A parte rievocare un “glorioso passato”, quali sono le tre mosse decisive per rilanciare l’ateneo senese sul piano qualitativo?

Stavrogin. Dove eravamo rimasti prima delle vacanze? Non ricordo a che punto era il dibattito circa il risanamento. Allora, vendiamo Pontignano o vendiamo al mercato degli schiavi un po’ di ricercatori, salvando gli edifici, monumenti che nondimeno rimarranno irrimediabilmente vuoti, a causa del blocco degli avvicendamenti e degli imminenti pensionamenti? Come freniamo l’esodo inevitabile verso altre sedi di quegli studenti più motivati, che non intravederanno qui la possibilità di continuare gli studi ai livelli specializzati, e probabilmente di quei docenti che si vedono qui preclusa ogni possibilità di carriera? Il piano di risanamento è anche piano di rilancio?
 Oggi la minestra della ministra Gelmini è legge e dunque aut mangiare ’sta minestra, aut saltare: gli atenei con i conti a posto potranno assumere nuovo personale; si distribuiscono soldi alle università in base a standard di qualità. La lista dei “buoni” – leggo – sarà compilata a breve in base ai parametri individuati dal Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e dal Cnvsu. “Il blocco al 20 per cento del turn over stabilito dalla Finanziaria 2009 prevede una deroga per gli atenei virtuosi, che potranno coprire fino a metà dei posti liberatisi per effetto dei pensionamenti a patto di destinare il 60 per cento dei nuovi ingressi ai ricercatori”: riuscirà la retorica della peccatrice pentita, dell’università che risorge dalle ceneri dopo aver effettuato un serio e contrito esame di coscienza a guadagnare a Siena l’indulgenza plenaria o almeno uno sconto di pena?

Basterà sfoderare l’argenteria e indossare l’abito delle feste non troppo liso (benché navighi, mi pare, attorno al cinquecentesimo posto nella classificha di Shangai, l’ateneo senese guadagna il primo posto nella classifica Censis-Repubblica, 13° posto nella classifica Sole 24 ore tra gli Atenei statali)? La volontà di perseguire l’eccellenza impone che non si indugi oltre in giochetti di prestidigitazione. Tuttavia dopo aver accorpato i corsi di laurea, in ottemperanza al decreto mussiano, adesso è la volta dei dipartimenti: ma che Dio ce ne guardi dal farlo un po’ a casaccio, magari puntando sulla parola magica dell’ “interdisciplinarietà” (= molte incompetenze fuse in una), che tanto piace alle comari à la mode e ai signori azzimati che passano il tempo a spiegare agli studenti cosa non bisogna studiare (lezione prontamente appresa da solerti discepoli che infatti non studiano niente), essendo l’aborrita “specializzazione” (sive competenza) un “male epocale” della nostra cultura! Puntando sulla formazione di personale flessibile tipo dentisti-dantisti, creeremo all’uopo suggestivi e assonanti agglomerati tipo “Dipartimento di comunicazione gastrenterica ed enogastronomica”? “Dipartimento di studi sull’intelligenza artificiale e sulla dementia praecox”? Puntiamo tutto sullo spaccio di lauree triennali con tesine integralmente copiate da internet e sul sapere generico e vago, premendo con ciò l’acceleratore dell’auto che ci sta portando dritti verso un muro? Capitolo reclutamento. Per evitare che manchino i numeri necessari a dar vita persino ai residui corsi di laurea scampati alla mannaia, non è possibile in realtà ricorrere troppo facilmente al prepensionamento, in assenza di reclutamento; per impedire che l’ateneo assomigli sempre più al Campansi, si punterà allora sui contratti a titolo gratuito riservati a giovani bamboccioni mantenuti (la “selezione meritocratica”… basata sul merito di cotanti babbi, eh,eh!)? Ma non sarebbe l’ora, invece, di ripensare integralmente queste forme contrattuali ridicole, verosimilmente illegali (basta guardare la scrittura dei contratti per rimanere orripilati) e tipicamente italiote che non assomigliano per nulla, né ad una “Tenure”, né a un progetto di ricerca? E gli “assegni di ricerca” (se mai ve ne saranno ancora di qui al 2023) che roba è? Oramai sono di durata biennale, senza prospettive per il “dopo” (prima le prospettive erano di essere… retrocessi a “contrattisti”…) e i titolari non possono nemmeno insegnare (decreto Mussi). Dei dottorati che ne sarà? Mi pare che se ne parli poco. La cosiddetta autonomia universitaria, non solo impedisce ogni mobilità, funzionale alla ricerca, aggiogando a vita i ricercatori al carro di una cattedra, di una cadrega, di una facoltà e di un ateneo (“cuius regio, eius religio”), ma costituisce anche un grosso freno alla formazione dell’unica struttura sensata per facoltà di dimensioni modeste allo scopo di dar vita ad un dottorato che possa sensatamente definirsi “di ricerca”, ossia i consorzi. Insomma, a parte cullarsi sugli allori e rievocare un “glorioso passato” di cui trasudano i muri, quali sono le tre o quattro mosse decisive per rilanciare l’ateneo senese sul piano qualitativo?

46 Risposte

  1. Deduco quindi che… si fa un bu’o nel bu’o… e che solo i baroni col culo saldato alla sedia aut cathedra son salvaguardati. Qui è come “La storia infinita” dove sopravanza inesorabile il Niente. Ma vale allora la pena insegnare e gratificarsi col titolo di prof? Ormai i docenti impazzano su internet e altrove. Si insegna anche come fare l’artista creativo. O come ridere di più e di più ancora. I problemi posti da Stavrogin non sono bazzecole. Occorre tornarvi sopra. Facendo a meno delle amene e degli ameni tromboni nostrani e locali, professori per truffa e truffaldini. Professori del Niente. Infecondi, imbecilli (dal lat: deboli mentalmente). Per fare il prof univ. basta allora girare con un cappello a larghe falde e avere un ministro amico o un sindaco amico e per fare l’artista creativo basta girare con una banana in capo. Che paese: per fare le “femministe” del resto bastava scutrettolare e fare scimmiesche smorfie: chi non gradiva era un tipaccio…

  2. Molto giusto, Stavrogin! E sarà bene che queste idee vengano fuori, ben oltre quanto si dice e si dirà sulla ‘governance’, ottima questione perditempo per deviare l’attenzione dai problemi di merito. E le idee serviranno perché i politici locali continuano a negare ogni aiuto, sapendo che la coperta è stretta e la Fondazione deve assorbire il colpo freddo dell’Antonveneta. Bezzini, probabile prossimo presidente della Provincia, ha dichiarato (stampa del 9 gen.) che «l’Università di Siena non può chiedere sostegno a soggetti esterni senza prima dar prova di voler profondamente attuare, da chi ha le massime responsabilità, un progetto di autoriforma… razionalizzando dove ci sono situazioni improduttive» (mio Dio, qual’è la ricerca produttiva?). Appoggia tuttavia la proposta Ceccuzzi della legge speciale, che naturalmente è stata chiesta senza possibilità di esser accolta (quante dovrebbero farne?), giusto per potersi lamentare del governo ‘ladro’. Presentata peraltro da un onorevole che precisa «per chiarezza» che «è tutt’ora iscritto all’Università, con scarso profitto, ma non ha mai fatto parte degli organi di amministrazione ed accademici, nemmeno da studente», per togliersi ogni responsabilità (Corriere di Siena, 8 gennnaio).
    Auguri!
    Archie

  3. Torno dalla caccia al cinghiale con scarsi risultati, ma con l’aria buona che mi ha messo di buon umore. E provo a dare qualche parere per parafrasare il Manzoni “opinabile, opinabilissimo”. In primo luogo con 1200 e passa docenti onestamente non si vede come si possano in tempi brevi svuotare i palazzi che trasudano storia. Giusto di recente sono state qui pubblicate delle statistiche ufficiali che mettevano in evidenza come ci sia una media di 20 circa studenti per ogni docente di ruolo. Considerato che non più di dieci giorni fa sono stati assunti ulteriori 34 ricercatori e ancora non è stato pensionato nessuno (dico nessuno) direi che forse non è il caso di fasciarsi la testa prima di essersela rotta (a proposito, per Cal se legge ancora: avevo ragione o no a proposito dell’assunzione?). Se i ricercatori non sono giovani è un altro discorso: molto male per chi coopta in questo modo assurdo, ma dubito che la cosa dipenda dalla crisi dell’Ateneo. È semplicemente una porcata di gran moda e verrà perpetuata finché non ci sarà l’ennesimo odiato ministro cui sembrerà opportuno mettere una regola per cui non può essere ricercatore chi abbia più di 28 anni o cose di questo genere. Cioè si dovrà reprimere per legge quello che il buon senso avrebbe dovuto vietare senza intervento dello Stato.
    Poi: questo collegamento fra eccellenza e gioventù a me sinceramente sfugge, per non dire che mi pare piuttosto pretestuoso. Considerato poi come sono stati fatti i reclutamenti negli ultimi 15 anni, direi che è piuttosto vero il contrario, cioè che ad una maggiore esperienza ed anzianità si accompagna una maggiore capacità docente. A proposito: eccellenza di cosa? Della ricerca o della didattica? Perché c’è differenza come Stavrogin sa meglio di questo povero boscaiolo. Messa così mi sembra un po’ generica. E poi vere tutte le statistiche, ma ce n’è una che non è stata neanche citata: Siena è nelle prime tre posizioni per quanto attiene ai servizi. Non è che siamo tornati a tre mesi fa quando sembrava ed era sostenuto anzi con forza che la colpa di tutto ‘sto casino era solo del personale tecnico-amministrativo eh? No perché sembra…
    I Dipartimenti: prima di tutto ne sono stati soppressi cinque e non otto come è stato sostenuto qualche tempo fa e comunque questi cinque molto semplicemente non rientravano nei parametri di legge, cioè non avevano almeno 16 afferenti. Ah già, perché poi c’è anche questa seccatura! La legge! Ma com’è possibile che questo Stato invadente pretenda di regolare per legge gli Atenei pubblici o quelli che si vogliono equiparare a questi ultimi? Che mania quella di voler delimitare i corsi di laurea e il numero delle strutture scientifiche eh?
    Forse sarebbe il caso di fare un passo indietro e andare a vedere come funzionava prima di queste riforme – diciamoci la verità – deliranti, dall’autonomia al 3+2. Come ci si regolava allora? I docenti erano di meno, i contratti non esistevano, i dottorati erano molto più rigidi e comunque questo senso di precarietà non c’era dal momento che si sapeva benissimo che i posti di ricercatore erano pochi e se si voleva sfruttare questa occasione di fare una ricerca post-laurea piuttosto corposa, tuttavia non garantiva alcunché. E il numero dei professori e dei ricercatori (i quali ultimi non potevano fare lezione, ma erano relegati ai soli seminari) era inferiore rispetto ad un numero di studenti di gran lunga superiore. Allora? Come facevano costoro? Avevano 300 persone a lezione e festa finita. Poi si facevano 300 esami nel corso dell’anno senza tanti lacché intorno. E i conti tornavano, sempre.
    Ora: io non voglio dire che sia il caso di tornare a vent’anni fa, ancorché quell’esperienza non sia stata fallimentare, mentre lo è stata sicuramente quest’ultima condotta dalla fine del rettore Berlinguer in poi. Però è anche vero che se i mezzi sono quelli che sono e le prospettive finanziarie ed economiche idem, bisogna adattarsi e mettersi ciascuno – come si dice in gergo militare – “più di un berretto”, senza fare i cataclismici che non aiuta nessuno. E guardarsi dai furbastri che cercano di portare acqua al proprio mulino con questa novella della governance. Perché – per dire – proprio fra questi furbastri c’è stato qualcuno che non più tardi di sei mesi fa pretendeva di creare un nuovo dipartimento per scissione da uno dei pochi che rispettano i termini di legge in modo assoluto. Vorrei anche ricordare che i dipartimenti sono i sostituti degli istituti e che la tendenza normativa alla dipartimentalizzazione è stata dettata proprio dall’eccessivo frazionamento creato dagli istituti. Quindi accorpare (con senno, senza dubbio) strutture scientifiche (che poi sono strutture amministrative e tecniche di supporto alle attività scientifiche, non è che i dipartimenti contino qualcosa di per sé) direi che è una tendenza meno pericolosa di altre.
    Vi lascio con un bel motto latino: absit iniuria verbis.
    Buona serata dal vostro Favi di Montarrenti

