La vera storia dell’Aids è ancora tutta da scrivere: dal virus osannato al virus inventato

Domenico Mastrangelo. La vera storia dell’Aids comincia dalla Conferenza Italiana sull’Aids e sui Retrovirus (Firenze, 27-29 Marzo 2011), che si è svolta sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, del Ministro della Salute, della Regione Toscana, della Provincia e della Municipalità di Firenze, delle Università di Firenze e Roma, delle società scientifiche nazionali, del Servizio Sanitario Nazionale e di organizzazioni coinvolte nella lotta contro l’Aids. È ben noto che, per oltre 25 anni, l’opinione di scienziati cosiddetti “dissidenti”, quali Peter H. Duesberg ed Henry Bauer, non è stata mai accolta nelle conferenze dell’establishment medico internazionale e tutte le voci che hanno messo in serio dubbio il ruolo del virus Hiv nel provocare l’Aids, sono state sistematicamente messe a tacere. Associazioni per un riesame scientifico dell’ipotesi Hiv/Aids, come “Rethinking Aids”, non sono mai state invitate a partecipare. Su questa deplorevole condizione è stata finalmente scritta la parola “fine” a Firenze, con il riconoscimento formale ed ufficiale dei contributi di scienziati come Duesberg, Bauer, Fiala, Kohenlein, Rasnick, Nicholson, Morucci, Ruggiero, Galletti, Branca, Punzi o Mandrioli, tutti scienziati che hanno posto in serio dubbio il ruolo del virus Hiv nel causare l’Aids. Infatti, le loro comunicazioni sono state accettate per la presentazione al congresso, dopo un regolare procedimento di revisione da parte di esperti (“peer reviewing”) ed i relativi abstracts sono ora pubblicati su un fascicolo speciale di “Infection”, una rivista scientifica sulle malattie infettive, che è la pubblicazione ufficiale di quattro autorevoli Società scientifiche.

Per la prima volta, in più di 25 anni, affermazioni come: “L’Hiv in sé non è la causa dell’Aids” o “Non esiste un gold standard per i tests sull’HIV” o ancora, “I farmaci anti-retrovirali come l’AZT non curano né prevengono l’Hiv o l’Aids”, sono state riconosciute come ipotesi scientificamente plausibili e degne di essere presentate e discusse nell’ambito di conferenze scientifiche sponsorizzate dall’International Aids Society. Se il Comitato Scientifico che ha valutato le quattro comunicazioni dei cosiddetti “dissidenti”, deve essere lodato per integrità scientifica e apertura mentale, non meno deve esserlo il Comintato Organizzativo per aver accettato “Rethinking Aids” come Associazione legittima, coinvolta nella lotta contro l’Aids (e non come una “banda di rinnegati”!). Di fatto, l’Organizzazione del congresso ha accettato un membro italiano di “Rethinking Aids”, il professor Marco Ruggiero, come rappresentante qualificato della comunità Hiv/Aids, concedendogli la registrazione gratuita e l’accesso a tutti gli eventi, inclusa la sontuosa serata di gala a Palazzo della Signoria, sede della famiglia dei Medici, durante il Rinascimento.

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Virus fantomatici, grossi guadagni e conflitti d’interesse sull’epatite C

Numerosi sono i paradossi sull’ipotesi virale dell’epatite C descritti in modo convincente da Duesberg, il grande virologo americano ed eretico della medicina. Analisi eseguite per un virus che non è stato isolato, conflitti d’interesse diffusi ed enormi guadagni hanno trasformato la ricerca biomedica in una mastodontica e potente burocrazia che amplifica i suoi successi ed errori, mentre soffoca qualsiasi dissenso. «Un simile processo – dice Duesberg – non si può più chiamare scienza, che per definizione dipende dal continuo mettersi in discussione e dal dibattito interno».
È consigliata la lettura del paragrafo sul virus dell’epatite C, tratto da Duesberg P.H. – AIDS. Il virus inventato. Baldini & Castoldi, Milano 1998.

