Abolire gli insegnamenti universitari a contratto che generano studiosi frustrati, sfruttati e intellettualmente servili

Un interessante articolo di Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte moderna alla Federico II di Napoli, sul sistema degli insegnamenti universitari a contratto (dal: Corriere Fiorentino, 3 giugno 2009).

Professori a contratto? Un altro crac italiano

Tomaso Montanari. La questione degli insegnamenti a contratto è un nodo centrale per tutti gli atenei, non solo per quello di Firenze: ma il problema vero non riguarda tanto l’ovvio dovere di retribuirli equamente, quanto l’opportunità stessa della loro esistenza. Si può dire che nello sfascio dell’università italiana i contratti hanno avuto un ruolo non dissimile da quello che le carte di credito hanno giocato nella crisi dell’economia americana. Hanno, cioè, permesso alle facoltà di vivere assai al di sopra delle proprie possibilità, moltiplicando indiscriminatamente l’offerta didattica (sedi succursali in luoghi impensabili, corsi di laurea improbabili, master acchiappacitrulli), apparentemente a costo zero. Ma il costo è stato invece altissimo, anche se lo pagheremo con parziali dilazioni.

In primo luogo c’è un problema di qualità dell’insegnamento. Si è creata l’incredibile situazione per cui da una parte la via per diventare professori universitari è sempre più lunga e difficile (oltre che disastrosamente inefficiente e immorale, ma questo è un altro discorso), dall’altro lo stesso, identico lavoro (fatto di corsi, esami, tesi) viene assegnato per anni e anni consecutivi a persone individuate senza la benché minima selezione, per iniziativa di un solo professore di ruolo e sostanzialmente senza ulteriori verifiche. L’inevitabile risultato è che, accanto a numerosi docenti a contratto assai più meritevoli del barone da cui dipendono, esiste una pletora di insegnanti scadenti. Si è, insomma, creata una soluzione per molti versi analoga a quella, anche più scandalosa, dei magistrati onorari.

In secondo luogo, questo meccanismo devasta la vita materiale e intellettuale degli stessi professori a contratto, producendo generazioni di studiosi frustrati e sfruttati, i quali devono spesso abbandonare la ricerca per portare sulle loro spalle il peso del sistema, senza alcuna certezza per il loro futuro e senza alcun riconoscimento di dignità.

In terzo luogo, si registra il fenomeno di una grave deresponsabilizazione dei professori di ruolo, che si trovano a disporre di un’inesauribile manodopera pronta a sostituirli o ad affiancarli pressoché gratuitamente. Non esiste dunque più la necessità di conferire ai singoli corsi di laurea un’identità peculiare basata sulla competenza (oltre che sul numero) dei docenti incardinati: ovunque si può insegnare tutto, in una babele generalista che non solo impedisce agli studenti di orientarsi, ma rema contro la possibilità di costituire dei gruppi di ricerca e di docenza caratterizzati e di qualità.

In quarto luogo, la pratica dei contratti getta una pesante ipoteca sull’esito dei concorsi, conducendo a scontri frontali non fra singoli, ma tra generazioni e tra condizioni esistenziali diverse. Quando infatti si potrà finalmente bandire un concorso da ricercatore in una certa materia, chi avrà il coraggio di non considerare come candidato naturale il cireneo che da anni e anni sostiene quella stessa materia apparendone già di fatto il titolare a legioni di studenti? E si finirà dunque col penalizzare studiosi più giovani, e magari più bravi e scientificamente più produttivi, trasformando di fatto il sistema dei concorsi in una gigantesca macchina per cicliche sanatorie, buone solo a lavare la coscienza del corpo accademico stabile, scontentando tutti gli altri.