  4. Scrive Stavrogin: «edifici che nondimeno rimarranno irrimediabilmente vuoti, a causa del blocco degli avvicendamenti e degli imminenti pensionamenti.»
    Gli risponde Favi di Montarrenti: «In primo luogo con 1200 e passa docenti onestamente non si vede come si possano in tempi brevi svuotare i palazzi che trasudano storia. Giusto di recente sono state qui pubblicate delle statistiche ufficiali che mettevano in evidenza come ci sia una media di 20 circa studenti per ogni docente di ruolo.»

    È difficile contestare quanto afferma Stavrogin mentre Favi, riportando dati non corretti, non è convincente. Al 31 dicembre 2007 i docenti di ruolo dell’ateneo senese erano 1060; al 31 dicembre 2008 scendono a 1026 e con la presa di servizio dei ricercatori (circa 30) non si raggiunge certo il numero 1200. Al 31 dicembre 2009 il combinato disposto di pensionamenti e blocco delle assunzioni porterà il numero dei docenti al di sotto delle 1000 unità e la situazione si aggraverà ulteriormente nel periodo 2010-2012. I palazzi, come dice Favi, trasuderanno pure storia ma essi, ha ragione Stavrogin, rimarranno irrimediabilmente vuoti. Intanto si stanno già svuotando i laboratori: dottorandi e assegnisti abbandonano l’ateneo senese che non offre più prospettive. Certamente c’è un esubero di docenti ma solo in alcuni settori. Il fenomeno è descritto bene da Lucia Lazzerini per Firenze ma vale anche per Siena: «(…) presidi-autocrati che hanno favorito la crescita inconsulta di settori poveri di studenti e zeppi di professori, deprimendo volutamente, per contro, settori affollati di studenti ma privi di adeguata copertura didattica. Con la conseguenza di gonfiare a dismisura la spesa per la retribuzione di personale superfluo mentre il carico didattico nei settori svantaggiati si faceva insostenibile.» Quando si scenderà al di sotto dei requisiti minimi la chiusura inevitabile dei corsi di laurea porterà ad un’ulteriore riduzione del numero degli studenti e quindi al collasso dell’ateneo. “Docenti in pensione ed amministrativi in cattedra” non è solo un mio titolo surrealistico.

    Giovanni Grasso

  5. Faccio ammenda per l’errato riporto dei dati. I ricercatori assunti il 29 dicembre sono 34 che sommati ai 1026 in ruolo riportano il numero esattamente alla stessa cifra dell’anno precedente. 16.000 studenti diviso 1060 fanno circa 16 studenti a docente. Che l’esubero di docenti sia limitato ad alcuni settori soltanto è la sacrosanta verità, come altrettanto sacrosanta è la voce di chi sostiene che ci sia personale tecnico-amministrativo in esubero e di questo esubero sappiamo bene qual’è l’origine. Tuttavia restano valide – a mio modo di vedere – le altre argomentazioni che ho esposto nel post in oggetto. E continua a risultarmi incomprensibile come sia possibile lo “svuotamento” delle “aule sorde e grigie” sostenuto da Stavrogin e ribadito da Giovanni. Per effetto del combinato disposto dei pensionamenti e del blocco delle assunzioni (che vale anche per il personale tecnico-amministrativo, e sottolineo tecnico e amministrativo) a breve si dovrebbe scendere sotto quella famigerata soglia del 90% del FFO che consente di procedere a nuovi reclutamenti (il 60% dei quali dovrà comunque essere di ricercatori) ed a occhio e croce in due anni ci si dovrebbe tranquillamente essere (forse anche meno perché per effetto di quel complesso calcolo che sottrae una quota dell’esubero di personale per quanto attiene alla parte assistenziale di medicina il 90% lo si supera di poco, mi sembra di 1,7% o qualcosa del genere). Semmai sono preoccupanti gli altri fenomeni di cui parlano Stavrogin e Giovanni, in particolare l’esodo degli studenti e quello dei dottorandi e degli assegnisti. Devo dire che mi rende perplesso il fatto che dottorandi e assegnisti se ne vadano per mancanza di prospettive, perché se è vero – come è vero – che a Siena la situazione è resa particolarmente grave dal combinato disposto della nuova legge e del grave dissesto finanziario, non è che altrove la situazione sia tanto migliore e la maggior parte degli Atenei vive sul bordo di questo 90%. Se fossi un assegnista o un dottorando non sarei tanto allettato ad abbandonare un Ateneo in crisi per andare in un altro che se non è in crisi comunque non potrà godere di ottima salute e comunque sarà già al limite delle proprie risorse. Quando si abbasserà “il canape” mi auguro piuttosto che questa volta si faccia un reclutamento un po’ più intelligente e giudizioso dei ricercatori, il che dipende anche molto da come il Senato sarà stato in grado di cambiare un atteggiamento che sinora è stato a dir poco disastroso. E visto che si è convinti dell’equazione giovane=di eccellenza, si smetta quindi di chiamare associati ed ordinari da fuori e ci si crei la propria classe docente autarchicamente. Fra l’altro costa parecchio meno. E per far ciò, proprio sulla scorta di quanto asserito nell’ottimo articolo della Lazzerini e anche di quanto ho avuto modo di sostenere di recente, sarebbe il caso di togliere i Presidi dal Senato in modo da eliminare quell’autocrazia giustamente deprecata. Per quanto attiene al reclutamento, comunque, la disposizione della Gelmini mi pare assolutamente insufficiente, dal momento che è tutto da dimostrare (come sostiene Archimede) che aumenti davvero la trasparenza nei concorsi, mentre è stato dimostrato dal delirio degli ultimi anni che la riforma Berlinguer in questo senso abbia fatto più danno della grandine, localizzando i concorsi e dando luogo – soprattutto in certi settori – a delle vere e proprie infamie.
    Naturalmente i miei sono pareri personali e non ho mai asserito di avere la bacchetta magica (semmai un querciolo magico).
    Noto inoltre che la questione della didattica sembra rivestire poca rilevanza, mentre si spinge sul concetto di ricerca. Va bene, insistiamo sulla ricerca e sulla questione dei Dipartimenti (che sono strutture esclusivamente scientifiche, perché le didattiche – lo si sa – sono le presidenze o Centri Servizi delle Facoltà come le si vuol chiamare). Accorpare i dipartimenti, quelli soprattutto scientifici, serve anche a cercare di mettere in comune (un concetto che molti scienziati aborrono) strumenti particolarmente costosi. Non c’è ragione di comprare – la butto lì eh non mi crocifiggete per queste inesattezze – dieci cromatografi per poi chiuderseli dentro le stanze e nei propri dipartimentini, quando magari ne basta uno che sia a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno. D’altronde si fa forte l’analogia con gli strumenti di lavoro degli umanisti (che sono per lo più i libri): ha un senso comprare dieci copie dello stesso volume per dieci biblioteche? No, perché basta andare (a Siena, dico, la si attraversa in venti minuti) nella biblioteca che lo possiede e servirsene a proprio piacimento.
    D’altro canto è inutile sperare in un miracolo: qualsiasi governo di qualsiasi colore si è finora impegnato al massimo grado a togliere risorse alle Università (e alla scuola in generale), a Siena ci hanno messo il carico da undici le belle gestioni di cui ci dilettiamo a discettare qui ormai da anni. I soldi non ci sono (anzi si è pieni di debiti) e i sacrifici vanno fatti. Così come è altrettanto evidente che non si venderà ricercatori al mercato degli schiavi, ma si venderà i palazzi (Pontignano, Bandini e così via).
    Assegni e dottorati sono dimezzati, è vero, però non è che si può pensare di risparmiare sulla spesa corrente soltanto pensionando la gente senza riassumerla (vendere i palazzi non serve a questo scopo, ma a estinguere i debiti consolidati), perché anche queste forme di collaborazione (che di collaborazione non dovrebbero essere perché quelli dovrebbero solo fare ricerca e non sostituire i docenti come invece è stata prassi finora) hanno dei costi elevati e quindi sono caduti sotto la scure dei tagli. Duole, ma è così.
    Ho paura che se ci si mette a piangere sul latte versato o ci si lascia andare ad un fatalismo disperato, non si farà che aggravare la situazione.
    Sempre al grido di Absit iniuria verbis! Mille scuse e una buona notte dal vostro Favi di Montarrenti

  6. 1) «In primo luogo con 1200 e passa docenti onestamente non si vede come si possano in tempi brevi svuotare i palazzi che trasudano storia.» Favi
    …………………….
    Meglio di me ha risposto Giovanni Grasso, che ringrazio per le puntualizzazioni e a cui rimando. Fornisco anche, come stimolo al dibattito, un documento di alcuni docenti romani e del CNR risalente al 2004: «La struttura demografica dei docenti universitari italiani rivela molte delle patologie da cui è affetta la nostra università: i docenti italiani sono di gran lunga più vecchi di quelli degli altri paesi ed i giovani trovano enormi difficoltà ad inserirsi, con la precarizzazione del lavoro che ne consegue […] L’elemento che salta subito all’occhio è il numero sproporzionato di docenti di età compresa tra i 55 ed i 60 anni (costoro nel frattempo sono giunti a 60-65 anni ndr.)[…] negli ultimi anni la legge sul reclutamento dei docenti universitari (210/1998) ha favorito la promozione del personale esistente piuttosto che l’assunzione di nuovo personale. Inoltre l’età dei nuovi assunti, compresa tra i 35 e i 45 anni, indica un lungo periodo di precariato.» A me ha fatto sempre molta impressione viaggiare per internet nelle pagine web di docenti americani, piuttosto che australiani, olandesi o siberiani ecc… e osservare le foto che li ritraggono: moltissimi incredibilmente giovani (vabbè… qualcuno ci marcia e ci mette le foto del liceo, dello sposalizio o del militare…); è vero che anche nel resto del mondo di questi tempi non si ride, ma sta di fatto che nei paesi con i quali ci vorremmo confrontare le sorti di un ricercatore si decidono in genere più rapidamente e soprattutto diversamente, le forme di reclutamento non essendo così cervellotiche ed ipocrite.

