Parliamo di ristrutturazione dell’ateneo senese, della sopravvivenza della ricerca e del futuro dei più giovani

Stavrogin. Vengo alle domande serie, che per me, ribadisco ancora una volta, concernono la ristrutturazione dell’ateneo, la sopravvivenza della ricerca, il futuro dei più giovani, ossia di coloro che avrebbero dovuto ricevere il testimone della tradizione, dovendo garantirne la continuità, e invece si ritrovano solo delle cambiali da pagare: la sapete la storiella di quello che andò a Lourdes perché aveva un braccio paralizzato, chiedendo alla Madonna di ritornare ad avere tutte e due le braccia uguali e tornò a casa con due braccia paralizzate? Ho il sospetto che il medesimo genere di equivoci aleggi ogni volta che si parla delle ipotetiche operazioni di ingegneria istituzionale che dovrebbero portare alla chiusura di altre sedi, dipartimenti, corsi di laurea ecc. Ho già scritto che sarei favorevole alla tanto sbandierata regionalizzazione, se ciò significasse accorpamento sensato di specializzazioni, polarizzazione di competenze, in modo che topologi andassero con topologi e gattologi con gattologi. En passant, subodoro che le cose non andranno esattamente così: vi sarà chi punterà i piedi e gli altri dovranno adeguarsi alle sue bizze. Capisco che in fase elettorale nessuno si sbilanci più di tanto, ma dopo, certe scelte risulteranno ineludibili. Non voglio passare per l’apocalittico del forum, ma entro il 2012 (data prevista dal calendario Azteco per la fine del mondo, o in diverse facoltà anche prima, se non rientra lo sciopero bianco dei ricercatori) metà di quello che oggi vediamo in termini di corsi di laurea sparirà.

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Per l’università di Siena non “adda passa’ ‘a nuttata”

Per i miei gerani, appena tolti dalla serra, l’inverno è passato. Non credo sia pessimismo, ma, a giudicare dalle proposte e dal dibattito per eleggere il Rettore, ‘a nuttata, per l’Università di Siena, nu adda passa’.

Roberto Petracca. L’idea di Antonio Vicino di fare qualcosa per evitare l’alienazione di Pontignano è carina forte! Mi riesce però difficile capire l’utilità di creare una Fondazione con l’obiettivo di far produrre utili alla struttura. So di essere ignorante in materia di fondazioni e dico quindi la mia aspettandomi di essere smentito. Ho paura che una Fondazione sarebbe solo un nuovo centro di spesa e di potere. Possibile che non si riesca a trovare un modo più semplice per far produrre utili a Pontignano? L’Università soffre per caso di carenza di personale? O, all’opposto, non sappiamo come sistemare gli esuberi? E con una buona facoltà di Economia a disposizione ci mancano forse i manager capaci di rendere produttivo Pontignano? Lo sappiamo o non lo sappiamo il motivo per cui Pontignano non produce utili? E con una ben promossa città d’arte sullo sfondo ci manca forse la capacità di promuovere l’immagine di Pontignano? Come funzionano Oxford, Berkeley, Stanford, Salamanca o Cambridge? Se ci svegliassimo e puntassimo alla rinascita non avremmo forse le radici e la cultura per diventare noi un modello? Un bel blog come questo è invece snobbato da molte delle personalità di grandi capacità che esistono a Siena e che potrebbero dare un contributo. Costoro non escono allo scoperto e non spendono due parole gratis in questo posto per dare un contributo che a mio avviso dovrebbe essere doveroso. Giganti che si camuffano da nani. È davvero un arcano che non mi spiego. Che razza di scheletri hanno negli armadi? O mi sbaglio e semplicemente siamo a corto di quella fantasia e di quella creatività per le quali eravamo famosi? O siamo a corto di voglia di lavorare e tutto ciò che la nostra fantasia è oramai capace di produrre è l’idea che accendendo ceri alla Madonna passerà la nottata? Dev’essere vera quest’ultima ipotesi se i tempi sono quelli di chi pensa che non abbiamo abbastanza leggi per perseguire l’evasione fiscale e che quindi occorra coniarne altre nuove di zecca. Con proprietà taumaturgiche incorporate, si capisce!

