmiare sui soggetti più deboli. Per altro singolare in questa vicenda è l’atteggiamento in CdA del collegio dei revisori dei conti i quali non difendono i miglioramenti economici a suo tempo approvati per il personale ma, dopo avere per anni ratificato qualunque cosa, danno oggi sul bilancio di previsione parere negativo stante il disavanzo. Come dire che se glielo avessero detto in passato anche allora se ne sarebbero accorti!

Quanto al Rettore ne abbiamo apprezzato sia il brindisi che gli auguri, non sappiamo però se il personale non docente ne avrà ugualmente apprezzato la classe, nel senso che nella gestione dell’Università si introducono criteri e differenze di classe ad oggi sconosciute. Dato che il Rettore fu a suo tempo eletto con il voto predominante del personale amministrativo e dato che il 2010 sarà l’anno della elezione del nuovo Rettore, ci sorge il dubbio che lo stesso stia cercando nuovi e più potenti sostenitori per una sua rielezione.

Pensieri, parole ed azioni di un illustre consulente dell’ateneo senese

stemma_ceramica_tif.jpgDefinizione di consulente – resa nel Tribunale di Siena nel corso di un processo che coinvolge l’università – emblematica del modo di procedere, atmosfera costante e tuttora prassi nell’ateneo senese. «Il consulente ha l’obbligo di leggere le leggi e di trovare il modo per eluderleIpse dixit.

Emilio Miccolis: dall’università di Siena a quella salentina

miccolis_emilio.jpgEmilio Miccolis sarà il nuovo Direttore Amministrativo dell’Università del Salento. Il rettore Domenico Laforgia, in una riunione del Senato Accademico dell’università, ha comunicato di aver valutato i curricula dei dodici candidati e di aver individuato in Emilio Miccolis il successore del dimissionario Innocenzo Santoro. Dopo il sì del Senato Accademico salentino, ora spetterà al Consiglio di Amministrazione, convocato per il 29 dicembre, ratificarne la nomina, che avrà la durata di quattro anni. A Emilio Miccolis i nostri più sinceri auguri di buon lavoro.

Università di Siena: l’altra faccia delle provocazioni

AltrafacciaUn altro episodio che rappresenta l’altra faccia delle provocazioni descritte in precedenza. Il 29 maggio 2007 mi telefonò da “Radio Frequenza”, la radio dell’Università di Siena, uno studente di Scienza delle Comunicazioni per un’intervista. Aveva letto su “Il Messaggero” un’inchiesta di Anna Maria Sersale sui laureati “precoci”, nella quale l’ateneo senese risultava ai primi posti nella “svendita” delle lauree, fenomeno che definivo «un’altra degenerazione del sistema». A distanza di due anni e mezzo, quell’intervista conserva la sua attualità perché affrontò proprio quei temi che oggi, unanimemente, sono ritenuti la causa della voragine nei conti. Mi riferisco alle criticità seguenti: proliferazione dei corsi di laurea e dei poli sul territorio; esubero di amministrativi e, in alcuni settori, di docenti; sottovalutazione del buco di bilancio e mancata adozione di un rigoroso piano di risanamento; inadeguatezza degli organi di governo; cogestione sindacale, carriere folgoranti dei responsabili sindacali e riorganizzazione degli uffici funzionale alla sistemazione dei sindacalisti e dei loro parenti; esigenza di un codice etico, ecc..

Ma la ragione per cui ricordo quella vicenda è che l’intervista non fu mai trasmessa. Forse per lo sfascio del Corso di laurea specialistica in Radiofonia? No! Sicuramente perché qualcuno impedì che l’intervista andasse in onda. Chi e perché? Per ora è sufficiente capire perché. Ma per questo è necessario ricordare che la parte finale dell’intervista conteneva un attacco esplicito ai vertici di alcuni sindacati che in precedenza, senza motivo evidente, avevano proclamato lo stato di agitazione, interrotto le relazioni sindacali e chiesto la sospensione di una seduta del Consiglio di Amministrazione: quella che avrebbe dovuto approvare tre regolamenti, tra i quali il “Regolamento per l’individuazione dei criteri di organizzazione degli uffici e dei servizi centrali di ateneo e per l’attribuzione delle posizioni funzionali di maggiore rilevanza”. Chi fosse interessato ad ascoltare l’intervista può cliccare qui ed andare a fondo pagina dove troverà sia il download che il file audio pronto per l’ascolto.

Un consiglio a Domenico Pantaleo: «visiti l’università di Siena»

PantaleoDi seguito la lettera del segretario generale della Flc-Cgil, Domenico Pantaleo, ai Rettori italiani in vista dello sciopero odierno. Da parte nostra una  semplice richiesta a Pantaleo: venga a Siena e si renda conto di persona delle condizioni del nostro ateneo e del ruolo svolto dai rappresentanti del suo sindacato.

