Siena sarà sommersa dai rifiuti, se dovesse chiudere il corso di laurea in “Lettere” d’Arezzo

Ormai è guerra tra Siena ed Arezzo. Motivo del contendere: il tentativo del Senato accademico di eliminare uno (quello d’Arezzo) dei due corsi di laurea in “Lettere”. Alle dure prese di posizione del sindaco aretino Giuseppe Fanfani (Pd) risponde il Prof. Tomaso Montanari, dell’Università Federico II, Napoli. Entrambi gli articoli sono tratti da: “La Nazione”, Arezzo (25 febbraio 2011).

Salvatore Mannino. Qualcuno lo accusa già di campanilismoma lui tira dritto e anzi alza il tiro. Ecco allora che il sindaco Giuseppe Fanfani rilancia ancora il piatto sulla questione università: «Dovesse saltare il corso di laurea in lettere, potrei mettermi di mezzo su tante cose, anche sulla realizzazione del nuovo termovalorizzatore di San Zeno». Detto fuori dai denti, il nipotissimo potrebbe bloccare la costruzione di un inceneritore che fa fibrillare la sua maggioranza ma che è destinato a servire un’area vasta nella quale è compresa tutta la Toscana meridionale, Siena compresa. E non è il solo proiettile che Fanfani si tiene nella giberna. Perché, fa sapere, nel conto potrebbero entrare anche trasporti ed energia, ossia le società miste Estra e Tiemme.

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Se la comunità locale non vuole la chiusura del Polo grossetano se ne assuma interamente i costi

Grosseto

Pronta la risposta del Pd grossetano ai compagni di partito senesi, rei d’aver dichiarato che «i poli universitari decentrati non sono più strategici» e quindi, par di capire, andranno chiusi. Ricordiamo ai responsabili del Pd grossetano i fatti e la logica. Per l’università di Siena non è più economicamente sostenibile – ammesso che lo sia mai stata – l’offerta formativa in Maremma. Vi è una sola possibilità: che la comunità locale si faccia carico interamente (compreso l’onere del personale docente) dei relativi costi. Logica e senso di responsabilità impongono che l’ateneo senese non continui a svendere il proprio patrimonio immobiliare ed a chiudere i corsi di laurea della sede centrale per tenere in piedi l’offerta formativa nelle sedi decentrate. Come si fa a non capire che è ormai reale il rischio di chiudere la sede storica e quindi tutte le attività periferiche ad essa collegate?

L’università di Grosseto non si tocca” (dal Corriere di Maremma del 4 febbraio 2011)

Pd grossetano. Negli ultimi tempi assistiamo ad una crescita di attenzione e interesse verso Grosseto da parte di esponenti politici di altre province toscane. (…) Nel caso della paventata chiusura della sede universitaria sono i fatti e la logica a smentire le illazioni circolate. Se infatti la situazione finanziaria dell’Università di Siena (a Siena) è difficile, quella del Polo Universitario grossetano è profondamente diversa. La realtà a Grosseto è che il Comune, la Provincia e la Cciaa in questi anni, nonostante la crisi e i continui tagli del Governo, non hanno mai fatto mancare il loro contributo alla sede universitaria e, per quanto è dato sapere, nessuna prospettiva di questo tipo è allo studio nei prossimi anni. I costi del Polo grossetano sono sostenuti prevalentemente dalla comunità locale, solo i docenti sono a carico dall’Università di Siena, la quale peraltro viene ampiamente ripagata dalle tasse universitarie degli iscritti. La posizione del Pd di Grosseto sull’Università è chiara: è necessario sviluppare facoltà e corsi di laurea in linea con le vocazioni del territorio, in modo che i giovani laureati possano dare il proprio contributo alla crescita economica e culturale della Maremma. Sono queste le condizioni che possono dare un nuovo significato alla presenza a Grosseto della sede universitaria e siamo dispiaciuti che prese di posizione un po’ frettolose abbiano creato un po’ di scompiglio fra i dipendenti del Polo universitario, gli studenti e le loro famiglie.