Infine, il sistema dei contratti genera un tasso altissimo di servilismo intellettuale, non solo facendo precipitare il tono morale delle università, ma bloccando alla lunga anche l’avanzamento scientifico: quale libertà di pensiero e di ricerca è possibile per una generazione che vive aspettando il rinnovo annuale da parte del professore i cui risultati e la cui visione si vorrebbero e si dovrebbero contestare, in un fisiologico superamento critico? Il giorno che un ministro proibirà di coprire gli insegnamenti universitari per contratto (permettendoli solo in pochissimi casi, non rinnovabili e destinati a personalità esterne di riconosciuta eccellenza professionale o artistica), sarà un buon giorno per l’università italiana.

6 Risposte

  1. Bueno!!! Si mette il dito in una delle piaghe del baraccone universitario. Ma… pensate che a Siena c’è chi anche senza uno straccio di laurea ha fatto il docente a contratto per vent’anni!!! Aderenze politiche, forse… Invece c’è chi è stato gettato nella melma, come al solito, forse perché non era amico della sporca cricca che ha usurpato i poteri in accademia. C’è chi si è arrichito sfruttando la “manovalanza” e chi lo ha preso in quel posto. Come al solito, nell’Italietta. Come al solito, nella città del “berebennannà”.
    Fiero bardo

  2. Mah, mi pare un ennesimo giudizio sommario 😦
    Che molti contratti siano stati in modo improprio mi pare incostestabile, che gli effetti siano stati quelli riferiti, anche.
    Il punto è se questo sia dovuto al fatto che fare i contratti sia possibile, o dal modo come sono stati utilizzati.

    saluti scettici,
    Sesto Empirico

  3. Andrebbe chiesto a quel signore che a Trieste era con Franceschini – gli porterà male. Lucidandomi gli occhiali mi è parso un nobile sardo che fu rettore di quella che chiamava pomposamente “la piccola Oxford”. Si, dai tic nervosi era proprio lui.
    Bardo

  4. Mi chiedo se l’autore dell’articolo non abbia mai goduto di qualche “aiuto” per ricoprire il posto che ricopre attualmente. Visto che non solo i professori a contratto sono nominati per amicizia di questo o quel docente, di questo o quel preside di Facoltà, di questo o quel rettore universitario. Ma anche i concorsi universitari per i docenti associati e ordinari non sempre sono chiari e limpidi… o no?

  5. «In primo luogo c’è un problema di qualità dell’insegnamento. Si è creata l’incredibile situazione per cui da una parte la via per diventare professori universitari è sempre più lunga e difficile (oltre che disastrosamente inefficiente e immorale, ma questo è un altro discorso), dall’altro lo stesso, identico lavoro (fatto di corsi, esami, tesi) viene assegnato per anni e anni consecutivi a persone individuate senza la benché minima selezione, per iniziativa di un solo professore di ruolo e sostanzialmente senza ulteriori verifiche.» Montanari

