L’Espresso rottama la Boschi e incorona la Bonino persona dell’anno 2016

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Emma Bonino persona dell’anno 2016: ecco perché l’abbiamo scelta (L’Espresso 16 dicembre 2016)

Tommaso Cerno (Direttore de L’Espresso). Perché Emma Bonino? Ormai sazi del referendum, esausti del governo che ne è derivato, sfiancati dell’abuso del termine “responsabilità” contrapposto al pensiero binario, bianco o nero, aperto o chiuso, uno o zero, e condannati a vivere in un Paese dove è vietato votare, perché non c’è una legge in vigore che lo consenta, mentre monta la rabbia dei cittadini e il Pd gonfia di voti l’opposizione con scelte incomprensibili, come la conferma di Maria Elena Boschi nel governo Gentiloni, ci siamo fatti una semplice domanda: nell’era della psicopolitica, mentre cioè assistiamo all’espressione del consenso attraverso il dissenso, esiste qualcosa di diverso eppure di “politico”? Qualcosa capace di invertire il maleficio, rovesciare lo scontro fra contrapposti tipi di rabbia. E di fare della minoranza una maggioranza senza l’utilizzo di leggi elettorali spinte o ballottaggi, ma diffondendo quel virus contagioso che si chiama “lotta civile”.

Esiste qualcuno capace di riunire il Paese magari proprio sulle battaglie che davvero avrebbero come propria interiore natura la divisione: diritti, fine vita, libertà personali, rapporto con la cultura islamica, welfare. Capace, insomma, di contagiare la democrazia sul lungo periodo, senza ridurla a parentesi polemica scandita a colpi di fiducia o d’insane alleanze che non corrispondono alla volontà popolare. Una marcia silenziosa della politica dentro l’animo degli italiani, fatta di dibattito, anche aspro, non al fine di vincere in proprio o, come capitato il 4 dicembre, al fine di dirsi vincitori di qualcosa. Ma di cambiare la percezione che la gente, soprattutto i più giovani, hanno delle istituzioni, quindi dello Stato, quindi di noi tutti.

Ci siamo risposti di sì. Esiste. Per questo abbiamo scelto di ritrarre in copertina come “Persona dell’anno” Emma Bonino, classe ’48, ultima radicale dopo la morte di Marco Pannella, già parlamentare, ministro ed eurodeputata, prima e unica donna “candidata” alla presidenza della Repubblica da un movimento trasversale che non bastò a portarla al Quirinale, ma lasciò un segno indelebile nel Paese. Forse uno degli ultimi. E soprattutto la nostra più grande combattente. Per le donne, per i derelitti, per la libertà degli individui, per difendere chi la pensa diversamente. Combattente per la non violenza della ragione. Combattente per la coscienza di un’Europa che sembra fare di tutto per dissolversi.

Siamo convinti che il suo volto, così come l’abbiamo ritratto sulla nostra copertina, incarni il lato opposto della Luna nel cielo della xenofobia, del razzismo e dell’omofobia. Ma anche nel più terreno mondo dell’affarismo, del distacco fra popolo e Palazzo, delle povertà invisibili che, improvvisamente, si manifestano in massa, nell’era in cui la democrazia vacilla, si attorciglia a regole che non ne contengono più la portata, come argini troppo bassi di un fiume che le piogge torrenziali trasformano in un mare che inghiotte tutto.