Poltrone vacillanti per Formigoni, Cota e Riccaboni

Evidente l’analogia tra i governatori delle regioni Lombardia e Piemonte e il prossimo rettore dell’università di Siena: tutti e tre rischiano la poltrona. Ultimo, in ordine di tempo, il ricorso depositato il 13 ottobre al Tar della Toscana, con il quale si chiede l’annullamento dell’elezione del rettore Angelo Riccaboni. I punti contestati, tra irregolarità e illegittimità gravi, rivelano quel che è accaduto: una completa violazione delle regole più elementari in materia elettorale ed operazioni condotte nella massima superficialità ed approssimazione. «Si è sempre fatto così» è l’espressione che si sente ripetere in questi giorni negli ambienti universitari. E con il pensiero che corre al governo di Piero Tosi, viene spontanea una riflessione: «l’ex rettore ha colpito ancora». Per molti anni, nell’ateneo senese, si è agito (e si continua ancora) per consuetudine, diventata poi prassi consolidata e, infine, regola locale, senza alcun rispetto delle leggi esistenti. Di seguito i punti contestati dal ricorso.

1) Mancata identificazione degli elettori: né con l’indicazione del documento d’identità e neppure con l’apposizione, nella colonna d’identificazione, della firma di un membro del seggio.

2) Mancata nomina del segretario del seggio, espressamente prevista dal Regolamento elettorale.

3) Inesistenza dei verbali della postazione di voto d’Arezzo e inesistenza di documenti che attestino quali componenti del seggio la costituissero.

4) Individuazione dei criteri di nullità del voto avvenuta dopo l’apertura delle schede.

5) Inserimento dei ricercatori a tempo determinato nell’elettorato attivo, nonostante lo Statuto preveda il voto solo per quelli di ruolo.

6) Errata ponderazione del voto di due incaricati esterni, conteggiati per intero e non per un decimo.

7) Violazione del DPR 382/80 che prevede il ballottaggio dopo la terza votazione e non dopo la seconda, com’è avvenuto a Siena.

“Mamma li turchi” nel Sistema Siena

OmbraSottopongo alla discussione dei lettori un interessante articolo di Stefano Bisi tratto dal suo blog.

Il Sistema Siena tra pubblici ministeri, senso delle istituzioni e voglia di sviluppo

Stefano Bisi. Chi, negli ultimi giorni, ha guardato Siena da fuori, avrà pensato ad una città dove si truccano le elezioni universitarie e perfino le aste e, proprio per non farsi mancare niente, si ammazzano anche i cavalli. L’ultima vicenda, in ordine di tempo, è quella della privatizzazione dell’aeroporto di Ampugnano che vede sedici indagati, alcuni per falso e turbativa d’asta, e il presidente della Banca Monte dei Paschi Giuseppe Mussari per concorso morale. Il sindaco di Siena e quello di Sovicille, il presidente della camera di commercio e il presidente dell’amministrazione provinciale dicono di aver fiducia nella magistratura senese (ci mancherebbe altro che venisse meno la fiducia in un organo dello Stato) e spiegano come si è arrivati all’ingresso di Galaxy nella società dell’aeroporto. Forse una riga della loro nota potevano dedicarla a chi è finito sotto inchiesta e che ha operato, fino a prova contraria, per ampliare un aeroporto che esiste da decenni e che mai è riuscito a decollare. Così come è non serve a nulla, se non a far perdere soldi. Meglio chiuderlo se deve servire solo per far arrivare Berlusconi o qualche vip da queste parti.
 Anche l’università è sotto la lente di ingrandimento. La procura ha sequestrato i faldoni relativi alle elezioni del rettore. Secondo un esposto anonimo gli elettori non sarebbero stati identificati correttamente. Ci aspettiamo da un momento all’altro una presa di posizione del rettore in difesa dei membri della commissione elettorale. Non ce li vediamo il decano dell’ateneo, Mario Comporti, e i suoi colleghi al seggio, intenti a far votare chi non ne ha diritto. In ogni caso, fino a prova contraria, il “buon nome” dell’università di Siena dovrebbe essere difeso da chi, per ora, ne è il massimo esponente. E poi la storia della ministra Brambilla che ha messo nel mirino il Palio. Una sprovveduta, ma anche questa storia mette sotto accusa Siena. Anche in passato questa piccola città di provincia era finita sotto tiro per più di un motivo. Forse ci sono istituzioni troppo grandi per un mucchietto di case che si chiama Siena, che si chiama Sistema Siena. Troppa autosufficienza non deve piacere.

Si chiuda l’università di Siena e si sviluppi quella di Arezzo, Buonconvento e Colle di Val d’Elsa

Si riporta l’intervento (La Nazione Arezzo, 16 luglio 2010) del Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo il quale respinge con sdegno l’ipotesi di rendere autonomo da Siena il Polo universitario aretino.

