Quando è l’ora della scelta della Facoltà: nomadi e migranti o autoctoni e stanziali?!

Le ragioni di chi parte e di chi resta

Cosimo Loré. La scelta della Facoltà al di fuori della propria sede sprovvista di università è stata per secoli dettata da mera necessità e anche dalla ricerca di migliori opportunità: per una popolazione italiana quasi tutta contadina l’accesso a uno dei rari rinomati atenei costituiva la massima ambizione e l’assoluta certezza di un futuro prestigioso e agiato; oggi che la docenza si è frammentata in una miriade d’indistinguibili figure e la laurea costituisce titolo difficilmente utilizzabile nel mercato del lavoro risulta illusorio l’intento di chi crede di trovar fortuna andando a studiare lontano da casa…

Malgrado i richiami con cui si cerca di attirare nuovi iscritti attraverso declamate peculiarità e opinabili classifiche, il fenomeno della migrazione interna a fini di studio diventa sempre più motivo d’improduttivo disagio socioeconomico per giovani non più sollecitati o costretti a una scelta, che in altre epoche era effetto d’amore per la libertà e la novità piuttosto che per la profondità degli studi o la magnificenza dei cattedratici, che peraltro esistevano e facevano la differenza: usare l’altrui letto, frigo, water, vivere fra gente sconosciuta, doversi fare la spesa non aiuta ad apprendere…

Gli studi, specie se “alti”, esigono condizioni ambientali che consentano concentrazione, ispirazione, attenzione, in una parola passione, senza distrazioni e interruzioni, alla stregua della iniziativa di un artista o di uno scrittore il cui spirito creativo è condizionato dall’ambiente in cui opera: questo vale anche per chi persegua la preparazione in attività sportive che richiedono il miglior impiego e impegno delle proprie risorse e qualità per la fattiva costruzione del futuro campione. E chi parte da ambienti favorevoli peggio potrà poi sopportare restrizioni e riduzioni nella propria esistenza…

Ai tempi dei nonni si emigrava all’estero per sopravvivere, i nostri genitori lasciavano la campagna per cercare la città e l’università che costituivano per i più un miraggio, molti di noi hanno poi potuto studiare dove abitavano, i nostri figli raramente oggi hanno l’esigenza di soddisfare aspirazioni così ben definite da motivare un trasferimento, magari oltreoceano, dove recarsi non con la valigia di cartone ma con ipad, iphone, etc. (c’è molto mito nella dilagante assatanata anglofilia… siamo proprio certi che coltivare la cultura greca antica sia scelta sbagliata anche se impopolare e non lucrativa?!). E anche se si volesse volare a studiare in località affollate di premi Nobel come Stanford, vi sarebbe da valutare se tale radicale opzione corrisponde effettivamente alle proprie attitudini e immaginazioni. Soprattutto c’è da riflettere su un così drastico cambiamento di vita con inaridimento di antiche radici e instaurazione di rapporti resi incerti da uno stile di vita che accomuna tutti in quella che alcuni studiosi definiscono patologia della istantaneità.

Proprio a chi ha forte personalità, peculiare identità, spiccata dignità, raffinata sensibilità non potrà giovare una simile forma d’insensato reset operato a svantaggio dei sentimenti più fecondi e profondi come dei progetti di lungo respiro e di grande spessore ed anche della qualità materiale, mentale, morale del proprio quotidiano. Oggi sempre più l’utopia della vita come opera d’arte si allontana da un’umanità sofferente e barcollante, ad onta dei luccicanti richiami pubblicitari e delle ostentate sicumere comportamentali. Lo attestano il degrado e il crollo d’istituti e istituzioni, dalla famiglia alla scuola, in carenza di modelli od ipotesi alternative atte ad assicurare civile convivenza e sociale soddisfazione. Per questo il partire senza una meta precisa e una motivazione razionale non può non (rectius deve) lasciare perplesso chi vuol conoscere prima di deliberare e ritiene ineludibile la stima di costi e benefici di ogni iniziativa. Così se l’approdo è incerto, scomodo, alieno pare più prudente non abbandonare punti di partenza conquistati con fatica da antenati che volevano consentire ulteriori progressi e crescite alle successive generazioni.

In sostanza la questione si pone sotto il duplice profilo di una formazione universitaria e di una vita privata solo in apparenza separate e distinte, in realtà impoverite e avvilite da ingravescenti perdite e difficoltà della comunicazione interpersonale e dell’organizzazione sociale, oltre che ambientali e alimentari tout court. Chi in questo senso non parte da zero, che ragioni ha di farsi trascinare da una corrente che taluno attribuisce a una “melma cupa” (Ambrosoli junior) ed il rapporto Censis definisce ormai da molti anni “insensatezza collettiva”?! E questo è ancor più vero nel caso di chi ama coltivare le rose nel proprio giardino piuttosto che andare a offrirsi per subalterne prestazioni a coltivatori e commercianti di fiori. Poeta latino Orazio docet!

Non ci può esser alcun male a dissertare in tal guisa su “scelte” che in un senso o in un altro risultano determinanti sulla esistenza di un essere umano né dovrebbe sorprendere che suscitino allarmata responsabile preoccupazione gli atteggiamenti intransigenti e riottosi scatenati da semplici proposizioni (dovrà farsi la spesa…) o da esclamazioni sussurrate (è follia…), che vogliono esser solo l’antidoto di effimere passioni, ingannevoli semplificazioni, azzardate determinazioni, all’insegna di fasulle battute e luoghi comuni. Perciò non ci si deve a ben guardare rammaricare troppo per lo scarso impegno e la palese contrarietà di fronte a decisioni non adeguatamente ponderate e appropriate e non si abbassi l’autostima di genitori non aprioristicamente accondiscendenti e inconsultamente incentivanti la fuga demotivata di figli diciottenni…

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77 Risposte

  1. Come spesso capita per gli interventi del prof. Loré, si tratta di un ragionamento colto, articolato, a tratti non agevole da seguire.
    Contiene però a mio avviso alcune contraddizioni e alcune generalizzazioni non condivisibili.

    La prima contraddizione è che siccome “la docenza si è frammentata in una miriade d’indistinguibili figure”, non convenga spostarsi perché i rinomati atenei non sono in grado di offrire nulla di più delle mini-università sotto casa.
    Al contrario, sono queste ultime che non sono in grado, costituzionalmente, di offrire gli stimoli e le opportunità di contatti trans-disciplinari necessari per la comprensione del mondo di oggi.

    La seconda, è che “a chi ha forte personalità, peculiare identità, spiccata dignità, raffinata sensibilità non potrà giovare” l’uscire dall’alveo familiare e locale in cui queste virtù si sono sviluppate. Ora, è ben vero che Giacomo Leopardi non andò mai neppure a scuola, ma non tutte le famiglie hanno le possibilità e la biblioteca di casa Leopardi. Ed è altrettanto difficilmente negabile che spesso proprio l’allontanamento temporaneo dall’ambiente familiare aiuta a sviluppare responsabilità, autonomia, contatti, interessi, ampliamenti dell’orizzonte culturale che aiutano a sviluppare le potenzialità di quelle virtù.

    La prima generalizzazione che non condivido riguarda il fatto che siccome la laurea in Italia è poco apprezzata (in parte per la scarsa qualità della docenza, ma soprattutto per lo scarso interesse per la qualità e l’innovazione da parte dell’industria, del commercio e della pubblica amministrazione, come dimostrano le numerose storie di successo di laureati italiani all’estero), tanto vale evitare l’univesità e cercare altre strade. Ora, è vero che non tutti hanno bisogno dell’università per avere successo (ed è bene che riflettano attentamente prima di decidere se l’università è per loro la via migliore) e che l’università non a tutti lo assicura, però questo ragionamento rischia di favorire, invece di contrastare, l’andazzo culturale e politico che vorrebbe per i giovani un futuro da calciatori o veline se va bene, e baristi o commesse se va meno bene. Al contrario, è mio avviso nell’ambiente universitario (e penso più alla comunità degli studenti che non al mondo accademico, anche se i singoli docenti un ruolo lo possono avere) che questa mentalità può essere contrastata. Se questo non avvenisse sarebbe un disastro, se avvenisse altrove assisteremmo semplicemente alla nascita di una nuova università.

    La seconda generalizzazione riguarda l’idea che l’Italia sia destinata a rimanere isolata dal resto del mondo, e che ai giovani italiani convenga fare scelte diverse da quelle dei loro pari età di altri paesi e altre epoche. Ma questo isolamento non può durare: i giovani si devono preparare per l’Italia di domani e non per quella di oggi. Da sempre gli studenti sono andati a sviluppare le loro potenzialità in centri di attrazione (Pergamo, Alessandria, Baghdad, Salerno, Montpellier, Bologna, Parigi, Padova, Leida, Heidelberg…). Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna è quasi impensabile che uno studente rimanga in famiglia durante gli studi universitari (e non sempre si tratta di università di grande levatura) e su questo sistema di formazione hanno costruito una cultura ed un sistema economico dominante. E i paesi che oggi contrastano quel sistema seguono la stessa via: i campus della California sono pieni di giovani orientali, mentre quelli di Shangai si riempiono di occidentali. Possibile che sbaglino tutti?

    Il mesaggio di fondo, comunque, se l’ho capito bene, mi pare logico e condivisibile: i centri di attrazione non rimangono necessariamente gli stessi ma cambiano nel tempo (Montpellier non è più quella del ‘200 né Leida quella del ‘600). Allo stesso modo, Siena può perdere (o sta perdendo, o ha perso) la sua attrattività (che, va detto, non è mai stata a quei livelli).
    Ma non vorrei che si scambiasse la indubbia débâcle finanziaria dell’università di Siena con il suo dissolvimento culturale. Se infatti è indubbio che la prima sia frutto di errori anche culturali (a mio avviso prima ancora che di errori e irregolarità contabili), se i soldi sono finiti, cervelli ce ne sono ancora: se il prof. Loré lo negasse cadrebbe nel paradosso del mentitore. E se soluzioni ai problemi finanziari non se ne vedono (o almeno io non ne vedo), i modi di far funzionare al meglio questi cervelli non dipendono necessariamente da quelle.
    Insomma la soluzione a mio avviso non è di invitare gli studenti ad andare altrove, ma di prendere esempio da quegli “altrove” per mantenere/ristabilire la qualità dell’esperienza formativa e adeguarla al mondo di oggi e alle tradizioni di sempre.

    Sulle opinabili classifiche e quello che misurano mi sono già espresso a suo tempo e non starò a ripetermi. Nessuno studente verrà a Siena perché ci sono più mense o più palestre. Resta però il vantaggio di una città piccola, in cui la popolazione studentesca è proporzionalmente elevata ed è quindi più facile che in una grande città realizzare quella comunità studentesca trans-disciplinare di cui parlavo prima.
    Si tratta di offrirgli opportunità di sviluppo, di incontro, di responsabilizzazione e di formazione (inclusa la severità nella valutazione).
    Se ne vede traccia? No, per il momento, almeno in modo organizzato. Ma quella mi pare la via, non quella di un pessimismo che mi sembra non sia, in generale, nelle corde del battagliero prof Loré.

    Almeno non quanto lo sia in quelle di uno scettico.
    Sesto Empirico

  2. Lo scritto “scettico” scava in profondità in una “quaestio” che rimane “vexata” data la difficoltà oggettiva a trovare una rotta sicura per chi deve fare questo tipo di “scelta” che resta personale.

    Se si descrive uno scenario non si può non cadere nella genericità che fa torto e risulta – a ben guardare – errata o inappropriata ove l’analisi si applichi a specifici settori e a singoli soggetti.

    L’autore stesso è costretto a ricorrere ad ipotesi e auspici facendo uso di “se” e di “ma” che – come si sa bene – non fanno la storia né corrispondono esattamente alla realtà vera e alla logica umana.

    Non credo però sia infondata la tesi per cui chi ha già buoni punti di partenza possa mantenere la posizione con onore e profitto senza la ennesima emigrazione “…verso terre assai lontane…”.

    E perché non tentare di rivalutare e rilanciare la “nostra” (dico “nostra”!) “cultura” (“cultura”!) che ci ha reso “titolari” (“titolari”!) del più grande patrimonio artistico, museale, etc. etc.?

    W la Magna Grecia!
    Prof. Cosimo Loré!

  3. Per inciso, ma esiste una pagina del sito web unisi ove si possano rintracciare i progetti dei nuovi megadipartimenti che sostituiranno le Facoltà? L’ANVUR che fine ha fatto? Anche la descrizione dei nuovi corsi di laurea appare ampiamente incompleta e comunque (fra doppioni, nomi stravaganti e accorpamenti cinobalanici) di per sé già piuttosto aggrovigliata: su che basi un disgraziato che legge le pagine web senesi da Canicattì dovrebbe optare per la scelta di Siena? A me pare la politica del Tafazzi.

  4. Non credo che i progetti scientifici dei nuovi megadipartimenti vengano messi in rete prima della loro definitiva approvazione. Su di essi dovrebbe esprimersi il Nucleo di valutazione e poi il Senato Accademico.