Quasi tutte le scoperte nascono morte

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Tuttavia, quando penso a quegli anni meravigliosi, mi vengono in mente le parole che si attribuiscono a san Tommaso d’Aquino: Omnia quae scripsi paleae mihi videntur (tutto ciò che ho scritto mi sembra pula). Quando ero giovane, dovevo tornare alle origini della nostra scienza, e la cosa non era difficile. Le bibliografie di studi chimici e biologici citavano spesso lavori pubblicati quaranta o cinquant’anni prima, si aveva l’impressione di essere parte di una tradizione che cresceva tranquillamente, con una velocità a misura d’uomo, che passava con una velocità a lui adeguata. Ora, invece, nella nostra miserevole società scientifica di massa, quasi tutte le scoperte nascono morte; i lavori scientifici sono soltanto una posta in un gioco di potenza, fugaci immagini sullo schermo di uno sport-spettacolo, comunicazioni frammiste l’una all’altra, la cui risonanza non dura più di un giorno. Le nostre scienze sono diventate serre per un mercato che in realtà non esiste. Intanto, con lo spezzarsi della tradizione, esse hanno creato una confusione davvero babilonica di mente e di lingua. Oggi la tradizione scientifica risale soltanto a tre o a quattro anni addietro. Il proscenio è sempre il medesimo, ma gli orpelli mutano continuamente, come in un sogno febbrile, e sul palcoscenico appena una quinta è al suo posto viene immediatamente sostituita da un’altra.
La sola cosa che l’esperienza può ora insegnarci è che è diventata senza valore. Potremmo chiederci se il complesso di nozioni rappresentato da una disciplina scientifica può sussistere senza una tradizione ben viva, e comunque, in molti dei campi delle scienze in cui mi è dato di spaziare, questa tradizione è del tutto scomparsa. Non esagero quindi, né è una forma di falsa modestia, se arrivo a concludere che il lavoro da noi svolto nell’arco di trenta o quaranta anni – con tutto l’impegno di cui è capace un’onesta fatica – è cosa morta e sorpassata.

Barbara McClintock: «la scienza è cresciuta a dismisura diventando ottusa»

*Peter H. Duesberg. Ricevendo il premio Nobel agli inizi degli anni ottanta, Barbara McClintock si sentì finalmente ripagata di decenni di isolamento scientifico. Aveva scoperto i trasposomi, minuscoli geni che periodicamente saltano da un sito all’altro del Dna di vari organismi. La lunga lotta che dovette ingaggiare per far accettare il concetto è diventata leggenda, e i suoi risultati sono ora giudicati una delle scoperte più importanti della biologia dai tempi della Seconda guerra mondiale. Anche nella letteratura popolare la McClintock è ormai un simbolo di dissenso instancabile contro un ambiente scientifico intollerante. Una mattina (maggio 1991, n.d.r.), Duesberg fece visita alla McClintock nel suo studio a Cold Spring Harbor, e i due si trovarono subito sulla stessa lunghezza d’onda. Lei gli raccontò dei suoi scontri con l’ortodossia scientifica. A quei tempi, ricordò ridendo, le sue osservazioni sui «geni che saltavano» furono subito respinte dai colleghi maschi. «Non è forse tipico di una donna», dicevano, proporre un’idea così stupida? Disse anche che la scienza era cresciuta a dismisura diventando ottusa. La maggior parte dei ricercatori, sottolineò, preferiscono «cucire» insieme dati grezzi invece che interpretarli. Così, la scienza genuina finisce per annegare sotto un «diluvio di informazioni». Costoro sono felici di raccogliere dati e accettano acriticamente «supposizioni implicite» che costringono chi usa la sua testa ad andare controcorrente.

*Duesberg: AIDS. Il virus inventato. Baldini&Castoldi, Milano 1999, pag. 254.