In un clima del genere, ci si aspetta dalle forze progressiste, da quell’area culturale prima ancora che politica, di essere capace di parlare alla gente. Di stare in mezzo a loro. E invece siamo in crisi di immaginazione, rinchiusi in una rappresentanza a “responsabilità limitata”, spesso giocata, da tutti, solo e soltanto sulla paura. La paura di una fine imminente, di una voragine dentro cui tutti cadremo, quando sentiamo parlare le opposizioni; la paura delle reazioni del “sistema”, quasi i mercati e le istituzioni fossero un Olimpo di nuovi Zeus pronti a scagliare saette sul popolo ribelle, invocata invece dalle forze di governo come rudimentale arma di difesa contro un ciclone politico che dalla periferia conquista, ora dopo ora, spazio nei palazzi che la politica tradizionale credeva suoi per sempre. Un ciclone che non si ferma con “parole pigre”, come stabilità, governabilità e responsabilità. Parole che hanno perso il loro originario significato perché ad esse sono seguite nei decenni pratiche del tutto opposte alle intenzioni. Si ferma con una lunga marcia. A costo di perdere. E di ricominciare da capo. Come Emma ha fatto tante volte. Anche comprendendo che la politica non significa fare di tutto per vincere le elezioni. Ma fare di tutto perché le proprie idee trovino spazio proprio dove prima erano assenti. Cambino, nel tempo, la scorza dura dell’appartenenza. Rendano fluido il dibattito. E più unito il Paese. Proprio ciò che ormai non capita più.

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Ricordando Marco Pannella

Divorzio

Il padre (Leonardo) e la madre (Andrée Estachon) all'uscita dal seggio nel 1979

Il padre (Leonardo) e la madre (Andrée Estachon) all’uscita dal seggio nel 1979

Pannella2Marco Pannella. «Non mi batto per il detenuto eccellente, ma per la tutela del diritto nei confronti del detenuto ignoto.» L’ultimo messaggio: «ragazzi, niente tristezza, non mollate mai, sappiate che alla fine abbiamo vinto noi».

Emma Bonino. Non ha mai avuto in vita i riconoscimenti adeguati, nessuno glieli ha mai attribuiti. Ma penso che una riflessione su quello che ci ha lasciato e ci lascia di che cosa è, e che cosa dovrebbe essere la politica, la passione, l’impegno, anche il suo modo di essere, la sua irruenza, il suo modo, appunto, di non presenza dello spettacolo ma per rompere dei conformismi così incrostati debba far riflettere molto i nuovisti dei giorni nostri. Ci mancherà e mancherà a questo Paese, più che a noi radicali che lo abbiamo imparato, digerito, fatto nostro, il senso delle istituzioni, il senso delle regole, il senso del rispetto dell’altro, il senso dello stato di diritto che, ovviamente, serve ai più deboli, ai più fragili, perché i potenti lo ritengono, molto spesso, un intralcio. Molti riconosceranno o diranno di lui che aveva il senso dello spettacolo, dello sberleffo, del pretesto; non è così. Era molto più profondo, questo suo modo di usare il corpo, per esempio, nella conseguente prassi della nonviolenza. Ci sono molte cose da scavare, molte cose che rimarranno in questa società, in questo paese che poco l’ha riconosciuto o meglio molto l’ha amato, ma poco, certamente, ne ha riconosciuto i meriti. Marco non era un mediocre, era un grande nelle sue intuizioni e anche nelle sue debolezze. A noi radicali ha insegnato molto, quasi tutto. A questo paese ha insegnato davvero molto e la classe politica dirigente, per esempio, potrebbe trarne grande ispirazione, nel senso che la politica è impegno, è visione, è credibilità, è coerenza; cose che a volte, anzi molto spesso sono dimenticate. Per il momento la mancanza, il dolore, ma la consapevolezza grave che mancherà veramente a tutti.

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Eugenio Montale. Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrej Sakharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi.

Marco Cappato. Riconoscenza e amore per te che mi hai rivoluzionato la vita. Essere speranza invece di “avere”: non me ne scorderò.

Marco Perduca. Per una volta, forse l’unica, nella storia dei “coccodrilli” i riconoscimenti per le lotte di Pannella saranno tutti meritati – tutti.

Roberto Saviano. Addio Marco, sembrava che nulla potesse fermarti e in qualche modo non lo farà la morte.

Vittorio Sgarbi. Gli hanno negato il rango di Senatore a vita preferendogli pizzicagnoli inutili.

