Intervista a Ernesto Parlachiaro, autore di “Candido o del porcile dell’università italiana”

Egregio Ernesto Parlachiaro (pseudonimo dell’autore del pamphlet Candido o del porcile dell’università italiana. Storia vera di un cervello senza padrino, Limina Editore, 2006), Lei insegna da anni in un liceo ed è professionalmente estraneo al mondo accademico, anche se ha prodotto molte pubblicazioni scientifiche; inoltre il Suo libro sulla malauniversità è scritto in forma allegorica, con nomi di persona fittizi e luoghi quasi irriconoscibili: perché mai allora non uscire dall’anonimato? Non crede che la denuncia sarebbe più incisiva se Lei si esponesse di persona?
«Desidero restare ancora anonimo soprattutto per rispetto della privacy dei pochissimi personaggi positivi presenti nel mio racconto, non certo per timore di querele o ritorsioni dei molti personaggi a dir poco indecorosi che vi compaiono. Inoltre credo che l’anonimato, rendendo ancor più irriconoscibili persone e luoghi, contribuisca a dare al mio racconto una valenza più universale e non meramente personale. Insomma: se si conoscesse il mio nome si scoprirebbero con facilità anche i luoghi in cui la storia è ambientata e le persone cui essa allude. La storia stessa potrebbe allora apparire troppo atipica e particolare, mentre io ritengo che essa riesca meglio così, grazie allo pseudonimo ed alla forma favolistica del racconto, a rappresentare la tipica malauniversità italiana in generale.»
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