  5. Grettitudine

    Il senatùr: “è meglio Scilipoti che la Rita Levi Montalcini”
    …si, per farci il buristo!
    Mi sa che è della stessa sQuola (Radio Elettra) del nostro Cal.

  6. Quoto molto volentieri Sesto.
    Credo in primis che l’attrattività di un centro universitario dipenda da molti fattori. La docenza, certo, le classifiche vere o verosimili che siano, ma anche la qualità della vita e la presenza in alcuni posti di aziende trainanti. Scienze Economiche e Bancarie è stata una facoltà che ha portato a Siena legioni di studenti che nutrivano la speranza di entrare al Monte tanto per fare un esempio a noi vicino. Credo però anche che mantenere attrattività sia molto complesso. Altri centri emergono, ricevono risorse, trovano docenti validi, ecc. le ragioni possono essere molte. Ecco quindi che rimanere all’eccellenza come Siena è stata almeno in alcune facoltà non è facile anche e soprattutto per i vincoli che ci sono. Se ci fosse una “liberalizzazione” degli stipendi, la possibilità di mandare via più facilmente gli inattivi (vecchi e giovani sennò Rabbi si offende), il tutto sarebbe sicuramente più competitivo e quindi migliore. Purtroppo ciò non esiste nel nostro sistema e quindi dobbiamo fare i conti con la realtà. E nella realtà troppe volte è stato fatto l’assunto crisi finanziaria = crisi di competenze cioè perdita di qualità. Personalmente la vedo in ridotta parte e quello che accade non è solo colpa della crisi ma anche della riforma. Il corpo docenti è quasi intatto e quello che si è fatto è stato allontanare qualche centinaio di precari che insegnavano. Questo ha ridotto la qualità e la quantità dell’offerta ma limitatamente soprattutto visto che molti di tali precari hanno proseguito ad insegnare anche gratuitamente. Chiudo dicendo che il pessimismo è esercizio facile (quasi quanto le battute del Rabbi) ma inutile. Occorre invece darsi da fare per il bene di Unisi e soprattutto dire ai potenziali studenti che Unisi è sempre valida come università.

  7. P.S. @ Rabbi

    Strano che un maestro del tuo livello si perda ad insultare un gretto del par mio.

    Ti rinnovo l’invito a lasciare perdere giudizi avventati. Non mi conosci e magari ho un CV con tanti e tali titoli da poter sommergere te e la tua boria di presunto Maestro…

  8. «Strano che un maestro del tuo livello si perda ad insultare un gretto del par mio.» Cal

    “le malheur veut qu’une fois lucide, on le devienne toujours davantage: nul moyen de tricher ou de reculer.”

    Cioran

  9. L’insulto è l’arma degli idioti.

  10. Appunto: e con ciò ti qualifichi da te per quello che sei. Insulto? Ma sei matto? Qui se c’è uno che da un mese va disseminando volgarità e insulti sopra ogni cosa quello sei tu. Di che stai parlando? Dove sarebbe l’insulto (“il guaio è che una volta lucidi, lo si diviene sempre di più: nessun mezzo per barare o regredire)? Dì semplicemente che non sai il francese…

  11. @ Cal: «Ecco quindi che rimanere all’eccellenza come Siena è stata almeno in alcune facoltà non è facile anche e soprattutto per i vincoli che ci sono.»

    O forse per il modo come si sono gestite…

    Sesto Empirico
    scettico

  12. Tutto è stato gestito male ma almeno qualcosa è stato (è ancora?) all’eccellenza…
    A forza di dirci che siamo in crisi ci deprimiamo. Ma chi di noi (o di voi) ha contribuito alla ricerca in unisi con risultati buoni è adesso del tutto rallentato dalla crisi finanziaria? Chi fa Scienze dure forse sì ma nelle Scienze sociali credo che non ci sia moltissima differenza… se non nello scoramento generale.

  13. @ rabbi jaqov jizchaq: «L’ANVUR che fine ha fatto?»

    vedi qui:
    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-08-15/merito-metro-fisso-091330.shtml?uuid=Aa9FhPwD

  14. La scelta dell’università rappresenta una delle prime scelte importanti della propria vita. Tuttavia i metri per valutare la sede di studio variano notevolmente da soggetto a soggetto. Alcuni esprimono la volontà di studiare in grandi città, altri in piccole tuttavia sono davvero pochi i ragazzi che comprano il Sole 24 Ore per guidarsi nella fondamentale scelta. Spesso si tratta di vere e proprie mode, che portano alla formazione di vere e proprie colonie che di anno in anno attirano amici e parenti. Il sottoscritto per esempio scelse la città di Siena per le modeste dimensioni, per le succulente carni, gli ottimi vini e perché Siena è un opera d’arte, ma il sottoscritto rientra nelle eccezioni e non nelle regole. Siena è una città che dorme. Dorme perché tanto paga pantalone, dorme perché so’ di Siena e fo’ come mi pare, perché dopo Scarpa Mondo è tutta terronia, dorme perché non sa di essere un cane guasto. Nel mio viaggio ho incontrato grandi ricercatori, umiliati perchè grandi in una moltitudine di piccoli(ssimi),tantissimi direttori ma pochi maestri (per contarli basta e avanza una mano). Grandissime potenzialità oppresse dai soliti giochi di politica, nepotismo e malaffare (fenomeni ubiquitari in tutte le Facoltà d’Italia). Nel mio viaggio ho incontrato una popolazione puntuale e cordiale al momento di ricevere l’affitto (fra i più cari d’Italia), xenofoba e ignorante al momento del confronto. La città al di fuori delle splendide settimane del Palio offre poco allo studente, che è visto più come un pollo da spennare che come una risorsa. Quando mi chiedono se Siena sia un buon Ateneo rispondo sempre puntuale: “Sono dei cialtroni, pensa hanno dato la laurea anche a me!”. Lasciate a casa nipoti ed amanti, fate lavorare i meritevoli e condannate i furbetti e forse otterrete la vostra piccola Oxford, prima di allora sarete sempre un cane guasto.

    “Poi s’informò di quali dotte persone vi fossero al momento in città, e di qual vino si bevesse.”
    Gargantua, cap XVI

    N

  15. Crudo ma abbastanza vero… naturalmente non farei di ogni erba un fascio.
    Non credo tu possa avere un’esperienza così vasta da poter generalizzare su tutto. Molti laureati ad unisi hanno fatto carriera altrove quindi non per meriti “politici”. In ogni caso, quando l’acqua non cambia dopo un po’ puzza. E ogni tanto farebbe bene cambiarla… se ne avessimo la forza. Come ho detto altre volte non mi pare che Riccaboni, Ceccuzzi et similia siano un cambiamento… tuttavia tutti coloro che a Siena vogliono il cambiamento per una ragione o per l’altra non si espongono e quindi il cambiamento non avviene mai.

    Comunque il tuo quadro è troppo negativo… per esempio tu non hai menzionato il fatto che ad unisi abbiamo in cattedra i migliori 69enni del mondo e ce li teniamo strettissimi… (per i burberi maestri vuole essere solo una battuta…)

  16. Mai generalizzato, infatti riferisco di esperienze personali che non saranno autorevolissime ma che hanno la verità dalla loro parte.
    L’età è un numero, puoi essere vecchio e cazzutissimo come puoi essere giovane e non valere nulla e viceversa. Il problema è che per far quadrare i bilanci sono costretti (in modo poco elegante) a mandare a casa anche persone che ancora possono dare tanto. E chi li sostituisce? E chi paga? Pantalone?
    In soldoni: un ateneo in rianimazione (penso di essere realista e non negativo). Chi è stato non si sa (o si fà finta di non sapere).
    Ribadisco il concetto (a me di quello che dice il Sole 24 Ore non importa una seppia): cambiate pagina o continuerete ad essere cane guasto (ignorante e xenofobo).

    Disgustorama
    N

  17. @ Cosimo Loré: «L’autore stesso è costretto a ricorrere ad ipotesi e auspici facendo uso di “se” e di “ma” che – come si sa bene – non fanno la storia né corrispondono esattamente alla realtà vera e alla logica umana.»

    Giusto, ma è difficile fare delle ipotesi e darsi degli obbiettivi senza di essi.

    «Non credo però sia infondata la tesi per cui chi ha già buoni punti di partenza possa mantenere la posizione con onore e profitto senza la ennesima emigrazione “…verso terre assai lontane…”.»

    Su questo punto non c’è alcun disaccordo. O meglio, non c’è sul punto che “vi sarebbe da valutare se tale radicale opzione corrisponde effettivamente alle proprie attitudini e immaginazioni.” Sacrosante parole.
    Se questo era il punto focale dell’intervento l’ho mancato, e me ne scuso. Questo comunque valeva già venti anni fa o quando si voglia.

    «E perché non tentare di rivalutare e rilanciare la “nostra” (dico “nostra”!) “cultura” (“cultura”!) che ci ha reso “titolari” (“titolari”!) del più grande patrimonio artistico, museale, etc. etc.?»

    Quale delle tante culture passate vogliamo recuperare? Per il Rinascimento siamo già a buon punto: le signorie (da Formigoni a Ceccuzzi) già le abbiamo. Le campagne contro i turchi anche. Per i roghi siamo abbastanza avanti. Ci mancano solo soldataglie spagnole, francesi, tedesche e albanesi che scorrazzino per la penisola.

    Al modello culturale della Magna Grecia non sarà certo Sesto Empirico ad opporsi. Ma quel modello politico e morale non mi sento di raccomandarlo.

    Il Risorgimento andrebbe già meglio, ma i Manzoni, Rosmini, Cattaneo non mi paiono all’ordine del giorno. E fra le polemiche fra Verdi e Wagner e quelle fra Vasco e Ligabue o quelle postume fra Battisti e De Andrè un po’ di differenza ci corre (a me poi piacciono tutti e quattro).

    Insomma, un modello culturale non può essere separato da un modello politico, morale e sociale.

    @ Cal: «Tutto è stato gestito male ma almeno qualcosa è stato (è ancora?) all’eccellenza…
    A forza di dirci che siamo in crisi ci deprimiamo.»

    Non è che “il tutto va ben madama la marchesa” aiuti. Molto meglio identificare gli errori e cercare di correggerli.
    L’evidenza dei fatti ci dice che ci sono sedi universitarie dove l’autonomia è stata gestita in modo più oculato e responsabile. Prenderne atto e provare vergogna, come insegna il bel video segnalato dal prof. Loré, è un primo passo verso la rinascita.

    @ Capitano Nemo
    Il tuo resoconto non fa una piega
    Ma riguarda la città e non la comunità universitaria, che è vissuta storicamente come un corpo separato.
    In ogni caso, è solo su quest’ultima che i singoli docenti possono pensare di influire. Cambiare l’indole dei senesi è qualcosa cui anche i maestri rimpianti dal prof. Loré hanno dovuto rinunciare.

    saluti scettici,
    Sesto Empirico

  18. Leggero e tagliente…come una bella lama di Toledo.

    Sayonara

    N

  19. Non voglio trattenermi dall’esclamare che interventi come quelli del Capitano Nemo, Rabbi, Sesto Empirico in chi non ama certo il cupio dissolvi suscitano una piacevole sorpresa oltre a una profonda ammirazione!

    Segno indubbio della sopravvivemza fra noi di uomini ancora integri e liberi, sono la voce di una ragione non sottomessa a meschine consorterie nè a squallide manovre, flatus d’indipendenti ingegnosi intelletti!

  20. Il problema è che per far quadrare i bilanci sono costretti (in modo poco elegante) a mandare a casa anche persone che ancora possono dare tanto. E chi li sostituisce?
    Capitano Nemo
    ———————–
    Ahimè, nessuno, mio Capitano: pertanto se uno non ha ventidue professori come i succitati storici contemporaneisti, semplicemente chiude bottega in forza dei malefici “requisiti minimi”. Io mi sono chiesto se questo, che consiste nel mandare al macero esperienze e competenze in passato considerate un fiore all’occhiello, sulla base di meri criteri anagrafici (lasciando invece in piedi molta fuffa), sia un “criterio” di programmazione volto al rilancio dell’ateneo e nonostante abbia chiara la drammatica congiuntura, mi sono domandato se si sia fatto veramente tutto il possibile per evitare la dissoluzione o la sempre maggiore opacizzazione di quelle esperienze. Ho udito (e forse sono stato l’ultimo tra di noi a udirla) una efficace battuta sarcastica che sicuramente coglie il segno: “a Siena c’è un problema con le scienze …avanzate”, nel senso duplice di “advanced studies” e di residuale, di rimasuglio. Bene, anzi male: innanzitutto perché in ogni caso si tratta di migliaia di studenti e Siena non può permettersi il lusso di perderli. Questo è il quadro della situazione generale:

    http://osservatorio.cineca.it/php5/home.php?&anni=2010-11&categorie=ateneo&status=iscritti&tipo_corso=TT&&c_u=30&com=4791&sedi2=6&nome_u=SIENA&ns=1

    3.851 Lettere e Filosofia

    3.154 Economia

    3.015 Medicina e Chirurgia

    2.104 Giurisprudenza

    1.570 Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali

    1.493 Farmacia

    2.012 Altro

    Inoltre stiamo parlando di decine di docenti, centrifugati, riciclati, ricicciati: volgo sempre più disperso, che nella condizione di monadi non danno luogo a una comunità scientifica. Per essi, in ispecie per i più giovani, visto che qui pare non li voglia più nessuno -se non come meri numeri per quadrare i conti- continuo ad invocare la possibilità di accedere alla mobilità verso altri atenei (che dice in proposito il decreto sugli atenei dissestati?), privilegio sin qui riservato a chi avesse aderenze romane, piuttosto che fiorentine o milanesi (di fatto per certuni Siena è stata da sempre una stazione di passaggio come Empoli). Possibilità che sospetto in molti coglierebbero al volo, avendo la piena consapevolezza di essere stati fottuti e di non avere più la possibilità di svolgere onestamente il proprio lavoro in terra di Siena, dato che quelle che Cal chiama “le scienze dure”, che io semplicemente generalizzerei ad ogni disciplina rigorosa e strutturata, non si praticano sotto ogni condizione e in qualsiasi ambiente. Ciò come minimo prevede una sorta di “federalismo”, che consentirebbe di polarizzare a livello regionale le specialità e a ognuno di collocarsi nel suo “luogo naturale”. Non c’è nulla di stupefacente: in Germania di queste cose, della programmazione sul territorio si occupa il Land, che paga anche i docenti.
    Ma forse sto complicando troppo le cose e Cal ci assicura che per risolvere tutti questi problemi è sufficiente trucidare i professori sessantanovenni: “ammazza la vecchia, za-zà”.

