Tra buchi e voragini di bilancio, dovuti al malaffare e all’inadeguatezza dei vertici, muore l’Università italiana nell’indifferenza dei docenti

GenovaPartiamo dall’Università di Genova: 3000 dipendenti, 400 milioni di euro di budget, 40 mila studenti ed un buco di 15 milioni di euro, dovuto ad appalti edilizi e consulenze professionali assegnate senza la necessaria copertura finanziaria. Il Consiglio di Amministrazione dell’ateneo genovese, all’unanimità, ha incaricato il rettore di segnalare il fatto alla Corte dei Conti «per gli eventuali provvedimenti di competenza».
Confrontiamola con l’Università di Siena: 2350 dipendenti, 366 milioni di euro di budget, meno della metà degli studenti di Genova ed una voragine di 33 milioni di euro nel bilancio consuntivo 2005, dovuta in gran parte a provvedimenti adottati, senza la necessaria copertura finanziaria, dalla precedente amministrazione Tosi (rettore per 12 anni e presidente della Crui per 4). Attendiamo ancora una risposta della comunità accademica senese. Ma la attendiamo, soprattutto, dal sottosegretario al MiUR Modica (già rettore dell’ateneo pisano e già presidente della Crui) che dichiarò che avrebbe proposto “che le università con forti dissesti, di vario genere, possano essere commissariate».
Altro articolo sul buco di Genova: Università, giallo nei conti.

Sergio Romano sull’abolizione del valore legale del titolo di studio

SromanoLa risposta di Sergio Romano ad un lettore sull’abolizione del valore lagale del titolo di studio.

VALORE LEGALE DELLA LAUREA: MEGLIO ABOLIRLO

Sergio Romano. Caro Ancona, in Italia vi sono 46 università pubbliche. Alcune hanno un’antica tradizione e alcune di esse (Bologna e Torino ad esempio) hanno orgogliosamente celebrato negli scorsi anni la loro secolare esistenza. Altre sono soltanto superlicei, privi di grandi biblioteche e di laboratori attrezzati, costituite da un corpo accademico di professori pendolari che abitano altrove e fanno apparizioni più o meno fugaci nel corso della settimana. Supporre che tutte siano in grado di offrire ai loro studenti gli stessi servizi e lo stesso livello di insegnamento è evidentemente assurdo. In ogni Paese esistono università ottime, buone e mediocri. Ma tutte le università italiane sono eguali di fronte alla legge e tutte rilasciano, al termine degli studi, un documento che ha lo stesso valore legale. Questo sistema ha prodotto alcune conseguenze negative. In primo luogo ha contribuito ad abbassare il valore di tutti i diplomi, compresi quelli rilasciati dalle migliori università. Mentre la giustizia amministrativa riconosce generosamente il titolo di dottore persino ai titolari delle lauree brevi (tre anni), è inevitabile che il valore della nostra laurea si vada progressivamente deprezzando in Italia e soprattutto in Europa. Naturalmente le aziende private sanno che questa eguaglianza è una finzione e scelgono i loro funzionari sulla base di altri parametri, molto più sostanziali di quanto non sia un documento legale. Lo sanno naturalmente anche i giovani più intelligenti e ambiziosi. Quando lei osserva, caro Ancona, che l’abolizione del valore legale del titolo di studio spingerebbe i giovani più abbienti a privilegiare le università migliori e a disertare le università pubbliche, descrive un fenomeno ormai alquanto diffuso, ma a scapito di tutte le università italiane. Per avere un curriculum più credibile, molti giovani completano all’estero la loro preparazione. Fanno bene, naturalmente, perché è opportuno che un giovane faccia anche esperienze accademiche straniere. Ma bisogna evitare che gli studi all’estero si trasformino in una fuga dall’Italia. Per impedire che questo avvenga occorre innalzare il livello di preparazione e formazione delle università italiane: un obiettivo che può essere raggiunto, a mio avviso, soltanto creando fra di esse lo spirito della concorrenza e della emulazione. Capisco dalla sua lettera che lei vede in questo una minaccia all’eguaglianza dei cittadini italiani. Certo, se eguaglianza significa appiattimento sui livelli più bassi, è meglio conservare il valore legale delle lauree e dei diplomi. Ma un Paese dinamico ha il dovere di conciliare la eguaglianza delle opportunità con la formazione di una classe dirigente capace di tenere testa a quelle dei Paesi in cui la qualità degli studi è considerata un bene prioritario.