    2) «Giusto di recente sono state qui pubblicate delle statistiche ufficiali che mettevano in evidenza come ci sia una media di 20 circa studenti per ogni docente di ruolo.» Favi

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    Mi sa che la media crescerà, non per incremento di docenti, bensì per decremento di studenti.

    3) «Se i ricercatori non sono giovani è un altro discorso: molto male per chi coopta in questo modo assurdo, ma dubito che la cosa dipenda dalla crisi dell’Ateneo. È semplicemente una porcata di gran moda e verrà perpetuata finché non ci sarà l’ennesimo odiato ministro cui sembrerà opportuno mettere una regola per cui non può essere ricercatore chi abbia più di 28 anni o cose di questo genere.» Favi
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    La moda venne fuori, credo, perché pareva essere l’unico modo disponibile – per quanto perverso – per dare un tozzo di pane a qualche giovane. La cosa tuttavia è ampiamente degenerata. Per certi versi sfruttare il lavoro nerissimo è anche convenuto (il sindacato non vedeva…), molti hanno usato il contrattume come i turisti usano il mangime nella piazza del Campo, ossia per circondarsi di piccioni, con la differenza che poi i piccioni se ne vanno.
    Al contempo non si sono studiate altre forme più serie e adulte di lavoro a termine nella ricerca e nella didattica, come esistono in certi paesi civili coi quali osiamo confrontarci. Di cose ne dovranno cambiare in ogni modo parecchie, perché “ricercatore a 28 anni”, come dici tu, nell’attuale sistema suona quasi un ossimoro.
    Così non va: è vero che entrare all’università è sempre stato difficile e che in ogni caso non è obbligo fare questo mestiere, ma qui la gente viene tenuta in ostaggio fino a quarant’anni in una specie di limbo in cui pare che il tempo non trascorra. Non pochi ci vanno al manicomio e in ogni caso dubito che questa sia la via maestra dell’avviamento alla ricerca. E poi bisognerebbe chiarire cosa si intende per “ricercatore”: un tizio che insegna quanto un ordinario, ma è pagato un quinto e niente più? Uno che comincia la carriera di insegnante a quarant’anni con 1100 euro? O peggio: un tizio che è pagato 3000 euro lordi all’anno per insegnare poco meno di un docente strutturato con la prospettiva certa di ricevere una pedata nel didietro dopo essere stato accompagnato all’uscita? Non si capisce che posto abbia “la ricerca” in tutto ciò: può inoltre esistere un “ricercatore” laddove la ricerca si è estinta? La ricerca è come la Fabbrica del Duomo: un’impresa corale e personalmente ho l’impressione che spesso chi parla di queste cose, immagini come prototipo del “ricercatore” un solitario metafisico appollaiato in cima ad una colonna in mezzo al deserto, senz’altro bisogno se non di pane rancido e acqua, senz’altra comunicazione, se non con qualche cammelliere di passaggio. A me l’università italiana appare come una farmacia in cui qualche burlone abbia cambiato tutte le etichette ai farmaci. Insomma, le parole non denotano correttamente le cose.

    4) «Poi: questo collegamento fra eccellenza e gioventù a me sinceramente sfugge, per non dire che mi pare piuttosto pretestuoso.» Favi
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    – costruiremo l’uomo nuovo!
    – E di quello vecchio che ne farete?
    Tenendo conto che (ahimè) come dato di fatto mi tocca constatare che molti vetusti accademici si sono collocati in una specie di “pensione” motu proprio, cioè a dire figurano nei rispettivi istituti solo come targhette in una porta, seguite dall’invito al pellegrino di ripassare più tardi, possibilmente in altra data, forse in altra epoca, osservo poi che non tutti si chiamano Levi-Montalcini e non lavorano fino a cento anni. In ogni caso rinvio all’osservazione del punto 1): il problema del corpo docente anziano è anche lo iato generazionale, l’assenza di continuità nel passaggio del sapere, la mancanza di figure intermedie tra l’augusto venerabile “barone” e il giovin precario che si arrabatta per campare e per studiare.

    5) «Considerato poi come sono stati fatti i reclutamenti negli ultimi 15 anni, direi che è piuttosto vero il contrario, cioè che ad una maggiore esperienza ed anzianità si accompagna una maggiore capacità docente.» Favi
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    Allunga un po’ il termine: facciamo pure 25 anni!
    Contesto di base che gli scienziati e studiosi di oggi siano meno capaci di quelli di venti anni fa e credo lo testimoni anche il numero di pubblicazioni peer reviewed ecc … . Come minimo quelli di oggi (tu stesso lo riconosci) hanno fatto una gavetta più dura, con dottorati (non necessariamente in Italia) e borse di studio, frequentazione dell’ambiente internazionale della ricerca e un tirocino durato almeno un decennio. Alcuni ricercatori od associati di venti anni fa sono entrati con una bella infornata generale dopo qualche mese di assistentato, a cominciare da quello spiritosone di Brunetta (entrato grazie ad una sanatoria), che oggi incredibilmente afferma (ma porca miseria, è un ministro!!!!) che i professori devono avere vergogna di rivelare ai propri figli che mestiere fanno.

    «A proposito: eccellenza di cosa? Della ricerca o della didattica? Perché c’è differenza come Stavrogin sa meglio di questo povero boscaiolo.» Favi

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    Non ho mai capito come fa ad esservi buona ricerca senza buona didattica o viceversa, e dove mai uno dovrebbe imparare eccellentemente a scrivere e dar di conto, se non a scuola: le questioni sono inestricabilmente legate. Se poi vogliamo realizzare dei piccoli colleges popolari di serie B, allora per favore non parliamo di didattica “buona”, ma solo di criteri quantitativi e di metodi tayloristici nell’etichettatura del pollo “laureato”.

    «Che mania quella di voler delimitare i corsi di laurea e il numero delle strutture scientifiche eh? Forse sarebbe il caso di fare un passo indietro e andare a vedere come funzionava prima di queste riforme – diciamoci la verità – deliranti, dall’autonomia al 3+2.» Favi
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    Io non ho niente in contrario a ridurre i dipartimenti, che non sono cattedrali: basta non farlo a cacchio (come sento ronzare…) sulla base di criteri, diciamo così, “estrinseci”. I corsi di laurea sono stati già accorpati, com’è noto, per via del decreto Mussi: ma vedrai che questa sarà solo una tappa, giacché sospetto che fra un paio d’anni al massimo toccherà rimetterci mano. Allora: spariscono i corsi, le strutture scientifiche diventano irriconoscibili… ma perché mai uno studente di Calatafimi dovrebbe iscriversi a Siena, se non capisce nemmeno cosa si studia in quella sede? Il 3+2 non è che sia stato proprio un capolavoro e le lauree triennali una mezza bufala che ha ottenuto come unico effetto quello di abbassare il tono degli studi ed alzare il volume d’affari di fiorai e pasticceri; ma “prima” non era tutto rose e fiori: il problema del 3+2, mi par di capire, è che il “2” non c’è, o non è altro che la fotocopia decurtata di un anno del “3”; la laurea magistrale non interessa, nell’illusione artatamente indotta che il solo “3” basti a qualcosa, nella vita. La maledizione di questo paese è semmai che tutte le “riforme” si traducono in controriforme: questo – diceva qualcuno – è il paese delle controriforme senza Riforma.
    Buona notte.

  7. Da chi vorreste andare a lezione, da un Contini sessantacinquenne o da un ventottenne filologo attuale?

  8. «Da chi vorreste andare a lezione, da un Contini sessantacinquenne o da un ventottenne filologo attuale?» outis

    Certo… e le merendine di quand’ero bambino, le piccole cose (di pessimo gusto) di una volta ecc. ecc. Gianfranco Contini, mi pare, è morto nel 1990. Quanti Contini c’erano “ai tuoi tempi”? Io direi che più che contini (se vuol ballare/signor contino..) c’erano diversi baroncelli.

  9. A parte che sono “le buone cose di pessimo gusto”, in ogni caso i baroncelli si chiamavano Russo, Pasquali, Pellegrini, Arias, Colli (incarico gratuito), Bolelli, Traglia, Ragghianti, Ronga, forse più che baroni erano principi.

  10. Guarda Outis, che se voglio citare alla lettera so farlo. Ma non ho capito dove vuoi arrivare: chiudiamo le facoltà di chimica o di fisica perché i filologi non sono più quelli di una volta? E comunque ribadisco che accanto ai principi c’erano diversi cortigiani.

  11. Dove ci sono principi ci sono sempre anche cortigiani, ma chiarisco (benché mi sembri abbastanza chiaro) dove voglio arrivare: in Italia ci sono una quarantina di Conservatori, in Francia due. Abbiamo musicisti migliori dei francesi? Non mi pare; ai “miei tempi” sulla cattedra di letteratura italiana sedevano contemporaneamente Getto a Torino, Flora a Bologna, Russo a Pisa. Quando si decise di insegnare musica nella scuola media inferiore tutti plaudirono, ma oggi fu deciso e qualche mese dopo ci volevano centinaia di professori di musica, e li trovarono. Hai mai sentito dire che qualcuno abbia imparato qualcosa da costoro, non dico il setticlavio, ma a solfeggiare il più semplice spartito in chiave di sol? È chiaro ora dove volevo arrivare?

  12. … soprattutto abbiamo musicisti disoccupati, e l’implacabile Brunetta sentenziò che nel Parsifal ci sono troppi personaggi, peraltro non contraddetto dalla fazione politica opposta, per la quale la musica è un passatempo borghese. – Suggerisco a tutti di acquistare il libro e CD sul sistema di scuole musicali latino americane creato da quel genio polimorfo dell’ex ministro colombiano Abreu, con la collaborazione di Claudio Abbado: 240.000 studenti tra le favelas, nei “barrios”, da cui sono scaturite ottanta orchestre, cinquanta orchestre giovanili ecc. … giovani sottratti alla droga, alla miseria e alla criminalità (non sono dilettanti: il primo contrabbasso dei Berliner Philarmoniker è uno di loro). Da questa esperienza è scaturita la formidabile Orchestra Giovanie Simon Bolivar: questa è educazione musicale!, un fatto sociale, prima ancora che culturale, ma una cosa seria. Ora, non dico che alle scuole medie si debba insegnare il temperamento mesotonico, ma perdinci, almeno a tenere in mano lo strumento e a leggere il pentagramma! Outis, tu confondi le acque, perché il sistema dell’educazione musicale in Francia è diverso e più capillare che in Italia: una piramide al cui vertice stanno i conservatori, che non sono i “conservatori” italiani: ma in Italia, com’è noto, le piramidi nascono alla rovescia. Nel resto d’Europa poi… hai amici in Germania o nei paesi dell’Est? Dal punto di vista dell’educazione musicale di base l’Italia è molto, molto indietro (ma quando mai, in passato, nelle scuole si è insegnata “musica”, ovvero a leggere la musica e a suonare il violino, l’oboe, la chitarra classica o il pianoforte?).
    Tuttavia ti ripropongo la stessa questione più generale: sei proprio sicuro che la quantità e qualità della ricerca scientifica negli ultimi venti anni siano diminuite? E come dobbiamo considerare quelle legioni di ricercatori italiano dislocati all’estero?