  21. @ Capitano Nemo… «Il problema è che per far quadrare i bilanci sono costretti (in modo poco elegante) a mandare a casa anche persone che ancora possono dare tanto. E chi li sostituisce? E chi paga? Pantalone?»

    Ma ancora siamo a questa bufala? Scusa se mi incavolo ma ancora nell’agosto 2011 si crede che
    a) si possa mandare via qualcuno e
    b) si faccia in modo poco elegante

    Ma non si manda via nessuno – il prepensionamento è volontario e incentivato con tanti bei soldini..

    Chi li sostituisce? Nessuno perché unisi non assume, ma basta raccontare sta storia che si manda via gente per sanare il bilancio: non si manda via nessuno e sono persone che nel giro di poco andrebbero comunque via. Quindi impoverimento inevitabile.

    Qui trovi il regolamento sul prepensionamento

    http://www.unisi.it/dl2/20110517100859874/REG_pensionamento_volontario_proff_2011.pdf

    A forza di dire queste palesi inesattezze… la gente ci crede.
    Temo che il problema sia in entrata e a tenere la gente giovane e valida che c’è non in uscita.

  22. Forse mi è sfuggito qualche passaggio, tuttavia la logica di questo metodo mi sembra quantomeno stravagante.
    Ragioniamo per assurdo, ossia negando la mia tesi per cui il prepensionamento è un metodo per fare cassa.
    Quindi Unisi sapendo di non poter assumere nuovi docenti, decide di sperperare ulteriore denaro per pensionare docenti che a breve sarebbero compatibili comunque con i normali requisiti di anzianità o servizio,giusto? Per ottenere quale beneficio? E con quali ripercussioni? Una volta si parlava di costo/beneficio, ma in questo caso parlerei di pantagruelica minchiata giusto per usare un francesismo, ma io non sono Emma Marcegaglia (per fortuna) e posso anche sbagliarmi.
    Ritornando al discorso dell’eleganza, il sottoscritto ritiene che incoraggiare una persona a eseguire una scelta importante, come il pensionamento, tramite denaro sia offensivo, perché fà capire al diretto interessato che la sua opera non è più gradita. Personalmente mi sentirei piuttosto contrariato se l’ente che ho servito per molto tempo mi facesse proposte simili, tuttavia vista la miseria (materiale e intellettuale) di svariati docenti penso che questa misura otterrà grande consenso.

    Disponibilissimo ad ogni confronto

    N

  23. Ritornando al discorso dell’eleganza.
    Nessuno ha mai visto la traviata?

    N

  24. Ma hai letto il regolamento? Mi pare di no.
    Prepensionare serve ad alleviare il bilancio del peso del costo del prepensionando – in media circa 100mila all’anno. A fronte di 100 mila risparmiati all’anno si concedono al prepensionando la differenza tra pensione e stipendio e un contratto di insegnamento da 25mila lordi all’anno. Naturalmente il meccanismo è concepito per garantire un risparmio finanziario ad unisi – quindi nessuna minchiata da questo punto di vista (chi ha pensato a questo meccanismo non è esattamente un fesso).

    L’incentivo monetario è il modo con cui si prepensiona anche nel privato. Poco elegante? Forse ma di sicuro efficace, e se il paziente sta male, malissimo anzi è moribondo, pensare all’eleganza invece che all’efficacia della cura – quella si che è una pantagruelica minchiata…

  25. “sega la vecchia, zazzà”… Cal, ma non sei un po’ stanchino di fracasarci i cabbasisi da un mese con le tue psicoanalitiche fobie nei confronti de “i vecchi” moribondi che non vogliono por fine alla lor agonia tirando finalmente le cuoia?

  26. Quali psiconoalitiche fobie di grazia? Io ho descritto la realtà della faccenda supportandomi con il regolamento vigente. Non è forse come dico?

    Smentiscimi dall’alto della tua sapienza o Rabbi. Però porta evidenze a supporto. Non il solito fumo…

  27. Egregio Cal, tu la devi piantare di affibbiare ai tuoi interlocutori tesi cretine di comodo al solo scopo di intorbidire le acque e parlare sempre di cazzate, facendo orecchio da mercante su tutto ciò che evidentemente rischia di essere un discorso serio. Quello che chiami “il solito fumo” sono i problemi strutturali di questo ateneo. Se non lo capisci, vuol dire che il fumo ce l’hai nel cervello. E cosa c’è di più fumoso della tua monomaniacale e paranoica insistenza sul fatto che i problemi dell’università di Siena si risolvano trucidando un po’ di docenti anziani a prescindere da ogni altra considerazione?

  28. L’università è un insieme di persone (docenti, studenti, bibliotecari, ricercatori, amministrativi) che insieme lavorano per offrire agli utenti il meglio nel settore della didattica e della ricerca (dove i nonni sono cruciali). Prima di mandare in pensione i nonni, tra cui si annidano i pochi che portano lustro a questa decaduta istituzione, personalmente riterrei più opportuno rivedere la posizione di altri addetti. Non voglio essere classista, ma un’università che prepensiona gli assi e si tiene le briscoline a mio avviso non và tanto lontano, ma spero di sbagliarmi.
    Che sia una misura efficacissima in ambito privato, non lo metto in dubbio, ma assumere da pubblico (o politico) e prepensionare da privato mi sembra poco etico. Se attualmente svariati nonni di unisi esprimono tutto il loro disappunto in questo straordinario spazio è perché evidentemente non sono il solo a pensare che questa mossa sia una pantagruelica minchiata. Curare il sintomo (carenza di denari) tagliando nobili organi vitali (pensionare i nonni) non consentirà di salvare il moribondo paziente, anzi ne accorcerà l’aspettativa di vita. Rimarco il concetto del poco elegante e invito tutti a vedere la Traviata.

    Distinti Saluti

    N

  29. @ Capitano Nemo

    Ricapitolando:
    Il regolamento per il prepensionamento è uno strumento per incentivare l’uscita dal libro paga dell’università dei docenti di prima e seconda fascia che abbiano maturato il diritto alla pensione di vecchiaia ma non ancora il massimo.
    Per il personale TA e per i ricercatori non vale perché non ce n’è bisogno: la legge Tremonti consente di mandarli in pensione d’imperio, quindi non c’è bisogno di incentivi. I ricercatori comunque si oppongono energicamente a questi provvedimenti.

    Non impone di andare in pensione, ma offre incentivi tali che risulta più conveniente andare che non restare (sennò che incentivo sarebbe?)

    Chi sceglie il prepensionamento non è per questo né buono né cattivo: sceglie liberamente e legittimamente di usufruirne o no. La questione se il provvedimento sia o no legittimo (vedi sotto) non influenza la legittimità di ricorrervi da parte di chi ne ha titolo.

    Il vantaggio per l’università lo ha ricordato Cal: invece di pagare tutto lo stipendio paga solo qualcosa in più della differenza fra lo stipendio e la pensione. Più docenti aderiscono, più si riduce il disavanzo. Non saranno comunque mai abbastanza da abolirlo del tutto.

    Il vantaggio per chi accetta è che guadagna qualcosina in più, lavora la metà, ed è libero di scegliere cosa fare in quella metà. Lo svantaggio principale è di non poter partecipare alle commissioni di concorso e quindi di non essere in grado di aiutare eventuali allievi a sistemarsi (ovviamente altrove, perché qui non si può bandire niente). Ovviamente non vota neppure nel dipartimento, per il rettore ecc. Sospetto che non possa neppure fare domande di finanziamento (certamente non per i bandi riservati ai docenti, come il PRIN ecc), mentre può proseguire le ricerche già finanziate. Cal è un esperto appassionato della materia e può correggermi o integrare se crede.

    Lo svantaggio per l’università (ricordato spesso da rabbi jaqov jizchaq) è che l’incentivo non è selettivo: non si è fatta una scelta di settori e attività da salvaguardare ed altri da sfoltire. L’incentivo è offerto a tutti quelli che sono in grado di approfittarne. Questo aumenta il numero di quelli che ne possono usufruire (e quindi il risparmio per le casse dell’università) ma mette a repentaglio la sopravvivenza di alcuni settori e attività che possono rimanere senza docenti di ruolo. Questo può impoverire alcuni corsi (rendendoli più raffazzonati e quindi meno utili e meno attrattivi per gli studenti) fino a costringere a chiuderne alcuni per mancanza dei “requisiti minimi della docenza”. La cosa grave è che questo avvenga senza alcuna programmazione e senza alcuna valutazione della loro bontà, solo in base a chi va via e a chi rimane anno per anno. Se infatti cala il numero degli studenti calano anche gli introiti e i conti continuano a peggiorare, neutralizzando il vantaggio economico.
    Inoltre apre la strada per la colonizzazione: per il momento si tratterà di far venire part-time qualche docente da Pisa o da Firenze. Ma per come funzionano le cose, in molti settori gli allievi locali “orfani” avranno poche chances di essere aiutati a trovare una sistemazione, indipendentemente dalle loro qualità (Rabbi mi corregga se ho dimenticato qualcosa).
    A questo si aggiunge che molti docenti che hanno dedicato la vita all’università si sentono trattati con ingratitudine (al di là dei benefici economici) di fronte all’invito a farsi da parte, e questo rischia di influenzare il loro morale e la loro produttività anche negli anni precedenti alla fatidica data.

    Lo svantaggio per la collettività (a mio parere, ma mi pare un fatto di pura aritmetica) è che in questo modo si scarica il debito dell’università sulle tasche dei contribuenti, che si trovano a pagare quanto per un docente di ruolo (anzi un po’ di più), e ad avere meno in cambio (perché lavora la metà). Infatti sia i soldi del FFO che quelli delle pensioni vengono dalla fiscalità generale, e poco cambia, a chi paga, in che percentuale vengono erogati in un modo o nell’altro. Insomma più che un risanamento sembra un aumento di spesa camuffato da un trucco contabile.
    Questo, a mio parere (questa volta più opinabile), può portare ad un ulteriore inasprimento del malcontento generale verso l’università (già accusata di scarsa produttività, sprechi, nepotismo e quant’altro) da parte dei contribuenti colpiti nel portafoglio, e quindi a un ulteriore danno di immagine che rischia di favorire ulteriori misure punitive nei confronti di una istituzione già ingiustamente tartassata.

    Secondo alcuni, si potrebbe configurare anche il reato di “danno erariale”. Per quanto mi riguarda, penso che il danno all’erario ci sia, ma dubito che per la Corte dei Conti rientri nella fattispecie del reato, dal momento che meccanismi simili sono largamente utilizzati senza reazioni della magistratura sia da aziende private che dalla pubblica amministrazione. D’altra parte, se si perseguissero davvero tutti gli amministratori che fanno scelte poco convenienti per l’erario, i salvatori dell’Alitalia sarebbero all’ergastolo.
    Sta di fatto che mentre i funzionari del governo hanno avanzato obbiezioni a quasi tutte le proposte per far fronte alla situazione finanziaria, su questa non risulta che lo abbiano fatto.
    Ovviamente il fatto che sia considerato legale non vuol dire che sia giusto.

    Ci sono poi due leggende metropolitane da sfatare:
    1) I prepensionamenti servono a evitare la perpetuazione “della casta”. A parte che il termine è inflazionato e oramai non si capisce cosa voglia dire, le “caste” accademiche si perpetuano tramite i concorsi. I concorsi finché ci sono stati erano appannaggio di chi aveva più potere: quindi le “caste” si sono già propagate e sopravviveranno tranquillamente al prepensionamento dei loro membri più anziani. Sono gli altri che non si potranno perpetuare.

