Ateneo senese: gli effetti del “malgoverno” dello stesso gruppo dirigente dopo 20 anni

Buon ultimo anche il settimanale “L’Espresso”, oggi in edicola, si occupa della difficile situazione dell’Università di Siena con un articolo di Fernando Montani intitolato: Al Palio paga il rettore. Il lungo sottotitolo è: «Tra spese faraoniche, sprechi, contributi non pagati e fondi fantasma, si allarga nell’ateneo di Siena la voragine dei debiti: oltre 200 milioni. E la Procura mette sotto inchiesta i suoi vertici.»

Ecco gli effetti, solo in minima parte descritti nell’articolo de “L’Espresso“, dopo 20 anni di cattivo governo ad opera dello stesso gruppo dirigente, dopo elezioni con candidature uniche e dopo cooptazioni a tutti i livelli.

Il risanamento dell’ateneo senese deve passare dalla via giudiziaria

Cosimo Loré. L’università deve corrispondere alla sua unica ragion d’essere di luogo non fisico ma progettuale di libera comunità scientifica, dove ricerca e didattica possano godere di prerogative e prospettive scaturenti da strutture scientifiche non obbligate, ma frutto di scelte libere e responsabili. Demolire l’architrave della libertà didattica e scientifica costringendo i ricercatori in grandi compartimenti sarebbe il colpo di grazia per la ricerca. L’accorpamento dipartimentale non produrrebbe vantaggi sul versante finanziario, che resta in questo momento l’unica vera priorità, in attesa di conoscere la reale entità del disavanzo e quanto di questo sia ascrivibile a sprechi, distrazioni, promozioni dell’immagine, sottrazioni di risorse… Tra lettere anonime, oscure minacce, propositi vendicativi, manovre elettorali, la magistratura sta facendo tremare i palazzi del potere accademico senese. La città e l’università non meritano di soffocare sotto le odierne ingombranti e maleodoranti macerie.

La Procura indaga sul dissesto dell’Ateneo senese

OmbraNell’augurare buon lavoro al Dott. Emilio Miccolis, nuovo Direttore Amministrativo dell’ateneo senese, ho intenzionalmente fatto riferimento al D.L. 279/97 e alla necessità di un’immediata adozione del “Sistema di Contabilità Economica e del Controllo di Gestione” che consente di collegare, mediante rilevazioni analitiche per centri di costo, tutte le risorse impiegate con i risultati conseguiti e con le connesse responsabilità dirigenziali. La delega per il Bilancio, la Programmazione economica e il Controllo di Gestione che il rettore ha conferito ad Antonio Davide Barretta va in questa direzione? Ce lo auguriamo. Intanto l’on. Franco Ceccuzzi ha chiesto che vengano individuati senza alcuno sconto i responsabili del dissesto dell’ateneo senese mentre il pm Mario Formisano sta indagando per falso in atto pubblico l’ex rettore Piero Tosi, coinvolgendo nell’inchiesta anche l’attuale rettore Silvano Focardi, che aveva presentato una memoria in Procura. Per parte nostra, ritorniamo su alcuni interrogativi che non hanno ancora ricevuto risposta.
1) Perché Tosi per 9 lunghi anni non ha mai adottato il sistema di contabilità economica?
2) Corrisponde al vero che l’Area “Centro Comunicazione e Marketing” (14 uffici e 48 unità di personale) da lui istituita aveva a disposizione non un budget annuo definito ma, al contrario, capacità di spesa illimitata?
3) Le spese sostenute da tale Area facevano parte di una specifica categoria di bilancio o, invece, data l’entità, sono state spalmate in altre categorie d’uscita, tipo: “Attività culturali studenti”, “Assegnazioni diverse”, ecc.?
4) Delle “Assegnazioni diverse” (20 milioni di € solo negli ultimi tre esercizi di Tosi) ho parlato in tempi non sospetti (19 marzo 2006 e 8 ottobre 2006), indicandole come un esempio, tra i tanti, «per capire a quali livelli d’illegalità era sprofondato l’Ateneo senese». Perché Tosi non ha mai risposto, non dico ai rilievi di questo blog, ma al consigliere del CdA che ne faceva esplicita richiesta in sede d’approvazione (27 giugno 2005) del conto consuntivo dell’esercizio finanziario 2004?

