Età pensionabile unica (70 anni) per professori ordinari ed associati

La legge 230 del 4/11/2005 sullo stato giuridico dei professori universitari contiene, al comma 17, una norma immediatamente operativa che fissa un nuovo limite d’età per il collocamento a riposo, unico per i professori ordinari ed associati, determinato al termine dell’anno accademico nel quale si è compiuto il 70° anno d’età, ed abolisce il fuori ruolo, disponendo contestualmente la conservazione delle funzioni collegate alla docenza. Il comma 19 prevede che i professori, già in servizio all’entrata in vigore della legge, possano optare per tale regime, conservando lo stato giuridico e il trattamento economico in godimento, ivi compreso l’assegno aggiuntivo di tempo pieno. I professori di materie cliniche in servizio all’entrata in vigore della legge, in base al disposto del comma 18, mantengono le proprie funzioni assistenziali e primariali, inscindibili da quelle di insegnamento e ricerca e ad esse complementari, fino al termine dell’anno accademico nel quale si è compiuto il 70° anno d’età. I professori interessati possono presentare domanda di opzione, utilizzando il modello tipo allegato, per sollecitare l’Università di Siena a rendere operativa tale norma, analogamente a quanto avvenuto in altri atenei.

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Lauree svendute: fusse ca fusse la vorta bona

UnisienaAnche il Ministro dell’Università, Fabio Mussi, ha seguito su rai 3 l’inchiesta di Report sulla svendita delle lauree in base al riconoscimento dei crediti formativi che si svolge in molte università. Il Ministro «valuterà con estrema attenzione» la vicenda, incentrata su specifiche convenzioni tra atenei ed enti pubblici, con la quale viene abbuonata la maggior parte degli esami. «Questo tipo di convenzioni tra università ed enti ricadono nell’autonomia degli atenei, che il ministro intende preservare ed ampliare; ma se la normativa introdotta dalla Finanziaria 2002 ha finito col causare atteggiamenti lassisti da parte di alcune università, saranno adottati gli atti opportuni per modificarla». Pubblicato da: il Cittadino Oggi 11 giugno 2006.
Interessante l’articolo su “la Stampa” del giorno dopo dal titolo: Giro di vite sulle lauree facili.

I giovani e il lavoro a Siena: la fuga dei cervelli

Palazzo_comunaleLiberty_4Francesco Antoni. Come un giovane può vivere a Siena e portarsi a casa uno stipendio? A Siena ci sono due modi per un giovane per portarsi a casa uno stipendio: – si trova un impiego grazie ad una raccomandazione politica o di un gruppo di potere; – si apre una attività, assicurandosi prima gli appoggi giusti dei potenti, che altrimenti ti fanno chiudere in men che non si dica (nel caso di ragazze c’è anche una terza opzione: sposare un uomo in una delle due condizioni sopra esposte. Pratica molto triste e degradante, anche se tollerata da taluni genitori).
In entrambi i casi ci si mette in situazioni poco piacevoli. Nei circoli che contano è previsto che se uno riceve un piacere poi debba anche farne, pur controvoglia. Inoltre è triste raggiungere un posto importante sapendo che è avvenuto non per le proprie capacità, ma per essersi venduto a logiche di scambio di favori. In questa situazione, che fanno i giovani intelligenti che non vogliano scendere a tristi compromessi?
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Svendita di lauree: se ne occupa anche “rai 3” con un servizio di “report”

Questo blog si è già occupato della svendita delle lauree, sulla base del riconoscimento dei crediti formativi, e della concorrenza al CEPU fatta dalle università. Domenica 28 maggio alle ore 21.30 l’argomento verrà affrontato anche da rai 3, con un servizio di Report intitolato:

Regalo di laurea (di Giovanna Boursier)
La riforma universitaria, o legge Berlinguer, del 1999, ha trasformato il vecchio sistema degli esami in quello dei crediti. Da allora le lauree si misurano in crediti e debiti e le università possono riconoscere crediti formativi a chi vuole iscriversi. Lo dovrebbero fare in base alle
certificazioni che dimostrano esami e corsi superati negli anni da ogni studente. Nel 2001 una legge modifica la Berlinguer stabilendo che i crediti vanno riconosciuti anche ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.
Così da qualche anno è un fiorire di convenzioni, cioè di accordi tra enti pubblici e atenei che diminuiscono il numero degli esami a chi decide di laurearsi. Ce ne sono dappertutto e per chiunque: poliziotti, finanzieri, militari, giornalisti, infermieri, agrotecnici, ragionieri, consulenti del lavoro, dipendenti del Ministero dell’Interno e persino dell’Aci e dell’Inps. Tanti iscritti che alle piccole università private fanno comodo, poiché tanti studenti significano maggiori entrate. Ma in giro per l’Italia ci sono anche false università e nuovi centri di ricerca, fondati da noti uomini politici e lautamente finanziati.

