Una mediocrità, nella ricerca, anche se di prim’ordine

Peter H. Duesberg (scritto del 1996). Il risultato di una simile proliferazione di scienziati porta a un naturale scadimento. La competizione per accaparrarsi le fonti di finanziamento limita la libertà di pensiero e di azione e costringe a una mediocrità che vada bene alla maggioranza. Lo scienziato che pubblica molto, che è più abile nel vendere i suoi programmi di ricerca, che è amato perché non offende i suoi pari con ipotesi e idee nuove viene scelto dai colleghi come destinatario dei finanziamenti. Il professore eccentrico, con la testa fra le nuvole e la mente piena di idee «pazze» è stato sostituito da una razza nuova di scienziato, più simile al dirigente yuppie che all’essere strambo e geniale dei tempi andati. I colleghi non possono permettersi un pensatore anticonformista o imprevedibile, perché ogni nuova ipotesi alternativa costituisce una potenziale minaccia al loro indirizzo di ricerca. Con questo sistema basato sul parere scientifico dei colleghi Albert Einstein non avrebbe ottenuto fondi per il suo lavoro, come non li ottenne Linus Pauling (per le sue ricerche sulla vitamina C e il cancro, nonostante abbia vinto due premi Nobel). Questo sistema garantisce solo una mediocrità, anche se di prim’ordine. I colleghi non potranno mai controllare l’accuratezza dei dati sperimentali; possono solo censurare interpretazioni inaccettabili.

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