  13. Non mi parlare dell’educazione musicale in Austria o nei paesi dell’Est che ‘l cor mi frangi.
    La qualità della ricerca scientifica, nel campo umanistico, che è quello che mi compete, è sicuramente diminuita e ciò a causa del completarsi della dissennata riforma Misasi che alla fine del suo ciclo perverso ha distrutto prima la scuola media e poi il liceo classico. Ma questa è un’altra storia, anche se il tutto si è inevitabilmente ripercosso sull’Università. A tal proposito ti narrerò un apologo frutto di una mia giovanile esperienza.
    Quando al mio paese misero la prima slot machine si azionava con 50 lire; scoprimmo che le rondelle del 12 avevano il medesimo peso e la medesima circonferenza delle monete della zecca, ne comprammo per pochi soldi alcuni chili e cominciammo a giocare con quelle. Quando vincevamo la macchina pagava in lire, una pacchia! Ad un certo punto, però, quando il serbatoio destinato alle vincite (ce ne sono due nelle slot machines, uno per i giocatori e uno, più capiente per il gestore) fu pieno di rondelle la macchina cominciò a pagare appunto in rondelle del 12 e la pacchia finì. Non è ancora chiaro dove voglio arrivare?

  14. Scusatemi se interrompo questo bello scambio culturale, ma volevo portare il mio scettico contributo a quanto proposto da stavrogin e qualche dato.

    Per quanto riguarda il blocco delle assunzioni, mi pare abbia parlato bene il rettore: il piano di risanamento per il 2009 non ne prevede, per cui che il blocco ci sia o no non ci riguarda.

    Per quanto riguarda il ricambio futuro, invece, ovviamente il problema esiste, e ovviamente andrebbe pianificato a partire dai presumibili pensionamenti (abbastanza prevedibili con un certo anticipo) e dai bisogni dei vari corsi di laurea. C’è qualcuno che sta facendo seriamente questi conti? E c’è qualcuno che sta lavorando alla costruzione di centri di costo da cui risulta quanto costa e quanto rende ogni corso? Io spero di si e attendo con ansia.

    Perché ho grande simpatia per i 30 e passa ricercatori che sono stati assunti all’ultimo tuffo, e immagino che sia tutta gente che merita e si è fatta il mazzo. Ma se esiste qualche documentazione da cui risulti che sono stati scelti in base ai criteri detti sopra, piuttosto che tramite i soliti conteggi cencelliani su chi conta e chi no, certamente è tenuta ben segreta. Per cui scetticamente sospendo il giudizio.

    Infine il personale tecnico e amministrativo. Nessuno mi pare abbia mai dato la colpa del tracollo agli appartenenti a questa categoria. Ma mi pare che ci siano pochi dubbi, visti i risultati, che abbiamo una delle peggiori amministrazioni dell’orbe terracqueo e questo sì che ci penalizza (almeno tre anni hanno cincischiato prima di dare la sveglia al rettore, mentre si perdevano 20-30 milioni all’anno).

    Comunque questi sono i miei conti sul numero di tecnici/amministrativi per studente, per le varie categorie, calcolati dai dati di statistica.miur.it

    Come è noto non so come si copia qui una tabella, e i miei messaggi pare svaniscano nella terra dei mai mai. Per cui li scrivo di fila. In ogni riga trovate, oltre all’area funzionale (come definita dal ministero, non chiedetemi a cosa corrispondono), la media nazionale del numero di dipendenti per studente (più è piccolo, più il personale è numeroso), il corrispondente dato per l’Università di Siena e, fra parentesi, il numero di operatori in quella categoria nel nostro ateneo.

    Come si vede, stiamo abbastanza sopra la media per gran parte delle aree funzionali, tanto che il numero totale è circa 1.7 volte la media nazionale.
    Come nota il Favi, questo potrebbe essere un fattore per cui abbiamo più servizi di altri, ma ovviamente ad un costo.

    saluti scettici,
    Sesto Empirico

    Area funzionale —————– Italia —————- Siena ————— (N)

    Amministrativa ed
    Amm.-gestionale
    —— 71.5 stud/oper —— 43.0 stud/oper —— (446)
    Biblioteche ————— 481 stud/oper ——– 174 stud/oper ——- (110)
    Dirigenza ammin. —- 5203 stud/oper —- 9581 stud/oper ——- (2)
    Serv. gen. e tecnici —– 352 stud/oper ——- 766 stud/oper ——- (25)
    Socio-sanit., Medico-
    odont. e Socio-san.
    — 255 stud/oper ——- 304 stud/oper ——- (63)
    Tecnica, Tecn.-scient.
    ed Elabor. dati
    ———- 108 stud/oper ——— 46 stud/oper ——– (419)

    Totale ———————- 31 stud/oper ———– 18 stud/oper —— (1065)

  15. «Ma se esiste qualche documentazione da cui risulti che sono stati scelti in base ai criteri detti sopra, piuttosto che tramite i soliti conteggi cencelliani su chi conta e chi no, certamente è tenuta ben segreta. Per cui scetticamente sospendo il giudizio.» Sesto
    ————
    Una volta esisteva la “presunzione di innocenza”, e si diceva che uno è onesto fino a prova contraria, ma pare che quest’idea sia tramontata anche nel diritto. Verosimilmente questi ricercatori sono stati reclutati con gli stessi identici criteri con cui sono stati assunti tutti i partecipanti a questo forum (“hypocrite lecteur…”), dal più umile ricercatore al più insigne ordinario. La differenza, appunto, è che i ricercatori d’oggi si sono fatti un “mazzo” più grosso di certuni che hanno depositato i loro augusti deretani in cattedra nei bei tempi felici delle sanatorie. Trovo un po’ sconcio gettare la croce sempre e solo sui più giovani, insinuando che loro e solo loro, che non hanno mai sentito parlare – forse per scarsa conoscenza del latinorum – di “ope legis” (del genere di quella con cui nel 1973 si consentiva a chi avesse avuto un incarico per almeno tre anni nell’università di conservarlo a vita), sarebbero stati assunti con metodiche strane ed equivoche. Credo che molti tentino solo di spostare i riflettori altrove, avendo evidentemente qualche osso e qualche scheletro nell’armadio, o di lenire i sensi di colpa per aver lasciato in eredità alle giovani generazioni questo popò di disastro. A proposito delle grandi infornate dei “bei tempi andati”, leggo da “Il Riformista”: “per avere un incarico, non ci voleva che qualche amico in facoltà; chiunque avesse scritto qualche paginetta su una rivista di periferia poteva candidarsi, con buona probabilità di essere ammesso. Per coprire materie fondamentali, furono scovati e nominati amici casuali, antiche conoscenze, parenti di parenti”. Di tutto ciò, se si escludono le confraternite dei raccomandati e dei figli d’arte, le “giovani generazioni” hanno notizia solo dai racconti dei più anziani. Una prece: smettiamola di giocare con la vita della gente.

  16. Colgo l’occasione, al volo, per sentirmi moralmente in sintonia con Stavrogin. Basta avere un professore amico, mi fu detto dal prof. S.**** e basta avere un professore amico mi fu detto da noto politico di maggioranza… Il guaio è che non ho amici in facoltà anzi ho dei fierissimi nemici. Perché? Ma lo sai bene: non ho fatto atto di sudditanza politica, culturale, ideologica. Sarebbe stato come chiedere la grazia al duce per uscire di carcere: un suicidio.
    Il Bardo

  17. Stavrogin, sono d’accordo che sarebbe sconcio gettare la croce sempre e solo sui più giovani, ma qui nessuno lo ha fatto. Scetticamente, vediamo di discernere gli argomenti.

    Tu parli dei criteri sulla base dei quali sono stati selezionati i ricercatori assunti, sui quali mi pare di avere io stesso per primo esercitato quella che chiami “presunzione di innocenza”. Non mi pare di avere avanzato dubbi che siano stati valutati correttamente, né ne avrei avuto motivo.

    Io parlavo dei criteri sulla base dei quali sono stati selezionati i settori per i quali chiamare il concorso di ricercatore, che vorrei ben sperare che non avvenga sulla base dei meriti del presunto vincitore (o siamo diventati favorevoli ai concorsi ad personam?) ma su quella delle reali necessità didattiche e di ricerca di corsi di laurea e dipartimenti, della sostenibilità dell’impegno economico e della reale capacità di offrire opportunità di carriera al futuro vincitore, chiunque sia.

    Ammetterai che la colpa principale di chi ci ha portato in questo pasticcio è proprio quella di aver tolto opportunità ai giovani, con una politica demagogica che se ne è infischiata della sostenibilità.

    Oggi, il primo impegno che si assume chi coraggiosamente sta cercando di portare avanti la baracca è quello di assicurarsi che la nave sia in condizioni di stare a galla, proprio per permettere ai giovani di salirvi.

    Ma un’altra cosa importante è, a mio avviso, fare in modo che chi vi sale sia in grado di lavorare per fare andare la nave a vele spiegate, e non per vivacchiarci mandandola a fondo.

    mi scuso per la retorica marinara 🙂
    Sesto Empirico

  18. Rilanciare l’ateneo… Oggi c’è l’ultima! Nonostante i vanti del buon Vedovelli, uomo ligio al regime, su qualità e “quadrini” (lo stato ci finanzia, hip hip hourrà!), s’è scoprto buco di 1,5 milioni di euro che fa concorrenza, per difetto, a quel buco che volevano incollare addosso al buon Focardi, che certo ci seguirà dalla terra dei pinguini. Per fortuna che c’è sempre il Calabrese a vantare le magnifiche sorti e progressive.
    Il Bardo

  19. Io la storia dei ricercatori l’ho capita così – e non mi risulta che sia successo nulla di nuovo per dover cambiare opinione.
    1 – La scelta di destinare un posto di ricercatore a una gruppo disciplinare non ha nulla a che vedere con le necessità didattiche e scientifiche delle discipline coinvolte in una Facoltà, primo perché il ricercatore non dovrebbe far didattica (e quando conviene lo si ricorda), secondo perché si delibera – fino a prova contraria – la destinazione del posto in base al gradimento di chi richiede, anche perché è ben difficile dire quanto ‘valga’ il candidato locale (di solito, non sempre: a volte si bandisce per aiutarsi in un trasferimento) esistente;
    2 – gli altri commissari che giudicheranno sono scelti della maggioranza che regge il settore disciplinare e che prima dei concorsi riparte opportunamente i voti per avere certi risultati (certi anche nel senso di: previsti).
    Ergo, dipende dalla serietà del singolo settore disciplinare aver risultati buoni o meno, oltreché dal proponente commissario interno.
    Ergo ancora: tra quelli ultimamente assunti, ci può essere il posto meritato come anche il più indegno, perché scelto in base a considerazioni del tutto estrinseche al concorso.
    È quindi anche impossibile dire – e quindi chiedersi – se fosse opportuno o meno procedere all’assunzione. Ci si poteva invece chiedere se mai, realisticamente e cinicamente visti i conti d’Ateneo, se senza assunzioni dei nuovi si agevolava o meno la sussistenza del’Ateneo stesso. Qualcuno la chiama più elegantemente ‘sostenibilità’? O sbaglio?
    Archie

  20. Archimede: “La scelta di destinare un posto di ricercatore a una gruppo disciplinare non ha nulla a che vedere con le necessità didattiche e scientifiche delle discipline coinvolte in una Facoltà, primo perché il ricercatore non dovrebbe far didattica (e quando conviene lo si ricorda), secondo perché si delibera – fino a prova contraria – la destinazione del posto in base al gradimento di chi richiede,...”