NON SIAMO I FIGLI MINORI

Walter Bernardi. La guida Università 2010, realizzata dal Censis assegna anche quest’anno, per il secondo anno consecutivo, alla Facoltà di Arezzo il primo posto assoluto tra tutte le Facoltà di Lettere e Filosofia italiane (41 in totale). Le due Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo senese, quella di Arezzo e quella di Siena, sono considerate, a fini statistici, come se fossero un’unica Facoltà. Un risultato di grandissimo prestigio che ancora una volta premia l’eccellenza e la qualità degli studi della facoltà aretina. Le altre Facoltà di Lettere e Filosofia toscane si piazzano a metà classifica: quella di Firenze è al 14° posto, quella di Pisa al 22° posto. Nessuna altra facoltà dell’ateneo senese realizza una performance così brillante: Giurisprudenza terza, Economia sesta, Ingegneria settima, Scienze politiche nona, Farmacia undicesima, Scienze quattordicesima, Medicina addirittura quindicesima. In questi ultimi giorni di campagna per l’elezione del rettore si sono lette sui giornali alcune dichiarazioni fantasiose di docenti di facoltà che il Censis pone in fondo alla graduatoria dell’ateneo, i quali hanno lanciato nel dibattito elettorale la provocazione di vendere il complesso edilizio del Pionta e far pagare alla città di Arezzo le spese del mantenimento della facoltà, che sarebbe solo «federata» con Siena. Solo così, si dice, l’ateneo potrebbe risolversi dalla crisi finanziaria in cui versa e pagare i debiti. Si spera veramente che si tratti di parole in libertà, prodotte dall’eccesso di calura, anche se è vero che non è la prima volta che vengono riproposte. Se a Siena c’è qualcuno che pensa di rinverdire l’albero cominciando a tagliare i rami più belli e rigogliosi ci sono davvero poche speranze per il futuro.

Subito un direttore amministrativo per l’università di Siena

Chi l’ha detto che a Siena l’onomastico non si festeggia? Che non sia vero lo dimostra un senese purosangue, dipendente dell’Università di Siena: tal Giovanni Forconi. Giovedì 24 giugno, giorno della ricorrenza della natività di San Giovanni Battista, Forconi rimane folgorato dalla e-mail del Direttore amministrativo Barretta, che informava la comunità accademica della sua decisione di disattivare le linee telefoniche Adsl, installate presso il domicilio privato di alcuni docenti e tecnici-amministrativi. Il motivo della disattivazione? Risparmiare 300.000 euro, il costo del servizio nel 2009. Forconi, dimostrandosi dipendente “solerte”, fa un po’ di conti e pensa d’aver individuato un altro capitolo di sperpero di denaro. Eccitato, decide di regalarsi uno scoop per il suo onomastico ed invia agli organi d’informazione la seguente e-mail. «A casa l’Adsl costa circa 240 € l’anno: 300mila diviso 240 =1250. Quei soldi bastavano a pagare l’Adsl a 1250 persone! Praticamente tutti i docenti e 1/8 del personale amministrativo. Vi prego ditemi che sono uno stupido che ha frainteso tutto perché questa “crisi” sta diventando vecchia e forse diventa per troppi un alibi per giustificare una malagestione. Mi auguro allora che si attivi la procedura perché i dipendenti restituiscano i soldi. Non riesco ad immaginare secondo quale criterio tali spese siano state autorizzate dai responsabili dei centri di costo. Per piacere, ditemi che ho letto male!».

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Il caso Delbono e la necessità di una “anagrafe pubblica” degli eletti anche nell’università

«Faccio i convegni, mi danno un sacco di soldi…» avrebbe dichiarato Delbono alla sua ex compagna. Nell’università c’è anche chi fa un sacco di soldi con attività conto terzi, contratti, convenzioni, Master. Di seguito un articolo di Valter Vecellio sul caso Delbono pubblicato da “L’Opinione” (28 gennaio 2010). Flavio Delbono, laurea in Economia e Commercio a Parma, Dottorato in Economia a Siena e ad Oxford, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna, ha come riferimento economisti quali Romano Prodi e Stefano Zamagni.

