Quando è l’ora della scelta della Facoltà: nomadi e migranti o autoctoni e stanziali?!

Le ragioni di chi parte e di chi resta

Cosimo Loré. La scelta della Facoltà al di fuori della propria sede sprovvista di università è stata per secoli dettata da mera necessità e anche dalla ricerca di migliori opportunità: per una popolazione italiana quasi tutta contadina l’accesso a uno dei rari rinomati atenei costituiva la massima ambizione e l’assoluta certezza di un futuro prestigioso e agiato; oggi che la docenza si è frammentata in una miriade d’indistinguibili figure e la laurea costituisce titolo difficilmente utilizzabile nel mercato del lavoro risulta illusorio l’intento di chi crede di trovar fortuna andando a studiare lontano da casa…

Malgrado i richiami con cui si cerca di attirare nuovi iscritti attraverso declamate peculiarità e opinabili classifiche, il fenomeno della migrazione interna a fini di studio diventa sempre più motivo d’improduttivo disagio socioeconomico per giovani non più sollecitati o costretti a una scelta, che in altre epoche era effetto d’amore per la libertà e la novità piuttosto che per la profondità degli studi o la magnificenza dei cattedratici, che peraltro esistevano e facevano la differenza: usare l’altrui letto, frigo, water, vivere fra gente sconosciuta, doversi fare la spesa non aiuta ad apprendere…

Gli studi, specie se “alti”, esigono condizioni ambientali che consentano concentrazione, ispirazione, attenzione, in una parola passione, senza distrazioni e interruzioni, alla stregua della iniziativa di un artista o di uno scrittore il cui spirito creativo è condizionato dall’ambiente in cui opera: questo vale anche per chi persegua la preparazione in attività sportive che richiedono il miglior impiego e impegno delle proprie risorse e qualità per la fattiva costruzione del futuro campione. E chi parte da ambienti favorevoli peggio potrà poi sopportare restrizioni e riduzioni nella propria esistenza…

Ai tempi dei nonni si emigrava all’estero per sopravvivere, i nostri genitori lasciavano la campagna per cercare la città e l’università che costituivano per i più un miraggio, molti di noi hanno poi potuto studiare dove abitavano, i nostri figli raramente oggi hanno l’esigenza di soddisfare aspirazioni così ben definite da motivare un trasferimento, magari oltreoceano, dove recarsi non con la valigia di cartone ma con ipad, iphone, etc. (c’è molto mito nella dilagante assatanata anglofilia… siamo proprio certi che coltivare la cultura greca antica sia scelta sbagliata anche se impopolare e non lucrativa?!). E anche se si volesse volare a studiare in località affollate di premi Nobel come Stanford, vi sarebbe da valutare se tale radicale opzione corrisponde effettivamente alle proprie attitudini e immaginazioni. Soprattutto c’è da riflettere su un così drastico cambiamento di vita con inaridimento di antiche radici e instaurazione di rapporti resi incerti da uno stile di vita che accomuna tutti in quella che alcuni studiosi definiscono patologia della istantaneità.

Proprio a chi ha forte personalità, peculiare identità, spiccata dignità, raffinata sensibilità non potrà giovare una simile forma d’insensato reset operato a svantaggio dei sentimenti più fecondi e profondi come dei progetti di lungo respiro e di grande spessore ed anche della qualità materiale, mentale, morale del proprio quotidiano. Oggi sempre più l’utopia della vita come opera d’arte si allontana da un’umanità sofferente e barcollante, ad onta dei luccicanti richiami pubblicitari e delle ostentate sicumere comportamentali. Lo attestano il degrado e il crollo d’istituti e istituzioni, dalla famiglia alla scuola, in carenza di modelli od ipotesi alternative atte ad assicurare civile convivenza e sociale soddisfazione. Per questo il partire senza una meta precisa e una motivazione razionale non può non (rectius deve) lasciare perplesso chi vuol conoscere prima di deliberare e ritiene ineludibile la stima di costi e benefici di ogni iniziativa. Così se l’approdo è incerto, scomodo, alieno pare più prudente non abbandonare punti di partenza conquistati con fatica da antenati che volevano consentire ulteriori progressi e crescite alle successive generazioni.

In sostanza la questione si pone sotto il duplice profilo di una formazione universitaria e di una vita privata solo in apparenza separate e distinte, in realtà impoverite e avvilite da ingravescenti perdite e difficoltà della comunicazione interpersonale e dell’organizzazione sociale, oltre che ambientali e alimentari tout court. Chi in questo senso non parte da zero, che ragioni ha di farsi trascinare da una corrente che taluno attribuisce a una “melma cupa” (Ambrosoli junior) ed il rapporto Censis definisce ormai da molti anni “insensatezza collettiva”?! E questo è ancor più vero nel caso di chi ama coltivare le rose nel proprio giardino piuttosto che andare a offrirsi per subalterne prestazioni a coltivatori e commercianti di fiori. Poeta latino Orazio docet!

Non ci può esser alcun male a dissertare in tal guisa su “scelte” che in un senso o in un altro risultano determinanti sulla esistenza di un essere umano né dovrebbe sorprendere che suscitino allarmata responsabile preoccupazione gli atteggiamenti intransigenti e riottosi scatenati da semplici proposizioni (dovrà farsi la spesa…) o da esclamazioni sussurrate (è follia…), che vogliono esser solo l’antidoto di effimere passioni, ingannevoli semplificazioni, azzardate determinazioni, all’insegna di fasulle battute e luoghi comuni. Perciò non ci si deve a ben guardare rammaricare troppo per lo scarso impegno e la palese contrarietà di fronte a decisioni non adeguatamente ponderate e appropriate e non si abbassi l’autostima di genitori non aprioristicamente accondiscendenti e inconsultamente incentivanti la fuga demotivata di figli diciottenni…