    Beh, questo dipende. Innanzi tutto i ricercatori fanno didattica eccome (e non si vede come potrebbero non farla anche perché sorprendentemente le università finora non sono pagate per farla: il fondo di finanziamento ordinario non è basato se non in minima parte sulla attività di ricerca). Secondo, quando assumi un ricercatore dovresti prevedere che, a meno che non fallisca, dovrebbe avere davanti una carriera prima da associato e poi da ordinario. In altri termini, si tratta di una pianificazione di lungo periodo. Terzo, la presenza di almeno un cadidato di valore (locale o no) è un fattore importante: non puoi bandire un concorso e trovarti a dover assumere un candidato scadente. Se poi ne arriva uno migliore, tanto meglio.

    Che poi finora le cose siano andate spesso come dici tu, con posti attribuiti per convenienze clientelari, politiche, familari e personali, questo è un altro discorso, ed è parte integrante delle pratiche che hanno portato allo sfascio anche economico. Ed è esattamente il motivo per cui lamentavo di non riuscire a trovare una documentazione sui criteri usati per assegnare i concorsi.

    Nota che nella prospettiva virtuosa cui accennavo prima, la struttura a piramide (per ogni ordinario due associati, per ogni associato due ricercatori..) tanto cara all’ ex-ministro Mussi non ha senso, tant’è che non la troverai nelle università che funzionano (ad esempio anglosassoni). Se ogni ricercatore deve avere l’opportunità di progredire nella carriera (salvo sue carenze), allora bisogna prevedere numeri simili per i tre ruoli, altimenti ci si trova con a) un buon numero di ricercatori ultracinquantenni totalmente demotivati e b) un numero comunque eccessivo di professori associati, perche molti ricercatori riusciranno comunque a passare di grado. I quali due fenomeni contribuiscono a saturare i ruoli e a impedire che ci siano risorse per lo svecchiamento, il che per l’appunto è quello che abbiamo davanti.
    Va da sè che per ora sarebbe già grassa poter assumere dei ricercatori, ma è una prospettiva che andrà tenuta presente.

    saluti,
    Sesto Empirico

  21. Scusate, ma a parte quanto sostiene Archimede (che ne sa parecchio evidentemente), gli altri mi possono dire a che cinema lo danno quello spettacolo di cui parlano, perché mi sono perso il trailer e al mio cinema preferito (al mio paese di origine, l’Astra) non lo danno!
    Idem per quel film dove si riparmiano 35.000.000 di euro (35.573.534 per la precisione) l’anno preservando integre tutte le attuali caratteristiche di questo Ateneo e continuando ad assumere giovani e baldanzosi ricercatori dotati di capacità didattiche e scientifiche superlative e – giusta i desiderata di molti frequentatori di questo blog – mandando possibilmente a casa a calci circa trecento amministrativi, assunti solo per far piacere a due o tre dirigenti dalle vaghe inclinazioni criminali.
    Potete inviare il volantino di queste proiezioni a:
    Favi di Montarrenti, Colonna di Montarrenti, 53076 Rosia (SI)
    Mi arriva, state tranquilli.
    Buona serata da un incredulo Favi di Montarrenti

  22. «1 – La scelta di destinare un posto di ricercatore a una gruppo disciplinare non ha nulla a che vedere con le necessità didattiche e scientifiche delle discipline coinvolte in una Facoltà, primo perché il ricercatore non dovrebbe far didattica (e quando conviene lo si ricorda)» Archimede
    ————————-
    Che i ricercatori non facciano o non debbano fare didattica in effetti, è la battuta più comica che abbia sentito negli ultimi giorni. Vi sono luoghi ove se la didattica non la facessero i ricercatori, si creerebbero problemi molto (per favore: parlare conoscendo i fatti!). Ciò rende una domanda ineludibile, ossia: che senso ha la figura del “ricercatore” in quanto tale, quando com’è noto i ricercatori sono solo docenti di terza fascia? Il ricercatore “puro” ha senso nei centri espressamente dedicati alla ricerca, dove la gente fa ricerca dalla mattina alla sera, ma le facoltà e i loro corsi di laurea non sono strutture di questo genere.
    Diciamo le cose come stanno: un ricercatore insegna più o meno quanto un ordinario o un associato, è un docente strutturato (vedi capitolo “decreto Mussi”) e costa molto meno di un associato: ed è questa la sola, unica ragione per cui “i giovani” vengono reclutati come “ricercatori”. In ogni caso qui nessuno (tranne qualche esagitato) dice o ha detto (ovviamente) che tutti quelli che gravitano attorno all’università debbano diventare “ricercatori”: entrare all’università non è mai stato facile ed è pura utopia pensare che un ateneo, anche in condizioni economiche più floride del nostri, possa strutturare centinaia di persone. Ma il problema non può essere eluso, giacché la realtà appare esattamente quella opposta, ossia che oggi pare non esservi più posto per nessuno. Il problema che si pone è dare una chanche ai migliori, assicurare contiuità della ricerca e il cambio generazionale. Può anche darsi che alcuni abbiano già fatto il pieno, ma non è ovunque così. Quindi mi pare non del tutto fuor di luogo la domanda: “che fine farà l’università, che è già una specie di Campansi?”

  23. Caro Stavrogin,
    io sono un Tuo ammiratore, ma sui ricercatori non posso concordare. Dipende, come tutto da noi. Lo sanno anche i bambini piccini che ci possono essere ricercatori che – più o meno come certi professori – non vanno mai in Facoltà, neppure nella città in cui essa risiede…Tutto dipende dal buon cuore e da quanto ci tiene a far carriera, oltreché ovviamente dai proff. che però si rispettano di solito l’un altro in vista di analogo trattamento. Se è chiaro al ricercatore che non ha prospettive – di nuovo per mille motivi diversi – si siede, fa qualcosetta per il giudizio triennale laddove è dato con qualche rigore (per i professori ordinari, obbligatorio per legge mi risulta mai applicato analogo requisito: noblesse oblige…) e il gioco è fatto. Poi ci sono quelli che si fanno il c… che mandano avanti tesi ed esami ecc., non c’è dubbio. Ma la “par condicio” non è prassi italica, in nessun campo! Perciò la terza fascia di docenza è a volte poco, a volte troppo, come gli stipendi, bassi per modo di dire, tenuto conto di quanto fa un ordinario ‘normale’, e infatti da Francia e Inghilterra ambiscono venir da noi per la ‘pacchia’ – se non han bisogno di certe strutture gli va bene, eccome.
    Come reclutare i migliori e come farli avanzare è problema serio eccome. A mio avviso la pubblicità è importante: dei posti che ci saranno e in quali settori, dei criteri di valutazione, dei giudizi dei colleghi ecc. Intanto, mentre noi ci scanniamo sulle briciole e i laboratori saranno fermi tra breve, fatevi dire quanto investe la Fondazione in Toscana Life Sciences e ditemi come possiamo fidarci della parola dei finanziatori e del presidente (Ceccherini, no?) del CdA…
    Gli istituti con i ricercatori puri ci sono eccome!
    Archie

  24. Cari bloggers,
    state facendo davvero un grande lavoro! Complimenti vivissimi. Avrete saputo che anche il problema dell’università per stranieri è emerso in modo evidente. Un bilancio naturalmente più semplice di quello dell’Università storica ha però dovuto registrare una criticità evidente, cui il blog dovrebbe riservare un’attenzione specifica.
    Io mi limiterei ora al problema ricercatori, che giustamente deve essere al centro dell’attenzione. È da loro che viene il futuro! Ricorderei non solo la mancanza di un vero status legale con tutto quel che ne discende sul problema “didattica” soprattutto, ma anche la probabile impossibilità di disciplinarlo in modo uniforme per tutte le Facoltà: umanistiche e scientifiche hanno problemi diversi anche in questo caso.
    Ma chi è sensibile ai problemi senesi è stato giustamente richiamato alla questione dei fondi dalla Fondazione MPS dati a varie società di ricerca locali.
    A parte la difficoltà di valutarne i risultati, c’è da chiedersi:
    1) Come vengono assunti i ricercatori di quegli enti? Che tipo di selezioni sono fatte? Non dimenticherei che i fondi loro sono para-pubblici essendo della Fondazione patrimonio “senese”. Perché non si cerca di vedere questi problemi con la stessa cura? Forse, per l’entità dei finanziamenti, ce ne sarebbe anche più bisogno!
    2) Che tipo di rapporto c’è tra l’attività dei vari enti sovvenzionati e quella che si svolge nei Dipartimenti universitari? Che tipo di sovrapposizioni? Che tipo di controlli incrociati sui risultati? Anni fa proposi che la Fondazione avesse un “tecnico” responsabile di alto profilo (o due: uno per il settore umanistico e uno per quello scientifico) per dare pareri sulla coerenza delle scelte di investimento scientifico. Non se ne è fatto nulla: come, incrinare la discrezionalità (tendenzialmente partitica) dell’organo politico?
    Date un contributo: Voi ne avete le qualità, bravi!
    Grazie,
    m.a.
    (Dimenticavo la novità del giorno: il sindaco sostiene ora che bisogna mettere negli enti i competenti a prescindere dalle appartenenze: già, ma non dice come, attraverso quali procedure, per cui sono parole, o segnali ai partiti, a qualche candidato e ai suoi sponsor perché facciano certe cose, altrimenti… il “do ut des” è vecchio sotto il sole e non necessariamente criminoso, sia chiaro!)