Morto Casaleggio, protagonista della modernità nella politica ai tempi di Internet

Gianroberto Casaleggio - Marco Pannella - Emma Bonino

Gianroberto Casaleggio – Marco Pannella – Emma Bonino

In morte del guru, ridateci Emma e Marco (Editoriale: l’Opinione, 13 aprile 2016)

Paolo Pillitteri. Da giorni il pensiero va all’antica, eppur viva, esperienza radicale. Sarà il referendum prossimo venturo, sarà anche il riflusso politico a proposito degli aborti (troppi gli obiettori, la mala pasqua ai pochi medici osservanti della 194, con pesanti ricadute anche penali, ecc.). Ma poi è arrivata la notizia della morte di Gianroberto Casaleggio e la costrizione a riflettere sull’assenza “politica”, o quasi, di Marco Pannella e di Emma Bonino, mi ha indotto a concludere che sì, è vero, Casaleggio è stato un importante innovatore, che la Rete, i blog e i meetup costituiscono un bagaglio comunicativo e aggregante di notevole valore, ma ne avverto sempre una virtualità che cozza fortemente con bisogno di fisicità, di esempi per dir così viventi, di corpi reali, di persone “in carne ed ossa” cui guardare. E, dunque, non mi resta che proclamare: mi manca Marco, mi manca Emma, ci mancano i “radicali” come erano rappresentati da quei due simboli. Riflettendo ulteriormente su Casaleggio ne ho scovate delle similitudini con quei “radicali”, ma erano e sono puramente formali se non, addirittura, frutto di un desiderio personale piuttosto che di una corrispondenza politica e storica.

Magari i seguaci di Grillo e Casaleggio si fossero ispirati alla tradizione libertaria, liberale e garantista dei radicali. Spiace sempre la morte di un protagonista della modernità portata nella politica ai tempi di Internet, e Casaleggio lo è stato indubbiamente. Ma è diversa e più intimamente perturbante la memoria di una presenza fervida nella politica italiana di Pannella, della Bonino e di altri esponenti. Una presenza fattiva, sempre in azione, sempre sul pezzo ma conservando una struttura “filosofica” non arrendevole alle mode, non coniugabile con le passeggere voluttà dell’italiano in cerca di novità. E il rapporto fra gli epocali referendum legati ai radicali, le memorie degli scontri su divorzio e aborto con i duelli di carta di oggi in riferimento al prossimo referendum sulle trivelle (con annesse intercettazioni nel fantasmatico Totalgate lucano) ci fa precipitare in una sorta di terra di nessuno dove primeggiano esclusivamente le parole in libertà, la rissa, le contumelie e, soprattutto, la voglia di cappio, la sete di manette, il giustizialismo come arma letale per il nemico. Donde l’acuto rimpianto per le battaglie per il garantismo erga omnes che Pannella condusse negli anni Novanta, e come ci mancano quegli assalti all’imbarbarimento della lotta politica condotta sull’onda del circo mediatico giudiziario. E si scopre, dunque, la portata davvero storica delle battaglie di Marco ed Emma e dell’anima politica che le strutturava, osservandone la durata nel tempo, la loro continua azione nella stessa grigia quotidianità. Perché erano ancorate ad una concezione alta della politica, si iscrivevano prepotentemente in un’agenda che abbisognava assolutamente di una svolta, di una rottura, anche interna alle famiglie della vastissima componente cattolica, ma pur sempre iscritta nell’inconfondibile Dna di una battaglia di contenuti destinata ad incidere sulle esistenze e sulle stesse mode.

Oggi accade l’inverso e nella parabola del Movimento Cinque Stelle e riletta nella vicenda di Casaleggio – che del movimento è stato davvero la magna pars con l’invenzione della mitica democrazia diretta – si racchiude un percorso contraddittorio che dalla primigenia forza bruta distruttiva della politica del “tutti ladri, mandiamoli a casa!” si è progressivamente trasposta su livelli diversi, su piani che abbandonavano gli slogan dell’uno vale uno (Casaleggio docet) per incamminarsi nei sentieri delle consuetudini del fare il sindaco, l’assessore, il responsabile amministrativo e, diciamolo pure, il deputato e il senatore.

