Sulla distruzione dell’università pubblica il filosofo Vattimo ha le idee chiare e non vede chi riuscirà a fermare lo sfascio

Riportiamo l’articolo di Gianni Vattimo, la replica di Claudio Ciancio e controreplica di Vattimo apparsi su “La Stampa” dopo le polemiche sull’Università di Torino.

SCANDALOSA UNIVERSITÀ

Gianni Vattimo. Sarà, la vicenda del professor Tappero, un segno che l’università (di Torino, nel caso) assume finalmente un volto umano (troppo umano)? Non più le tristi lotte fra cosche accademiche a cui da troppo tempo siamo abituati, ma una franca scelta dettata da una delle passioni più forti dell’uomo come tale? Ti faccio vincere, come ha spiegato la candidata esclusa, se «chini la testa» (alle 12,30, in auto, davanti all’istituto; e non certo per piangere o dormire). Oppure, reazione forse più verosimile: era ora che il Tar intervenisse una buona volta sulle tante porcherie che si consumano nei concorsi universitari di ogni livello. E peccato che si sia mosso solo per ragioni formali, non entrando nel merito delle valutazioni su titoli ed esami, ma comunque sempre avendo sentito odore di scandalo sessuale che motiva quella «grave patologia procedimentale» di cui parla la sentenza di annullamento del concorso.
Chi vive nell’università, purtroppo, non può non riconoscere che questa faccenda è solo una minima parte di ciò che andrebbe perseguito dagli organi (pardon) competenti.

Ma lo sanno i non addetti ai lavori che, secondo i regolamenti più recenti, se un Dipartimento deve bandire un concorso pubblico per ricercatore, definisce i requisiti del soggetto cercato fin nei minimi particolari, ritagliandoli esattamente sul candidato che si vuole far vincere, tanto che nel bando manca solo il nome e cognome? Oppure che decide di limitare il numero dei titoli presentabili (volumi, saggi, ecc.) per non far sfigurare il candidato «destinato» a vincere? E in ogni caso, purché si rispettino le forme – verbali in ordine, firme su ogni pagina, ecc. – le commissioni possono assegnare i punteggi che vogliono, anche contro ogni logica e rispetto dei meriti: articoletti e brevi recensioni valutati come se fossero la Critica della Ragion pura di Kant, per far prevalere il pre-scelto. Certo, le commissioni sono composte da più professori, la loro neutralità dovrebbe essere garantita; ma quel che succede in un concorso condiziona e prepara ciò che accadrà in quelli futuri. Ecco perché, tra l’altro, nessun candidato ingiustamente trattato ricorre mai ai tribunali; il giudizio di merito della commissione è insindacabile; e soprattutto, se metti in piazza le magagne del concorso che ti ha visto sconfitto non avrai mai più la possibilità di partecipare a un altro con qualche speranza di successo. Sembra addirittura che ogni tentativo di migliorare la situazione si risolva in guai peggiori.

Prendete la vicenda degli assegni di ricerca «cofinanziati»; che sono a carico per la metà, per esempio, della Regione o di altri enti pubblici, e per l’altra metà del Dipartimento o di altri enti privati che vogliano partecipare. I Dipartimenti di rado hanno fondi da mettere a disposizione. Bisogna cercare altri enti o privati che paghino. Chi trova questi mecenati? Nelle facoltà umanistiche – dove è difficile che un’impresa decida d’investire soldi – il giovane studioso candidato in pectore si cerca lo sponsor (potrebbe anche essere uno zio che fa un prestito), il quale si propone al Dipartimento che deve indire il pubblico concorso. Anche con tutte le cautele (vedi sopra) nel redigere il bando necessario, può darsi che il concorso lo vinca uno studioso diverso da quello pre-sponsorizzato. Lo sponsor-zio può allora decidere di non versare i soldi promessi, creando una quantità di problemi legali. Volete che una commissione, sia pure neutrale e democraticamente eletta, si esponga a questo esito? Farà vincere il candidato sponsorizzato. Eccetera. Altro che «servizi schifosi» prestati, in auto o anche in Istituto, al boss. La distruzione dell’università pubblica non passa solo, o principalmente, di qui. E non si vede chi riuscirà fermare lo sfascio.

