Intervista a Ernesto Parlachiaro, autore di “Candido o del porcile dell’università italiana”

Egregio Ernesto Parlachiaro (pseudonimo dell’autore del pamphlet Candido o del porcile dell’università italiana. Storia vera di un cervello senza padrino, Limina Editore, 2006), Lei insegna da anni in un liceo ed è professionalmente estraneo al mondo accademico, anche se ha prodotto molte pubblicazioni scientifiche; inoltre il Suo libro sulla malauniversità è scritto in forma allegorica, con nomi di persona fittizi e luoghi quasi irriconoscibili: perché mai allora non uscire dall’anonimato? Non crede che la denuncia sarebbe più incisiva se Lei si esponesse di persona?
«Desidero restare ancora anonimo soprattutto per rispetto della privacy dei pochissimi personaggi positivi presenti nel mio racconto, non certo per timore di querele o ritorsioni dei molti personaggi a dir poco indecorosi che vi compaiono. Inoltre credo che l’anonimato, rendendo ancor più irriconoscibili persone e luoghi, contribuisca a dare al mio racconto una valenza più universale e non meramente personale. Insomma: se si conoscesse il mio nome si scoprirebbero con facilità anche i luoghi in cui la storia è ambientata e le persone cui essa allude. La storia stessa potrebbe allora apparire troppo atipica e particolare, mentre io ritengo che essa riesca meglio così, grazie allo pseudonimo ed alla forma favolistica del racconto, a rappresentare la tipica malauniversità italiana in generale.»

A due anni di distanza dalla pubblicazione del suo libro, pensa che la denuncia che esso contiene sia ancora attuale o che qualcosa stia cambiando in meglio nel mondo universitario?
«Penso che la denuncia mossa dal libro sia, purtroppo, ancora attualissima, perché il sistema feudale-baronale è ancora lontano dall’essere minato in profondità. Tuttavia osservo con piacere che ormai la pentola è stata scoperchiata, cioè che il mio libro ha trovato in questi ultimi mesi molte voci alleate di denuncia: giornali, libri, blogs tematici, trasmissioni radio-televisive si stanno occupando infatti sempre più della corruzione del sistema universitario e la magistratura agisce di conseguenza. È un buon segno, anche se il più è ancora da farsi.»

Qual’è secondo Lei il cuore del problema, la radice del male dell’università italiana sulla quale si deve agire per un’opera efficace di risanamento?
«La radice del male è il reclutamento truccato. Il potere baronale si fonda sulla possibilità, attualmente incontrastata, di mettere in cattedra sempre e comunque colui o colei che il barone vuole. E il barone per lo più mette in cattedra figli, parenti, amici degli amici, giù giù scendendo fino a squallidi portaborse. L’importante non è che in cattedra ci sia uno bravo, ma uno fedele e ricattabile dal barone o baronetto che lo ha cooptato. È l’esatto contrario di una moderna e sana meritocrazia. Con questo non voglio dire che tutti i cattedratici siano degli asini: ma semplicemente che anche i più bravi tra loro non sono stati messi in cattedra per la loro bravura bensì per i requisiti nepotistico-clientelari di cui sopra.»

Come si potrebbe, secondo Lei, riformare virtuosamente il meccanismo del reclutamento universitario?
«Questo è il problema più arduo. Premesso che non possiedo una conoscenza tecnica dettagliata dell’attuale sistema in vigore, né delle varie riforme in cantiere, credo comunque che non si possa accettare la proposta semplificante che proviene (guarda caso) proprio da vari ambienti accademici: quella cioè di sostituire i concorsi con l’assunzione diretta (di fatto arbitraria) da parte delle singole università. Questo criterio privatistico intanto è improponibile per una istituzione pubblica e poi funzionerebbe forse in un sistema sano e realmente competitivo. In un sistema incancrenito dal nepotismo e dalle “cordate” esso sortirebbe soltanto l’effetto di sgravare i baroni dall’onere di truccare i concorsi. Insomma, faciliterebbe loro l’esistenza senza intaccarne il potere. Personalmente ritengo che non vi sia altra strada che un commissariamento dei concorsi stessi per almeno un decennio ed un affidamento degli stessi a commissari stranieri estranei alle cordate nostrane. Non vedrei al momento altra soluzione.»

Nel Suo libro Lei si occupa soprattutto dei cervelli “sprecati” del settore umanistico. Non esiste, in questo settore, una possibilità di “fuga” all’estero o in America come per le discipline sperimentali?
«No, per lo più questa possibilità non esiste. In Italia il giovane bravo studioso del settore umanistico che non abbia padrini arriva al massimo (se gli va bene, cioè se riesce a trovare l’appoggio di un cattedratico) al dottorato. Ma poi deve cedere il passo ai soliti raccomandati senza neanche potersi cimentare alla pari con loro in un concorso regolare. La sua unica chance, a quel punto, è ripiegare sull’insegnamento medio, con il risultato che (nella stragrande maggioranza dei casi) il giovane studioso di talento cesserà da quel momento (e per comprensibili motivi) di fare ricerca e di pubblicare. Se non è spreco di cervelli questo…»

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