Siena: dal buco dell’Università a quello di Siena Biotech

Bucoverita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Alcune riflessioni su Siena Biotech e sull’Università di Siena.

«Puntare sul polo delle scienze della vita. Esprimo la mia solidarietà ai dipendenti di Siena Biotech che vivono un momento di grande difficoltà e di incertezza…. Siena Biotech è elemento di un più ampio progetto di rafforzamento del polo biotecnologico senese.» (Luigi Dallai).

… insomma, sarà anche al centro di non so quale progetto, ma di fatto sta per chiudere e i dipendenti stanno per essere licenziati: se non la Fondazione, i soldi per mantenerla in vita (che è cosa forse diversa dal tappare momentaneamente un buco), in buona sostanza, chi ce li mette, per quanto tempo e a quali patti?

Leggo però che Biotech è un classico prodotto del Groviglio armonioso: «La Scienza è una faccenda seria, e affidarne le sorti a politici, bancari e avvocati non può che condurre al disastro» (Paolo Neri). Dalla lista nera mancano solo i preti. Che, come diceva Balzac, vestono in nero perché, come gli avvocati, portano il lutto delle loro colpe (”il prete, il medico e l’uomo di legge… vestono di nero perché portano il lutto per tutti i desideri e le illusioni degli uomini” – H. De Balzac, Il colonnello Chabert).

Leggo che ha ingoiato da sola una quantità di danaro pari alla metà del “buho” nel bilancio dell’università: una storia di scialo o dissipazione, dunque? Personalmente non sono in grado di valutare se i quattrini siano stati realmente buttati al vento, o se i risultati sul piano scientifico siano stati invece all’altezza delle attese, ragionevolmente, nell’arco temporale dall’esistenza di questa struttura.

Certo, iniziare da zero prevede tempi assai lunghi di rodaggio e forti investimenti: la ricerca feconda di risultati non si instaura in un mese o un anno, e questo mi porta peraltro a riflettere ancora una volta sulla leggerezza con la quale all’università si parla, a seguito della spada di Damocle costituita dal pensionamento del 50% del personale docente, di tagliare, chiudere, amputare sopprimere aree, che per essere eventualmente riavviate impiegherebbero un ventennio.

Mi riallaccio dunque al mio messaggio precedente. Non solo la ferale notizia solleva qualche perplessità sullo sbandierato progetto di volgere l’ateneo interamente in direzione delle “scienze della vita”, ma non si capisce bene, in realtà, se si vogliano e si possano salvare altre aree scientifiche escluse da questo cono di luce, oppure se le si considera oramai espulse dal contesto accademico e culturale senese: nel primo caso, onestà e logica vorrebbero che si pensasse e si dicesse, operativamente, anche come si intende salvarle; nel secondo caso, se oramai le si considera perdute e chi ci lavora, pura zavorra, si eviti di mentire: si aggreghino ad altri atenei, o addirittura si trasferiscano altrove baracca e burattini, onde garantire almeno un presidio robusto, dotato di massa critica a livello regionale. Tertium non datur.

«Auspichiamo che la Fondazione collabori effettivamente con la Regione e con le altre istituzioni coinvolte nel Protocollo di valorizzazione del Polo senese delle Scienze della vita. L’obiettivo prioritario è quello di attrarre sul territorio senese nuovi player che potrebbero portare investimenti e valorizzare competenze e talenti già presenti nel nostro territorio» (Bruno Valentini)

Tutti paventano, all’università, non senza motivo, la colonizzazione da parte degli altri atenei della regione (vaso di coccio fra vasi di ferro). Ufficialmente, dunque, si vuol salvare tutto e tutto, a parole, si vuol preservare dall’invasione de “lo stranier”; ma si sa che questo non è possibile, né risponde alle reali intenzioni di chi ha in mano le leve del potere accademico e politico; se alcuni settori sono moribondi, altri sono già andati al creatore e molte aree scientifiche, checché si dica, per molteplici responsabilità, sono state di fatto abbandonate alla deriva. Per la resurrezione dei morti, aspettiamo il giorno del giudizio.

Certo è che non si possono fare entrambe le cose assieme: preservare aree scientifiche e strutture didattiche e di ricerca, e non supportarle con adeguate risorse. Allora bisognerebbe essere chiari ed espliciti al riguardo, senza promettere tutto a tutti, per poi trovarsi a fare le nozze coi fichi secchi. Il continuo alternarsi di dichiarazioni, ora in un senso, ora nell’altro, credo che abbia già smesso di sortire come conseguenza un diffuso consenso e abbia cominciato semmai a produrre sgomento.

Visto che siamo adesso a chiederci se valeva la pena creare una struttura durata lo spazio di un mattino, mi domando con che criterio si facciano le cose in questa città, con quanta convinzione, quanta lungimiranza, quanta cognizione di causa. Cosa voglia dire che si punta su un settore, entro quali tempi è legittimo attendersi dei risultati concreti, cosa sono i risultati “concreti”, e quanto, finanziariamente, si è in grado di scommetterci. Se pensiamo all’ateneo degli ultimi venti anni, è tutta una storia di costose intraprese effimere, inconcludenti, di non-finiti, non certo michelangioleschi, ma più simili semmai a certe palazzine abusive mai completate che appestano le periferie italiane.

Auguri a tutto il blog!

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