Ateneo di Siena: tutti a guardarsi la pagliuzza nell’occhio

Altan-pagliuzza

Volete Gesù o Barabba? Barabba

RSU d’Ateneo. La questione è stata sollevata per la prima volta nel mese di aprile anno corrente durante una seduta d’informazione sindacale alla presenza di tutti i rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Università degli Studi di Siena. Il 21 maggio, poi, l’Amministrazione comunica con circolare a tutto il personale, la decisione di sostituire la fruizione della festività del Santo Patrono con il Palio della Madonna di Provenzano. La RSU di fronte a tale comunicazione il 28 maggio in sede di contrattazione sindacale ha posto il problema della valutazione dell’impatto che una chiusura il 2 luglio avrebbe avuto su molte strutture che, per obblighi istituzionali, dovevano restare comunque aperte. Di conseguenza la RSU propose di fronte a tutte le sigle, in ambito di discussione aperta tra la parte pubblica e la parte sindacale, di sostituire la festività del Santo Patrono con il Palio dell’Assunta, facendo recuperare ai colleghi un giorno di ferie all’interno della chiusura obbligatoria nel mese di agosto. Di seguito alla proposta della RSU nessuna sigla sindacale si oppose e la parte pubblica accolse la proposta seduta stante. La RSU alla fine della seduta d’informazione sindacale del 7 giugno ha poi chiesto all’Amministrazione il motivo del mancato invio della rettifica. E nemmeno in questa sede alcuna OO.SS. proferì verbo.

Quindi la RSU è unica e sola responsabile di questo abominevole, aberrante, inqualificabile, insormontabile bordello/abominio. Nell’assumerci quindi la piena e totale responsabilità, non comprendiamo come mai l’Amministrazione abbia impiegato circa 20 giorni ad inviare la rettifica, né riusciamo a comprendere come mai nessuno di coloro che oggi richiamano i problemi sulla viabilità e sulla sicurezza sociale abbia, oltre che nelle due sedute, in questo lasso di tempo, ritenuto opportuno intervenire. Siamo certi che la posizione della RSU non sia assolutamente lesiva delle tradizioni cittadine ma che sia stata strumentalizzata da alcuni per motivi che noi vogliamo continuare ad ignorare perché distanti dal nostro modo di fare sindacato.

Suggeriamo a tutti i responsabili di struttura una possibile via d’uscita (non dalle porte della Città). Ai sensi del Protocollo sull’orario di lavoro, art. 1 comma 3, art. 2 comma 12, art. 3 comma 6, i responsabili possono variare l’orario di servizio delle loro strutture, limitandolo alla sola mattina. Di sicuro la presentazione di molte richieste in tal senso potrebbe convincere l’Amministrazione a estendere una tale scelta a tutto l’Ateneo. Il nostro suggerimento vale ancora di più dopo la nota del Rettore che ingarbuglia ancora di più la situazione, visto che alcuni potranno uscire alle ore 14 senza utilizzare un giorno di ferie e chi invece lavora ad Arezzo e Grosseto, o deve restare al lavoro a San Miniato e alle Scotte per motivi istituzionali, resta fregato, ed è costretto a prendere ferie. Chi decide poi quali strutture possono limitare l’orario e quali no tenendo conto anche della sicurezza? Complimenti a tutti! Vorremmo sapere se, ora, dopo quanto scritto dal Rettore le sigle sindacali che hanno raccolto i lai di alcuni colleghi si sentono soddisfatte della soluzione. Alla fine è stata tutelata la tradizione o i problemi  logistici di qualcuno?

Nel concludere ci piace notare che in cinque anni di crisi per la prima volta abbiamo sentito alzarsi il “bollore” della partecipazione, così come mai era successo. Forse questa RSU ha dimostrato di capire più la città e la sua vita che non i propri colleghi. Alcuni l’hanno capito, altri fregiandosi di una senesità dubbia hanno fatto peggio.

