Il silenzio assordante sulla crisi dell’ateneo senese è carico di oscuri presagi

Stavrogin. Leggo su un quotidiano: «Università, a picco gli iscritti nel 2009. 
Nuove immatricolazioni giù del 4,4%». Questo è l’andazzo: recessione economica, scarsa utilità di molti corsi di laurea rispetto allo scopo di trovare un lavoro soddisfacente. È inutile che i burocrati dai loro oscuri antri ci assillino con i “Descrittori di Dublino”, a fronte della recessione e di una crisi economica che travolge interi comparti dell’economia produttiva: nella presente congiuntura l’imperativo è resistere. Ma bisogna anche riconoscere che la scarsa appetibilità di molti corsi di studio è dovuta in larga misura alla loro futilità come progetti culturali. Il modello della vendita delle indulgenze è superato. Declinata mestamente l’era delle “Scienze della Comunicazione” e delle lauree-straccio poco formative che non insegnano alcun mestiere (”mestiere” latu sensu, inteso come competenza: che sia il filologo o il dentista non importa), resta da chiedersi che senso abbia puntare sullo spaccio di lauree brevi, che manifestamente non hanno più alcuna attrattiva, e se è verosimile che una università tutta protesa al raggiungimento di un simile obiettivo (che dunque ignori la ricerca e specializzazione) possa reggersi e pretendere di richiamare addirittura studenti.
 Ora, ad ascoltare il silenzio assordante di questi giorni, rotto solo da comunicati tecnico-burocratici di tono apparentemente asettico, pare che la crisi non ci sia più. Eppure è un silenzio carico d’oscuri presagi: come il seme sotto la neve, qualcosa sta prendendo forma, qualcuno da qualche parte sta ridisegnando l’assetto futuro dell’ateneo.
 Sarebbe utile capire meglio cosa bolle in pentola.