L’imposizione ferrea delle lex del network superiore ad ogni altra prescrizione ha finito col denegare il senso della democrazia diretta nella misura davvero ridotta dei partecipanti decisori in Rete di scelte che impallidiscono davanti a qualsiasi primarie. Per non parlare dell’ecatombe di espulsi, anche per le più banali ragioni, comprese quelle delle quali i sopravvissuti se ne fanno un baffo, a cominciare dalla presenza nei talk-show, cioè nella tivù, ritenuta, allora, un ferrovecchio utilizzato dai manipolatori del consenso e, chissà mai, dalla piovra delle multinazionali. Mai una presenza nei talk è stata più intensa e petulante di quella di certi pentastellati, sempre arruffati i maschi, spesso anche machi, e altrettanto scarmigliate le donne. Di costoro era riconosciuta, allora, l’irruenza oppositoria sventolante il cappio, ma oggi è ben visibile la disponibilità al set, sia pure con una sempre superba supponenza di chi ha le soluzioni in tasca, ma con tanto di eleganza, di posa, di trucco, appena accennato per i maschi e una molto ben ritoccata plasmatura del volto per le femmine. La Raggi dalla Gruber è l’esempio più insigne.

Dicono che sia stata la scuola di politica (televisiva) imposta loro da Casaleggio a produrre questa modificazione, ma non si tratta solo di fashion ad uso del telespettatore, di una modellatura superficiale. No, perché questi cambiamenti sono avvenuti contestualmente a quelli delle scelte politiche, con un sorta di adagiarsi day by day al vento che spira, agli umori, alle opportunità, agli appigli per prendere in castagna il nemico, cambiando radicalmente posizione, basta pensare alla vicenda della fecondazione assistita per rendersi conto che, adesso, sono le mode ad imporsi sulle scelte politiche e non viceversa, come ci hanno invece mostrato gli esempi di Marco e di Emma. Ci mancano, quanto ci mancano!

Dario Fo

Dario Fo

Il ricordo di Dario Fo (Da: Il blog di Beppe Grillo, 13 aprile 2016)

Dario Fo. Quando si parla di Gianroberto i giornalisti tendono a classificarlo quasi subito come l’ideologo, il guru, del MoVimento 5 Stelle. È la definizione più banale e ovvia che si possa pensare. Bisogna partire da un fatto importante, la sua cultura. Era un uomo di una conoscenza straordinaria, leggeva tutto quello che riteneva fosse importante sapere, faceva collegamenti molto acuti fra i vari testi e aveva un modo di esprimersi riguardo alle diverse situazioni mai banale e prevedibile. Mi capitava spesso di chiedere se avesse letto dei particolari libri che ritenevo importanti, e non azzeccavo mai un documento che lui non conoscesse già, tanto che un giorno gli ho detto: “Ascolta, fai più presto a dirmi quello che non conosci, così non mi metti più in imbarazzo”.
Spesso diceva che era impreparato a dare un giudizio su certi argomenti, e questo denota una modestia, un’umiltà che è difficile trovare nell’ambiente della politica comune.
Un altro tratto del suo carattere che posso testimoniare è la generosità nel modo di comportarsi, specie di fronte ad alcuni momenti tragici della vita del nostro paese.
Inoltre evitava le dichiarazioni roboanti e preferiva analizzare prima di definire. Quando gli chiedevo notizie sulla sua salute cercava di non dare molto peso al problema, diceva: “Sì, non va tanto bene ma speriamo di migliorare”.
A me, personalmente, manca molto. È un baratro nella mia memoria.
La sua scomparsa è una perdita gigantesca per il Movimento, e non so immaginare quali conseguenze possano verificarsi, ma sono certo che le persone straordinarie che ne fanno parte, specie i giovani dell’ultima generazione, saranno in grado di proseguire sulla giusta via.

