Sull’università: botta e risposta tra Eugenio Neri, candidato a sindaco di Siena, e Rabbi

Eugenio-NeriEugenio Neri. Merito, verifica della produzione scientifica, competitività e programmi. Un paese e un buon governo si misurano anche in base a quella che è la sua capacità di produzione formativa e di competenze sul piano internazionale. La nostra storia universitaria è stata un fiore all’occhiello dell’intero paese per secoli e deve tornare ad essere quell’eccellenza di cui andare fieri e da cui riuscire a trarre il giusto profitto competitivo sul piano internazionale, non solo nazionale.

Risanamento, equo e realistico in ottica di rilancio dell’ateneo; rilancio e ottimizzazione della ricerca; incubazione di creatività e garanzia del livello scientifico; rapporti sempre più stringenti con le diverse realtà produttive; alta specializzazione; reclutamento di giovani talenti; riorganizzazione e innovazione didattica; valorizzazione di competenze e risorse umane; nuovo spirito d’impegno e solidarietà; pari opportunità nel mondo delle intelligenze; nuova governance, efficienza ed efficacia dei servizi; ottimizzazione e adeguamento sistema bibliotecario; integrazione regionale e nazionale; sviluppo di reti formative.

L’Università è un bene collettivo della città e la responsabilità va ben oltre la sua autonomia. Si tratta del rispetto della Legge e del rispetto di un’etica: lavoro, pari opportunità, merito. L’ateneo deve essere il motore del rilancio della città. Chiediamo progetti e credibilità delle persone, standard internazionali di valutazione delle carriere, serietà della ricerca e non più docenti a “impact (factor)” zero.

In passato l’ateneo non è stato utilizzato come una risorsa di Siena e per Siena ma come il trampolino di lancio di future carriere politiche. E su quest’altare sono state bruciate risorse ingenti, non solo economiche, della nostra università. Un modo di fare che, nonostante la crisi, pare difficile da superare: basta guardare nelle liste che sostengono il candidato della restaurazione politica del sistema-Siena.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Con riferimento al 2° capoverso dell’intervento di Neri, di grazia, si può sapere come realizzerebbe queste cose, in palese controtendenza con ciò che sta accadendo sotto il sole? Il dato più evidente e più eloquente, che letto alla luce delle vigenti severissime e oltremodo cervellotiche leggi sulla sostenibilità dei corsi di studio per quanto riguarda la docenza rivela chiaramente come da qui a pochi anni a Siena rimarrà ben poco, è il dimezzamento del corpo docente: in teoria ne resterebbero per una trentina di corsi (12+8 docenti per corso non riciclabili quanto ad afferenza), ma è un calcolo puramente e inutilmente teorico: un “upper bound”, naturalmente, perché bisognerebbe che il destino cessasse momentaneamente di essere cinico e baro e che per avventura andassero in pensione esattamente le persone che non ti servono nei settori ove sono in abbondanza, fatto la cui probabilità è prossima allo zero.

Non ripeto per intero ciò che ho detto nei precedenti post, ma batto sullo stesso tasto, perché repetita iuvant: il silenzio assordante è sospetto e m’induce a continuare il martellamento; è infatti norma fondamentale del giornalismo ripetere una domanda all’interlocutore recalcitrante, finché non si ottiene una risposta: Siena, per le ragioni suddette, non ce la fa più a sostenere diversi settori della sua offerta formativa, anche perché, sebbene vi siano molte persone che vi lavorano, queste non bastano o non basteranno da qui a breve a soddisfare i tirannici ed esagerati “requisiti di docenza” previsti dalle leggi, a causa del pensionamento di circa metà dei docenti. Visto che è stato accorpato l’accorpabile (con effetti, peraltro, abbastanza nefasti), la soluzione di ulteriori mescoloni senza capo, né coda è anch’essa preclusa.