    2) I prepensionamenti servono a far posto ai giovani. Per quanti siano i prepensionati, il giorno che potranno essere sostuiti da nuovi docenti non appartiene ad una prospettiva temporale che sia anche solo lontanamente in vista. Al massimo, è prevista la possibilità di lasciare una parte dei soldi per borse o assegni di studio, che però non daranno alcuna prospettiva per il futuro.

    Infine, per completezza devo citare l’idea di Cal che mandare via i docenti più anziani migliorerebbe l’università perché la maggior parte di loro costituiscono una inutile zavorra (a volte usa un argomento diverso, fingendo che sia lo stesso rovesciato: che essere contrari ai prepensionamenti equivarrebbe a ritenerle i docenti anziani siano migliori degli altri). Si tratta di due palesi fallacie logiche, su cui preferisco stendere il silenzio.

    spero che questo aiuti a chiarire i termini della questione.

    Sesto Empirico,
    scettico

  30. @ Nemo
    Vedo che il regolamento non l’hai letto ancora. Tu come molti altri che continuano a dire sciocchezze. Si prepensionano volontariamente solo coloro che comunque si pensionerebbero nel giro di poco. Volontariamente – è chiaro il senso? Se non vuoi non ti prepensioni e aspetti la naturale data per farlo. Ok? Ci siamo?
    Poi che solo questi 69enni diano lustro ad unisi è tutta ma tutta da dimostrare… Se penso alle Facoltà che conosco meglio è dai 35-55 anni che la produzione scientifica è significativa… poi i prof fanno la politica, la professione ma non la ricerca… si vede che tu hai esperienze diverse.

    Il disappunto nasce dal fatto che prepensionarsi vuol dire perdere molto del potere finora detenuto. E credi a me in molti casi è questo ciò che veramente rode agli anziani. Non sempre ma in molti casi sì. Ed è anche quello che spaventa le generazioni più giovani che si trovano accademicamente orfane del docente di riferimento. (E ciò spiega secondo me perché tanti non 69enni si affannano con argomenti vieppiù ridicoli a criticare questa politica di rinnovamento che trovo in molti casi non utile ma necessaria).
    Riguardo l’eleganza spero che trovi allo stesso modo disdicevole l’aver mandato via qualche centinaio di precari della didattica che supplivano (talvolta sostituivano proprio) i poveri docenti strutturati nelle lezioni. O la mancanza di eleganza la provi solo rispetto ai poveri 69enni da 7000 euro al mese?

    @ Sesto
    Molto di vero in quello che dici ma di nuovo quello che manca nel ragionamento è la prospettiva temporale. Lo svantaggio per l’ateneo è mitigato dal fatto che comunque 60 ore sarebbero coperte dai prepensionandi e che comunque nel giro di poco tempo tutta sta gente andrebbe comunque in pensione. Diciamola questa cosa. Sennò ancora c’è chi scende dai monti con la piena e dice che si rottamano i vecchi.

    Non ho mai detto che tutti i vecchi sono un’inutile zavorra. Dico da mesi predicando nel deserto che esiste una soluzione per i prepensionabili per continuare a fare ricerca come prima pesando meno sul bilancio dell’ente. Non è un ottimo paretiano ma c’è vicino. Se poi non la si vuole adottare benone, ma per favore non mettiamo in mezzo argomenti come l’eleganza, il disappunto o l’etica perché francamente non c’azzeccano nulla. Si dicesse chiaramente che la legge consente i 70 anni e uno lo vuole fare e se ciò fa spendere un po’ di soldi in più ad unisi chi se ne frega. E’ una moral suasion quella che auspico io e coloro che hanno ideato questa soluzione. Se si fosse potuta imporre con il disavanzo che c’è sarebbe stata imposta non credete?

    @ Rabbi
    Fammi un favore – ignorami e io lo farò con te. Tanto è inutile parlare con chi non legge le carte ed i regolamenti. Quelli solo valgono nel mondo reale. E basta insultare te lo ripeto. Sennò, visto che il comportamento non è minimamente sanzionato inizio anche io…

  31. @ Cal: «Non ho mai detto che tutti i vecchi sono un’inutile zavorra.»

    Mi fa piacere questa tua affermazione. Evidentemente avevo capito male (ma non ero il solo ad aver capito così).

    «Dico da mesi predicando nel deserto che esiste una soluzione per i prepensionabili per continuare a fare ricerca come prima pesando meno sul bilancio dell’ente.»

    E su questo non c’è discussione. Ma non sono questi due gli unici termini della questione.

    «Non è un ottimo paretiano ma c’è vicino. Se poi non la si vuole adottare benone, ma per favore non mettiamo in mezzo argomenti come l’eleganza, il disappunto o l’etica perché francamente non c’azzeccano nulla.»

    È tuttaltro che vicino a un ottimo parietiano perché al migliorare delle condizioni dei prepensionati e dell’amministrazione universitaria corrisponde un peggioramento molto maggiore di quelle dei contribuenti. Infatti col prepensionamento essi ricevono 60 ore di servizi (di cui c’è grande bisogno per mantenere in piedi il sistema formativo) pagando un prezzo maggiore di quanto non ne pagherebbero senza prepensionamento per il doppio.

    Diverso potrebbe essere il caso se il regolamento venisse applicato ai ricercatori. Ad esempio potrebbe essere chiesto ai ricercatori che ne avessero titolo di mandarli in pensione (come la legge consente) con un contratto per un importo superiore alla differenza fra stipendio e pensione in cambio di un insegnamento di, diciamo, 90 ore in un settore per cui abbiano maturato competenza e in cui vi sia carenza. Il contratto costerebbe meno di quelli per i docenti (perché la differenza fra stipendio e pensione è più bassa), i ricercatori ci guadagnerebbero (anche perché a pochi anni dalla pensione non hanno prospettive di avanzamento vantaggioso, per cui difficilmente si opporrebbero), l’università migliorerebbe i suoi conti e manterrebbe una docenza qualificata, e i contribuenti pagherebbero le 90 ore utili a mantenere la qualità dei corsi (e a cui ora i ricercatori non sono tenuti) una cifra irrisoria (la differenza fra lo stipendio attuale e la somma di pensione + contratto). In questo caso, a mio avviso, tutti ci guadagnerebbero.
    Resta la questione della restituzione del TFR sollevata dal documento del CUN, ma quella mi pare secondaria perché comunque dovrebbero pagarlo dopo pochi anni, probabilmente un po’ aumentato.

    Come vedi l’etica, anche se cerchi di farla uscire dalla porta, rientra dalla finestra.

    Sesto Empirico,
    scettico

  32. Credo che alla fine per il contribuente la differenza sia poca. Se unisi andasse in default sempre il contribuente dovrebbe mettere i soldi per pagare i creditori.

    Tecnicamente la tua soluzione sarebbe migliore di quella attuale ma i ricercatori vanno in pensione a 65 cioè vicino a tutte le altre categorie e quindi l’ipotesi di prepensionamento è molto meno ricorrente. Inoltre dal punto di vista degli importi il risparmio per unisi sarebbe abbastanza minore. Ecco perché si lavora sugli ordinari soprattutto. Perché ognuno costa una tombola.

    Insisto sulla prospettiva morale però. È troppo ardito chiedere a chi è a fine carriera, ha uno stipendio principesco rispetto a chi inizia, avrà una pensione col modello retributivo e quindi più che dignitosa che pagheranno i giovani in grande parte, di farsi accademicamente da parte potendo insegnare 60 ore e fare ricerca esattamente come se fosse in servizio? Per me no. E anche l’argomento dell’abbandono degli allievi in sede concorsuale personalmente so che è vero ma mi fa profonda tristezza perché vuol dire che quel modello di università i cui risultati sono palesi a tutti è ancora perpetrato anche da generazioni che dovrebbero aver incontrato la meritocrazia se non altro frequentando colleghi di altri atenei non italiani.

  33. «È troppo ardito chiedere a chi è a fine carriera, ha uno stipendio principesco rispetto a chi inizia, avrà una pensione col modello retributivo e quindi più che dignitosa che pagheranno i giovani in grande parte, di farsi accademicamente da parte potendo insegnare 60 ore e fare ricerca esattamente come se fosse in servizio?» Cal

    Non è che è troppo ardito: è un nonsenso: non è vero che chi va in pensione anticipata cede il posto a un giovane (a meno che non lasci il suo contratto a un giovane, cosa che solo in pochi hanno fatto) e tu continui a menarcela con questa balla! Io ti esorto a guardare in faccia la realtà e a smeterla di raccontare balle.

    «Lo svantaggio principale è di non poter partecipare alle commissioni di concorso e quindi di non essere in grado di aiutare eventuali allievi a sistemarsi (ovviamente altrove, perché qui non si può bandire niente).» Sesto

    Sesto, il prepensionamento avrà pure dei vantaggi, che non nego, ma considerarlo come fa Cal una sorta di panacea e raccontare una balla colossale come quella per cui al vecchio che va via subentra un giovane, come tu stesso sottolinei, è semplicemente ipocrita: l’obiettivo in questa fase è il rifimensionamento dell’ateneo, non il rinnovamento del corpo docente, e allora vorrei che si parlasse un po’ di questo: cosa si butta via e perché. Io ho sottolineato ad nauseam anche uno svantaggio (diciamo così) della perdita complessiva di docenti, per pensionamenti, prepensionamenti e quant’altro, in una fase in cui il turn over è bloccato e i provvedimenti circa i cosiddetti “requisiti minimi di docenza”, sia per quanto riguarda i venti docenti richiesti per un ciclo 3+2, sia per quanto riguarda i trentacinque richiesti per l’apertura di un dipartimento, non vengono emanati alla stregua di consigli per gli acquisti, trattandosi di norme severe e ineludibili: ossia la scomparsa di insegnamenti, talvolta fondamentali, e la chiusura di corsi di laurea o dipartimenti, per cui c’è poco da gioire e trionfare, come fa Cal. L’ateneo è cresciuto in modo disordinato, e per settori sviluppatisi in modo proteiforme come metastasi, ve ne sono altri rimasti a bocca asciutta. Non bisogna assumere l’ottica imperialistica dei più volte menzionati “storici contemporaneisti”, che sono ventidue (onde per cui, se uno se ne va, poco, male: la disciplina sopravvive, e se ci sono due dozzine di docenti in un solo settore storico, vuoi che ve ne siano molti di meno in altri?). Lo spacciare questa per una situazione generalizzata costituisce infatti la più grossa truffa del secolo: al contrario, bisogna guardare anche a quella parte, non piccola, dell’ateneo, in cui di docenti di ruolo per settore disciplinare ce n’è rimasto magari solo uno e di esuberi da buttare non ve n’è; in questi casi si chiude bottega, punto e basta. Io mi sono sommessamente domandato: è questo un criterio selettivo mirante all’eccellenza? Cioè a dire, chi più ha scialato in passato, si è conquistato con ciò il diritto di sopravvivere? Senza poi dire che al numero esagerato di docenti, non di rado fa da contrappasso un numero infimo di studenti: sicché poi si dice che il numero di studenti per docente a Siena è più basso che nel resto d’Italia (io m’incazzo e il CENSIS trionfa). No, nessuna “razionalizzazione” è possibile attraverso tagli “lineari”. Neanche una squadra di calcetto si allestisce con questi criteri… ma non è solo il prepensionamento: in questa fase mi pare di assistere a una primordiale lotta per la vita dell’era del Giurassico, e ruminando i discorsi che obtorto collo mi tocca digerire, fiuto qualcosa di anomalo e sospetto nell’improvvisa intransigenza di certi ambienti dove magari fino a ieri ha regnato il lassismo, o come con grazioso eufemismo si esprime Cal, “si è errata la politica di reclutamento” (trad. it. “ci si è abbuffati a più non posso”), per cui si vestono ora i panni dei solerti impiegatini asburgici e si diventa paladini di un’appassionata difesa del cavillo o propugnatori di provvedimenti draconiani che stronchino le reni, naturalmente altrui. Ma c’è una testa, una direzione, un re Riccardo che domi gli appetiti dei baroni? C’è una strategia, che come ripeto, a mio avviso a questo punto non può non essere di tipo “federale”, sul modello del Land tedesco? Le interpretazioni estremistiche della “teoria” secondo cui bisogna mandare via più docenti possibile (sicché da ottenere al limite il primo ateneo della galassia costituito da soli impiegati), negando l’evidenza palmare che una parte significativa dell’ateneo è in forte sofferenza riguardo alla docenza e perciò stesso in procinto di scomparire, le interpreto in questa luce “darwiniana”: mors tua, vita mea. Assolutamente vomitevole è che ciò venga fatto cavalcando disonestamente una retorica giustizialista come fa Cal: questo significa prendere per i fondelli il popolo. Torno a ripetere che in questa fase sarebbe meno immorale consentire di andarsene ai giovani, piuttosto che ai vecchi, perché di Siena sopravviverà ben poco.
    Purtroppo la imperitura, fatalistica e desolante considerazione del Principe di Salina, anche qui cade a fagiuolo.

  34. @ Rabbi

    Non ti piacciono i regolamenti perché non li leggi, vediamo se ti piace la matematica…

    Allora, risolvi il seguente problema (fatti aiutare in casa da un parente di almeno 6 anni se ne hai).