Domenico Pantaleo. Magnifici Rettori, abbiamo preso l’iniziativa inconsueta di rivolgerci direttamente a tutti Voi con una lettera, perché sentiamo moltiplicarsi dentro gli Atenei le preoccupazioni per le difficoltà crescenti che il sistema universitario si trova ad affrontare. Da oltre un anno, dalla promulgazione della L. 133/2008, sia le parti sociali, sia la comunità accademica ed i suoi Organi di rappresentanza, sia gli studenti hanno lanciato un allarme sulla sostenibilità del sistema universitario nei prossimi anni alla luce dei tagli di finanziamento previsti. L’Anno Accademico 2008-2009 è stato attraversato da iniziative di protesta diffuse ed intense, ma che non hanno cambiato gli orientamenti del Governo. Non intendiamo qui tornare sulle nostre posizioni in materia, se non per dire che ci appare evidente come si debbano realizzare iniziative di razionalizzazione della spesa e di migliore utilizzo delle risorse, ma in uno scenario volto a superare lo strutturale sottofinanziamento del nostro sistema universitario, non a ridurre ulteriormente le risorse stesse. A partire dal 2009-2010, i tagli previsti incominceranno a dispiegare per intero ed in modo visibile i loro effetti; molti Atenei sono in forte sofferenza, addirittura in difficoltà ad assicurare la gestione ordinaria, altri vi entreranno nei prossimi mesi, e la situazione è destinata rapidamente ad aggravarsi con gli step successivi di riduzione del FFO. A ciò si aggiunge la poco edificante vicenda della distribuzione premiale del 7%, (destinato, nelle dichiarazioni del Governo, a crescere fino al 30% del totale del FFO), segnata da procedure di valutazione del merito oscure, controverse, prive di trasparenza.

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Il familismo prospera perché si fonda su un vasto consenso o, perlomeno, su un’inveterata abitudine

noantriOggi, in pullman da Siena a Graz, ho letto l’ultimo libro di Aldo Cazzullo: “l’Italia de noantri” (come siamo diventati tutti meridionali). Scontato l’accostamento a Siena, considerando anche che, in tempi non sospetti, avevo provocatoriamente considerato l’università di Siena “il quinto ateneo siciliano”. Di seguito, il motivo conduttore del libro.

Aldo Cazzullo. Noantri è la parola-chiave non solo di Roma, ma anche dell’Italia di oggi. Non a caso riecheggia quasi uguale in tutti i dialetti. (…) Noialtri: la famiglia, il campanile, il clan, il partito, la fazione, la corporazione, la curva da stadio, il mandamento mafioso. Cose molto diverse tra loro, per carità. Un gruppo ristretto di persone che si vogliono bene potrà mica essere paragonato a un’associazione a delinquere. Eppure, come non vedere che la famiglia gioca un ruolo conservatore nella società italiana? Che siamo circondati da figli d’arte e figli di papà, ovunque, al cinema e negli studi degli avvocati, in Parlamento e nei giornali, dal medico e in università? Se l’ascensore sociale è guasto, se la meritocrazia non funziona, se le pari opportunità ai nastri di partenza restano un’utopia, è perché i figli ereditano con il cognome e i beni pure il mestiere e lo status del padre. È perché la logica di fedeltà e appartenenza – al partito, al burocrate, all’ordine professionale – fa premio su quella della competenza. È perché, tra uno bravo e libero e un altro incapace e servo, non soltanto il capopartito ma pure l’italiano medio tenderà a preferire il secondo. Il familismo prospera non perché una mente perversa ne governa le redini, ma perché si fonda su un vasto consenso, o perlomeno su un’inveterata abitudine. (…) Esiste una sola Italia: l’Italia de noantri. Noi italiani siamo diventati, nel bene e nel male, un po’ tutti meridionali. Gli accenti restano diversi, ma la mania di gridare e gesticolare ormai ci accomuna. (…)

È possibile correggere il daltonismo in attività che comportino rischi per la salute dei cittadini?

Amleto. Il daltonismo è una cecità ai colori, cioè l’incapacità a percepire i colori del tutto o in parte. Il daltonico non riesce a distinguere luci di diversa lunghezza d’onda, ad esempio la figura di un triangolo rosso su uno sfondo verde non viene riconosciuta. Su questa base il daltonismo viene considerato una disabilità: per legge l’individuo daltonico non può avere la patente di guida per motoveicoli ed autoveicoli; rientra tra le imperfezioni e le infermità che sono causa di non idoneità al servizio militare; non può ottenere la licenza di porto d’armi per uso difesa personale o per uso caccia. Il daltonico non può far parte neanche degli osservatori volontari (legge sulle ronde e guardie volontarie). Non può essere iscritto nell’elenco prefettizio del personale addetto ai servizi di controllo delle attività d’intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi.

Le persone daltoniche non possono fare tantissimi lavori: elettricista, elettrauto, pilota di aerei, navi e treni, entrare nei carabinieri, nell’esercito, nella finanza, nei vigili del fuoco. Difficilmente trovano lavoro in negozi di abbigliamento o in fabbriche di stoffe. Sono limitati nelle attività di coreografo, stilista, arredatore. Sarebbe ad esempio molto pericoloso consentire ad un daltonico l’operatività su terminali attivi (per esempio quadri di manovra su impianti o macchinari) ove è indispensabile distinguere la diversità dei colori dei segnali rappresentati sullo schermo. Inoltre i daltonici hanno difficoltà nella vita di tutti i giorni, nel vestirsi, nel decorare la casa, nel cucinare e nelle attività sportive.

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