Lo studio razionale della natura cede il posto a una caccia affannosa del sensazionale

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Lo spirito texano («per l’impossibile ci occorrono soltanto tempi un po’ più lunghi») ha celebrato nella scienza molti effimeri trionfi, ma la nuova scienza nata dalla fusione di chimica, fisica e genetica, voglio dire la biologia molecolare, continua ad essere imperatoria e dogmatica. Uno dei dogmi più fastidiosi da essa annunciato, il cosiddetto dogma centrale (DNA = RNA; RNA = albume), oggi non è più sostenibile (non ho mai accettato questa posizione come risulta dalle conferenze che tenni a *Mosca nel 1957 e a **Vienna nel 1958), ma il fatto che si sia potuto far scendere certi dogmi dal piedestallo indica in quale modo infausto la scienza sia cambiata.
Era il tempo in cui cominciavo a sentirmi molto isolato: né il paese, né la professione, né la lingua, né la società e neppure la contemplazione serena e riverente della natura sembravano offrirmi un rifugio. Tutti moriamo in un carro armato di ghiaccio, solevo dire. Ma non avevo ancora 55 anni. Lo studio razionale, pieno di amore e di zelo, della natura aveva ceduto il posto a una caccia affannosa e chiassosa del sensazionale e di «sfondamenti»; un genere del tutto nuovo di scienziati affollava i laboratori e i congressi. Mi chiedevo se anch’io non avessi contribuito, sia pure in piccola parte, alla loro formazione; ma risposi a questa domanda con un no pronunciato sottovoce e per ragioni di sicurezza ripetei le belle parole con cui la guerra viene rifiutata in una poesia di Matthias Claudius: «Purtroppo è la guerra … e io desidero ardentemente di non averne colpa!». Se poi con questo sfogo lirico mi sia veramente scaricato della colpa, è un’altra questione.
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*E. Chargaff, Nuleic acids as Carriera of Biological Information (in Symposium on the Origin of Life, Accademia delle Scienze dell’URSS, Mosca 1957, pagg. 188-193) poi (in The Origin of Life on Earth, Pergamon Press, Londra 1959, pagg. 297-302).
**E. Chargaff, First steps toward a chemistry of eredity, in Fourth International Congress of Biochemistry, Pergamon Press, Londra 1959, vol. XIV, pagg. 21-35.

La doppia elica: «il simbolo che ha sostituito la croce come firma dell’analfabeta di biologia»

Erwin Chargaff (scritto del 1979). In seguito, quando i vorticosi balletti dei dervisci molecolari raggiunsero il culmine della frenesia (tutto, non solo la biologia, divenne d’un colpo «molecolare»), spesso molte persone, più o meno in buona fede, mi chiesero perché non avessi scoperto il famoso modello del DNA. Rispondevo sempre che ero stato troppo sciocco, ma che se Rosalind Franklin e io avessimo potuto lavorare insieme, avremmo portato a termine qualcosa del genere in uno o due anni. Dubito, però, che saremmo riusciti a elevare la doppia elica a ciò che una volta ho definito «il simbolo potente che ha sostituito la croce come firma dell’analfabeta di biologia».*
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*E. Chargaff, Review of «The Path to the Double Helix, by R. Olby, Perspect. Biol. Med.: 19, 289-290, 1976.

Solo i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste

Erwin Chargaff (scritto del 1979). Lo stato di debolezza e di disagio in cui si trovano le scienze nei confronti della vita ha, tuttavia, a mio parere, ragioni più profonde. Probabilmente non è a caso che la biologia fra tutte le scienze sia quella che non riesce a definire con sicurezza l’oggetto delle sue ricerche: non esiste alcuna definizione scientifica della vita. In effetti le ricerche più rigorose si eseguono su cellule e tessuti morti. Lo dico con esitazione e apprensione, ma non è escluso che ci troviamo di fronte a una sorta di principio di esclusione: la nostra incapacità di cogliere la vita nella sua realtà potrebbe essere dovuta al fatto che noi stessi siamo in vita. Se fosse davvero così, allora soltanto i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste.