C’è un solo perdente: l’università di Siena

unisiperdeCome previsto, è stata una riunione del Corpo Accademico allargato accesa, quella del 21 settembre, che ha discusso della crisi del nostro Ateneo. Una processione di ambizioni personali ha reso poco incisivi gli attacchi programmati al rettore Silvano Focardi che, con inattesa agilità, ha vanificato il tentativo di trasformare il dibattito in campagna elettorale, quella del prossimo anno, per l’elezione del rettore. Le critiche, se  pure in molti casi condivisibili nella sostanza, sono state indebolite dai proponenti che da sempre hanno rivestito ruoli di responsabilità nel nostro Ateneo. Non è emersa alcuna reale strategia alternativa a quella dell’attuale rettore e, purtroppo, neanche l’autorevolezza necessaria ad una fase di tale gravità. Non è chiaro chi abbia vinto; ma è certo che c’è un solo perdente: l’università di Siena.

Sullo stesso argomentoGiovanni GrassoAttacchi al  rettore e ambizioni personali (Corriere di Siena, 23 settembre 2009).

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In ricordo di un’amica conosciuta in rete nella comune lotta alla malauniversità

francesca_patanePer ricordare Francesca Patanè, giornalista innamorata della verità (come la definisce Nino Luca), prematuramente scomparsa il 16 settembre, riportiamo un articolo di Quirino Paris pubblicato sul blog “parentopoli”.

ELOGIO DI FRANCESCA PATANÈ

Quirino Paris (19 settembre 2009). Il giornale Ateneo Palermitano non turberà più il sonno di coloro che gestiscono la malauniversità, la malasanità, il malgoverno, e la mafia accademica. Il suo direttore responsabile, Francesca Patanè, è spirato il 16 settembre 2009 in seguito a metastasi da cancro. Il 26 agosto u.s. – da sola, come sempre – aveva messo online l’ultimo numero del suo amatissimo e sempre devastante Ateneo palermitano.

Nessuno, all’infuori dei familiari, sapeva della malattia che si protraeva dal 1998. Francesca Patanè non voleva la compassione di nessuno e, soprattutto, che la sua condizione di malata venisse a velare – nella mente dei suoi lettori e di coloro ai quali i suoi strali erano indirizzati – la professionalità della sua attività di giornalista.

Francesca Patanè divenne giornalista fin dagli anni dell’Università, nell’amata Catania, alla scuola di Giuseppe (Pippo) Fava, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 perché – scrisse Francesca Patanè – “… si era opposto coi suoi articoli ai ‘cavalieri’ della città, i maggiorenti che a quel tempo dettavano la storia economica, politica e sociale di Catania.” La verità innanzitutto – costi quel che costi – la legalità e la giustizia, sono sempre stati i soli criteri che hanno ispirato e guidato Francesca Patanè nella scelta e sviluppo dei temi per i suoi articoli e per il suo giornale.

La storia di Ateneo Palermitano è emblematica. Diventata dirigente bibliotecaria all’Università di Palermo, nel 1994 Francesca Patanè ricevette l’incarico speciale dall’allora rettore, Antonino Gullotti, di “riportare in vita il giornale” la cui testata, “Ateneo Palermitano,” aveva visto una pubblicazione molto frammentaria fin dal 1950, con ripetute decadenze della registrazione presso il Tribunale. Per più di due anni, dal 1994 all’ottobre 1996, il giornale dell’Università di Palermo uscì con puntualità – la prima e fondamentale caratteristica di professionalità di una testata – ma “scelte politiche” lo ridussero al silenzio ancora una volta, e alla decadenza della registrazione. Nel 2001, Francesca Patanè registrò a suo nome la testata “Ateneo Palermitano” divenendone proprietaria legalmente riconosciuta dal Tribunale di Palermo e direttore responsabile.  Iniziò allora una serie ininterrotta e puntuale di novantuno numeri, fino ad oggi.

I potenti dell’Università di Palermo, inclusi il rettore e il direttore amministrativo, non si sono mai dati pace del fatto che la testata “Ateneo Palermitano” fosse controllata da Francesca Patanè. I suoi editoriali ed articoli, precisi e documentati, misero spesso a nudo una situazione di malauniversità. Il colmo dell’insofferenza istituzionale fu raggiunto nel gennaio 2006 con un articolo che riportava la notizia, già diffusa da giornali nazionali, di due docenti dell’Università di Palermo indagati per associazione a delinquere dalla Procura di Firenze. La macchina silenziatrice dell’Università di Palermo si mise in moto avviando un procedimento disciplinare a carico di Francesca Patanè che le venne comunicato assieme all’articolo del codice di disciplina che prevede il licenziamento senza giusta causa. Francesca Patanè non si diede per vinta e allertò la stampa nazionale del sopruso che si stava consumando.  Il giorno stesso della sua audizione davanti alla commissione disciplinare, La Repubblica uscì con un articolo in sua difesa e in difesa della libertà di stampa. I maggiorenti dell’Università, presi alla sprovvista da tanta pubblicità non richiesta, fecero rapidamente marcia indietro e – per bocca del rettore Silvestri – annullarono, di fatto, il procedimento.