    Unisi è in bancarotta. Può salvarsi e tornare in un futuro auspicabilmente prossimo a reclutare. Ma per farlo deve mettere i conti a posto. Ovvero ridurre i costi. Avere i conti in ordine è condizione necessaria ma non sufficiente per reclutare. Ma noi ipotizziamo che Unisi sia guidata da un rettore lungimirante, un maestro, un uomo pieno di verità e di sapienza e del tutto privo di dubbi… lo chiameremo Rabbi

    Un prepensionando costa 100 all’anno
    se lo mando in pensione prima devo pagargli il contratto annuale da 25 e la differenza pensione / stipendio diciamo altri 15.

    Domande (ma pensaci bene perché sono molto difficili).

    1) conviene a Rabbi e quindi ad unisi (nella sola prospettiva contabile) avviare procedure di prepensionamento?
    2) se sì quanto è il risparmio annuo per ogni prepensionando?

    Le soluzioni domani. Così stanotte friggi.

  35. «Non ti piacciono i regolamenti perché non li leggi, vediamo se ti piace la matematica…» Cal

    Bamboccione, impara a leggere; mangia ancora un po’ di pappa e con codesto tono rivolgiti “a soreta”.

  36. Per favore, vogliamo ricominciare a parlare di cose serie?

  37. @ Cal: «Un prepensionando costa 100 all’anno: se lo mando in pensione prima devo pagargli il contratto annuale da 25 e la differenza pensione/stipendio diciamo altri 15.
    Domande (ma pensaci bene perché sono molto difficili).
    1) Conviene a Rabbi e quindi ad unisi (nella sola prospettiva contabile) avviare procedure di prepensionamento?
    2) Se sì quanto è il risparmio annuo per ogni prepensionando?»

    Rispondo prima alla seconda domanda:

    Io cittadino ci rimetto di brutto.
    Prima ho 120 ore di docenza per 100.000 euro
    Dopo ho 60 ore di docenza per 125.000 (85 di pensione+15 di conguaglio+25 di contratto)
    La differenza è che 85 li pago tramite il fondo della pensione e non tramite unisi. In greco si chiama “fare i froci col culo degli altri”.

    I docenti godono i vantaggi del prepensionamento, gli amministratori l’apparente miglioramento dei conti. Ma gli studenti pagano la diminuzione di corsi e di ore di docenza e i contribuenti pagano più soldi.

    Avevi iniziato bene, ispirandoti a Pareto (che da scettico non apprezzo moltissimo ma resta uno dei grandi pensatori italiani del secolo scorso). Mi spiace che tu l’abbia abbandonato solo perché hai scoperto che non serviva ad avvalorare la tua tesi (anzi, se applicati correttamente i suoi principi dimostrano che è errata).

    E ora riformulo la prima domanda:
    Conviene (anche solo dal punto di vista contabile) ad una università nei guai, da cui solo un intervento del contribuente può ragionevolmente toglierla, cercare di turlupinarlo spillandogli più soldi in cambio di meno servizi?
    Secondo me no. Il contribuente si arrabbia e fa approvare regole più restrittive, ad esempio sottraendo dal FFO le quote di aggravio sulle pensioni, come già ventilato nel documento del CUN.

    Dici che se l’università di Siena fallisse il contribuente dovrebbe intervenire comunque. Giusto: secondo me sarebbe già dovuto intervenire da tempo. Ma proprio perché è l’unica speranza non conviene irritarlo con proposte che sono così sconvenienti per lui.
    Se si chiedono più soldi, bisogna offrire in cambio di più, non di meno di quello che si offre adesso.

    saluti scettici,
    Sesto Empirico

  38. Psicologicamente il contribuente tira fuori i soldi più volentieri per pagare stipendi e contratti in enti in funzionamento piuttosto che per ripagare i disastri di enti dissestati. Aggiungiamo l’indotto economico di un ateneo come Siena. Non è che se per risparmiare 15 lo fai fallire fai un bel servizio alla città ed alla sua economia. Oltre al fatto di distruggere un ente antichissimo.

    Aggiungo che in molti casi di 120 ore di didattica non ci sarebbe nemmeno bisogno grazie alla Gelmini. In altri casi 120 ore manco le fa un ordinario perché ha tutto il supporto degli allievi a sostituirlo. Ho conoscenza di corsi dove serve l’ordinario e 3-4 giovani a fare il lavoro bruto. O corsi modularizzati dove l’ordinario fa se va bene le sue lezioni e tutto il resto del lavoro lo fa il giovane che però non ha autonomia…
    Infine sai che succede nel giro di 2-3 anni? Che la stessa persona costa 85 e non fa un cavolo. Perchè è in pensione.

    Peraltro tutto il ragionamento ha alla base il fatto che questi signori hanno l’incentivo per andarsene prima. Ma potrebbero farlo anche senza prendere soldi. Se lo fai senza… allora sì che conviene. Oppure dai i 25 ad un giovane che ti fa il corso e della ricerca… paghi di più ma per avere più lavoro di prima forse. Insomma la faccenda è complessa…

  39. @ Cal: «Psicologicamente il contribuente tira fuori i soldi più volentieri per pagare stipendi e contratti in enti in funzionamento piuttosto che per ripagare i disastri di enti dissestati.»

    Psicologicamente il contribuente si adombra parecchio se gli si mettono le mani nelle tasche senza chiedere il permesso.

    Ci vuole tanto a capire che un piano di risanamento per essere credibile deve essere trasparente e condiviso da tutti quelli chiamati a contribuirvi?

    Nota che siamo saltati da Pareto all’aritmetica e alla psicologia delle folle e il risultato non cambia.

    Sesto Empirico,
    scettico

  40. Caro Sesto,
    competere con te sul piano delle conoscenze in materia di amministrazione, mi pare una battaglia persa, soprattutto per coloro ai quali, come accade a me, l’«amministrativese» pare peggio dell’arabo!
    Però, mi sento di aggiungere, a quanto dici, che il contribuente non solo si adombra, ma si incazza e di brutto, quando le mani in tasca gliele vai a mettere per ripianare bilanci devastati con dolo (mica mi direte che quelli che hanno rubato non lo sapevano che stavano rubando e/o quelli che hanno truffato il fisco non lo sapevano che stavano facendo una bella porcata… che poi altri sarebbero stati chiamati a riparare?) da una manica di banditi.
    E poi, scusami, ma chi è tanto credibile da promettere un “risanamento trasparente” se qui i presunti (ma poi nenache tanto presunti) responsabili dello sfascio non solo sono impuniti e a piede libero, ma sono ancora parte integrante dell’Ateneo?
    Qui di “credibile” c’è solo la prospettiva che chi ha rubato possa continuare a farlo indisturbato e chi ci ha rimesso continui a rimetterci, magari chiamato a ripianare con i propri (pochi e miserabili) denari i bilanci devastati da una banda di impuniti criminali.

  41. Forse nella discussione manca un ulteriore pezzo di informazione, già ricordato in passato:
    i 3/4 degli attuali ordinari over 65 sono improduttivi. Non producono ricerca, non producono didattica.
    Gli argomenti sono già stati descritti in passato (confronto con sistemi dove non esiste limite di età per il pensionamento come USA, e recenti fatti di verifica dell’attività svolta, come in Sapienza).

    Quindi se è vero che con il prepensionamento certi settori si impoveriranno, questa è una situazione minoritaria e limitata.

    Continuo a sostenere il pensionamento a 65 anni.
    E le offese di Rabbi, con cui farcisce le sue argomentazioni (alcune legittime, peraltro) sono solo un argomento in più verso il prepensionamento. Spero anche il suo.

  42. Ma se si facessero i conti, sui singoli settori, non si potrebbe già vedere se gli over 65 sono realmente indispensabili per quel settore?
    La loro scomparsa (accademica) porterebbe davvero all’estinzione del settore come molti qui sembrano sostenere?
    O invece pochi se ne accorgerebbero?

  43. … mandare via gli improduttivi è certamente un punto, ma poi, ricordandoci che siamo in Italia:
    1. al criterio di produttività scientifica si deve associare un criterio di uguaglianza nella disponibilità dei mezzi per la ricerca. C’è gente (posso fare nomi e cognomi) che per il coraggio civico e morale dimostrato nel denunciare i tanti misfatti di questo sistema, è stata completamente isolata e messa nelle condizioni di non poter lavorare… eppure, con il solo intelletto, riesce a produrre più di quanto non facciano tanti sedicenti professori!; come si giudica la “produttività”, se manca il criterio dell’uguale distribuzione delle risorse?
    2. la “certificazione” delle attività di ricerca svolte può essere equa solo se è rispettato quanto riportato al punto 1. Ci sono persone competenti e qualificate (posso fare nomi e cognomi) che, inquadrate nell’ambito del personale TA, non hanno diritto ad usufruire di finanziamenti, partecipare o addirittura sottoporre progetti di ricerca agli enti finanziatori, se non ricorrendo a cavilli burocratici o veri e propri trucchi o, peggio, appoggiandosi a qualcuno di quei signori improduttivi di cui sopra;
    3. non dimentichiamo le figure dei “commissari” dei concorsi fin qui svolti… giudici (???) imparziali??? In Italia il problema è: chi controlla i controllori? Ed è forse il problema più serio di tutti!
    4. In USA, se non ricordo male, si lavora su progetto e non su una generica “produttività” … se sei un capo di dipartimento o di unità operativa, qualsiasi “scagnozzo” alle prime armi ma con un po’ di iniziativa, che sappia proporre una ricerca scientifica e scrivere qualche articoletto in inglese, ci mette su il nome tuo e quello di tutti i tuoi parenti, fino al VI – VII grado, se gliene torna qualcosa in tasca!
    … in USA, sottoponi il tuo bel progettino di ricerca (qui da noi sono spesso proprio quelli più capaci che non possono farlo, perché quelli “capaci”, da noi, fanno paura ai mediocri o alle “scartine” messe ai posti di comando!), ti mettono a disposizione ciò che ti serve e dopo due o tre anni ti fanno le bucce … se hai lavorato bene, vai oltre; in caso contrario, te ne vai altrove!
    Conclusione?
    Il primo, vero ed unico risanamento possibile è quello morale che porti al riconoscimento, all’incentivazione e al premio per le persone capaci (indipendentemente dall’età) e all’isolamento degli incapaci, degli ignoranti, dei malfattori, degli incompetenti e dei parassiti …

  44. Alcuni scrivono ossessivamente su fasulli criteri anagrafici da adottare per salvare l’ateneo!!!

    Domenico Mastrangelo brevemente ci ricorda che “…i responsabili dello sfascio non solo sono impuniti e a piede libero, ma sono ancora parte integrante dell’Ateneo”, il che è oscenamente tragicamente corrispondente a verità. E si firma!!!

    Nico rappresenta la categoria “ricercatori esperti meritevoli” che in una vera università dovrebbero essere premiati e incentivati e che invece a Siena continuano ad esser emarginati ed estromessi da una “governance” che ha fatto impunemente e continua a fare carne di porco dell’ateneo, della ricerca, della docenza, della utenza, della sanità, della città, della verità! Quale rispetto merita l’università che non ha voluto prendere alcun provvedimento nei confronti dei responsabili del disastro e del saccheggio? E anche i “posti” a chi non meritava e non serviva all’ateneo sono da ascrivere al maltolto da recuperare, vero Nico?!

  45. «I 3/4 degli attuali ordinari over 65 sono improduttivi. Non producono ricerca, non producono didattica.» Golene

    Ma ci siete o ci fate? Quando va a contare il numero di docenti necessari per tenere in piedi un dipartimento o un corso di laurea, il ministero o chi per lui se ne strafotte se siano produttivi o meno: quei numeri ci vogliono e quelli devi avere; se non ce li hai, chiudi e amen, e ricordiamoci che abbiamo chiuso corsi di laurea al ritmo di una venticinquina ogni anno, che “aposteriori” sono stati battezzati “inutili”. Curiosamente quelli che anche in questo forum erano oggetto di dileggio sono ancora lì: dunque non pendiamoci per i cabbasisi, fingendo di credere che ciò sia avvenuto dopo ponderate e sofferte considerazioni di merito. Senza dire che con la scomparsa del titolare, se non hai i famigerati ventidue professori dello stesso settore disciplinare, è assai probabile che scompaia la disciplina stessa: così ti ritroverai decine di professori di materie insulse, e ti verranno (ma perché parlo al futuro?) a mancare docenti in discipline fondamentali: ma che problema c’è? Basta chiudere un altro po’ di corsi e vai col liscio; tanto gli studenti da Catanzaro vengono a mangiare i cavallucci, mica a studiare! Infine un questione di giustizia: se il Tizio è improduttivo, la prende in quel posto Caio, Sempronio e Pinco Pallino, che criterio sarebbe? E poi, guarda, che di gente improduttiva ve n’è in abbondanza anche fra i trentenni: non è questione di età. Soprattutto, la valutazione dell’operato individuale, in questo discorso, non c’entra un’emerita mazza!

    «Ma se si facessero i conti, sui singoli settori, non si potrebbe già vedere se gli over 65 sono realmente indispensabili per quel settore? La loro scomparsa (accademica) porterebbe davvero all’estinzione del settore come molti qui sembrano sostenere? O invece pochi se ne accorgerebbero?» Golene

    Mi meraviglio che tu “i conti” non li abbia ancora fatti, e che poni in formula dubitativa una realtà di fatto che è già sotto gli occhi di tutti da tempo: ma in che mondo vivi? Non ti sei accorto che è dall’era di Mussi che stiamo accorpando e cancellando corsi e discipline a più non posso? Ti risulta che abbiano soppresso solo cose “inutili” e tenuto quelle “utili”? Dai, fammi un elenco che così ridiamo un po’: l’ironia algida è quello che ci vuole contro la caligine. Così non si può andare avanti: tocca sperare che un commissario governativo dica infine cosa si deve tenere e cosa si deve cedere a Siena, provveendo a spostare altrove i docenti dei settori soppressi. L’ottica di chi dice “chiudiamo questo e quello (naturalmente not in my Backyard), mandiamo via questo e quello, e che vòi che sia, tanto non succede niente”, oltre ad essere una clamorosa menzogna, è l’ottica imperialistica di chi il “buho” lo ha provocato reclutando in modo “errato” (come con grazioso eufemismo si esprime Cal) e ora vuol far pagare agli altri il fio delle proprie colpe. Se non accettate nemmeno di considerare questo aspetto del problema, mi sa che tu e Cal piangete col topo in bocca… ma insomma, perché non cominciate voi a licenziarvi, a cancellare la vostra disciplina e i vostri corsi di laurea? Forse perché avete altri ventuno sostituti?

  46. …scusatemi ma vi rendete conto che è un mese che stiamo parlando di quella che l’università di Siena in questa fase considera la misura salvifica, la pietra filosofale, la panacea… ossia la cacciata di professori sessantacinquenni (non “sessantanovenni”, come slealmente afferma Cal) senza rimpiazzo? Molto umilmente ho cercato di additare alcune conseguenze drammatiche del venir meno di una fetta cospicua del corpo docente per uscita di ruolo (pensionamenti, “pre” o non “pre”) in una situazione in cui a quanto pare: 1. i docenti non sono distribuiti con egual densità in tutti i settori, senza che talvolta se ne vedano le ragioni; 2. non è possibile rimpiazzare chi se ne va e 3. le leggi recenti e meno recenti impongono requisiti numerici sempre più draconiani in ordine alla docenza. Questo mix mortale non mancherà di mostrare tutto il suo effetto nefasto nei prossimi anni. Per quanto in qualche caso ciò possa apparire plausibile, quando parliamo di rilancio dell’ateneo, non vi viene il sospetto che si dovrebbe discutere anche di qualche altra cosa oltre che della “cacciata dei vecchi”?

  47. Carissimi Cal e Golene,
    non per proseguire la polemica, ma per chiarire il mio pensiero,
    nel 1669 il vecchio Isaac Barrow si ritirò dall’università per dedicarsi al ministero
    ecclesiastico (non sarebbe un’ottima idea quella di consigliare a qualcuno di farsi prete, invece di continuare a gravare sulle esauste casse dell’ateneo?); lasciò la cattedra di matematiche all’università di Cambridge e la fece assegnare al suo brillante allievo Isaac Newton, allora ventisettenne, riconoscendo che egli aveva superato il maestro. Ecco: qui non stiamo parlando di questo. Sarebbe come se andando in pensione Barrow, chiudesse la cattedra lucasiana.

  48. @ Sesto (scusa ero fuori)
    Nessun salto disciplinare… o ragioni prendendo solo unisi (ed allora vien bene il calcolo che ho proposto ma rabbi non ha risolto) oppure ragioni prendendo tutto il settore pubblico, ed allora però nel calcolo entra anche altro perché per non spendere i famosi 15 in più poi devi sostenere i redditi delle 2000 famiglie i cui membri perdono lavoro ecc. ecc…
    Secondo me il “sistema” ragionevolemtne può fare il piccolo sacrificio di pagare un po’ di più ma mantenere la baracca in piedi.

    Sull’atavica “cacciata dei vecchi”… come piace a Rabbi… è inevitabile… farlo 2-3 anni prima non cambia molto. Il fatto che saprisca un settore dipende dalle politiche di programmazione. Se mi va via l’ultimo ordinario di storia antica delle due l’una o tolgo storia antica da tutti i corsi di laurea o dovrò assumere in quel settore. Sarei curioso di vedere quanti settori chiudono nei prossimi 5 anni e quanti studenti ha questa gente. Perché io capisco anche Rabbi che magari diventa accademicamente orfano ma se la sua materia è seguita e lui è valido nel tempo la carriera che merita la farà a Siena o altrove. Il problema è se lui è un ciuccio (e non lo credo) o se non ha studenti nel qual caso beh… il tutto sarebbe più difficile…
    Quindi vuoi parlare di rilancio? Rilanciamo togliendo persone costose e sovente improduttive… mandando in mobilità il personale amministrativo che è assai esorbitante in molti posti, vendiamo immobili, alziamo la qualità dei servizi ecc.ecc… questo è il rilancio secondo me

  49. @ Rabbi, Sesto, Loré, Carlini, Tessitore

    Ma vi pare che sia il caso di continuare a rispondere a chi ragiona (si fa per dire) come Cal e Golene? A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti che sopratutto il primo non ha la minima idea di cosa significhi l’espressione “studi universitari”. Non parliamo poi della parola, tedesca, che al meglio esprime quello cui dovrebbe aspirare un universitario, studente o docente che sia: Wissenschaft. Come si fa a ragionare in termini numerici come fa lui? Il regolamento che gli è tanto caro e che usa come una mazza per fracassarci gli zebedei non fa una parola di quanto qui voi sostenete da tempo e, inoltre, è un regolamento che era nato per far fronte ad una situazione emergenziale, così come la dismissione di immobili. In quasi tre anni, e con tutte le promesse che aveva fatto Riccaboni, quella fase doveva essere superata da tempo e invece in un anno è stato distrutto tutto quello che erano riusciti ad ottenere Focardi, Miccolis e Barretta. Qui stanno distruggendo, senza fare prigionieri, interi settori di ricerca e di didattica – un esempio per tutti: il dipartimento di matematica “Roberto Magari” nonché la scuola che il medesimo Magari ha creato – perché ci sono 3 studenti di matematica, come se la laurea in matematica dovessero prenderla in 500 l’anno. Non c’è un professore di greco che si possa chiamare tale, non c’è un professore di latino che possa chiamarsi tale, se Giovanni Grasso va in prepensionamento (ha 66 anni quindi cadrebbe sotto la scure di Cal e del suo regolamento del menga), non c’è più un ordinario di anatomia (con una facoltà di medicina e una di farmacia), i matematici spariranno dalla faccia della terra così come la letteratura russa (a proposito Rabbi, quest’ultima si salva per il momento perché il docente che è andato in pensione anticipata non ha voluto il contratto a patto che se ne attivasse uno per un giovane che tenesse in vita la materia; è bene ricordare il nome del docente perché è rara avis: Caterina Graziadei). In compenso l’Ateneo è strapieno di storici contemporanei, comunicatori, semiologi del marketing e della comunicazione e antropologi. E questi parlano ancora di possibilità di reclutare in “un futuro auspicabilmente prossimo”.
    Hanno ragione Rabbi e Sesto: torniamo a parlare di cose serie. Magari tenendo a mente quanto affermava Gadda: non tutti sono condannati ad essere intelligenti.

  50. «Qui stanno distruggendo, senza fare prigionieri, interi settori di ricerca e di didattica – un esempio per tutti: il dipartimento di matematica “Roberto Magari” nonché la scuola che il medesimo Magari ha creato – perché ci sono 3 studenti di matematica, come se la laurea in matematica dovessero prenderla in 500 l’anno.»

    Call me Ismael

    Sì, anche a me ha colpito molto questo fatto (che ho rammentato in uno dei messaggi precedenti), perché si tratta di una parte della storia di questo ateneo che se ne va. Si era detto: “chiudiamo le cose inutili!”; poi è andata così, che in forza dei requisiti numerici della cui esistenza Cal e Golene non sospettano nemmeno, hanno chiuso per esempio il dipartimento di Matematica. Lascia vieppiù l’amaro in bocca il fatto che parallelamente si siano tenuti in piedi corsi figli di N.N., magari in duplice copia.

    «A proposito Rabbi, quest’ultima si salva per il momento perché il docente che è andato in pensione anticipata non ha voluto il contratto a patto che se ne attivasse uno per un giovane che tenesse in vita la materia; è bene ricordare il nome del docente perché è rara avis: Caterina Graziadei.»

    Call me Ismael

    Sì, è vero: si contano sulle punte delle dita di una mano (a quanto ne so, c’è qualcun altro a Filosofia – by the way altro dipartimento e corso di laurea cancellati -, e sarebbe interessante conoscere quanti sono stati gli “eroi”) e fa senso che oggi l’unico modo per far avere un contrattuccio a tempo determinato ad un giovane, bisogna che un vecchio sacrifichi una parte della propria pensione: gesto nobilissimo (anche se la pensione di un ordinario non è quella di un operaio), ma come diceva il vecchio Brecht, “maledetto il paese che ha bisogno di eroi”.

  51. Caro Rabbi e cari tutti,

    giustamente parlate di “maestri” di “scuole” e di (probabili) eccellenti allievi. Tu Rabbi fai l’esempio di Barrow e Newton. Di quasi 500 anni fa.

    Ma non siamo nella condizione di parlare di “maestri” e scuole eccellenti, se non, come voi stessi evidenziate con i vostri esempi (Matematica, come Anatomia e altro), in sporadici casi. Minoritari. Che ho quantificato (ottimisticamente) a 1/4 del totale. I 3/4 sono improduttivi. La mia conclusione: la perdita del 1/4 meritorio e produttivo è un male minore nella situazione attuale.

    L’obiezione forte e corretta è che gli over 65 non saranno sostituiti. Il loro insegnamento (nei casi minoritari comunuque) decadrà.

    Nella situazione drammatica attuale anche questo è il prezzo da pagare. Certo, sarebbe auspicabile che Riccaboni e tutti il “management” (per riderci un pò…) selezionassero come e quali settori salvare. Ma non viene fatto, per miopia o menefreghismo, non lo so.

    Ma la contrapposizione tra me (e forse Cal) e voi, nasce dalla constatazione che la situazione in cui viviamo ora è il prodotto di una cancrena vecchia (e su questo siamo tutti d’accordo) e che il prepensionamento è una (una! non la panacea!) delle possibili armi a disposizione.
    Voi comprensibilmente (dal vostro punto di vista) la criticate, ma noi non vediamo altre soluzione, né altre vengono descritte o proposte, che non siano il commissariamento (e che si risolve?!?!) o la cacciata di Riccaboni. Per sostituirlo con chi? Forse Grasso è capace di meglio? Anche lui è parte di questa accademia e costretto da questa a scelte, e come lui chiunque altro.

    Quindi l’accademia è marcia, e ciò che produce non può far meglio e non è certo paragonabile alla Royal Society di 500 anni fa, ma neanche alle accademie di qualche decennio fa. Negli anni ’80 abbiamo (avete) iniziato il disastro. Ne siete parte e artefici, socialmente e come accademia (e casta); anche se singolarmente ve ne tirate fuori e non siete (o non vi sentite) responsabili, giustamemente o meno, importa poco.

    In poche parole, tanti paroloni, qualche insulto e tentativo di isolamento e cacciata (cercando di configurare il “sensodellamisura” come una sub-casta, seppur in contrapposizione con la casta dominante), ma scarso senso di realismo, ben accoppiato all’assoluta mancanza di visione e futuro della casta dominante che vorreste combattere.

  52. «Ma non siamo nella condizione di parlare di “maestri” e scuole eccellenti, se non, come voi stessi evidenziate con i vostri esempi (Matematica, come Anatomia e altro), in sporadici casi. Minoritari. Che ho quantificato (ottimisticamente) a 1/4 del totale. I 3/4 sono improduttivi. La mia conclusione: la perdita del 1/4 meritorio e produttivo è un male minore nella situazione attuale.» Golene

    Come volevasi dimostrare: tu e Cal, oltre ad ignorare sistematicamente i messaggi altrui e le loro argomentazioni, continuate a portare la discussione lontano dalla realtà, su un piano di pura fantasia, su come dovrebbe funzionare il mondo, i buoni premiati, i cattivi puniti… “secondo me bisognerebbe mandare via 3/4 dei professori perché rubano lo stipendio!”, e vai col liscio; ignorate (nel senso dell’ignoranza) il quadro legislativo che regola l’università italiana, l’apertura e la chiusura di corsi, dipartimenti e quant’altro, contentandovi dell’invettiva generalizzata contro “i professori” e fingendo che ciò che si apre o si chiude, dipenda da una qualche “valutazione” di eccellenza operata da nonsocchì, e non da aridi requisiti numerici: cioè a dire, seguitate a raccontare balle, criminalizzando tutti, per non parlare di nessuno e di niente in particolare! Sicché i 3/4 dei professori sono improduttivi e pertanto trucidabili (sebbene non sia chiaro come ciò si leghi al tema dell’età dei medesimi): ma allora, giacché siete anche voi della razza degli universitari, sulla base di queste stime avete una discreta probabilità di rientrare nel sacco degli accidiosi, pertanto senza esitazione sacrificabili (voi, le vostre discipline, i vostri corsi e i vostri dipartimenti): perché non cominciate a dare l’esempio? Perché non vi levate dai cabbasisi? Ho visto che cercano gente per guardare i maiali e le pecore: perché non fate domanda? In fondo non è una “visione” troppo diversa da quella che dite di avere sotto gli occhi adesso.

  53. E di grazia questa quantificazione dei quarti di nobiltà accademica su che basi sarebbe avvenuta? Chi è Golene, l’ANVUR? Il Ministero? Il Papa? Dio? Visnù? Qualche dato, grazie? Sennò il silenzio è la condotta migliore.
    Lo ripeto: non tutti sono condannati ad essere intelligenti.

  54. Rabbi, forse tu non leggi bene quanto già scritto. Ma forse non mi sono spiegato bene. So bene che il prepensionamento non dipende da requisiti di merito, produttività o da programmazione. Quello che dico è che anche così, indipendentemente da qualunque valutazione è il male minore.

    Inoltre è noto che qualunque sistema di valutazione sulle persone e relativa ricaduta ha sempre fallito. Quindi dire “mi va bene mandare a casa gli improduttivi, ma dopo una seria valutazione”, vuol dire non voler cambiare niente. E per questo voi non fate altro che perpetuare la casta, da cui vi dichiarate estranei (e qui permettetemi la grassa risata, con stretta analogia con i maiali che mi consigli di accudire… 🙂

  55. «…pertanto trucidabili (sebbene non sia chiaro come ciò si leghi al tema dell’età dei medesimi)» Rabbi:

    E qui dimostri ancora di non aver letto il commento precedente e (ma questo è chiedere troppo) i post precedenti, dove legavo la non produttività agli over 65. Complimenti maestro! Hai appena dimostrato come accusare se stessi pensando di accusare gli altri, nonchè il tuo livello di attenzione. Quanto ancora all’agognata pensione?

  56. Caro Golene, sei un campione di slaloom: complimenti per aver eluso ancora una volta tutti i temi rilevanti. Allora avanti così, cancelliamo tutto, sicuri che tanto un posticino per te e per Cal alla fine si troverà sempre. E lo chiamate “rilancio”? Possibile che non sappiate parlar d’altro che di trucidare “i professori”?

  57. @ Ismaele
    Con la legge Gelmini occorre fare dipartimenti omogenei. Matematica è insegnata in molte facoltà. Concentrando i docenti che insegnano sparsi per l’ateneo si andrebbe a costituire un gruppetto numericamente non disprezzabile. Non necessariamente va chiuso.
    In ogni caso per quanto vi opponiate nel giro di qualche anno la situazione andrà esattamente nella direzione che diciamo noi. Ha senso resistere un anno o due a fare corsi che l’anno prossimo non riusciremo più a fare? Secondo me unisi deve fare una programmazione seria con le forze che ha anche a costo di sacrifici. Se uno vuole studiare letteratura russa se ne va a Pisa o altrove dove si è concentrata una quantità di persone maggiore. O tutti dobbiamo avere tutte le discipline insegnate da cani e porci?

    @ Rabbi forse un posticino per noi c’è perché siamo bravi… t’è mai venuto in mente? Che stai parlando con due con due cv da far vergognare te e Ismaele? Pensateci prima di dare dei cretini agli altri… ovvero a coloro che non la pensano come voi…
    Pensare che persone con la vostra apertura mentale e rispetto delle opinioni altrui stanno in cattedra ad educare giovani generazioni mi fa rabbrividire… i vostri di insegnamenti li chiuderei subito per manifesta e palese arroganza e incapacità al dialogo.

  58. «Rabbi, forse un posticino per noi c’è perché siamo bravi… t’è mai venuto in mente?» Cal

    Cal, ma tu, in che pianeta vivi? Un posticino dove e quando, s’il vous plait? Francamente non mi pare che tu sia molto intelligente, se non capisci che affondando la nave non ci sarà più posto, né per i marinai bravi, né per quelli meno bravi e che in questa fase la qualità dei docenti è argomento che non viene neppure lontanamente preso in considerazione. Tu sei semplicemente un disinformatore, un cacciaballe, uno di quelli “che è colpa di tutti” (e dunque di nessuno): in definitva, i tuoi discorsi puzzano di falso da lontano un miglio. E poi toglici una curiosità: tu sei un genio, mentre tutti quelli che partecipano a questo forum sono delle povere teste di cazzo, va bene così? Da quando sei entrato in questo forum non hai saputo far altro che insultare ad uno ad uno tutti i partecipanti. Ti fa sentire meglio lo scrivere nascosto dietro un nickname che tu sei un genio incompreso e tutti gli altri (specie quelli che non conosci nemmeno) sono usurpatori? Tu che ne sai del mio “curriculum”? Ci conosciamo? Lascia che ti dica che se non capisci quello di cui stiamo discutendo, più che al tuo curriculum dovremmo dare un’occhiata alla tua cartella clinica.

  59. Caro Rabbi, io non caccio balle. Quello che ho scritto è sempre e solo la verità e le mie opinioni sulla medesima. Smentiscimi se puoi. Se poi la verità o le mie opinioni non ti piaciono è altro discorso e ti re-invito a non leggere e non commentare.
    I primi che avete dato dei cretini a me siete stati voi. Siccome non ci conosciamo evitate e io eviterò di farlo con voi. Perché come vedi dà fastidio vero? Se ripercorri i post di questi mesi mi avete appellato in tutti i modi possibili. Però le signorie vostre non vogliono essere trattate da cretini. E allora imparate il rispetto. E rispetto riceverete. Continuate su questi toni e riceverete questi toni.
    Io non ho mai detto di essere un genio. Io non mi chiamo maestro. Né mi ci faccio chiamare da alcuno. Io non pretendo di avere sempre ragione ma opinioni rispettabili sì. Perché con Sesto discuto tranquillamente e con voi no? Perchè Sesto non mi ha mai dato del cretino, ha le sue opinioni e io le rispetto come lui rispetta le mie pur non condividendole. Io prima di dare del cretino a qualcuno ci penso perché non lo conosco. Il mio argomento è… attento Rabbi, attento Ismaele, attento Cesare Mori e tutta l’allegra brigata… siccome non mi conoscete, dedurre che io sia un cretino potrebbe risultare molto ma molto sbagliato. Io potrei essere chiunque… da Riccaboni, a Focardi, a Barretta fino al vostro ordinario di riferimento che stimate tanto e difendete a spada tratta… che ne sapete di me? Chi siete per giudicare? Rimanete nella discussione che è meglio…

  60. «…attento Rabbi, attento Ismaele, attento Cesare Mori e tutta l’allegra brigata… siccome non mi conoscete, dedurre che io sia un cretino potrebbe risultare molto ma molto sbagliato. Io potrei essere chiunque… da Riccaboni, a Focardi, a Barretta fino al vostro ordinario di riferimento» Cal

    Io non ho nessun “ordinario di riferimento” e per me potresti anche essere il Padreterno (noto tuttavia che hai abbastanza chiara, per così dire, la dialettica padrone-servo). Con queste oscure minacce confermi solo di essere un cretino vero e proprio.

  61. La minaccia è così oscura che non c’è. Non è nel mio stile e nella mia educazione prima personale e poi accademica.
    Il mio vuole essere solo un paterno consiglio di evitare di giudicare a sproposito cosa che continui imperterrito a fare. Per favore evitami, non leggermi, non commentarmi. Parla con chi ti dà ragione e vivi felice sentendoti maestro. Vale la pena funestarsi agosto a parlare con me? No tanto non mi convinci e non ti do ragione se non ce l’hai…

  62. «Smentiscimi se puoi.» Cal

    Ma “smentire” che cosa? Ho scritto decine di messaggi per cercare di farti capire che Siena non si salva semplicemente, come predichi tu, mandando via più professori possibile e smantellando il suo patrimonio di tradizioni e competenze. Tu stai facendo un discorso ipocrita, che non coglie la drammaticità del momento ed è per questo non credo che tu sia quello che dichiari di essere: cerchi sempre di dirottare il discorso su questioni futili e di bassa cucina demagogica, di eludere le questioni scottanti, alzando gran polveroni ogni volta che si metta a fuoco qualche tema preciso: vabbè che tu sei un genio e potresti anche essere il Rettore (sic), ma pensi di avere a che fare con la casalinga di Vigevano (che magari nel frattempo si è pure laureata)? Non sei sincero, perché in forza di quelle bizzarre convenzioni che si sogliono chiamare leggi dello Stato, delle quali pare che tu non abbia la minima cognizione, non è vero che trionfa la meritocrazia e la “maschia gioventù”; al contrario, semplicemente si salva chi di professori ne ha a bizzeffe, cioè, sovente, chi in passato più ha dilapidato, condannando a morte gli altri e questo, in chiave strategica, è un criterio di programmazione lievemente a cacchio di cane! Il tuo disinteresarti completamente alla faccenda è segno d’arroganza e sicumera: vuol dire che a parte le patetiche autocommiserazioni, tu hai già il pane nella madia. Il fatto stesso che tu insista con questa fregnaccia secondo cui tutti quelli che non sono ordinari hanno un “ordinario di riferimento” (come ogni cane ha un padrone) rivela che non hai ben chiara la situazione diffusa dell’ateneo e pensi solo alla bambagia in cui vivi tu. Hai il pane nella madia o forse credi solo di averlo, giacché se la nave affonda, vai a fondo pure tu. Non si riesce a farti digerire il concetto che quella dei prepensionamenti è una politica con dei forti limiti; ammesso (e non concesso) che questa politica sia inevitabile, non solo ciò non giustifica il modo vomitevole (e impensabile in ogni università degna di questo nome) con cui tu parli dei professori sessantenni, in generale, alla stregua di branchi di maiali avviati al macello, ma neanche quello dei prepensionamenti può essere preso come una sorta di panacea, perché quello che chiude adesso, non riaprirà più in futuro: dunque, tra pensionamenti, prepensionamenti e blocco del turn over, stiamo drammaticamente perdendo pezzi della struttura di questo ateneo: non è il caso che se ne parli? È veramente bizarro, da un lato parlare di “valutazione” dei docenti e poi prescinderne completamente al momento in cui si decie ciò che vivrà e ciò che perirà. Pensi che questo sia un argomento trascurabile, da affidare alla burocrazia, alle cure di qualche ufficio (magari a quello per la tutela dell’ “immagine”, eh,eh,eh…)? In diversi, in questo forum, hanno evidenziato che non è affatto vero che “stiamo cancellando le cose inutili” o mandando via i lavativi per far posto a certi popò di geni come Cal: non è questa una confutazione dei tuoi (s)ragionamenti da “flagello di Dio”?

    «Perchè con Sesto discuto tranquillamente e con voi no?» Cal

    Perché Sesto ha la saggezza, che io non ho, di non risponderti.

  63. Rabbi ma lo hai capito che questi pezzi li perderemo comunque entro breve? L’agonia è tanta ma la fine è quella… lo hai capito che unisi rischia seriamente il default? E il tuo problema sono le rinunce di un 65enne? Io non so quanti anni hai ma se ne hai quanti me la pensione la vedrai col cannocchiale… lo hai capito che tenere corsi aperti un anno e poi non avere le forze di continuare perché ci sono i pensionamenti non ha senso ed è una presa per il sedere di coloro che vengono a Siena?
    Se tu mi leggessi benedetto ragazzo vedresti che mai io ho detto che il prepensionamento è la soluzione. È una delle soluzioni. Risolve in parte ma non tutto.
    Sposta il ragionamento tra 5 anni. Tutti sti anziani o prima o poi se ne vanno ok? Unisi è molto rimpicciolita ok? E ora che si fa? Si programma per il futuro… si decide quali corsi hanno senso a Siena e quali no. Embè non lo possiamo decidere adesso invece che tra 5 anni? Non possiamo ora ragionare se ha senso avere 22 storici e 50 economisti puri che rispettivamente servono 20 e 30 studenti? Il capitolo responsabilità è un altro… e anche su quello va lavorato attentamente ma la soluzione adesso è ragionare su cosa tenere in vita e cosa no, ma a bocce ferme non con gente che oggi c’è e domani no. Bisogna far conto che non ci siano più. E ripartire. Procrastinare è folle perché comunque il problema si porrà.

    Credo che Sesto impieghi più tempo a leggere che a scrivere e credo che questo sia un bel pregio.