  25. Ma stranamente l’Amm.ne Comunale ha messo dei coglioni-magari usciti di contrada: tutto fa potere – in posti dirigenziali. Io non ne riconosco la legittimità… Lo dice o no anche la Finocchiaro del Berlusca e C.? Non ne riconosco l’autorità. A me han negato anche un centro didattico pur essendo maestro elementare e docente-ricercatoere laureato in lettere. Sarà che non ho tessere.
    A proposito: la Fondazione MPS – son 10 persone miliardarie e affini che comandano a Siena e dintorni – ha stanziato 200.000 euro alla Moschea colligiana e neppure 1000 euro a me per una ricerca storica di ampio respiro. Bravo arcangelo Gabriello e bravo Mussari.
    IL BARDO

    Addenda. Stamane sono stato avvertito di un tentativo di colpo di stato da parte del PD inerente la legge elettorale. Mi si dice cher il PD vuol cancellare tutte le opposizioni di sinistra. E poi il fascista sarebbe solo il Cavaliere Nero! Ma niente può stupire: basta vedere come gestiscono banca e università. Speriamo non ci facciano fare la fine degli Spartachisti o di Gramsci, fatto marcire in galera anche da Togliatti e soci.
    W la libertà! W la democrazia! No ai golpisti!
    Il Bardo

  26. Grazie Professore Ascheri, bentornato! Abbiamo bisogno di queste informazioni dalla città, specialmente noi costretti all’estero! Mi ha fatto venire in mente una questione diversa che bisognerebbe segnalare agli amici dell’Onda (intervengono nel blog? Io non riesco a seguire tutto). Si rendono conto che questi vari istituti di ricerca foraggiati con danari “para-pubblici” (come dice Lei) sono istituti privati, privatissimi? Si oppongono alla Fondazione universitaria (che non si sa bene neppure che sia), i ragazzi, e assistono senza batter colpo alla nascita di queste ricche strutture che umiliano gli istituti universitari per la ricchezza delle dotazioni. Ma avete visto che palazzone hanno fatto al Petriccio distruggendo il mio vecchio campetto di calcio, ohimè…? Che dolore, nessuno ha detto niente. Rassegnazione, sdegno silenzioso, questo è quel che trovo quando rientro a Siena. Beh, diciamo pure non è che a Firenze vada poi tanto meglio, ma la mancanza dei contributi della Fondazione lascia un po’ più di mobilità politica. Se il centro-destra non fosse così molliccio se ne vedrebbero delle belle.
    Questi ragazzi dell’Onda, vittime di forze politiche molto interessate a certe manovre, vedono solo quello che gli vogliono far vedere. Quindi solo il governo ladro. Qui sono le forze politiche di sinistra, dal PD a Rifondazione, che promuovono la privatizzazione della ricerca. Con la benedizione delle istituzioni, a cominciare dalla Provincia.
    E che rapporto c’è tra TLS e Novartis? Solo materiale contiguità? Mi dicono che neppure un’antenna per i telefoni sono stati capaci di piazzarci negli spazi Novartis. L’hanno messa fuori del suo recinto, in un campino per i giochi dei bambini!
    I Comuni solidali, compatibili e democratici oggi si muovono in questo modo, alla faccia della partecipazione. La circoscrizionie, mi dicono gli abitanti del luogo, neppure li hanno sentiti, come quando hanno piazzato la TLS che potrà (pare) manipolare materiali genetici e nucleari a un passo dagli abitati.
    Amen, meglio i miei padroni, privati sul serio, non per finta con questi, che socializzano le perdite e lucrano i guadagni. Alla faccia nostra.
    Arlecchino

  27. Favi, non so che tipo di film diano a Rosia, immagino truculenti. Noi non abbiamo più nemmeno i soldi per il biglietto, e ci limitiamo a fantasticare un qualche lieto fine.

    Sulla ineludibilità delle dismissioni immobiliari non ci piove: non si può fare un mutuo per pagare i mutui. Degli altri risparmi (affitti, contratti) si è già detto.
    Sul personale, mi pare chiaro che non è una scelta fra docenti e non docenti: entrambi vanno tagliati. E non perchè abbiano colpe specifiche, ma perchè (come mi pare dimostrato) sono troppi rispetto agli incassi. Non confondere le accuse all’amministrazione (pessima) con gli impiegati amministrativi (in gran parte ottime persone).

    Ma contrariamente ai cinghiali, né i docenti né i non docenti possono essere sfoltiti a fucilate: bisogna aspettare il passo della pensione.

    Il prof Grasso ha già anticipato che per un buon numero di docenti il passo verrà abbastanza alla svelta. È possibile che per i non docenti ci voglia di più.

    E visto che ci vuole il suo tempo, perché non si dovrebbe pianificare la situazione in cui ci si verrà via via a trovare, creando qualche scivolo qui e prevedendo qualche assunzione (non subito, che comunque non si potrebbe) là, per cercare di mantenere nonostante tutto un buon livello di didattica e di servizi ed evitare di passare poi di colpo da un corpo accademico di gerontosauri ad uno di pivelli, sacrificando una generazione di gente capace, per poi finire probabilmente colonizzati per mancanza di ricambi? E non richiede questo che si faccia innanzi tutto chiarezza sui centri di costo e sui costi e guadagni di ogni corso e di ogni servizio?

    Personalmente ho in mente un altro film dell’orrore. Uno in cui ci vengono a tranquillizzare che non faranno mai una fondazione pivata, per farne poi una pubblica in mano a partiti e amministratori locali e regionali, come se non fosse una prospettiva molto più agghiacciante.

    saluti,
    Sesto Empirico

  28. Mah, non sarà meglio per loro fare appunto dei ricchi istituti, come dice Arlecchino, che almeno li controllano da subito, e lasciare i professori e amministrativi a scannarsi nel dividersi risorse sempre più limitate?
    La ricerca costosa fuori dell’Università lo è già in molti paesi: Max-Planck-Institut in Germania, varie Ecoles, scuole speciali in Francia. Da noi semplicemente non si sa razionalizzare per incapacità/ignoranza che induce mancanza di volontà politica.
    L’università per Stranieri di cui si è parlato in questi giorni mi risulta che abbia un 50 docenti (ricercatori compresi, ma escludendo contrattisti ecc.) a fronte di un centinaio di matricole. Che senso ha? Si trasferisca il corso di laurea loro (Mediazione linguistica) a Lettere di Siena o di Arezzo e la Stranieri divenga un Istituto Nazionale per la Lingua Italiana, autonomo o integrato con l’Accademia dei Lincei che non mi risulta particolarmente florida. Invece di un Rettore, gli si dà un Direttore scientifico (accanto ad uno Amministrativo) eletto dai settori disciplinari coinvolti e si fa una cosa seria, con programmi pubblicizzati e risultati verificabili. Che ne dite? Così si potrebbe fare in molte altre situazioni, combinando opzioni individuali e concorsi per i trasferimenti, insomma con metodiche non impossibili da progettare.
    Meno università di numero, ma con un’identità più certa, con carichi didattici equilibrati e prestabiliti, non Vi pare?
    Archie

  29. @ Sesto Empirico

    Non ce l’avevo con te, ma con chi mi sembra – ma può essere impressione fallace – che passato il momento di sgomento si metta a pontificare perdendo – per l’appunto – il senso della misura. Preoccuparsi è giusto, cercare di immaginare una risalita ed evitare quel fenomeno di passaggio da Campansi all’asilo nido altrettanto giusto. Altresì mi pare opportuno – a questo punto – cominciare ad affrontare le responsabilità che non credo proprio che siano nel senso cui accennavi tu (cioè che i dirigenti ci abbiano messo anni ad avvertire il Rettore, semmai il precedente Rettore ci ha messo anni per formare quei pochi dirigenti a proprio uso e consumo e ad addestrarli alla malversazione ed alla finanza allegra). Inoltre si deve essere molto prudenziali nell’immaginare “the brave new world” perché l’imperscrutabile disegno divino potrebbe privare l’Ateneo di una percentuale alta di studenti e quindi tutti questi conti potrebbero risultare sballati e non esserci bisogno di tanti reclutamenti. I pensionamenti arrivano e neanche tanto lentamente anche per il personale tecnico-amministrativo visto che nei prossimi due anni vengono meno circa 150 persone a carico dell’Amministrazione (anche per effetto dei prepensionamenti che per i docenti non esistono e non mi si dica che il biennio di fuori ruolo di cui sono stati privati vale come prepensionamento). Inoltre, e chiudo, sarò anche truculento, ma i 35 milioncini e passa di disavanzo sono lì nel bilancio di previsione 2009 e le chiacchiere stanno a zero. Nel frattanto vengono già banditi alcuni assegni di ricerca (oggi tre), quindi anche questa preoccupazione di “svuotamento” dei palazzi dalle giovani forze che qui si leva forse è eccessiva. Inoltre si deve stare attenti al teorema delle rondelle del dodici qui poco sopra esposto. Ci sono dei tagli è vero, ma quelli erano inevitabili.
    Ultima cosa: i sindacati confederali hanno preso giusto ieri una scoppola clamorosa riuscendo a far eleggere in CdA come secondo soltanto il “leader carismatico”, mentre prima con una marea di voti è stata eletta una consigliera sostenuta da sparute sigle autonome. La libecciata – come si dice al mio paese di origine (che non è Rosia come si sarà capito) – è cominciata. Segnali importanti di cambiamento ci sono. Vediamo che succede e continuiamo (continua pure con il mio appoggio morale per quel che conta) a sognare il mondo (accademico) nuovo.
    Ave et vale dal Favi di Montarrenti

  30. Ma un vi lamentate… ora ridanno anche i buoni pasto… La pensione verrà, prima o poi. Meditate però sul Gattopardo. Che tutto cambi affinché nulla cambi.

  31. I privati(?) ci avvertono:

    Liaison Office di Ateneo è lieto di inoltrare l’invito al prossimo
    seminario organizzato dalla Fondazione Toscana Life Sciences e Toscana Biomarkers Srl, dal titolo:

    “AQP4 and MOG in neuromyelitis optica: who do what?”

    Jérome de Seze
    Professor of Neurology
    PhD of Immunology
    Chief of the Department of Neuroimmunology in Strasbourg
    Members of the CNRS (LINC, biopathology of the myelin team)

    Venerdì 16 Gennaio 2009 ore 15
    Conference room TLS, Via Fiorentina 1, Siena

  32. Scusa, non ho capito, Archie. Vuoi sottolineare che l’Università pubblica fa pubblicità agli enti di ricerca privati? Piuttsto mi chiederei che è la Biomarkers? Il Vs. PD non ne sa niente? Non ha ufficio università? E il sindacato sempre vigile sui problemi della pubblicità che ne dice? Del resto, scusa, ma può essere un modo per avvicinare i due mondi, per conoscersi reciprocamente. Gli scienziati della Vostra Università perché non intervengono sul tema?
    Hanno paura di non essere “chiamati” al momento giusto? Fateci capire, professori!
    Grazie, noi siamo umili servitori di provincia (anche se di quella dove si beve bene…)
    Arlecchino

  33. Favi: «Altresì mi pare opportuno – a questo punto – cominciare ad affrontare le responsabilità che non credo proprio che siano nel senso cui accennavi tu (cioè che i dirigenti ci abbiano messo anni ad avvertire il Rettore, semmai il precedente Rettore ci ha messo anni per formare quei pochi dirigenti a proprio uso e consumo e ad addestrarli alla malversazione ed alla finanza allegra).»

    La tua frase mi suscita un gran numero di scettici dubbi:

    1) Anche se a me sembrerebbe più probabile che il Rettore della situazione si sia reso conto in modo graduale. Ma che sia stato pienamente informato della situazione solo nel settembre 2008 non l’ho inventato io ma lo ha sostenuto lui più volte, senza essere smentito.

    2) Sulla individuazione delle responsabilità lascerei lavorare la Guardia di Finanza, che certamente per questo è più attrezzata. Quello che serve davvero di sapere è cosa e come è successo, per evitare che risucceda. Eventuali pece e piume per i colpevoli sarebbero solo un costo.

    3) Che il precedente rettore abbia lavorato sinistramente per anni per traviare la gioventù è una ipotesi suggestiva, ma io trovo anche più semplice ipotizzare che l’amministrazione non avesse nessun bisogno di essere traviata, essendo da sempre (intendo almeno con tutti i rettori del dopoguerra) abituata a metodi amministrativi “disinvolti”. Certamente si trattava di altri tempi, altre dimensioni, altri problemi, magari altri uomini e certamente altri risultati. Ma ho la netta sensazione che se si andassero a valutare con i criteri di oggi i metodi dell’aministrazione con qualsiasi rettore passato, probabilmente li si metterebbe in galera e si butterebbe la chiave. La differenza sta nel risultato, senza dubbio, ma non sono sicuro che stia nel metodo.