Nonostante la bruttissima e pericolosissima esperienza inflittale dall’istituzione alla quale aveva dedicato una vita di lavoro ma che, forse, per avere il quartier generale nello Steri – l’edificio dell’Inquisizione Spagnola – ne aveva assunto lo spirito che trasuda ancora dalle sue mura, Francesca Patanè trasse maggiore convinzione che la libertà di stampa fosse, in assoluto, il primo obiettivo e la prima condizione di una società civile. Così, negli ultimi anni, Ateneo Palermitano divenne un faro di luce a livello nazionale sulle vicende dei concorsi universitari truccati, dei bilanci universitari falsi, della magistratura che quando tratta di vicende universitarie spesso si intorpidisce senza lasciare tracce significative, del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (Miur) che non esegue mai le sentenze del Consiglio di Stato, del Miur che gestisce una privatizzazione latente dell’Università italiana a partire dalle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia e dalle Scuole Superiori per Mediatori Linguistici. Ateneo Palermitano prese spesso le difese di singoli ricercatori e professori tartassati dalle cosche baronali. Si scagliò contro le inutili ricette dei luminari di entomologia che non sanno fare niente di proficuo contro il punteruolo rosso che devasta le secolari palme di Palermo e della Sicilia.

Francesca Patanè amava la bellezza dello scrivere, la bellezza del vivere, la bellezza del mare di Cofano. Con la sua giustizia morale e onestà intellettuale ha fatto un grande onore al giornalismo.

È scomparsa una voce chiara ed importante.

Università di Siena: arriva il commissario

stemma_ceramica_tif.jpgOutis. Scrive Machiavelli: «Lo inimico, o lo si distrugge o lo si ignora», è quindi del tutto inutile discettare sugli innumerevoli vizi della classe dirigente senese, regionale e della passata amministrazione dell’università stessa, lì stanno (o stavano), e ci stanno (e ci stavano) perché eletti; se poi si tratti di democrazia o di oclocrazia poco importa, distruggerli non si può, tanto vale ignorarli. Conviene piuttosto seguire il consiglio di Candide “badiamo a coltivare il nostro orto” e il nostro orto è l’università. Stante l’impossibilità e l’inutilità di discernere “l’eccellenza”, anche perché tutti si affretteranno a mettere in atto l’astuto strattagemma di Stavrogin, cucendosi sulla cravatta, o sulle mutandine per chi cravatta non porta, un bell’eccellente, la strada del merito non è percorribile. Guardiamo dunque in faccia l’altro aspetto dell’istituzione, quello meramente aziendale, perché di un’azienda si tratta. La realtà effettuale, per rimanere con ser Niccolò, è che tale azienda è in fallimento. Ha un debito pregresso mostruoso che non può onorare, ha svenduto i gioielli di famiglia, ha un budget inferiore alle necessità dell’amministrazione corrente. Ad un negozio di camiceria nelle medesime condizioni non resterebbe che portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento (per inciso gli verrebbe contestato il reato di bancarotta fraudolenta essendoci stata alterazione delle scritture contabili). Verrebbe nominato un curatore e si darebbe il via alla normale procedura fallimentare. Ma un’università non è un negozio di camiceria e un’università che conta settecento anni non si può chiudere, e allora? Allora non resta che portare le chiavi al ministero e rimettere allo stesso la soluzione che potrebbe consistere nella nomina di un commissario, con pieni poteri, un Lucio Silla, dictator universitatis Senarum restituendae, che senza intralcio alcuno facesse il suo mestiere di dayako, tagliando teste, emanando liste di proscrizione e lesinando il danaro, fornito dallo Stato, con un’occhiuta parsimonia che dovrebbe estendersi anche all’acquisto della carta igienica. Come in ogni lista di proscrizione verrebbe versato del sangue innocente, anzi, quasi principalmente quello: gente indifesa, privata di colpo delle protezioni che hanno consentito loro di occupare posti spesso inutili, o, talora utili, ma non finanziariamente coperti. I rei non subirebbero conseguenze se non quella di essere completamente esautorati da qualsiasi potere decisionale e ridotti a fare solo il loro lavoro (almeno quelli che lo sanno fare). Soluzione, come si vede, che contempla una buona dose di ingiustizia, ma à la guerre comme à la guerre. D’altra parte, ammesso anche che la magistratura condannasse finalmente ad metalla i responsabili dello sfascio (il che mi pare poco probabile), ciò non costituirebbe che una magra soddisfazione e non rivestirebbe alcuna rilevanza economica, non essendo in potere di privati, per quanto benestanti, di restituire una pur piccola parte del mal speso. L’unica, risolutiva strada resta quindi il commissariamento, che segnerebbe la fine e di una lunga agonia e di una sequela inutile e anche inconcludente di querelles che lasciano il tempo che trovano. Dixi et animam levavi.