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Una Risposta

  1. Il processo. «Processo per il “buco”, l’Ateneo si costituirà parte civile”.» Corriere di Siena
    «Processo per il “buco”, l’Ateneo si costituirà parte civile”» UGL e USB

    È importante, ma non basta. È fondamentale stabilire che ciò che è successo non è colpa del destino cinico e baro, ma bisogna guardare con occhio strabico avanti, oltre che indietro e non vorrei che si guardasse indietro per paura o incapacità di guardare avanti, o ci si illudesse che il riconoscimento delle responsabilità passate, la gogna e la garrota per i dissestatori, di per sé costituissero una risoluzione dei problemi di oggi che ho elencato nei precedenti messaggi, i quali non si risolvono da sé, bensì con una efficace “governance” ed una visione strategica che al momento non mi pare di vedere.

    Santi ed eretici. «Il 21 maggio, poi, l’Amministrazione comunica con circolare a tutto il personale, la decisione di sostituire la fruizione della festività del Santo Patrono con il Palio della Madonna di Provenzano[…] Nel concludere ci piace notare che in cinque anni di crisi per la prima volta abbiamo sentito alzarsi il “bollore” della partecipazione, così come mai era successo.» RSU

    Ma insomma, Siena, oltre a ben noti mistici, dette i natali a eretici del calibro dei Sozzini, che «in tempi di feroce dispotismo risvegliarono con nuove dottrine la libertà del pensiero», come recita la lapide posta sul palazzo natio in Pantaneto; anche noi ne apprezziamo il richiamo verso una religione razionale e siamo addirittura tendenzialmente spinoziani nell’aborrire le cerimonie e i dogmi settari, ritenendo che la «divina provvidenza» non sia altro che il complesso delle leggi di natura; ma non esitiamo a raccomandarci al Santo Patrono, accendendo metaforicamente ceri e facendo voti affinché induca certe menti obnubilate a ravvedersi e prendere coscienza dello stato attuale delle cose. Perché tra elezioni amministrative, Palio, Santi Patroni e miracoli varii, è questo che sta succedendo, ossia che si fa da “gnorri”: si glissa, si elude, si scivola, si soprassiede, per consapevole astuzia o per un inconscio angoscioso bisogno di rimuovere dalla coscienza una verità troppo sgradevole.

    Lo stato delle cose. Leggo che la 382 prevedeva una struttura globale con 15000 ordinari, 15000 associati e 15000 ricercatori di ruolo (http://www.andu-universita.it/2013/06/10/peggio/). A Siena e sicuramente anche altrove questi ultimi (ruolo “ad esaurimento”) sono attualmente il 44% dell’intero corpo docente e saranno attorno al 2020 la stragrande maggioranza dei sopravvissuti allo tsunami delle uscite di ruolo: quanti di costoro (una cifra infinitesima) ascenderanno fortunosamente al rango di associati, non cambieranno le problematiche relative ai requisiti minimi, perché molti insegnavano già e pertanto già venivano conteggiati. Saranno affiancati forse da un po’ di quelli nuovi provenienti dalle recentemente istituite “tenure track” (in inglese è più figo, anche le “tenure” strictu sensu, in America, non sono semplicemente l’anticamera della disoccupazione), cioè contratti a tempo determinato meno indecenti che in passato, che legittimamente aspireranno poi ad una stabilizzazione: mi ci gioco i cabbasisi che non saranno più di una ventina. Resta peraltro da capire cosa ne faranno di quella grande moltitudine di ricercatori già di ruolo che attualmente e da anni coprono una parte considerevole dell’attività didattica, dacché i settori disciplinari hanno cominciato a svuotarsi (nel frattempo, bada un po’ che sorpresa, siccome gli anni passano senza che si muova foglia, costoro sono invecchiati: sicché le gazzette possono continuare a scrivere che i ricercatori italiani sono vecchi ed occorre uno svecchiamento ;-( ).