Il giornalismo italiano e la “sindrome dell’encomio scaduto”

Luigi Manconi - Emma Bonino

Luigi Manconi – Emma Bonino

Garantismi (da: Il Foglio 30-07-2013)

Luigi Manconi. (…) Garantismo tre. Al Foglio, com’è noto, Emma Bonino sta francamente antipatica. E lo si vede. Nei momenti di maggior successo politico e di più ampio consenso popolare, così come nelle fasi di difficoltà e di sconfitta, il Foglio ha sempre manifestato una legnosa ostilità. Si può comprendere: a questo giornale le donne che fanno politica piacciono quando sono “le più maschie” possibile. Coerentemente, e persino con un pizzico di attenzione e di rispetto in più, il Foglio ha trattato Emma Bonino anche nella circostanza dell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva e di sua figlia. Ma gli altri! Tutti gli altri mezzi d’informazione, ma proprio tutti o quasi, e tutti i commentatori, ma proprio tutti o quasi, sono apparsi affetti dalla “sindrome dell’encomio scaduto” (o fuori tempo massimo). La procedura è semplice: si elogia, talvolta entusiasticamente, Bonino per ciò che ha fatto fino all’altro ieri, al fine di criticare più violentemente ciò che fa o non fa oggi. Sarebbe persino legittimo se, appunto, di ciò che ha fatto fino all’altro ieri, effettivamente, si fossero cantate le lodi. E, invece, non è affatto così: tutti quei commentatori che ora parlano positivamente di Bonino al passato, nel corso di quel passato non le hanno certo reso gli onori meritati. Più spesso, acide contestazioni, accuse di vittimismo e narcisismo, e addirittura sofisticate critiche per la “retorica dei diritti umani”. Insomma, ciò cui si assiste in questi giorni – e non è un bello spettacolo – è una sorta di apprezzamento postumo (nei confronti di una donna viva vegeta e vitalissima), di encomio postdatato, di elogio a babbo morto.

I radicali e la sindrome grillina

Marco Pannella ed Emma Bonino

Marco Pannella ed Emma Bonino

Da: L’opinione 2 marzo 2013

Dimitri Buffa. C’è chi non voleva “morire per Danzica”. E poi contribuì allo scoppio della seconda guerra mondiale. E c’è chi, oggi, mutatis mutandis, tra i radicali italiani, intesi come i più o meno aderenti o iscritti alla galassia creata da Pannella alla fine degli anni ’80 attorno al Partito radicale transnazionale e transpartito, si chiede se abbia senso continuare a fare politica perché gli altri ne raccolgano i frutti elettorali e istituzionali. Cioè se abbia senso “lavorare per Grillo”. L’interessato però, benché il gennaio 1998 in un’intervista vagamente profetica avesse reso omaggio al duo Pannella-Bonino, definiti come gli ultimi romantici in politica, lo scorso 8 maggio, dopo la notevole affermazione avuta alle amministrative, in una dichiarazione che offese non poco la sensibilità radicale ebbe il coraggio di dire che “se il MoVimento 5 Stelle farà boom (come quello dei favolosi anni ’60), il prossimo presidente non sarà un’emanazione dei partiti, come la Emma Bonino”. Come a volersi scrollare da dosso un eventuale debito di royalty da pagare alle idee radicali. Gli addetti ai lavori della politica sanno che le poche idee buone, quelle migliori, tra quelle che hanno portato all’incredibile successo del M5s sono tutte farina del sacco radicale: abolizione del finanziamento dei partiti e restituzione del bottino, trasparenza on line, anagrafe degli eletti e dei nominati, eccetera.

Mentre le altre idee, quelle sulla decrescita, alcune demagogiche altre addirittura demenziali, appartengono all’ala movimentista casaleggiana e poco o nulla hanno a che vedere con l’odio verso la casta. Che i radicali sobillano da cinquant’anni ma che regolarmente non riescono a tradurre in consenso elettorale. E checché ne dica l’attuale dirigenza radicale questo avere raccolto solamente settantamila voti, a fronte dei 300 mila se non 500 mila cui ci si era abituati, ha poche plausibili spiegazioni nella pur giusta analisi di uno stato, quello italiano, che vive fuori dalla legalità interna e internazionale come peraltro dimostrano le continue condanne europee in materia di giustizia e di carceri in particolare. Grillo nel 1998 irrideva la visione pannellian-boniniana di un paese che aveva perso il proprio stato di diritto. Definiva i radicali come “gli ultimi romantici” della politica e sosteneva essere giusto, con un notevole gusto del paradosso, che dovessero scomparire. Sostenendo che l’Italia si stesse avviando verso le tenebre. Nei 24 minuti testimoniati dalla intervista di Dario Vese trasmessa da Radio radicale quel 5 gennaio 1998, nel contesto della nascita di Radio Parlamento e dei timori che la Radio di Pannella potesse essere gradualmente fatta fuori, Grillo tirava fuori la propria visione apocalittica del mondo secondo cui il diritto ormai era diventato “nemico della gente”. I paradossi e l’irrazionalità del messaggio di Grillo erano già chiari. Ad esempio nella frase “ma perché vi ostinate a pensare che far sentire il Parlamento è far sentire la voce della democrazia..?” Grillo poi suggeriva a Radio radicale di andare a far sentire la voce della “ggente” in diretta dai super mercati. O di andare a protestare a Bankitalia. Ecco a ben vedere è quello che poi lui ha fatto più o meno nella personalissima “lunga marcia” partita dal Vaffa day e conclusasi con lo “Tsunami tour”.