Occorre un programma coraggioso che riduca il debito strutturale ridimensionando l’ateneo senese ed abbia la forza e l’autorevolezza di sintonizzare le istanze sociali, politiche e sindacali con quelle proprie dell’istituzione universitaria

Uno stimolante intervento di Alessandro Rossi (Corriere di Siena, 3 giugno 2010) sui programmi elettorali scritti e/o enunciati dai candidati alla guida dell’Università di Siena.

Alessandro Rossi. Non c’è dubbio che l’ateneo senese ritroverà il proprio equilibrio, ma non sono irrilevanti i modi ed i tempi. Queste due variabili, che sono tra loro dipendenti, dovrebbero essere governate con senso di responsabilità, coraggio e disciplina. Ci potremmo chiedere se i programmi elettorali scritti e/o enunciati riflettano questi valori. In realtà dei programmi, una volta emendati dalla retorica, non rimane molto. Rimane la legittima convinzione dei candidati di possedere le doti personali e la sufficiente autorevolezza per esercitare una efficace azione di governo e quindi di risanamento. Ma proprio in questo momento sentiamo poco la necessità di argomenti condivisibili, avremmo invece bisogno della concretezza propria delle cose antiche. Non è questo, infatti, il momento di discutere della modernizzazione dell’assetto istituzionale, dei programmi didattici, dei futuri Dipartimenti, delle diverse tipologie di coordinamento didattico in Scuole o Facoltà, della valorizzazione delle professionalità, delle eccellenze, della irrinunciabile e necessaria alleanza tra umanisti e scienziati ecc.. La concretezza delle cose antiche richiede uno sforzo maggiore, un supplemento di programma, che sappia spiegare ed argomentare cause e soluzioni.

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Colpisce l’insipienza di chi pensa che lo «shock generazionale» produrrà un effetto benefico per didattica e ricerca

Se l’università rottama i professori a 65 anni (la Repubblica, 24 maggio 2010)

Mario Pirani. Speriamo di sbagliare ma è lecito il timore che qualche spiraglio di demagogia riesca ad influenzare il Pd. Con la suggestione che laddove gli argomenti della ragione non riescono a prevalere l’appello populista, di cui – non dimentichiamolo -la destra ha l’imbattuto copyright, riesca a rianimare gli spiriti. Di qui il ricorso all’improperio di un personaggio serio e di buon senso come Bersani, ma ancor più grave il documento sull’Università votato senza discussione dalla stessa assemblea del Pd che aveva applaudito in piedi l’epiteto contro la Gelmini. Si tratta di un documento proposto da una esponente delle nuove leve, la professoressa Maria Chiara Carrozza, direttrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, responsabile del «Forum Università Saperi Ricerca» del Partito che lo aveva già illustrato in una intervista alla Stampa. Il clou dell’iniziativa è individuabile in una «rottamazione» generale dei professori al compimento dei 65 anni (di contro agli attuali 70). Da qui si dovrebbero ricavare risorse capaci di finanziare un cospicuo turn over a favore dei ricercatori.

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L’ampliamento dell’elettorato attivo in favore dei ricercatori è inammissibile perché modifica la composizione del corpo elettorale alterando il risultato di un voto imminente

La Prof.ssa Michela Manetti, Ordinario di “Diritto Costituzionale” nella Facoltà di Scienze Politiche di Siena, ha sottoposto all’attenzione degli organi dell’Ateneo e di tutta la comunità accademica alcune osservazioni sulla legittimità della proposta, approvata dal Senato e ora sottoposta al parere delle Facoltà e dei Dipartimenti, che mira all’ampliamento dell’elettorato attivo in favore dei ricercatori.