    4) Che io sappia, il livello qualitativo di molti servizi dell’amministrazione dal punto di vista tecnico non è mai stato eccelso (non tutti, ce ne sono anche di ottimi). Ma basta pensare che da sempre pagato le fatture due volte l’anno, essendo chiusa per palio da giugno a settembre inclusi e poi ancora da novembre ad aprile per (nessuno rida!) la “chiusura dei conti”, pratica sconosciuta a qualsiasi amministrazione decente. Pensa poi che negli uffici contabili non si è mai sentita la mancanza di un impiegato in grado di fare una telefonata in inglese. E se vai alla pagina web dell’ufficio relazioni internazionali troverai che è disponibile solo in italiano! Se vai a farti fare un certificato e hai abbastanza primavere sulle spalle, scoprirai che i tuoi dati possono essere in tre database diversi che non comunicano fra loro e che come si accede al più vecchio se lo ricordano solo alcuni, almeno finché non saranno prepensionati. E in ogni caso il buon prof. Barretta riferiva di essere rimasto basito per la mancanza delle più basilari norme contabili, a tutti i livelli. No, il tuo malefico rettore sarebbe stato troppo bravo!

    5) Della eccellenza nella didattica e nei servizi sono ovviamente contento. Ma mi piacerebbe anche sapere come sono valutate. Per la didattica, ad esempio, temo si tratti principalmente della percentuale degli studenti non fuori-corso. Dato certamente desiderabile se indica una efficace attività didattica, ma molto meno se risultasse solo da un abbassamento delle soglie di valutazione. Come sia per i servizi lo ignoro. In ogni caso tutto ciò ho letto che potrebbe valerci un mezzo milione in più, che non è poco ma neanche tanto.

    Insomma, mi scuserai se per ora su questi punti preferisco sospendere il giudizio e se conto molto sul nuovo direttore amministrativo per un “cambio di passo” anche nella qualità dei servizi.

    saluti,
    Sesto Empirico

  34. Mmmmm … Mi sa che condividiamo la sostanza, ma apparteniamo a due scuole retoriche diverse. Parto dall’ultima cosa: io ci conto tantissimo sul nuovo direttore amministrativo, ma tantissimo davvero perché nei suoi primi passi sta dimostrando di saperci fare parecchio. Ti ricordo peraltro che al momento il DA ha solamente spianato la vecchia nomenklatura almeno negli uffici centrali e l’ha rimpiazzata con risorse interne, in alcuni casi messe lì dalla vecchia amministrazione per risolvere le rogne scaturite dal disastro. Un esempio per tutti la Ragioneria.
    Punto 1) Mi risulta per dichiarazioni dirette del Rettore e del vecchio DA che del casino se ne siano accorti il 14 giugno e non a settembre. Mentre per il Rettore – data la sua palese ingenuità per certe vicende – sono disposto a crederlo, mi vesto dei tuoi panni di scettico per il DA, il quale sta avanzando ormai da mesi come linea di difesa che lui era all’oscuro di tutto, dal che a) se è vero non è mai stato in grado di fare il DA e comunque vista la funzione vale il principio della responsabilità oggettiva legata alla carica (e allo stipendio, please, non ce ne dimentichiamo); b) se non è vero, cioè egli sapeva tutto, discende che è responsabile civilmente e penalmente.
    Punto 2) Non ci lavora la Guardia di Finanza, ma la Magistratura che – sempre a regola di bazzica – ha sei mesi per concludere le indagini e rinviare o meno a giudizio. Tale è il termine perentorio a decorrere dalla notifica degli avvisi di garanzia. Basta avere pazienza. Comunque le responsabilità non sono solo civili e penali, ma strategiche, accademiche e politiche e – ahiloro – questo attiene agli organi di governo (Rettore/Rettori, Senato, CdA).
    Punto 3): su questo non sono assolutamente d’accordo, perché fino all’approvazione della legge sull’autonomia i conti tornavano eccome e non poteva essere diversamente, visto che il FFO – almeno per quanto attiene alle spese per il personale docente e non – veniva erogato direttamente alla Banca d’Italia che si faceva carico di tesoreria e di erogare gli stipendi. E con quella si scherzava poco. Ergo empiricamente sono coinvolti nel dissesto l’ultimo scorcio del rettorato Berlinguer, l’intero rettorato Tosi (che ti posso garantire è stato molto malefico come peraltro dimostra la fine del suo rettorato nonché lo stato dei conti come è stato ribadito fino alla nausea dal nostro ospite qui).
    Per i punti 4) e 5) ti do parzialmente ragione (ma non ti ho mai dato torto). Volevo solo sottolineare in alcune occasioni che quando si adotta una regola questa debba valere per tutti. Se si tiene conto delle statistiche nazionali sulla qualità, se ne deve tenere conto per tutte le componenti dell’Ateneo e non solo di quelle che fanno comodo a qualcuno e lo scomodo di altri. Se siamo nei primi posti per la qualità della didattica e della ricerca, lo siamo anche per i servizi erogati dal personale tecnico-amministrativo. Altrimenti non se ne tiene conto e si riparte da zero rimettendosi in gioco TUTTI. Penso di trovarti d’accordo su questo.
    Colgo l’occasione per fare un’analogia che personalmente mi ispira ad una certa cautela nel discorrere e programmare riforme e rivoluzioni.
    Dice Erwin Schroedinger:

    “Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme con la seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegra, ma anche in modo parimenti verosimile nessuno; se ciò succede, allora il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato. La prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione Ψ dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con uguale peso”

    Ecco: l’Ateneo di Siena al momento è come il gatto, è vivo e morto allo stesso momento. Quando il piano di risanamento sarà stato applicato e il DA avrà messo in opera tutte le proprie capacità che sinora ha dimostrato e avrà – spero – saputo tirar fuori il meglio da tutti, si aprirà la scatola e solo allora potremo far luce sullo stato effettivo: vivo o morto?
    Un quantistico Favi di Montarrenti

  35. Bene! Favi, dimostri che chi sta all’aria aperta, in mezzo agli animali, respira meglio e più sensatamente degli accademici (che vivono in mezzo alle bestie?): troppi consigli e scartoffie, equilibri di poteri, vendette ecc. ecc., ma poca ricerca vera!
    Sfogliavo riviste straniere in Biblioteca Nazionale giorni fa facendo un’esperienza allucinante: la letteratura italiana non è recensita, non esiste. Come dite voi letterati: tamquam non esset. Da qui bisogna partire, bellini i miei politici e ricercatori italiani!
    E’ buffo, intanto, che nessuno sappia rispondermi sugli istituti di ricerca foraggiati dalla Fondazione… nessuno ne sa niente? Ma Tosi non era presidente o comunque nel CdA di uno di loro? C’è sempre? almeno questo qualcuno di Voi lo saprà, perdio! Forza, Signori Professori, tirate fuori un po’ di palle, come si diceva un tempo…
    Arl.

  36. …eh, eh, quantistico Favi, con la metafora insidiosa del gatto di Schroedinger! Commenta l’ottimo Ghirardi: «se si riconosce il dato di fatto che guardando nella scatola noi troviamo certamente il gatto vivo o il gatto morto, siamo indotti a concludere che è il nostro atto di percezione cosciente che determina il destino benigno o letale del povero gatto». Si fa notare altresì che nella seconda eventualità il gatto stesso non può sapere in che stato si trova, essendo morto.

  37. Favi: «mi vesto dei tuoi panni di scettico per il DA, il quale sta avanzando ormai da mesi come linea di difesa che lui era all’oscuro di tutto,»

    Qui ti posso venire d’aiuto, avendo mi pare già dimostrato in un messaggio precedente ( http://tinyurl.com/7gtcox ) che almeno dalla fine del 2005 gli allora rettore e DA non potevano non sapere che: 1) Non erano in grado di coprire le spese correnti per diverse decine di milioni (i contributi assicurativi) e 2) Erano già indebitati di mutui oltre il massimo tollerabile.

    Il rettore di lì a poco sparì a causa di un provvedimento giudiziario che a molti è parso più strumentale a farlo fuori umanamente e politicamente che non a rendere giustizia ad eventuali candidati penalizzati ingiustamente nel concorso universitario in oggetto (e sospetto che sul piano giudiziario farà molta più fatica a difendersi dalle accuse che dovessero emergere dalle indagini ora in corso sui bilanci dell’ateneo).
    Il rettore nuovo può anche non essersene accorto. Ma il DA era lo stesso prima e dopo! E avere iniziato un piano di risanamento tre anni fa, con settanta-otta milioni di deficit in meno (venti-trenta per anno) sarebbe stata tutta un’altra storia.

    Favi: «su questo non sono assolutamente d’accordo, perché fino all’approvazione della legge sull’autonomia i conti tornavano eccome e non poteva essere diversamente, visto che il FFO – almeno per quanto attiene alle spese per il personale docente e non – veniva erogato direttamente alla Banca d’Italia che si faceva carico di tesoreria e di erogare gli stipendi. E con quella si scherzava poco. Ergo empiricamente sono coinvolti nel dissesto l’ultimo scorcio del rettorato Berlinguer, l’intero rettorato Tosi»

    Mi pare che tu fornisca argomenti per la mia ipotesi, che cioè non sia la qualità dei comportamenti dell’amministrazione che è cambiata in seguito a diabolici calcoli, ma sia stata la situazione in cui si sono trovati ad operare. Continuando con i metodi disinvolti di sempre senza rendersi conto di come fosse cambiata la situazione e di quali danni potessero fare, ne hanno fatti di belli grossi. L’ “amministrazione” ovviamente comprende tutte le persone del vertice, incluso il rettore. Ma la competenza contabile non te la devi aspettare da un dirittologo sardo, da un anatomopatologo o da un ecologo australe, oltretutto pro tempore.

    Mi viene in mente un parallelo (fatte tutte le debite proporzioni) con il crack Parmalat. Anche lì si è trattato di una azienda creata da Tanzi con con ottimi prodotti ed una ottima struttura industriale (non un solo prodotto o un solo impianto è stato cambiato per il risanamento), rovinata da una gestione finanziaria che non si rendeva conto di cosa faceva, fino ad arrivare a conseguenze catastrofiche per migliaia di risparmiatori.

    E si, come ricorda spesso arlecchino è possibile che gli stessi metodi abbiano fatto danni anche in altre organizzazioni finanziate dalla Fondazione. Fa ben sperare il fatto che in genere in quelle iniziative sia coinvolto anche Rappuoli, che di questioni gestionali, oltre che scientifiche, negli anni ha dimostrato di intendersi. Ma anche se non mi pare che gli difetti l’amore per la città, è ragionevole presumere che il suo interesse sia più rivolto alla sua azienda che non all’università, per cui prudentemente sospendo il giudizio.