L’attualità di Ernesto Rossi a 40 anni dalla scomparsa

Ernesto_rossiUniversità degli Studi di Siena
Tavola Rotonda-Dibattito (31 maggio-1° giugno 2007)
Aula Magna del Rettorato, Via Banchi di Sotto 55

Economista, storico, polemista, giornalista d’inchiesta tra i più efficaci, Ernesto Rossi (1897-1967) fu tra i fondatori di «Giustizia e Libertà» e pagò la sua opposizione al regime fascista con nove anni di galera e quattro di confino sull’isola di Ventotene, dove elaborò con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni il Manifesto del federalismo europeo. Nel dopoguerra divenne paladino di un’Italia laica, liberale, anticomunista, capofila del processo di unificazione europea in senso federalista. Amico dei fratelli Rosselli, discepolo di Gaetano Salvemini e interlocutore privilegiato di Luigi Einaudi, Ernesto Rossi fu implacabile nel denunciare con i suoi libri e dalle pagine de «Il Mondo» e «L’Astrolabio» le commistioni tra politica ed economia, il potere monopolistico della grande industria e dell’alta finanza, il conservatorismo dei sindacati, la corruzione amministrativa, le ingerenze clericali nello Stato. Ma seppe anche offrire un modello di sana e oculata gestione pubblica negli anni in cui diresse l’Azienda Rilievo Alienazione Residuati bellici (ARAR), tra il 1945 e il 1958. Nel 1955 partecipò alla fondazione del Partito radicale. Morì a Roma il 9 febbraio 1967: tre giorni dopo avrebbe dovuto presiedere al teatro Adriano la manifestazione di apertura dell’Anno Anticlericale.
Ernesto Rossi fece luce sulle zone d’ombra che avvolgevano il progresso economico, politico e civile dell’Italia del dopoguerra. Alcune di queste ombre si sono allungate fino ad oggi, a quarant’anni dalla sua scomparsa.

Abolire il Valore Legale della Laurea

Quirino Paris . A che serve il Ministero dell’Università e della Ricerca (MiUR)? Cioè, qual è la funzione preminente del MiUR, dalla quale scendono a cascata tutte le altre “competenze” che gli sono attribuite? La funzione principale è una sola: autorizzare gli Atenei italiani a conferire il valore legale della laurea su tutto il territorio nazionale. Ne consegue che – per questo scopo, e solo per questo scopo – al MiUR sono state attribuite, da sempre:
1. La facoltà di autorizzare la nascita di nuovi atenei, sia pubblici che privati, con la (falsa) premessa di garantire l’equipollenza delle lauree.
2. L’autorità di organizzare i concorsi (sia nazionali che locali) per il reclutamento del personale accademico.
3. E, di recente, l’organizzazone della valutazione della ricerca e del sistema universitario (cioè l’autorizzazione a chiudere la stalla quando i buoi sono scappati).
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Questa autonomia universitaria terreno fertile per la mafiosità italiana