Sordità e mutismo del precario della ricerca nell’università

mizaru_kikazaru_iwazaru.jpgLa lettura dell’articolo seguente fa venire in mente una vecchia canzone di Mina, parafrasando la quale si potrebbe dire: «Ci sono cose in un silenzio (quello dei precari) che non m’aspettavo mai, vorrei una voce ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto» e la voce di Ilaria Agostini (ricercatrice-docente precaria) che ha pubblicato su MicroMega le sue riflessioni sui precari della ricerca nel nostro paese.

La precarietà accademica, ovvero il gioco del silenzio

L’instabilità (anche accademica) azzera la voglia di partecipazione, la stima di sé, le capacità creative

Ilaria Agostini. È legittimo chiedersi perché in Italia i precari, forza numericamente rilevante, assorbano in silenzio i colpi impietosi loro inferti da un sistema lavorativo che, qualche decennio fa, avrebbe procurato notti insonni a datori di lavoro, privati o pubblici, a imprenditori e rettori. Il fenomeno dei lavori a termine conosce, nell’ambiente universitario, dove peraltro ha dimensioni dilaganti, la sua massima espressione di afasia: al ricercatore-docente avventizio, con mansioni da «adulto», ma status di «giovane» non ancora accolto dalla comunità, è precluso l’ascolto e la parola. Non sente la voce ufficiale dell’istituzione che lo esclude, più per consuetudine che per legge, dalle assise accademiche e dalla vita «democratica» di ateneo, adducendo a motivo l’intrinseca inafferrabilità della categoria precaria.

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Siena è così

Cosimo Loré. Siena è così: tutti hanno un posto o almeno un parente con un posto in banca o all’università. Anche chi non ce l’ha pensa come gli altri che “tanto gli stipendi non li tolgono” e che l’antico ateneo resterà aperto per sempre! Se poi si affronta l’argomento non si trova un interlocutore, neanche a pagarlo, che vada oltre la sferzante battuta od il sapiente aforisma. Poco gradito il tema delle responsabilità individuali, tanto che sorge il sospetto che tale indulgenza non sia ascrivibile solo al timore d’esporsi, tipico degli abitanti d’un piccolo centro, e al proficuo favore che ogni “cittadino” si cerca fra i “potenti”, ma anche a ben più diretti e concreti coinvolgimenti nella malagestione della cosa pubblica e nella malversazione del pubblico denaro. C’è poi una fretta di fondo che scandisce la vita di lorsignori, impegnati “ventre a terra” nella ricerca di un parcheggio per la propria auto o di un soleggiato punto mare per il piacere corporale. Ricerche – per la carità – tutte tranquillamente rubricabili come socialmente “normali” e normativamente “legali”… La “mano di coppale” arriva poi dal Palio, che rappresenta l’elemento di omologazione ed esaltazione della realtà senese, evento vero e vivo (forse l’unico) di una città e di un popolo che nella “Corsa” e nella “Contrada” si ritrovano e si riconoscono come identità civile e tradizione storica. Senza accorgersi che – paradossalmente – proprio la grande “Festa” li ha estraniati pericolosamente dalla inarrestabile vicenda civile e sociale e li ha posti in un irreale limbo di irresponsabilità morale, amministrativa, penale! Nel mito e nel rito splendido ma illusorio della piccola-grande Città-Madre e del ricco “babbo Monte” i Senesi hanno attraversato la Storia presente rivolti verso un passato conservato solo nelle sacre icone quanto a gloria e nel Monte dei Paschi per la più prosaica quotidiana contabilità. Sono poi arrivati i politici e gli amministratori di ultima generazione, spesso stranieri senza scrupoli, che si sono subdolamente insinuati nelle stanze dei palazzi (e dei bottoni) e con aria altera, volta a rassicurare e sottomettere, hanno prima preso possesso di conti e borse, poi iniziato un orgiastico saccheggio, con tanto di nani e ballerine e (taluno sussurra) perfino di eleganti sniffate, il tutto senza volgarità verbali né oscenità omicidiarie, salvo – forse – qualche inevitabile eccezione coperta da una “intelligence” locale a prova di bomba… ivi compresa quella delle menti elette, con relative penne, degli uomini della cultura (anch’essi come il volgo rivolti sempre e solo ai passati fasti, eccezion fatta per il miracolo “Ascheri junior”), dell’accademia e del giornalismo, che a Siena si ispirano al molto meridionale metodo di “farsi i fatti propri per campare a lungo”! 
Se questo è il quadro nessuna sorpresa per la profondità della voragine e la vaghezza e lentezza dell’indagine istituzionale e giudiziaria in corso.