    Favi: «Se si tiene conto delle statistiche nazionali sulla qualità, se ne deve tenere conto per tutte le componenti dell’Ateneo e non solo di quelle che fanno comodo a qualcuno e lo scomodo di altri. Se siamo nei primi posti per la qualità della didattica e della ricerca, lo siamo anche per i servizi erogati dal personale tecnico-amministrativo. Altrimenti non se ne tiene conto e si riparte da zero rimettendosi in gioco tutti

    Distinguerei le statistiche nazionali con la realtà locale. Le prime valgono per gli uni e per gli altri quando si tratta di riscuotere il FFO, e certamente quei parametri vanno perseguiti quanto meno per questo non secondario motivo. Quando si va a vedere gli aspetti pratici, invece, mi par chiaro che i parametri di valutazione dovrebbero essere più precisi e specifici e che tutti siamo in gioco. E che i problemi, in un campo come nell’altro, derivano più dalle responsabilità di chi gestisce le risorse umane che non da presunte superiorità o inferiorità ontologiche. In altri termini, le disfunzioni di cui parlavo sono dovute all’insipienza della direzione e non certo da carenze del personale. E lo stesso vale, in altro modo, per i docenti.

    Magari non è il tuo caso, ma spesso coloro che quando si accusa l’amministrazione si sentono in dovere di difendere il personale tecnico amministrativo (che, ripeto, è tutt’altra cosa), in realtà intendono difendere, nella struttura organizzativa che idealmente dovrà risultare alla fine della fiera, il ruolo dell’amministrazione centrale, mentre al contrario quelli che tendono ad accomunare le disfunzioni periferiche a quelle centrali, tendono a privilegiare una limitazione dei poteri centrali a favore della periferia.
    Per quanto mi riguarda, entrambi gli argomenti mi paiono fallaci, ma nel merito sto per la seconda categoria: non foss’altro perché se il rettore avesse realmente attuato quello che aveva promesso prima della sua elezione, cioè di dare piena autonomia ai dipartimenti, non solo l’attività dei medesimi non sarebbe stata così pesantemente penalizzata dalla crisi, ma impedendo all’amministrazione centrale di saccheggiare (come è stato fatto) i fondi faticosamente guadagnati dai dipartimenti, avrebbe fatto emergere la crisi molto prima.
    Ovviamente rettore e amministrazione centrale devono mantenere piena autonomia e responsabilità per quello che loro compete, ma il loro campo di azione (ripeto, non l’autonomia in quel campo) imo deve essere radicalmente ristretto.

    Quanto al nuovo DA, anche per me è una questione di incitamento e di speranza. Ma un po’ di fiducia preventiva mi pare doverosa.

    Infine il gatto: da quanto leggo in giro, quando si aprirà la scatola si rischia di trovercene due, di gatti, entrambi vispissimi. Uno fiorentino e uno pisano.

    saluti,
    Sesto Empirico

  38. Divertitevi con i gatti, signori, ne avete bisogono! Io leggo nello Zoom oggi in circolazione che le liste civiche hanno fatto i conti e la Fondazione con l’avventura Antonveneta ha investito il 90%(!) del suo patrimonio (dal 35% che era nel bilancio 2007!) in azioni MPS che oggi hanno toccato addirittura 1,17 chiudendo a 1,20! Sono state a oltre 5 euro. C’è altro da dire per mettersi a usare il rosario tutte le sere davanti alla tv? Chissà Franco Belli revisore della Fondazione a conclusione di una (nobile) carriera di contestazione Urbi et Orbi che penserà! Forse è meglio per lui non pensare del tutto come ha fatto quando ha cancellato il suo (nobile) passato.
    Leggete sempre in Zoom l’articolo: La crisi del sistema di potere a Siena e poi se volete andare alle nuove comiche, come ho fatto io dopo aver preso il Valium, frequentate un incontro di un candidato (non dico il nome per pietà) del PD alle provinciali. Veltroni lo sa a che livelli siamo a Siena? Il più dignitoso è la Signora di origine democristiana, sindaco di Chiusdino. Speriamo che Veltroni non sappia niente, perché quel po’ d’ardore che ancora ha nonostante tutto lo perderebbe completamente. Altroché Napoli?
    In compenso c’è una topica delle liste civiche quando dicono o adombrano che il Tomassini sarebbe stato cacciato perché turbava i ‘baroni’. Mah, beati i ragazzi che credono alle fiabe del buono vendicatore degli oppressi… Io faccio sempre 2+2 e non ho visto molti baroni preoccupati per il Tomassini. E Voi?
    Archie

  39. Se Veltroni fosse un giusto spazzerebbe via tutto il potere PD. Belli? I fatti cantan chiaro. Che skifo! E pensare che lui e i suoi di Lotta continua dicevano di fare la rivoluzione in nome del proletariato…Ah! Ah! Ah! Pensavano ma a trombare e gozzovigliare come Epuloni… Poi c’è il Toti, mi dicono ex picchiatore di contrada, che ha fatto carriera e ora cerca un nobile veneziano sepolto con tutta la gondola al Santa Maria. Roba da pazzi. Ma Cenni è informato o copre tutta questa… (la parola trovatela voi).
    Il Bardo

  40. Sentirsi nello spirito del Samurai amico del popolo, come nei film del grandissimo Kurosawa!
    Bardus

    Chi non ha paura di morire di mille ferite osa disarcionare l’imperatore (Mao)*
    *Una frase del Grande Timoniere è nel film di Leone che si ispirò al Kurosawa – La sfida del Samurai con T. Mifune.

    Il film di Leone è Giù la testa! Ma qui… occorre alzarla, perbacco! Avanti per un’università pulita e senza raccomandati e baroni autopromossi!
    Il Bardo

  41. Ok, Archie, ma come al solito non seguite la stampa fuori Siena. Senti cosa mi segnala un amico del “volontariato”.
    La Vostra Fondazione ha finanziato una Scuola di alta formazione per il Terzo Settore «per migliorare la professionalità degi operatori del volontariato e promuovere la cultura della responsabilità sociale e la capacità d’ascolto… partecipano inoltre i Forum del terzo settore regionale e nazionale per studiare e progettare un nuovo ruolo della solidarietà…».
    Vedete, amici miei, che Vi occupate di concorsi o di documentati libri sui, qui siamo ai bla, bla, bla, com’è ovvio di segno veltronian-vaticano, e sarebbe niente. Il prblema è che sono cosine che puppano assai quattrini.
    I nostri amici della “privatizzazione dell’Università” è qui che dovrebbero guardare, se non avessero gli occhi fasciati di ideologia… C’è tutto un mondo ormai di “ricerca” che sfugge a ogni controllo e, soprattutto, a ogni sbocco pubblico.
    Voi vi litigate su quattro euro per i precari.
    Chiedete quanto costa una mostra ovvia coma quella che Sgarbi sta per ammannirVi a Siena. Che c’è di più ovvio di arte e follia? Si può sapere quanto costerà?
    Vostro Arlecchino
    (avete letto le critiche che il nostro Valdo Spini ha fatto alla politica toscana delle mostre?)

  42. Sgarbi e il Toti se la ridono alla grande, alla faccia nostra! Più si è banali e più si fa… mostra di sé! Era meglio forse essere banali
    La Fondzione ha fatto il bene della città continua a martellare Bisi e C. Va a finire che se si critica ci arrestano. C’è chi spera in Bezzini… ahinoi. Intanto Berni sta silurando l’autonomia di prc e con Vendola fa l’occhiolino al PD.
    W il Paese delle macchiette…
    Bardus

  43. Telegraficamente: ma perché Santoro (non quello della tivvù) si è dimesso?

  44. P.S. Bannali, con 2 enne: era un diritto di proprietà nel medioevo. Santoro se n’è ghiuto e soli ci ha lasciati, piange Focardi. Si, perché?
    Bardus

  45. Eccomi qua! Vengo chiamato in causa direttamente o indirettamente e quindi intervengo ché ho anche da raccontarvi qualcosa.

    @ Stavrogin
    Telegraficamente: non mi chiedere oltre, ma Santoro si è dimesso come si è dimesso Bigi. La comunicazione del Rettore era diversa, ma la sostanza identica. Garantito al limone.

    @ Sesto Empirico
    La metto qui la nota anche se andava messa in coda all’altro post sui concorsi. La tua integrazione è giustissima perché fa luce sul locale, mentre la mia storiella era proiettata sul nazionale. L’una integra l’altra. Quello che succede in Senato l’avevo accennato (il bagno di sangue), ma effettivamente mancava una buona parte della storia.

    @ Tutti
    L’altra mattina il tempo era brutto e non potevo lavorare nel bosco e mi son detto: “ovvai che forse vale la pena di andare a sentire questa favola di Buchettino sulla gòvernans (non si scrive così?)”. E mal me ne incolse. Dopo una breve e contenuta introduzione del Rettore (che bello sentirlo così sintetico) ecco che arriva colui che mira chiaramente a rimpiazzarlo. Egli è come il prezzemolo, è in tutte le commissioni possibili ed immaginabili, tanto da ricordare quella commedia di Duerrenmatt dove il coro intona: “Facciamo una commissione!!!”. Quali mirabolanti rivelazioni ci ha propinato il nostro (e di molta altra gente, non tutta cristallina) amico? Un bel minestrone che sapientemente mescola le banalità con il libro dei sogni. Responsabilità, autonomia, europeismo, modello americano, tedesco, francese, raccolte di statuti delle università dell’universo mondo da compulsare golosamente. Peccato che quando si arriva al cardine della questione, cioè la valutazione, ecco che il castello crolla miseramente perché non si risponde alla domanda: chi la fa la valutazione e su quali criteri? Perché voi mi capite che i meccanismi valutativi sinora messi in opera, semmai sono stati messi in opera, puntano decisamente sull’autovalutazione e abbiamo visto che hanno fallito nella maniera più miseranda. Inoltre – e qui si arriva alla cosa più lacrimevole – indovinate un po’ quanti sono i membri di questa commissione? quarantasette. Ora: il Parlamento italiano consta di 945 membri e legifera per 50.000.000 di persone più o meno. Sarà mai possibile che ci vogliano 47 persone (sui meccanismi di scelta delle quali ci sarebbe più che da discutere, ma la faccio corta) per regolare la vita di – a tagliar di grasso (non Giovanni) – 3500? Diceva il principe Antonio De Curtis: ma mi faccia il piacere!!
    Chiudo con l’osservazione estranea alle questioni sopra poste che mi pare che questo piano di risanamento stenti a prendere il volo e opino che sia una pessima tendenza. Non è che ci si può affidare all’Uomo della Provvidenza che lavora tanto, è molto efficiente, decisivo e appoggiato da una buona parte del corpo accademico, ma non è Merlino di Bretagna che alle brutte tramuta le bandiere di Uter Pendragon in draghi vivi e vegeti. Chi l’ha scritto e approvato il piano (cioè Senato e CdA) ora deve metterlo in atto e senza tanti tentennamenti, perché i 35.000.000 e passa da recuperare sulla spesa corrente sono sempre lì. Quindi un bell’invitone ai signori Senatori e Consiglieri di darsi una svegliata direi che ci sta proprio bene.
    Un reportage del Favi di Montarrenti

  46. Bèh, Durrenmatt non è male… Chissà cosa scriverebbe dell’inciucio Veltrusconiano sullo sbarramento europeo. Veltroni sputa a Di Pietro e loda Napolitano… C’è ancora la libetà di critica? Siamo ancora in democrazia?
    C’è da ammattire a seguire le manfrine universitarie e degli enti locali nelle mani dei rospi carrieristi. Da ammattire come ne La promessa di Durrenmatt…
    Bardus

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