Michela Manetti. La proposta di revisione dello Statuto volta a modificare l’elettorato attivo per le elezioni rettorali deve ritenersi inammissibile in virtù di un principio generale applicabile a qualsiasi tipo di voto, principio che vieta di alterare le regole del gioco elettorale quando esso è già in corso. Benché infatti le elezioni non siano ancora state indette, ègià scattato il termine di centottanta giorni prescritto dall’art. 40, comma 3, dello Statuto entro il quale il Decano ha il potere-dovere di convocare i comizi elettorali; e il semplice fatto che tale potere sia divenuto concretamente esercitabile vale a precludere inderogabilmente l’esercizio dei legittimi poteri di revisione o modifica di tutte le norme che disciplinano attualmente il procedimento elettorale.

Vale la pena di ricordare che nell’esperienza costituzionale repubblicana, seppur è stato ammesso l’intervento del legislatore in questa materia, esso ha potuto riguardare soltanto quella che è definita come disciplina elettorale “di contorno”, vale a dire le modalità tecniche di espressione del voto, sempre al fine di agevolare l’esercizio del diritto da parte di coloro che ne sono (già) titolari. Ciò èavvenuto ad esempio con l’introduzione del c.d. voto assistito per gli elettori disabili, oppure con le facilitazioni offerte ai cittadini temporaneamente residenti all’estero; con l’eliminazione di determinate formalità necessarie alla presentazione delle liste ad opera dei partiti; con l’accorpamento di diverse elezioni in un’unica data, onde favorire la maggiore partecipazione dei cittadini.

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I tagli all’Università solo dopo una giusta valutazione e un adeguato approfondimento tecnico

Cosimo Loré. Il Rettore dell’Università del Salento, Prof. Domenico Laforgia, scrive una delle pagine più belle e utili nella storia dell’accademia italiana: la replica ad un politico diventa occasione per la definizione magistrale delle condizioni e delle funzioni degli atenei in questa fase delicata e, per alcuni aspetti inerenti la questione morale e la gestione finanziaria, drammatica della vita della c.d. alta scuola… In una epoca di scarsa memoria storica e troppa frenesia consumistica le parole pacate e pesanti di questo autorevole amministratore della cosa pubblica di eccezionale valore che si chiama universitas, sostantivo femminile che sta ad indicare e significare la particolare comunità dove si fa insiemericerca e formazione scientifica, risultano una pietra miliare per chi non insegue chimere. La crescita culturale è alimentata dallo spirito critico nel continuo confronto scientifico e sociale garante della credibilità del ricercatore e della dignità dell’istituzione; altrimenti vi è l’accademia dispensatrice di appariscenti quanto evanescenti diplomi nello sfarzo di cerimonie autocelebrative suggello del tradimento dei compiti decisivi della formazione dell’umano sapere e delle nuove leve. La richiesta formulata dal Magnifico di Lecce costituisce la condizione minima per la convivenza e la sopravvivenza stessa di qualsiasi comunità e società: “essere valutati con parametri giusti dopo un adeguato approfondimento tecnico” come – ahimè – avviene sempre meno in questa sciagurato scivolamento nel cupio dissolvi d’un paese ridotto a collettivo senescente e scontento.

Domenico Laforgia. Onorevole Mantovano, sono sollevato nel leggere nella Sua lettera aperta al Quotidiano, pubblicata venerdì scorso, che in qualità di rappresentante del territorio salentino Lei intenda farsi carico in concreto delle esigenze del territorio e, quindi, della nostra Università.
Già da due anni, dai primi mesi del mio insediamento come Rettore, ho avvertito tutti del rischio di commissariamento dell’Ateneo salentino se questa politica dei tagli lineari “uguali per tutti” non fosse stata rivista. Chi ha buona memoria ricorda bene che conclusi con queste parole il mio discorso all’inaugurazione dell’anno accademico 2008-2009. E veniamo al modo: io sono abituato, per formazione etico-culturale, a dare la massima trasparenza alle mie azioni. A questo si aggiunge il fatto che l’Università del Salento non è mia o dei miei colleghi, è del territorio, della gente e anche di quelli che sono stati votati a rappresentare questa gente nelle sedi istituzionali. Dunque, l’incontro, sollecitato da molti esponenti politici, non poteva che svolgersi nella forma in cui si è svolto. Dentro l’istituzione, a porte aperte, senza filtri, in piena trasparenza, perché tutti potessero farsi un’idea chiara della situazione reale, conti alla mano, e fossero liberi di togliersi eventuali dubbi.