  64. «Non possiamo ora ragionare se ha senso avere 22 storici e 50 economisti puri che rispettivamente servono 20 e 30 studenti?» Cal

    La prova provata che sei solo un provocatore: adesso, a mo’ di pappagallo, tu rivolgi a me l’obiezione che io ho rivolto a te (non fatemi citare me stesso, per favore). Ma la finzione sta nel fatto che tu assumi scioccamente che tutti possiedano ventidue professori per settore disciplinare, o che chi ha ventidue professori sia più “ganzo” (visto che solo a chi si trova in questa condizione concedi il diritto di vivere), mentre quello che in diversi cercano di farti capire è che in una discreta fetta dell’ateneo, in diversi comparti non trascurabili, causa pensionamenti + turn over bloccato, di docenti ve ne sono oramai due o uno solo per settore e, almeno se esiste ancora una qualche plausibile gerarchia tra discipline in vista del conseguimento di un certo tipo di laurea, non tutti i settori sono trascurabili come le “scienze del bue muschiato”: cioè a dire, secondo un’angolatura “morale”, non è vero che in passato tutti abbiano mangiato a quattro palmenti e tutti siano pertanto corresponsabili del buco in egual misura, né è onesto che dunque adesso chi ha speculato di più debba addirittura essere premiato. “Poco male se nel settore X ci sono pochi docenti”, tu dici, “se sono pochi, vuol dire che non sono ‘ganzi’ e allora tanto vale chiudere”. Bene, per me è un suicidio, ma allora teniamo le cazzate “ganze” e buttiamo a mare i settori di base, spacciando questo per necessità ineludibile. Dimmi solo cosa vuoi farne dei membri di dipartimenti o corsi di laurea di cui auspichi la soppressione (tra i quali naturalmente, non figura quello importantisssssssssssssssssssssssssssimo in cui lavori tu, attendendo che il tuo “ordinario di riferimento”, come usi dire, tiri il calzino lasciandoti in eredità la cattedra come fece Barrow con Newton – e scusa se oso paragonarti con un intellettuale di così basso livello rispetto a te-), atteso che non puoi mettere un docente di Analisi Matematica ad insegnare Latino (ammesso ed assolutamente non concesso che vi sia ulteriore bisogno di latinisti) e questo per dire che non si può continuare all’infinito con la politica degli “accorpamenti”, che sta solo rendendo più opaca e squalificata l’offerta didattica e mandando via studenti da Siena. Da parte mia ho formulato il giudizio pessimistico – perché utopistico – che il busillis si risolve solo in chiave federale (regionale), programmando centralmente la distribuzione dei corsi nei tre atenei e domando solo che si discuta di questo rompicapo, di come evitare di perdere alcuni gioielli di famiglia, di cosa è o sarebbe strategico preservare avendo un’idea dell’ateneo prossimo venturo, e non delle tue panzane; vorrei capire come si conciliano da un lato la insostenibilità dal punto di vista della numerosità della docenza di molti settori di base (preludio al loro sacrificio) e dall’altro lato l’esubero di docenti in altri settori non propriamente “strategici”. Ma capisco che ciò è troppo impegnativo sotto ogni punto di vista: meglio affidarsi all’oggettività dell’anagrafe, vero ed unico strumento di “valutazione”.

  65. Cal

    1) Attento a cosa, scusa? Le minacce vai a farle a tua sorella. E anche se sei il papa, io me ne fotto allegramente.

    2) I dipartimenti omogenei? Ma per piacere!!! Infatti in un dipartimento di medicina con psichiatri e psicologi, un paio di filosofi non guastano, vero? Così come i semiologi del marketing con i politologi e così via. È una guerra per bande esattamente come era prima e l’avvocaticchia bresciana non ha combinato nulla. Stupisce che ci sia qualcuno ancora che ci casca.

    3) Nessuno ti ha mai dato del cretino, checché tu ne dica, ma sostenere che letteratura russa sia insegnata da cani e porci (cosa ben vera per altre materie), inferendo in questo modo che una come Caterina Graziadei, la quale fra l’altro ha spontaneamente aderito al prepensionamento senza neanche prendere il contratto e senza la moral suasion da te stesso auspicata, sia da mettere tra i cani e i porci dimostra veramente che il cervello ti sta largo in un pinolo.

  66. Oooh (vocativo) `maestro’ Rabbi, il maestro di sci qui sei tu, che copri la malaparata con gli insulti. Gli argomenti li ho dati e ad alcuni esposti ho risposto. Purtroppo qui sembra voler e dover vigere il pensiero unico. Continuo a sostenere il pensionamento a 65 anni per gli accademici, come nel resto d’europa. Se poi la riforma vorrà aumentare il limite benvenga. Gli argomenti contro non convincono o sono facilmente aggirabili, con una visione strategica del paese, della ricerca.

    Parliamo di questa piuttosto.

  67. @ Rabbi

    Sì ma non puoi neanche assumere di default che chi ha 22 docenti ha magnato… e che pochi docenti sono dove si fanno le cose che servono e molti dove si studia il bue muschiato. Penso che ogni Facoltà abbia avuto la sua storia e che gli equilibri di oggi siano il frutto di scelte di allocazione di punti organico di cui magari qualcuno oggi si pente.
    La mia obiezione se leggi bene è che tu vuoi tenere tutti dentro fino a scadenza… io no. Ove c’è ricambio si può anche andare a casa prima. Dove non c’è ricambio è un problema ma tenere il pensionando altri 3-4 anni non lo risolve perché l’unica cosa che lo risolve è il reclutamento, circostanza che la tenuta a scadenza del prepensionabile rende più remota. L’ho detto in tutti i modi… spero sia chiaro. Di utopico c’è solo il tuo cercare di proteggere il gioiello di famiglia. Se ha 68 anni e non ha ricambio generazionale è andato, perso… prima te ne fai una ragione e meglio è. O recluti in quel settore. Ma per reclutare occorrono i conti in ordine, che non abbiamo perché guarda strano il personale costa troppo. Lo vedi che se non risolvi i miei problemi non cogli il succo?

    @ Ismaele

    Calma che non hai capito nulla.
    1) Io non ho minacciato nessuno. Se hai colto una minaccia hai letto male. Ho solo detto che non sapete chi io sia e quindi è avventato giudicare. Ti pare una minaccia?

    2) I dipartimenti omogenei li prescrive la legge. Che poi non si facciano è altra cosa. Ma se metti insieme tutti i matematici sparsi qua e là Magari non chiude…

    3) Mi hai dato del non intelligente. E il mio cervello starebbe largo in un pinolo. Che è uguale a casa mia. Non ho mai sostenuto che la letteratura russa sia insegnata da cani e porci. Mi spiego nuovamente perché sicuramente sono stato poco chiaro. Letteratura russa ha un ordinario che va in pensione. Non ha sostituti. Danno? Certo ma magari in toscana (esattamente la soluzione del nostro comune amico Rabbi) letteratura russa c’è altrove. E chi la vuole studiare se ne va là. Ora nel caso di specie c’è la prof.ssa Caterina Graziadei (che non ho il piacere di conoscere) che si è prepensionata e ha lasciato un contratto per un giovane. Ecco io mi inchino a queste persone. Ha fatto il bene di unisi per me. Quindi si potrà studiare letteratura russa per un anno grazie al contratto che la prof.ssa ha lasciato. Benone. In generale però, ripeto in generale, meglio concentrare le forze per me. Meglio cioè avere una facoltà forte di ingegneria in toscana che averne 3 a si fi e pi dove insegnano i cani ed i porci di cui sopra.
    Prima di scattare come furie leggete con attenzione. Tra l’altro io sono sintetico. E simpatico a detta di molti…

  68. «Continuo a sostenere il pensionamento a 65 anni per gli accademici, come nel resto d’europa.» Golene

    Il punto è: chi se ne frega. Cioè a dire, che rilevanza ha che tu sostenga il pensionamento a 65 anni, quando questa non è la legge dello Stato? Mi sono per caso espresso in merito? Personalmente sono d’accordo, ma mi sono espresso solo sui fatti (hypotheses non fingo). Io sostengo la necessità di battere il cancro: pensi che ciò basti come terapia? Tu e Cal siete specializzati nelle fantasticherie e nel portare la diatriba su un piano puramente immaginario: la battuta che stanno nascendo dipartimenti “omogenei” in effetti è esilarante, ma come potrebbero essere omogenei dipartimenti da trentacinque componenti, in un ateneo che ha gli squilibri, in ordine alla docenza, che abbiamo ricordato? I requisiti numerici mussiano-gelminiani in generale non sono sostenibili in una università nelle condizioni in cui si trova Siena, se si eccettuano forse Medicina o Giurisprudenza.

    «Infatti in un dipartimento di medicina con psichiatri e psicologi, un paio di filosofi non guastano, vero?» Call me Ismael

    Beh, non è fuori dal mondo che filosofi della mente lavorino con neurologi, filosofi della fisica o della matematica lavorino con matematici, biologi con informatici ecc. anzi, all’estero diciamo pure che è la regola, anche perché normalmente si tratta di gente che ha una formazione duplice, dunque non è che stanno assieme perché un burocrate glielo ha imposto, per un “matrimonio di convenienza”. Personalmente conosco gente che ha due lauree, o due dottorati ecc. … e qualcuno dovrebbe ricordare la scritta che campeggiava sul frontone dell’Accademia platonica: “non entri qui, chi non è geometra”: restando sul piano locale, vogliamo poi ricordarci che Siena è la città che ospitò Galileo, prima e dopo il celebre processo? Questo ateneo ambiva ad essere considerato la “piccola Oxford”: si potrebbe obiettare che il genere di cultura filosofica di stampo “analitico”, come dicono i filosofi, che in quella contea si pratica, non asseconda molto le visioni di chi ha leggiucchiato controvoglia Croce in polverosi manuali di liceo mezzo secolo fa, ma anche se stiamo sul continente e alla Kultur germanica, alla quale era ispirata la nostra università della riforma Gentile, e prendiamo una classica università di una classica cittadina tedesca di centomila abitanti (non troppo dissimile da Siena, dunque) come Gottinga, scopriamo che vanta tra gli ex studenti e professori ben quarantaquattro premi Nobel. E scopriamo altresì che all’inizio del ‘900 vi lavorarono a stretto contatto o successivamente, in un continuum tra matematica, fisica e filosofia, personaggi come Klein, Husserl, Minkowski, Born, Bohr, Weyl, Koyré, Hilbert… e tra gente molto colta, non ci si arrovellava troppo per capire dove finiva la cultura umanistica e cominciava quella scientifica, invece di dedicarsi allo studio e alla ricerca.
    Evidentemente non si ragionava in termini di “requisiti minimi”.
    Questo solo per tirare il pallino un po’ più lontano e dire che le possibili combinazioni che hai citato (a proposito, quali sono andate in porto?) non sono le accoppiate più esilaranti e anzi, lo dico con rammarico, nell’epoca in cui la politica è comunicazione, Scienze della Comunicazione e Scienze Politiche mi pare un matrimonio in qualche modo inevitabile. Io ero a conoscenza di altre combinazioni ancora più bizzarre, che eviterò di citare per non apparire fazioso e perché non so com’è andata a finire la faccenda (l’ho ricordato in un messaggio precedente)… ma nella situazione in cui ci troviamo, con l’aggravante che vi sono dei privilegi o delle storture chissà perché “intoccabili”, vi è un modo per apparire meno ridicoli?

  69. «Evidentemente non si ragionava in termini di “requisiti minimi”.» Rabbi

    E non si ragionava neanche per SSD…

  70. «Evidentemente non si ragionava in termini di “requisiti minimi”.» Rabbi
    «E non si ragionava neanche per SSD…» Cal
    …beh, se è per questo anche oggi i SSD sono cosa alquanto vaga e nel quadro delle recenti riforme e del delirio burocratico-pedagogico che le pervade, sono destinati ad essere cosa ancora più vaga. Prenditela con il ministro. Anzi, con i Ministri, perché questo oramai è il “mainstream” della politica universitaria da anni, in modo perfettmente bipartisan.

  71. Beh gli SSD sono utili per i concorsi ma non sono sicuro che lo siano per il progresso scientifico…

  72. Quando in un dibattito qualcuno non ci sente, si finisce con andare sopra le righe e danneggiare tutti, anche perché volano offese e insulti, palesi o mascherati. Ormai, l’argomento “prepensionamento” è stato sviscerato in tutti i modi e, nonostante le rigide posizioni evidenziatesi nella discussione, è chiaramente emerso un punto fermo che lo rende unico nel suo genere. Gli incentivi ai professori, a Siena, sono da cinque a nove volte superiori a quelli concessi negli altri atenei del Paese. E questo, per l’università più indebitata d’Italia, non è accettabile. Questo blog ha evidenziato numerosi argomenti scandalosi, qualcuno da Procura della Repubblica, tutti, però, avvolti stranamente dal silenzio più assordante dei commentatori. Eppure, questi misfatti hanno provocato un danno all’immagine e alle casse dell’Università di Siena notevolmente maggiore. È un modo per distogliere l’attenzione dagli argomenti più gravi e compromettenti per i soliti noti, come scrive qualcuno? Bah! Che dire? Fate voi! Continuate pure a parlare di “prepensionamento”! L’importante è evitare gli insulti e le offese.

  73. Caro Professor Loré,
    ho molto apprezzato il suo intervento del 15/08, in particolare essendo transitato da Siena anni fa nelle vesti di “nomade-stanziale”. Un caro augurio a lei e a tutti per poter continuare con passione, ispirazione e una buona dose di resistenza, sulle tortuose strade delle nuove avventure itellettuali.

  74. …grazie, caro Dottor Guglielmetti, che da medico – se non ricordo male – lavorò in malattie infettive a Siena.

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