    Evoluzione delle norme. Leggo altresì http://www.unipd.it/ilbo/content/reclutamento-del-personale-docente-quali-adempimenti-gli-atenei che la stessa L. 240/2010 (all’art. 29 comma 9) varò un piano straordinario per l’assunzione di professori associati; dalla ripartizione furono esclusi gli Atenei con rapporto tra Assegni Fissi e Fondo di Finanziamento Ordinario superiore al limite del 90%. A tal proposito, la Corte de li Conti ha sottolineato come nel periodo 2009-2011, la spesa del personale a Siena avesse sempre sforato il limite di legge del 90% del Fondo Ordinario di Finanziamento, attestandosi al 101,85% nel 2011. Con il decreto del 18 maggio 2012, la soglia è stata abbassata all’80%. Il d.lgs. n.49 fissa una nuova modalità di calcolo del rapporto tra spese per il personale e le risorse a bilancio dell’ateneo, ponendo una precisa relazione tra due indicatori: il limite di spesa all’80% e il limite di indebitamento al 15%. La cosiddetta “spending review” fissava il limite massimo di turnover possibile per il sistema universitario nel suo complesso al 20% delle cessazioni dell’anno precedente per gli anni dal 2012 al 2014. A partire dal 2014 il turnover ammesso passerà dal 20 al 50 per cento. Secondo le stime della ministra Carrozza, ciò consentirà di assumere 1.500 ricercatori a tempo determinato e circa 1.500 professori di ruolo. Giusto? Se sbaglio, “mi corigerete”.

    Calcolo infinitesimale. In questo quadro, cosa ne verrà a Siena? Qualcuno ha fatto meglio di me questi conti? Voglio dire, è in questi conteggi la chiave per capire quale sarà l’evoluzione della crisi dell’ateneo senese. Il resto è aria fritta! Io temo che gli eventuali nuovi stabilizzati (ammesso e non concesso che ve ne siano) saranno in realtà anch’essi una cifra infinitesima, se paragonata al numero di quelli che se ne vanno e non cambieranno di una virgola le considerazioni fatte intorno alla perdita presumibile di ben due terzi dell’offerta formativa, rispetto all’annus horribilis dello scoppio della crisi, anche perché il 50% delle risorse destinate al reclutamento di personale di ruolo è riservato ad interni, cioè docenti di II fascia e di ricercatori a tempo indeterminato già in servizio nell’Ateneo (art. 24 comma 6). Inoltre, i settori nel frattempo deceduti, i corsi sottoposti a falcidia, di certo non verrano resuscitati e il po’ che calerà dal cielo finirà verosimilmente nelle solite fauci. Quindi torniamo ai nostri ragionamenti. L’unico modo per prescindere da questi ragionamenti è dichiararli destituiti di fondamento, negare che i numeri siano quelli riportati nella famosa “tabella”, che le cose cambieranno in forza di un significativo quanto utopico ed improbabile impulso al reclutamento: ma vale la pena ricordare che se ne vanno 500 docenti, non bruscolini!

    Morale.
    Questo è quanto, ma alla luce di questo, vi è una remota possibilità che nei prossimi cinque anni, per 500 persone che se ne vanno, entrino una ventina di persone nuove?
    Sarà che mi sento nonostante tutto “un cittadino delle roncole”, come si autodefiniva Giuseppe Verdi (e qui spezzo una lancia a favore dei mitici “omini degli orti” contro i quali si scaglia l’ira dell’Eretico Ascheri jr.), ma la politica di questa città la capisco sempre meno: con riferimento all’università, si parla sempre d’altro, come se le cose si stessero aggiustando da sé. Non capisco come tutti tacciano sulla prospettiva ineludibile di un drammatico ridimensionamento dell’ateneo e sul fatto che anche questa sostanziale liquidazione ha bisogno di essere governata. La legge recita, con tono un po’ eugenetico da “Endlösung” nazista, che si tratta di “eliminare le strutture universitarie inefficienti” (sic). Già, una struttura che non ha più docenti, pochi soldi, non è più in grado di proporre un’offerta formativa accettabile, ed ha per conseguenza pochi studenti, deve pertanto essere “eliminata”, a prescindere da qualità e importanza strategica: ma allora perché non so è conseguenti fino in fondo? Se le strutture omologhe sul territorio sono più di una, se oramai non sono tutte sostenibili e se si ritiene al contempo strategicamente indispensabile che ne esista almeno una copia ben solida e competitiva sul piano internazionale (e questa non è decisione che possa essere affidata al burocrate, al Moccolis o alla Fabbro di turno), se inoltre la gassificazione non è pratica accettabile nelle nostre democraticissime società, allora perché non concentrare coloro che lavorano nelle struttura dichiarate “inefficienti”, che spesso personalmente sono efficientissimi, in un’unica struttura o al massimo due?

    “Nulla dies sine linea”

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