Solo i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Lo stato di debolezza e di disagio in cui si trovano le scienze nei confronti della vita ha, tuttavia, a mio parere, ragioni più profonde. Probabilmente non è a caso che la biologia fra tutte le scienze sia quella che non riesce a definire con sicurezza l’oggetto delle sue ricerche: non esiste alcuna definizione scientifica della vita. In effetti le ricerche più rigorose si eseguono su cellule e tessuti morti. Lo dico con esitazione e apprensione, ma non è escluso che ci troviamo di fronte a una sorta di principio di esclusione: la nostra incapacità di cogliere la vita nella sua realtà potrebbe essere dovuta al fatto che noi stessi siamo in vita. Se fosse davvero così, allora soltanto i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste.

Se la scienza non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera

Erwin Chargaff (scritto del 1979). La nostra scienza dipende ormai a tal punto dal sostegno pubblico che nessuno sembra più in grado di dedicarsi alla ricerca senza una benevola offerta, e quando le loro richieste di danaro vengono respinte, persino i più giovani ed energici assistant professors smettono di eseguire qualsiasi lavoro e trascorrono il resto delle loro squallide giornate scrivendo nuove richieste, sempre più lunghe, come le facce dei supplici. Il continuo chiudersi ed aprirsi dei rubinetti del danaro genera nelle vittime riflessi condizionati e una generale nevrosi, che con il passare del tempo causerà per forza danni irreparabili alla scienza. Sarebbe stato molto meglio per la scienza se non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera, perchè nel frattempo molti giovani sono stati indotti a intraprendere una carriera che probabilmente resterà irrealizzata.

Democrazia delle discipline nell’Università

Bruno_coppiBruno Coppi. Il requisito più importante di un ambiente universitario è quello di riuscire a creare un’atmosfera di democrazia delle discipline, nel senso che tutte, ricevano o non ricevano grandi stanziamenti, siano o no di moda, siano o meno nella lista di importanti temi di ricerca internazionale, vengano comunque considerate parimenti essenziali. (Massachusetts Institute of Technology, 1986)

La riscoperta del femore

Un contributo stimolante e sempre attuale del prof. Comparini sullo stato delle scienze morfologiche in Italia, pubblicato su: Italian Journal of Anatomy and Embriology del 1992, vol. 97 (n. 4), pagg. 217-219.

Leonetto Comparini. L’insegnamento delle discipline anatomiche continua a soffrire di vicende poco favorevoli e rischia di assestarsi in una dimensione di grave sacrificio fino a ridursi ad un esercizio didattico essenzialmente libresco. Più d’uno sono i fattori che concorrono a mantenere, e se mai ad aggravare, questo «trend» negativo:
— la riduzione temporale imposta dall’attuale ordinamento didattico che, togliendo quei tempi e quegli spazi «lunghi» indispensabili per insegnare e «ritenere» una disciplina delle dimensioni dell’anatomia, finisce per penalizzare sostanzialmente l’insegnamento e lo studio della macroscopica;
— la mancanza ormai totale di materiale cadaverico, peraltro sempre più
flebilmente lamentata, giacché si cala in un contesto di pratica inattuabilità di un insegnamento al tavolo anatomico, per scarsità di tempo e di competenze;
— un’attività di ricerca sempre più «distraente» in quanto in gran parte
orientata verso tematiche «di confine», che in buona sostanza sconfinano ampiamente verso discipline «più giovani», «più moderne», «più scientifiche» dell’anatomia, che con l’anatomia intrattengono solo vincoli di lontana parentela. Per cui sempre più difficile è (e diventerà) strappare il giovane studioso dal computer o dal laboratorio di biochimica per riportarlo a «sacrificare» parte del suo tempo allo studio ed all’insegnamento della macroscopica; anche per
— lo scarsissimo od il nessun peso che l’attuale prassi concorsuale attribuisce all’esperienza didattica specifica per la valutazione delle nostre carriere; senza contare
— la perseverante mancanza di competività che ormai allontana i giovani laureati in medicina (e quindi una «mentalità» medica) dai nostri istituti.
Con queste premesse il rischio che ben presto correrà la disciplina (ridotta ad una dimensione essenzialmente «laboratoristica») sarà quello di scomparire inghiottita da strutture dipartimentali verticalizzate, o comunque interdisciplinari, nelle quali l’anatomia avrà un ruolo probabilmente «ancillare», essendo mostruosamente mutilata della sua identità e quindi, sul piano didattico, facilmente mutuabile.
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Diffidate dei professionisti del «non si può»

Francesco-AlberoniFrancesco Alberoni. Diffidate di coloro che, quando proponete loro un piano di grande respiro dicono «non si può». È gente morta dentro, che preferisce continuare la sua vita pigra, egoista, oppure che non vuole che voi riusciate perché teme il vostro successo. Quante volte ho incontrato persone di questo genere nella mia vita. Ricordo un rettore che voleva tenere tutto immobile, un direttore che distruggeva i suoi migliori collaboratori per malvagità e decine di invidiosi che mi consigliavano di rinunciare «per il mio bene». Invece se hai un progetto fondato su bisogni reali, sulle esigenze dell’industria, sulla domanda dei consumatori, per quanto appaia a prima vista impossibile, puoi realizzarlo. Sempre. (…) Ma per riuscire in una impresa devi crederci fino in fondo, prodigarti fino in fondo, convincere gli altri, e non farti deviare dalla meta. Troverai sempre qualcuno che ti propone una strada più facile, già battuta, più sicura. Invece no, se vuoi creare qualcosa di nuovo e di utile non devi mai imitare, non devi mai fare quello che gli altri hanno già fatto. E devi allontanare chi ti dissuade, i pessimisti, i pigri, i dubbiosi e tenere fisso lo sguardo sullo scopo. Infine devi dimenticarti di te stesso, considerarti solo un mezzo, non un fine. Allora vincerai, perché la gente capirà che lo fai non per te ma per loro. È incredibile la forza che nasce dal disinteresse.
(Da: Corriere della Sera, 18 settembre 2006.)