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Chiunque, per il sol fatto di “passare” davanti all’università di Siena, ne diviene dirigente o Direttore Amministrativo

 

È triste; ma è quel che è accaduto a Siena. Di seguito, alcune stimolanti riflessioni dell’avvocato Gaetano Prudente che ci aiutano a capire le ragioni della crisi dell’ateneo senese, con organi di governo inadeguati e Dirigenti e Direttori amministrativi la cui professionalità prescinde dalla conoscenza del “diritto” ed, in primis, del diritto amministrativo.

Riflessioni sulla Dirigenza

Gaetano Prudente. (…) È d’uopo una premessa: le riflessioni che seguiranno vanno riferite esclusivamente alla mia persona, cosicché nessuno se ne abbia. (…) Lanciamo subito l’anatema: oggi il dirigente, formato od in via di formazione ai soli concetti della nuova Governance, non è più in grado ad es.: di distinguere un atto da un provvedimento amministrativo; di comprendere i presupposti per l’esercizio del potere di autotutela da parte di una P.A.; di distinguere il “quorum strutturale” dal “quorum funzionale” di un Organo Collegiale; di distinguere l’illecito penale dall’illecito amministrativo; di comprendere la struttura e la funzione di un procedimento amministrativo; di comprendere la portata del “principio” di legalità dell’azione amministrativa; di curare un procedimento di accesso anche in relazione alla riservatezza ed ai suoi legittimi titolari; non comprende la differenza tra un atto singolo o collettivo ed un atto generale, con conseguente incapacità di valutare l’estensione degli effetti di un suo annullamento decretato in sede giurisdizionale; non coglie la differenza tra diritto soggettivo e interessi legittimi, e che dire del “silenzio amministrativo”, per fortuna oggi disciplinato dal novellato della L. 241, e della linea di demarcazione con la fattispecie dell’omissione di atti di ufficio di cui all’art. 328 c.p.? La non conoscenza del diritto sembra dilagare nella stessa misura in cui si estendono, in via quasi esclusiva ed assorbente di ogni altra competenza da richiedersi al dirigente, nuovi concetti ed idee del dirigente pubblico.

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La malasanità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri del settore

bruno-tintiMorti di malasanità dal telegiornale del 6 gennaio: 2 neonati a Foggia, un anziano a Bari, una cinquantenne a Trento, un ventinovenne a Pisa ed una quarantacinquenne ad Arezzo. Di seguito un articolo sulla malasanità del magistrato Bruno Tinti pubblicato da «Il Fatto Quotidiano» dell’8 gennaio.

MORTI DI MALAPOLITICA. Se la cattiva sanità è frutto di un sistema di scambi, spartizione degli incarichi e del potere

Bruno Tinti. Ci sono neologismi che hanno avuto molta fortuna, malagiustizia su tutti. E poi malauniversità, malapolitica e quello di cui scrivo oggi: malasanità. Tutte parole usate a sproposito: quando un giudice si vende una sentenza è malagiustizia (lo è anche quando emette una sentenza sfavorevole a una certa fazione politica; quando invece la sentenza interessa la fazione avversa, allora “le decisioni della magistratura vanno rispettate”. Ma questa è un’altra storia); quando si scopre un concorso truccato per la nomina di un professore è malauniversità; quando un politico si fa coprire di tangenti è malapolitica; quando un medico lascia una pinza nella pancia di un paziente o sbaglia una diagnosi è malasanità. Naturalmente non è vero niente: si tratta semplicemente di reati, commessi di volta in volta da giudici, professori universitari, politici, medici. Criminalità comune, magari diffusa, proprio come si scoprì ai tempi di Mani Pulite e come continua a scoprirsi oggi nei più disparati settori della pubblica amministrazione.

La malasanità, per restare in tema, è un’altra cosa: è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri del settore. E, fortunatamente, in Italia, tutti questi aspetti, che pure ci sono, non impediscono al sistema sanitario nazionale di essere posto dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) al secondo posto nel mondo dopo la Francia. Secondo l’Oms, il sistema italiano fornisce una risposta efficiente alle necessità di tutti i cittadini e i medici italiani sono preparati professionalmente ed eticamente impegnati nella loro attività. Insomma, come diceva Pascarella (La scoperta de l’America) «il mondo ce l’invidia e ce l’ammira», e difatti la riforma Obama è una timida imitazione del nostro sistema sanitario.