Chiaramente proporre a un filosofo come Pannella (che discetta per ore in Radio di Cesare e di Pietro, prendendo a prestito le parole di Cristo per comunicare come oggi il problema sia proprio Cesare, lo stato, che non rispetta più le sue stesse leggi e questo non solamente in Italia ma un po’ in tutto il mondo, e come persino Pietro, cioè la Chiesa, magari quella del Ratzinger dimissionario, si stia evolvendo nei suoi confronti) di scendere sul piano grillesco è un po’ una bestemmia. Però quel che è avvenuto, come si lamentano nei vari forum i tanti “radicali ignoti”, è esattamente il contrario: “abbiamo lavorato per Grillo”. E per 50 anni. Nel senso che questa persona si è presa le idee cardine dell’ontologia radicale, principalmente sul finanziamento dei partiti e sullo svergognamento della casta, se ne è appropriato senza neanche ringraziare ed è andato a raccontarle nelle piazze e su internet come se fossero una sua invenzione. E quegli stessi italioti che per decenni hanno detto “che palle ‘sto Pannella con la partitocrazia”, eccoli oggi delirare per l’astuto comico genovese che ha condito il tutto con un po’ di salsa no Tav, no logo e con tanto giovanilismo d’accatto. Grillo però ha fatto di più e di peggio a Pannella e ai radicali: non solo si è impadronito della parte centrale del loro pensiero politico ma se le è anche venduta meglio e ha dimostrato come sia ormai un falso problema essere più o meno silenziati da tv e giornali prima, durante e dopo la campagna elettorale.

E depotenziando così l’eterna giustificazione di ogni insuccesso radicale: “ci hanno silenziato”. Questo problema di comunicazione spicciola è oggi il problema centrale della galassia radicale e non lo si combatte più con scioperi della fame e della sete che provocano appelli di solidarietà come negli anni ’70 ma che nessuno a livello della plebe riesce più a capire per l’ottimo motivo che non siamo più negli anni ’70. L’Italia è regredita intellettualmente prima che moralmente. Grillo diceva che i radicali dovevano “adeguarsi strutturalmente al nuovo mercato”. Non lo sapeva ma non aveva torto. Tra il 1968 e la fine degli anni ’70 l’ideologia spingeva anche il bottegaio ad emanciparsi dalla propria ignoranza e dal proprio particulare mentre la classe operaia era chiaramente indottrinata ed intellettualizzata, e questo tanto a destra quanto a sinistra. Adesso la politica la si fa negli outlet e sebbene Pannella e Bonino non si siano mai rassegnati a questo andazzo e non abbiano voluto prendere qualche contromisura le cose stanno così. Grillo, che ha molta meno onestà intellettuale ma tanta più furbizia politica, dopo essersi impossessato delle idee per cui i radicali hanno lavorato una vita oggi passa all’incasso. Mentre i nostri eroi scompaiono dalle istituzioni e lo stesso partito, senza soldi, è ridotto, come si dice a Roma, a “due pinze ‘na tenaglia”. Grillo diceva che i radicali dovevano morire per poi risorgere. È anche vero, come dice Pannella, che di profeti della scomparsa dei Radicali sono pieni i cimiteri della poiltica italiana. Speriamo bene.