Devolution? No grazie, risponde l’Università

DevolutionAldo Ferrara. Forse i cittadini chiamati alle urne il 25 giugno p.v., per confermare o meno il D.L. sulla Devolution, voluto da Calderoli e affini, non sanno che la devoluzione dei poteri agli enti locali è processo legislativo già riconosciuto ed identificato, nell’ambito universitario, come Autonomia. Voluta fortemente da Antonio Ruberti per dare trasparenza amministrativa e gestionale agli Atenei, la primigenia visione del Legislatore è stata completamente stravolta e sostituita da un Far West gestionale in cui dominano i privilegi, le usurpazioni e le corruzioni. Quindi noi conosciamo sufficientemente l’argomento per dire “sì, sarebbe stata buona cosa, ma è stata male applicata”.
Diverso è l’ambito della Costituzione, che sta per essere stravolta da una devolution totale che affida agli enti locali materie di primo interesse pubblico come sicurezza, sanità, scuola ed altro ancora di cui allo sviluppo successivo.
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”Pane e cacio”: riflessioni su privacy, comunicazione e marketing, censura

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Pier Egisto Valensin. Sembra impossibile. Ci sono notizie roboanti, enfatiche, che vengono ripetute per più giorni, praticamente uguali nella sostanza e nella forma, su tutte le reti televisive, pubbliche (si fa per dire) e private, e su tutti i quotidiani; ce ne sono altre, spesso a mio giudizio più importanti e utili per la formazione della cosiddetta opinione pubblica, che vengono costantemente sottaciute ed emergono solo se si cercano col lanternino. Non si può non registrare una profonda dissociazione tra realtà e immagine. Non è il solo settore in cui l’innegabile progresso tecnologico viene utilizzato e manipolato per fini a dir poco di scarsa nobiltà: quando non esisteva alcuna legge sulla privacy la vita privata dei cittadini non era messa in piazza come oggi avviene; quando non c’erano così impeccabili regole sulle intercettazioni telefoniche non poteva succedere che qualche funzionario da qualche parte registrasse ciò che ordinavi per la spesa quotidiana e che poi l’elenco delle tue derrate alimentari venisse riportato sulle pagine dei giornali; quando non esisteva il codice di autoregolamentazione della pubblicità gli spot non erano così aggressivi e volgari, oltre che portatori di una scientificità fasulla, la concorrenza non era così sleale, i bambini non venivano utilizzati così cinicamente e spudoratamente (mi capita di chiedermi come mai la Chiesa, che si mobilita con grande e autorevole fermezza contro il film di Dan Brown, non proferisce verbo quando Bonolis adopera nientemeno che il Paradiso per propagandare una marca di caffé, o quando frati e monache si presentano a reclamizzare mozzarelle e acque minerali). Tutti i salmi finiscono in gloria, tutta la nostra vita va a finire nel mercato (se si dice marketing suona meglio). In questa chiave nasce la Scienza della comunicazione, questa comunicazione, non una comunicazione limpida, non manipolata (chi non ha potuto ancora farlo, si vada a vedere il film War the Dog – titolo straziato in italiano come Sesso e potere – di Barry Levinson, con Dustin Hoffman e Robert De Niro, e capirà molto meglio di cosa stiamo parlando; e, già che c’è, rifletta anche un po’ sulle moviole truccate); in questa stessa chiave ci si rende conto dello sbocciare e dell’affermarsi del Centro Comunicazione e Marketing (allo stesso modo si vendono cravatte, berrettini, immagini e notizie) dell’Università di Siena, dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, della C.R.U.I.
Viene così alla mente l’aborrita parola, censura, da tutti deprecata, da pochi effettivamente contrastata. In proposito, non so fare niente di meglio che ricordare una canzoncina di un’operetta goliardica di più di quarant’anni fa, partorita, se non vado errato, dalle tuttora fertili penne di Augusto Mazzini e Paolo Neri (la musica era quella del Moritat dell’Opera da tre soldi di Brecht: Siate cauti nel dileggio, non si tocca chi è protetto dal ministro dal prefetto, dal magnate al sacerdot / La notizia la vagliamo e se vera la scartiamo, solo balle propiniamo all’incauto ascoltator / Finché regna la censura che fa beffe alla cultura l’avvenire è assicurato, pane e cacio ci sarà.

Guido Trombetti è il nuovo Presidente della Conferenza dei Rettori (CRUI)

TrombettRoma, 18 maggio 2006. L’Assemblea dei Rettori ha eletto a maggioranza assoluta Guido Trombetti, Rettore dell’Università di Napoli Federico II, nuovo Presidente della CRUI. Le sue prime dichiarazioni.
«Il paese attraversa oggi un momento di forte cambiamento: un nuovo governo, un nuovo progetto. L’Università non sarà da meno. In qualità di Presidente della CRUI mi impegnerò per un rilancio delle quattro parole d’ordine che i Rettori italiani hanno ormai da anni messo a fondamenta del futuro dell’Università: risorse, valutazione, trasparenza, autonomia. In questo senso accolgo con grande favore le dichiarazioni del neo-Ministro Mussi che intende mettere in cima alla lista dei suoi obiettivi il tema dei finanziamenti. Gli Atenei non possono vivere senza risorse adeguate, la situazione odierna ce lo dimostra. D’altra parte non si può più chiedere senza essere valutati, la trasparenza e la misurazione dei risultati rappresentano l’unica via verso il riconoscimento sociale del nostro lavoro e verso un’autonomia responsabile. In quest’ottica il ruolo della CRUI sarà quello di crocevia del dialogo fra sistema universitario, da una parte, e istituzioni politiche, territorio e opinione pubblica, dall’altra. Un osservatore attento garante dell’autonomia e del rilancio della centralità dei nostri Atenei per lo sviluppo e la crescita del Paese.»
Suo precedente intervento: L’università che vorremmo