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Riferimenti utili per vaccini inutili

influenza_suinaIl “Fatto Quotidiano” del 5 gennaio 2010 ha pubblicato un interessante articolo di Monica Raucci: «La febbre del vaccino e il business delle dosi “scomparse”». Un altro riferimento utile è l’articolo di Danielle Ofri (N. Engl. J. Med. Vol. 361, pp. 2594-2595, december 31, 2009): «The Emotional Epidemiology of H1N1 Influenza Vaccination». Un altro articolo di Vincenzo Schiaccianoci su questo blog (4 ottobre 2009): «Psicosi della pandemia influenzale e possibile sperpero di denaro pubblico». E ancora, Nico Valerio: «Influenza. Il grande imbroglio monopolistico dei vaccini inutili». Infine, la Corte dei Conti vuol vederci chiaro sul contratto della Novartis per la fornitura dei vaccini.

Le domande di Monica Raucci su 5 punti per uno scandalo

1) Perché il governo già nel 2005 ha stipulato dei contratti per 6 milioni di euro con tre aziende per la produzione di vaccino in caso di pandemia?

2) Perché il contratto con la Novartis ha clausole così vessatorie, come la mancanza di penalità in caso di ritardata consegna dei vaccini e la sollevazione per la Novartis da responsabilità legali tranne che per difetti di fabbricazione?

3) Perché paghiamo il vaccino H1N1 quasi il doppio del normale vaccino antinfluenzale?

4) Perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità a inizio 2009 ha cambiato la definizione di una pandemia, eliminando il criterio dell’«enorme numero di morti»?

5) Cosa ci facciamo ora con 23 milioni di vaccini inutilizzati?

Il familismo prospera perché si fonda su un vasto consenso o, perlomeno, su un’inveterata abitudine

noantriOggi, in pullman da Siena a Graz, ho letto l’ultimo libro di Aldo Cazzullo: “l’Italia de noantri” (come siamo diventati tutti meridionali). Scontato l’accostamento a Siena, considerando anche che, in tempi non sospetti, avevo provocatoriamente considerato l’università di Siena “il quinto ateneo siciliano”. Di seguito, il motivo conduttore del libro.

Aldo Cazzullo. Noantri è la parola-chiave non solo di Roma, ma anche dell’Italia di oggi. Non a caso riecheggia quasi uguale in tutti i dialetti. (…) Noialtri: la famiglia, il campanile, il clan, il partito, la fazione, la corporazione, la curva da stadio, il mandamento mafioso. Cose molto diverse tra loro, per carità. Un gruppo ristretto di persone che si vogliono bene potrà mica essere paragonato a un’associazione a delinquere. Eppure, come non vedere che la famiglia gioca un ruolo conservatore nella società italiana? Che siamo circondati da figli d’arte e figli di papà, ovunque, al cinema e negli studi degli avvocati, in Parlamento e nei giornali, dal medico e in università? Se l’ascensore sociale è guasto, se la meritocrazia non funziona, se le pari opportunità ai nastri di partenza restano un’utopia, è perché i figli ereditano con il cognome e i beni pure il mestiere e lo status del padre. È perché la logica di fedeltà e appartenenza – al partito, al burocrate, all’ordine professionale – fa premio su quella della competenza. È perché, tra uno bravo e libero e un altro incapace e servo, non soltanto il capopartito ma pure l’italiano medio tenderà a preferire il secondo. Il familismo prospera non perché una mente perversa ne governa le redini, ma perché si fonda su un vasto consenso, o perlomeno su un’inveterata abitudine. (…) Esiste una sola Italia: l’Italia de noantri. Noi italiani siamo diventati, nel bene e nel male, un po’ tutti meridionali. Gli accenti restano diversi, ma la mania di gridare e gesticolare ormai ci accomuna. (…)