MAFIOSITA’ ITALIANA
Francesco Pullia. Fa bene Ichino ad auspicare una reazione alla corruzione dilagante. Strano, però, che non si accorga che se ciò non accade è perché la mafiosità, connaturata all’italianità, è ormai elevata a sistema dominante nei settori più disparati della vita pubblica.
Non siamo più ai tempi di tangentopoli. Peggio. Dopo l’ondata emotiva che ha favorito l’emanazione per la pubblica amministrazione di provvedimenti di facciata ispirati a presunti criteri di trasparenza tutto è tornato come prima, se non addirittura peggiorato. E così favoritismi, ricatti, piaggerie politiche sono nuovamente in auge. Non che, all’indomani di tangentopoli, fossero improvvisamente finiti. No. Saremmo ingenui a supporlo. Solo che mentre per un periodo c’è stata meno spudoratezza, oggi dominano spavalderia e arroganza. L’episodio denunciato ieri da Ichino sul “Corriere della Sera” di un dirigente prosternato a mo’ di zerbino nei confronti di una consigliera regionale ovviamente di maggioranza, non è paradossale ma, purtroppo, disgustosamente reale.
Casi di piaggeria e servilismo si contano quotidianamente a bizzeffe negli enti locali e vanno dall’erogazione dei contributi all’affidamento di consulenze, dalla concessione di straordinari fino alle gare d’appalto. Chi, per coscienza, non si adegua a certi comportamenti e tanto meno intende prostrarsi all’invadenza della partitocrazia è soggetto ad isolamento e mobbing e, comunque, non potrà nutrire alcuna speranza di carriera. I sindacati, che giocano sempre a darsi una patina di verginità e innocenza, sanno benissimo come funzionano le cose ma fingono di ignorarle per convenienza, opportunità e, diciamolo pure, collusione.
È semplicemente ridicolo ridurre la questione, grave, gravissima, della pubblica amministrazione ad una faccenda contrattuale o di mero aumento salariale. Vergognoso. Nessuna amministrazione è esente dal cancro. (…) È chiaro che nel momento in cui la politica diventa uno dei modi più facili per ottenere posti e acquisire privilegi tutto è consentito e l’illiceità è norma e prassi. (…)

Sette querele contro Quirino Paris che dagli USA denuncia la malauniversità italiana

Quirino Paris. Caro Grasso, lavoro all’University of California, Davis da 38 anni (economista agrario). Nel 2003 scrissi una lettera (sia e-mail che raccomandata) di protesta al Presidente del Cun, Luigi Labruna, lamentando che il Cun si prestava al gioco di un gruppo di potere in economia agraria (usai termini forti quali “mafia accademica” e “cupola”). Il Cun aveva nominato 5 commissioni di conferma contenenti i membri che fanno parte di questo gruppo di potere. Una di queste commissioni non confermò (come vendetta e punizione per la sua indipendenza) il più bravo economista agrario italiano che pure aveva una ventina di articoli nel triennio. La mia lettera fu passata ai membri del gruppo di potere che mi fecero 7 querele per diffamazione, ora riunite a Roma. Il mio processo è iniziato da un anno e si protrarrà per parecchio tempo ancora. La prossima seduta sarà il 1 ottobre pv.

Ho letto il post del 6 maggio sul tuo blog e concordo. Io sono uno di quelli che hanno denunciato la malauniversità italiana e ne deve subire le conseguenze.

Ti segnalo un giornale on-line, Ateneo Palermitano, diretto dalla dott.ssa Francesca Patanè, che ha seguito e segue il mio processo e si dedica quasi esclusivamente a denunciare eventi di malauniversità. La dott.ssa Patanè, bibliotecaria dell’Università di Palermo, fu sottoposta a procedimento disciplinare per aver riportato, nella sua veste di giornalista e sul suo giornale, la notizia che due professori di economia agraria di Palermo erano stati indagati dal sostituto procuratore della Repubblica di Firenze. La storia è lunga e complessa. Ma se ti interessa puoi consultare i vari numeri di ateneo palermitano a cominciare dal numero del gennaio 2006. Ti mando il link che racconta un po’ la mia vicenda e la mia pagina web dove, se ti interessa, puoi trovare altro materiale.

Paragonando questi atenei al CEPU, si danneggia l’immagine dell’Università o quella del CEPU?