Il merito si valuta con un giudizio sui risultati, che non sono numeri ma un prodotto dell’intelligenza

Una riflessione di Cesare Segre (Corriere della Sera, 6 febbraio 2009) sul progetto di legare i finanziamenti alla produttività dei docenti.

Quantità e impact factor non sono criteri per valutare il merito

Cesare Segre. Uno dei gesti più nefasti della contestazione del ’68 e seguenti fu il vilipendio della «meritocrazia». I più non furono convinti, è ovvio, ma rimase un certo scrupolo a esplicitare il rapporto tra una promozione o una nomina e i meriti di chi ne godeva. Ora, a parole, si vuole far dipendere finanziamenti e aumenti di stipendio dalla qualità o produttività dell’opera prestata da una persona o gruppo di persone. E si tende a definire dei criteri «oggettivi» per valutare i meriti. Facciamo una breve rassegna delle idee che si affermano, ormai quasi dappertutto, esemplificando sul settore dell’Università e della ricerca.
Continua a leggere

«È una tragedia nazionale che non ci sia una sola università italiana nei primi posti delle classifiche internazionali»

A conclusione del suo incarico di ambasciatore USA in Italia durato 41 mesi, Ronald Spogli, finanziere e professore universitario californiano di origini italo-americane (un nonno era di Gubbio) ha rivolto ad alcuni giornalisti un saluto di commiato esponendo alcune considerazioni sulle sfide che a suo parere attendono l’Italia. Di seguito si riportano le sue riflessioni sull’università.

Ronald Spogli. «È una tragedia nazionale, direi imbarazzante, che non ci sia una sola università italiana nei primi posti delle classifiche internazionali. (…) Nei miei incontri con gli studenti ho percepito un profondo pessimismo sul futuro. Non sono sicuri che la laurea li aiuterà a trovare un buon lavoro e spesso ho avuto la sensazione che vedano il loro futuro non in Italia, ma altrove. Il vostro Paese può contare su giovani di grande talento. Perderli sarebbe un vero peccato. (…) Perché, allora, non si scelgono tre università — una del Sud, una del Nord e una del Centro — e gli si concedono uno status speciale e incentivi mirati (…) per portare in dieci anni queste università ai primi posti delle graduatorie mondiali? (…) Mi sono chiesto come mai gli italiani non reagiscano nel vedere costantemente il proprio Paese agli ultimi posti delle classifiche sulla competitività mondiale. L’Italia non può mantenere lo status di potenza economica se i suoi risultati rimangono così bassi. Non voglio certo dire che un paese debba dipendere ciecamente da queste analisi economiche, ma esiste uno stretto legame tra i dati positivi di queste valutazioni e le economie che vanno meglio. (…) Tutti conosciamo i problemi: una burocrazia pesante, un mercato del lavoro rigido, la criminalità organizzata, la corruzione, la lentezza della giustizia, la mancanza di meritocrazia e un sistema di istruzione che non risponde ai bisogni del ventunesimo secolo. (…)»

Il silenzio assordante sulla crisi dell’ateneo senese è carico di oscuri presagi

Stavrogin. Leggo su un quotidiano: «Università, a picco gli iscritti nel 2009. 
Nuove immatricolazioni giù del 4,4%». Questo è l’andazzo: recessione economica, scarsa utilità di molti corsi di laurea rispetto allo scopo di trovare un lavoro soddisfacente. È inutile che i burocrati dai loro oscuri antri ci assillino con i “Descrittori di Dublino”, a fronte della recessione e di una crisi economica che travolge interi comparti dell’economia produttiva: nella presente congiuntura l’imperativo è resistere. Ma bisogna anche riconoscere che la scarsa appetibilità di molti corsi di studio è dovuta in larga misura alla loro futilità come progetti culturali. Il modello della vendita delle indulgenze è superato. Declinata mestamente l’era delle “Scienze della Comunicazione” e delle lauree-straccio poco formative che non insegnano alcun mestiere (”mestiere” latu sensu, inteso come competenza: che sia il filologo o il dentista non importa), resta da chiedersi che senso abbia puntare sullo spaccio di lauree brevi, che manifestamente non hanno più alcuna attrattiva, e se è verosimile che una università tutta protesa al raggiungimento di un simile obiettivo (che dunque ignori la ricerca e specializzazione) possa reggersi e pretendere di richiamare addirittura studenti.
 Ora, ad ascoltare il silenzio assordante di questi giorni, rotto solo da comunicati tecnico-burocratici di tono apparentemente asettico, pare che la crisi non ci sia più. Eppure è un silenzio carico d’oscuri presagi: come il seme sotto la neve, qualcosa sta prendendo forma, qualcuno da qualche parte sta ridisegnando l’assetto futuro dell’ateneo.
 Sarebbe utile capire meglio cosa bolle in pentola.

«Il dissesto dell’ateneo senese è dovuto a pessimi amministratori e ad un’insufficiente attenzione dell’ambiente circostante»

La proposta dell’on. Franco Ceccuzzi (Pd) di una “Legge speciale per l’ateneo senese” – con la quale si chiede allo Stato un contributo straordinario a fondo perduto di 100 milioni di euro per far fronte al disavanzo – è considerata demagogica e propagandistica o una goliardata. L’on. Ceccuzzi, però, ha accompagnato la sua proposta con dichiarazioni che nessuno della sua parte politica aveva mai fatto. Infatti, nel chiedere che vengano individuati senza alcuno sconto i responsabili, indica, tra le cause del dissesto, anche una pessima amministrazione e un’insufficiente attenzione dell’ambiente circostante. Accogliendo l’invito, ci chiediamo prima di tutto a chi si riferisce l’on. Ceccuzzi quando parla di pessimi amministratori: a Luigi Berlinguer, Piero Tosi e Silvano Focardi? Ad uno dei tre o solo ai primi due? E i presidi? E il nucleo di valutazione? Chi, tra i direttori amministrativi? Per ambiente circostante si riferisce forse a: Comune, Provincia, Fondazione MPS, sindacati? Cercheremo di chiarire alcuni di tali quesiti.

Franco Ceccuzzi. (…) Sono tante le cause che hanno portato a questa situazione di crisi finanziaria. Talune oggettive, per colpa dei tagli alla finanza pubblica, che da quasi 20 anni colpiscono il sistema universitario; altre soggettive che chiamano in causa una pessima amministrazione dell’Ateneo e un’insufficiente attenzione dell’ambiente circostante di cui tutti ci dobbiamo fare carico. (…) chi scrive ha contribuito, come altri, a candidare ed eleggere amministratori locali, ad esprimere quel complesso di orientamenti che caratterizzano una classe dirigente in una determinata fase storica e che comprendono tutte le forze politiche, compresa l’opposizione. Per questi motivi, mentre, senza alcuno sconto, vanno ricercate le responsabilità di chi ha contribuito a causare un tale indebitamento che mette in discussione la vita stessa dell’ateneo e getta cattiva luce sulla città, in Italia e non solo, tutta la classe dirigente deve essere consapevole che nei libri di storia le responsabilità verranno ascritte a questa generazione e non si fermeranno al rettore o al direttore amministrativo di turno. Ognuno, per il ruolo che ricopre, deve adoperarsi al massimo per portare un contributo alla causa del risanamento e al rilancio dell’Università (…).