Replica del collega Claudio Ciancio. (…) «Spiace che, magari involontariamente, Vattimo partecipi all’opera di denigrazione dell’Università, che da qualche tempo è in corso e di cui l’attuale governo sta traendo le conseguenze con provvedimenti che la destinano a un ruolo marginale con l’evidente intento di spostare la ricerca scientifica in altri luoghi. Dicendo che il problema vero non sono i ricatti sessuali, ma le pratiche concorsuali, Vattimo rafforza l’immagine di un’Università dominata da cosche che organizzano concorsi truccati senza vero interesse per la sua missione scientifica e formativa. Questa immagine contribuisce a confondere le idee e non corrisponde in nessun modo alla realtà accademica. (…) Le distorsioni non stanno nel metodo cooptativo che di fatto presiede al reclutamento, ma piuttosto nel fatto che quel metodo talvolta viene stravolto sostituendo a quelli scientifici e didattici criteri del tutto estranei, quali il legame personale o l’appartenenza a logge, chiese o partiti.» (…)

Controreplica di Vattimo. Non avevo nessuna intenzione di aggravare ulteriormente la già disastrata reputazione dell’università pubblica; e se questo è stato l’effetto del mio intervento me ne scuso con tutti i colleghi che, come Ciancio, fanno del loro meglio per tenere in piedi decorosamente la baracca. Osservo solo che sui casi specifici da me ricordati, al di là della storia torinese, Ciancio non dice nulla. Quanto alla necessità di una riforma dei concorsi sono ovviamente d’accordo. L’idea di una lista nazionale di idonei per titoli scientifici mi pare eccellente, se ne parla da anni, ma purtroppo senza esito. A quando?

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3 Risposte

  1. Già: cosa ci voleva a prevederla nel 112?
    Non dovrebbe servire proprio a questo il ‘decisionismo’ buono, cari colleghi Tremonti e Brunetta?
    m.a.

  2. Ulteriore puntata su “La Stampa” per la vicenda torinese. Leggi:
    http://rassegnastampa.comune.torino.it/orazionet/Rassegne/COMUNE%20TORINO/08/81577821.pdf

  3. Non si capisce bene come l’adozione di un metodo cooptativo esplicito possa “responsabilizzare le Facoltà” e introdurre “elementi di sana competizione”, in assenza di un’obiettiva e rigorosa valutazione ex post dei risultati.

    Orbene, delle due l’una. La valutazione o la fanno le scelte degli studenti, o un organismo esterno.
    La valutazione degli studenti consisterebbe nell’abbandono di quegli Atenei che si fossero imbottiti di parenti, amici e concubine; viene però da pensare al destino di tutti costoro che, ormai cooptati all’interno della casta accademica, godrebbero fino alla pensione di stipendio e privilegi. La soluzione ovvia prefigurerebbe quindi proprio quella privatizzazione dell’Università che è la strategia dell’attuale governo e che l’Accademia, secondo me giustamente, teme.

    Deleghiamo allora la valutazione a un organismo esterno. Questo, però, avrebbe un potere immenso, e la principale preoccupazione sarebbe il suo dover essere super partes (o meglio “assolutamente neutrale”).

    È possibile che non ci si accorga che questa è solo la riproposizione, su scala più ampia, della medesima situazione ipocrita del concorso, dove una commissione dotata di completo arbitrio ed impunità decide applicando “di fatto” i criteri che preferisce?

    Scegliere “il migliore in astratto” – seguendo un criterio oggettivo, almeno sempre perfezionabile – non è perciò il male minore?

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