Titolo di studio come un prodotto da consumare, svendita di lauree sulla base del riconoscimento crediti, scadimento del titolo di studio, concorrenza al CEPU fatta dalle università, sono argomenti già affrontati da questo blog. L’obiettivo delle università è quello di “far soldi”, con il risultato certo di uno “scadimento dell’offerta formativa”.Il Messaggerooggi in edicola pubblica un’inchiesta sui laureati “precoci” che vede l’Ateneo senese ancora una volta ai primi posti nella svendita delle lauree, in base ad una rilevazione ministeriale per l’anno 2005. Il Corriere di Siena ha pubblicato, quattro giorni dopo l’articolo del “Messaggero”, il seguente pezzo sull’Ateneo senese: Laurea facile, fine del miraggio.

DOTTORI CON TRE ESAMI NEGLI ATENEI DELLA LAUREA FACILE

Anna Maria Sersale. Pochi esami, qualche quiz, una tesina e si diventa dottori. Scorciatoia? Sconto? Strada in discesa? Chi ha fatto per anni un certo lavoro e ha maturato esperienza professionale ottiene formidabili sconti per intascare la laurea. Non ce ne eravamo accorti ma l’Italia sta diventando il Paese delle lauree facili. Con accordi vantaggiosi per tutti. Gli atenei aumentano gli iscritti e attingono più soldi dal fondo di finanziamento ordinario, mentre gli ordini professionali e le associazioni di categoria assicurano ai loro aderenti il biglietto da visita con scritto dott. (…)
(…) La corsa sfrenata al riconoscimento dei crediti non ha limiti. Tra le pressioni delle lobby associative e lo stringente bisogno di fare cassa i titoli accademici sono diventati una merce. «Un’altra degenerazione del sistema», sostiene Giovanni Grasso, ordinario di Anatomia umana a Siena, altra università che si è mostrata generosa con i crediti. (…) Le statali con le percentuali più elevate di laureati “precoci” (la definizione è del ministero dell’Università, che ha appena fatto una rilevazione sul 2005) sono:

 

Ben vengano gli esposti e le indagini della magistratura sulla “concorsopoli” senese

Palazzo_comunaleRiportiamo un brano del comunicato-stampa delle Liste Civiche Senesi sulla “concorsopoli” senese reso pubblico dopo l’inchiesta del Messaggero.

Liste Civiche Senesi. (…) Contro l’arroganza del potere ben vengano oggi gli esposti, le indagini della magistratura, gli atti coraggiosi di chi si ribella nei confronti di un sistema cristallizzato. Sta forse nascendo una nuova coscienza civile e tendono ad interpretarla sia i minacciosi proclami dello stesso ministro Mussi, sia le recenti dichiarazioni del Rettore Focardi, segnate però soprattutto dalla preoccupazione per il danno d’immagine prodotto all’Ateneo senese.
Pensiamo che il Rettore e tutto il corpo accademico dovrebbero avvertire la responsabilità condivisa del pesante clima che si respira nella nostra Università, non limitandosi a demandare all’autorità giudiziaria l’individuazione delle “responsabilità individuali”, ma prendendo atto che è il sistema che non funziona e che, quindi, soprattutto i vertici devono farsi carico di verificarlo ed interpretarlo.
Da parte sua la Facoltà di Medicina, dove maggiormente si manifestano le criticità, ha deciso di dotarsi di un codice etico che definirà le incompatibilità delle cariche e la non cumulabilità in capo agli stessi docenti. Auspichiamo che questo primo passo aiuti a limitare le baronie e ad adottare concretamente metodi di selezione che si basino su effettive valutazioni del merito e che facciano emergere professionalità troppo a lungo emarginate, facendo respirare una nuova aria di trasparenza e di correttezza.

Sulla “concorsopoli” senese, e non solo, silenzio totale nei media locali

Il bambino de “il Re è nudo”, oggi, è Mauro Barni, professore emerito di Medicina Legale, attuale presidente toscano del Comitato nazionale di Bioetica, già Rettore dell’Università di Siena e dell’Università per stranieri, già sindaco di Siena. Nel brano che segue, tratto da un’intervista al Corriere di Siena, si chiede quello che ogni cittadino si è già chiesto: «perché la storia dei concorsi all’università di Siena finisca per comparire solo sul Messaggero, mentre qui non se ne fa neanche cenno?»

Mauro Barni. « (…) Un errore che scaturisce da un contesto tecnico e quindi diverso da quello sanitario, non può togliere nulla al buon nome della sanità senese. E invece ciò che mi sorprende in questo caso, e in molti altri in questa città, è che si cerchi di creare attorno una cortina fumogena. A Siena siamo troppo convinti di essere i migliori e che non possa accaderci nulla. Così cadiamo sistematicamente nell’errore di sottovalutare ciò che accade. Mi chiedo, in omaggio a che cosa? Il livello amministrativo di questa città lo considero ancora fra i migliori, ma esiste ed è diffusa la tendenza ad ovattare tutto. Anche nel caso di cui la magistratura si sta interessando, non si è sentito il bisogno di documentare prima ciò che stava accadendo. In sostanza a Siena è tempo di farsi meno lodi e di guardare i problemi più concretamente.
(…) Cercando di minimizzare, evitando di parlarne, si generano solo sospetti. Prendiamo un altro caso. E chiediamoci perché la storia dei concorsi all’università di Siena finisca per comparire solo sul Messaggero, mentre qui non se ne fa neanche cenno. È emblematico. La trasparenza serve a rendere consapevoli i cittadini, a non generare paure e timori, e a salvare la sanità buona che nel nostro ospedale è molto ben rappresentata.»

Università, politica e voto di scambio

SalernoQuando manca il senso della misura. Si riporta uno stimolante intervento di Pasquale Santé apparso sul forum: unilex.

Pasquale Santé. Vi sono vicende marginali rispetto allo “zoccolo duro” delle problematiche universitarie che però, quanto più forte si sente l’esigenza di chiarezza e pulizia, non mancano di suscitare perplessità. Su “Il Mattino” di giovedi’ 3 maggio è riportata la notizia che il Prof. Raimondo Pasquino, Rettore dell’Università di Salerno, è stato eletto per acclamazione presidente regionale della Margherita e che tale evento è stato recepito “nel partito come segnale di apertura alla società civile in vista del partito democratico”. Ora, fermo restando che ciascuno è ovviamente libero di pensarla come crede e di essere iscritto a qualsivoglia partito, una carica politica così alta associata ad una carica accademica altrettanto alta mi sembra possa legittimamente dare adito a qualche critica.

In un momento in cui l’autonomia universitaria ha dato ai vertici accademici ampia libertà di muoversi sul territorio, la commistione tra politica ed Università rischia di diventare commistione tra politica, Università ed affari (a parte la possibilità di facilitare carriere accademiche di “amici” politici e di ostacolare quelle di “nemici”). Non mi riferisco in particolare al Rettore in questione, che non conosco e che è senz’altro una persona degna, ma il problema andrebbe a mio avviso preso in considerazione. Ricordo a tal proposito la dura presa di posizione dei docenti delle università inglesi di alcuni anni fa, al debutto dell’autonomia, che invitavano i loro colleghi (se non vado errato sul “The Guardian”) a diffidare dei docenti italiani che avrebbero potuto avere mano libera in rapporti con il malaffare (e si precisava che tale rischio era simile al Nord e al Sud) proprio in virtù dell’autonomia (ristrutturazione di vecchi fabbricati, edificazione di nuove strutture, creazione di consorzi, ecc.).
Infine una curiosità. Negli altri Paesi europei (UK, Francia, Spagna, Finlandia) vi sono leggi o disposizioni al riguardo? E negli USA? Ringrazio anticipatamente chi volesse rispondere.