Caso Delbono. L’anagrafe di Pannella

Valter Vecellio. «Doveva essere più accorto. Ma nessuno si è limitato a dire questo: gli hanno dato del delinquente. Per altri di centro-destra che ne fanno di tutti i colori, nessuno ha gridato allo scandalo». Così Romano Prodi, a proposito della vicenda dell’ormai ex sindaco di Bologna Flavio Delbono per quella che ormai tutti chiamano “Cinziagate”: i viaggi all’estero e le spese personali che si sospetta siano state pagate con carta di credito della Regione Emilia-Romagna e poi fatte passare come spese di rappresentanza. Per queste vicende Delbono è indagato per peculato, abuso d’ufficio e truffa aggravata, vedremo se si tratta di accuse fondate o no. Certamente Delbono avrebbe dovuto essere più accorto, su questo Prodi ha ragione; e si può anche convenire che è presto per dargli del delinquente; che altri del centro-destra ne facciano e ne abbiano fatte di tutti i colori è affermazione che lascia il tempo che trova. Ammesso che sia vero, non giustifica; né un comportamento sbagliato viene attenuato perché altri si sono comportati in analogo modo, o peggio. Una cosa, poi, colpisce. La ex compagna di Delbono, Cinzia Cracchi, la donna che ha fatto esplodere il caso, dice: «Delbono prendeva lo stipendio da assessore regionale, seimila euro, e lo divideva in tre: duemila alla prima moglie; duemila alla seconda e mille alla ex compagna. Manteneva tre donne e due figli. Per me c’erano seicento euro, e quando gli chiedevo: “scusa, ma come fai?”, lui rideva: “di cosa ti preoccupi? Faccio i convegni, mi danno un sacco di soldi, godiamoci la vita”». Niente da dire sul “godersi la vita”, però questo “faccio convegni, mi danno un sacco di soldi”, merita un approfondimento, dei chiarimenti. Chi organizzava questi convegni? Chi pagava, ed era denaro in nero o regolarmente contabilizzato? Perché Delbono era così richiesto e pagato? Sono interrogativi cui bisognerà che qualcuno risponda. Non solo. Racconta ancora Cinzia Cracchi che Delbono per i suoi incontri privati utilizzava sempre l’automobile di servizio, autista compreso: «Sempre. Pure al cinema, andavamo con l’autista, ora che ci penso non riesco neppure a immaginare Flavio senza la sua macchina blu;» e aggiunge: «Che Flavio vivesse sopra le righe è cosa nota a tutta Bologna, largheggiava, gli piaceva trattare bene tutti, a cominciare da se stesso». Sempre da quel sacco di soldi che gli davano per i convegni.

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È possibile correggere il daltonismo in attività che comportino rischi per la salute dei cittadini?

Amleto. Il daltonismo è una cecità ai colori, cioè l’incapacità a percepire i colori del tutto o in parte. Il daltonico non riesce a distinguere luci di diversa lunghezza d’onda, ad esempio la figura di un triangolo rosso su uno sfondo verde non viene riconosciuta. Su questa base il daltonismo viene considerato una disabilità: per legge l’individuo daltonico non può avere la patente di guida per motoveicoli ed autoveicoli; rientra tra le imperfezioni e le infermità che sono causa di non idoneità al servizio militare; non può ottenere la licenza di porto d’armi per uso difesa personale o per uso caccia. Il daltonico non può far parte neanche degli osservatori volontari (legge sulle ronde e guardie volontarie). Non può essere iscritto nell’elenco prefettizio del personale addetto ai servizi di controllo delle attività d’intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi.

Le persone daltoniche non possono fare tantissimi lavori: elettricista, elettrauto, pilota di aerei, navi e treni, entrare nei carabinieri, nell’esercito, nella finanza, nei vigili del fuoco. Difficilmente trovano lavoro in negozi di abbigliamento o in fabbriche di stoffe. Sono limitati nelle attività di coreografo, stilista, arredatore. Sarebbe ad esempio molto pericoloso consentire ad un daltonico l’operatività su terminali attivi (per esempio quadri di manovra su impianti o macchinari) ove è indispensabile distinguere la diversità dei colori dei segnali rappresentati sullo schermo. Inoltre i daltonici hanno difficoltà nella vita di tutti i giorni, nel vestirsi, nel decorare la casa, nel cucinare e nelle attività sportive.

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Chiudiamo le Università di quartiere

paolo_padoin.jpgNell’inchiesta di Anna Maria Sersale sulle mini-università ci sono alcune inesattezze che mi riguardano, quali la sede lavorativa (Siena, non Firenze), la disciplina (Anatomia umana, non Fisiopatologia) ed il concetto espresso al telefono che era: «L’altro aspetto  inquietante riguarda la dispersione delle già magre risorse. Per finanziare sedi di dubbia utilità si danno meno risorse alle sedi centrali, penalizzando in tal modo sia gli studenti delle sedi decentrate (dove mancano laboratori, biblioteche e non si fa ricerca) che gli studenti delle sedi centrali, private dei fondi destinati alle sedi distaccate.» Di seguito, dal blog “Rinnovare le Istituzioni”, l’articolo di presentazione dell’inchiesta di Anna Maria Sersale.

Paolo Padoin. Un interessante articolo di Anna Maria Sersale, pubblicato sul Messaggero del 29 novembre, fa il punto sui nefasti effetti della polverizzazione degli Atenei, segnalando (ma non si tratta certo di una novità) che il Ministero ha censito in totale 268 sedi distaccate, gemmazioni di 79 Atenei, in 33 delle quali c’è un solo corso. Il Ministro Gelmini avrebbe chiesto giustamente conto del numero estremamente elevato e difficilmente sostenibile delle sedi. Nell’articolo, tra l’altro, si legge che «invocate dai politici locali come una conquista e un’opportunità, in realtà le tante “università campanile” spesso sono nate sulla spinta di interessi locali, di congreghe accademiche, in risposta a logiche di potere. Poco importavano gli sprechi, il servizio scadente, la mancanza di laboratori, l’assenza di ricerca. Tranne qualche eccezione.” È quanto avviene in molte Regioni del nostro Paese, nelle quali gli interessi locali specifici di politici, lobby professionali e sindacali prevalgono sempre sugli interessi generali, con risultati catastrofici sulla finanza pubblica. L’ANDU, in un commento all’articolo citato, sostiene che proprio quegli “interessi locali” che hanno portato alle “mini-universita” verrebbero “istituzionalizzati” dal DDL governativo e dalla proposta di DDL del PD, che prevedono la presenza obbligatoria degli ‘esterni’ nel nuovo CdA. È in realtà quanto già stabilito in intese istituzionali fatte da Rettori uscenti e Regioni, in base alle quali le Regioni sono intervenute e intervengono finanziariamente per tappare i buchi enormi di gestioni finanziarie dissennate, in cambio dell’ingresso di loro rappresentanti nel C.d.A. e, quindi, di un loro potere d’indirizzo della politica dell’istruzione universitaria in sede locale. È una tattica vecchia, ma sempre produttiva in Italia! Niente di nuovo sotto il sole. La politica cerca di occupare sempre maggiori spazi in barba all’interesse dei cittadini.

Ancora indagini sulle “eccellenze” strombazzate: il SUM (Istituto Italiano di Scienze Umane)

sumDel Sum ci siamo già occupati con un articolo di Maurizio Grassini che ha stimolato un interessantissimo dibattito. Il titolo del 14 marzo – «Sono necessari controlli rigorosi su certe “eccellenze” più strombazzate che dimostrate» – si è rivelato profetico: basta leggere l’articolo seguente, pubblicato oggi dal Corriere Fiorentino e quello sull’accusa di peculato al direttore del Sum.

 

Sum, le accuse a Schiavone: spese personali per 207 mila euro

S.I. e V.M. Lo hanno intercettato. Poi, in quarantotto ore, la Guardia di Finanza si è mossa. Così è nata, come costola di un’inchiesta sui concorsi «truccati», la vicenda che coinvolge il professore Aldo Schiavone, direttore del Sum, che ora viene accusato di peculato. I finanzieri, coordinati dal sostituto procuratore Giulio Monferini, sono certi che il professore abbia usato soldi pubblici per scopi personali. Nell’avviso di garanzia, che gli è stato recapitato, si fa riferimento alle intercettazioni e gli viene contestata una cifra ben precisa: 207 mila euro. Soldi spesi per finalità diverse da quelle istituzionali, almeno stando a quanto ipotizzato dai consulenti della Procura che avevano studiato le carte del Sum durante la prima inchiesta. Quelle spese fanno riferimento ad un periodo preciso, che va dal 2007 al 2008. Ma l’attenzione degli investigatori si sta concentrando sull’intera «vita contabile» del Sum, perquisito nei giorni scorsi. Fatture, fogli di viaggio, bilanci, giustificativi: tutto viene passato al setaccio. Compreso il conto di una cena al ristorante Cafaggiolo, costata 750 euro. È chiaro che, percorrendo a ritroso la vita dell’istituto, gli inquirenti dovranno verificare anche il Consorzio Sum, un consorzio interuniversitario che fino al 2005 ha svolto le sue attività sulla base di un accordo di programma con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. (…)