    Non avevo memoria di questo articolo, condivido il titolo (“gli insegnamenti universitari a contratto che generano studiosi frustrati, sfruttati e intellettualmente servili”), ma come tutte le considerazioni che volgono al generico, alludendo alle “medie” di tipo trilussiano (“ci sono troppi professori”, “tutti mangiano un pollo”, “sono tutti ladri”… ) mi pare, nel brano citato, affetto da considerevole approssimazione: la “qualità”, si potrebbe in primis obiettare, non è certo assicurata da certi vetusti professori assenteisti cronici (dei quali in particolare questo ateneo è pieno) che non leggono o scrivono un articolo da qualche lustro e giammai hanno accettato – nell’omertosa indifferenza delle autorità di controllo – di svolgere nemmeno la metà del “monte ore” previsto dalla legge o adempiere agli altri impegni didattici, le responsabilità relative alla organizzazione e conduzione della ricerca e i gravami burocratico-amministrativi confacenti al loro ruolo.
    Questo comunque è l’unico paese in cui l’immissione di energie giovani, nel gerontocomio cui è ridotta l’università, ancorché secondo le ignobili modalità paternalistiche e vessatorie contemplate dai nostri ordinamenti, è addirittura avversata e guardata con sospetto. In giro per il mondo trovate ordinari di trentacinque anni, età in Italia considerata “puberale”. Ad oggi va anche detto che con la pratica dei prepensionamenti, questo ateneo offre contratti a tempo determinato soddisfacenti (eccome!) solo… ai pensionati! E non si può affatto asserire, dall’alto di non so bene quale autorità o arcana sapienza, che tutti gli altri professori a contratto siano politicanti riciclati o lacché non titolati, così come non tutti i corsi di laurea sono stati creati apparentemente “a costo zero” per poi pesare indicibilmente sul groppone degli atenei, una volta che si è reclamata la stabilizzazione di tutto il personale (per giunta, con carriere fulminanti). Il sistema “paternalistico” che governa l’università italiana riguarda tutti: dal contrattista all’ordinario, e per quanto ciò sia deplorevole, non significa affatto che tutti sono degli imbecilli; difatti, geni e cialtroni vengono reclutati attraverso il medesimo “metodo” (anche tu, “hypocrite lecteur”) che peraltro non mi pare essere stato scalfito da una “riforma” in larga misura perdutasi nelle nebbie. Non è raro, in particolare, nel paese di Pulcinella e della commedia dell’arte, imbattersi in super-raccomandati di ferro che si stracciano le vesti e inveiscono contro il sistema, solo perché le loro raccomandazioni non hanno sortito gli effetti desiderati nei tempi rapidi da loro previsti.
    Oltre ad avere personalmente lunga e vasta esperienza di precariato, ritenendo di aver dato in quegli anni che non rimpiango affatto e che in effetti retrospettivamente giudico umilianti, assai più di quello che ho avuto (si veda quanto e come l’università paga i precari e il silenzio ignobile su tutto ciò, da parte dei sindacati), conosco alcuni giovani ricercatori e docenti a contratto, magari con due dottorati, vasta esperienza internazionale e più titoli di quelli che hanno portato in cattedra certi personaggi ai tempi delle vacche grasse e delle “ope legis”. Anche qui, come quando si citano “le statistiche” del rapporto docenti/studenti, prima di azzardare giudizi sommari, occorrerebbe dunque distinguere tra chi ha fatto un uso smodato e chi ha fatto tutto sommato un uso parco dei docenti a contratto: la differenza non è da poco, fermo restando che la miriade di contrattucci sottopagati del menga è uno degli aspetti più deplorevoli dell’università italiana attuale, e costituisce un tipo di selezione in definitiva basata sul censo, e non sul merito. Il punto è che in condizioni normali, in un sistema normale (non gravato da un debito spaventoso, non gestito in modo assurdamente squilibrato, non sottofinanziato, non dominato da caste di racimolatori che esigono per sé e per i propri famigli tutte le risorse, per cui accade che alcuni giovani ricercatori percorrano autostrade, ed altri dirupi scoscesi), molti di quelli che oggi stazionano in una condizione di precariato, sarebbero come minimo ricercatori o associati; si consideri che da quando il meccanismo naturale del reclutamento ha cominciato a rallentare, fino a interrompersi definitivamente, ognuno è stato congelato nella posizione in cui si trovava nell’istante in cui il tempo si è fermato, e quella di precario o di ricercatore od associato, anziché una tappa transitoria è diventata una condizione permanente, additata quasi come “ontologica”: ma prima di parlare e giudicare, occorrerebbe andare in giro per le Facoltà, per vedere chi compie realmente la mole di lavoro didattico e burocratico (corsi, comitati e sottocomitati, commissioni ecc.), onde rendersi conto che senza la fanteria e robusti sergenti, la guerra sarebbe già persa e molte Facoltà avrebbero già chiuso i battenti da un bel pezzo.

  6. @ “molte facoltà avrebbero già chiuso i battenti da un pezzo”

    Vero. Naturalmente però non quelle, destartaladas, che avendo ventidue ordinari della medesima materia, più contrattisti vari, schiavi, nani e ballerine, non corrono questo rischio.

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