Pertanto, non solo non si capisce come potrebbe scaturire una qualche “eccellenza”, laddove semmai il destino è perdere anche quelle che c’erano, ma ci si ritrova oltretutto nella situazione paradossale che il dimezzamento dei docenti sta provocando e provocherà come “effetto collaterale” quello di non saper cosa fare di molte delle energie vitali e delle professionalità che resteranno, una volta chiusi i corsi a causa della fuoriuscita degli altri. La situazione assurda che si va delineando è pertanto la seguente: avrai due impiegati per ogni docente, ma la ricerca e l’offerta formativa – di conseguenza le iscrizioni – annichilite e dulcis in fundo una parte cospicua del personale docente inutilizzabile. Bel capolavoro, no, a proposito di “valorizzazione di competenze e risorse umane”?

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2 Risposte

  1. «Non si può mandare persone che per una trentina d’anni hanno lavorato in amministrazione a fare la didattica da un giorno all’altro e viceversa. Questo provoca un disservizio agli studenti che pagano le tasse non per avere questo, ma per essere seguiti nei vari problemi che possono avere. Hanno mandato professori in pensione e va bene, ma non gli si fanno nuovamente contratti per insegnare, ci sono tanti ricercatori a cui affidare tali insegnamenti e lo stipendio è certamente inferiore.» Anna Giunti (Per Falorni sindaco)

    …. per proseguire la carrellata di considerazioni surreali dei politici locali sul cadavere dell’università, leggo su “Il Cittadino” questa enigmatica presa di posizione e letteralmente non capisco di cosa diavolo stia parlando: risulta anche a voi che mr. Bartleby, dopo trent’anni di onorato servizio come solerte impiegato dell’ufficio pensioni sia stato comandato in cattedra ad insegnare contro la sua volontà Astronomia Extragalattica? Ma siccome tutto è possibile, la prego signora, faccia i nomi: confesso che mi è toccato vedere di peggio. “Hanno mandato i professori in pensione e va bene“? Scusi signora, concordo sul fatto che quei contratti sarebbero stati meglio spesi per favorire l’accesso, almeno temporaneo (visto che il reclutamento è bloccato), di qualche giovane, ma come crede che abbiano convinto gli interessati a prepensionarsi, se non in cambio di un lauto compenso economico che equilibrasse quello che in tal modo perdevano?

    Coloro che hanno ceduto il contratto a un giovane, mi risulta siano stati due in tutto l’ateneo. Che dei precari extra luxe, quali i prepensionati, guadagnino venti volte di più di un precario normale a parità di ore di lavoro, è in effetti abbastanza iniquo e non “va bene” proprio un accidente. Inoltre i prepensionati-riassunti, in quanto usciti di ruolo, non contano negli infernali conteggi dei “requisiti di docenza” e pertanto alla luce delle considerazioni di cui ai precedenti messaggi, non va bene proprio niente. Si smantella inevitabilmente mezza università un po’ a cacchio: dunque non “va bene” proprio un cavolo!

    Da più di mille a meno di seicento docenti (meno di un terzo di Pisa) tra cinque anni e… “va bene”, cioè non cambia niente?!?!?! In che senso “va bene”? Mille amministrativi e poco più di cinquecento docenti e va bene? Amministrativi i quali fra un po’, se continui a chiudere roba e perdere pezzi, non sapranno che cavolo amministrare e “va bene”?!?!?! Amministrativi (o sarebbe meglio dire tecnici) che insegnano immagino che ve ne siano, sebbene non certo nei modi surreali che la signora descrive: dove? Quanti?

    In ogni caso per legge non possono essere conteggiati neanche loro nei requisiti di docenza e dunque non saranno certo in numero rilevante: devo ripetere che ci vogliono 12+8 distinti e non riciclabili docenti di ruolo in una precisa miscela per dar vita ad un corso di laurea e che la fonte dei problemi, adesso, nel momento in cui va via a casaccio un docente su due, è proprio la caduta di tali requisiti? Delle due l’una: o cambi la legge sui requisiti minimi di docenza, che in quella misura non esistono in Europa e fai lavorare di più i docenti che hai (è così che funziona in Germania: con meno persone fanno più cose, ma questo è affare del parlamento e i requisiti minimi li inventò Mussi e li ribadì miss. Neutrino), oppure vai verso le soluzioni del tipo di quelle che ho additato nei precedenti messaggi: tertium non datur, smettiamola con le sciocchezze.

    Ma insomma, questi poi continuano a parlare a vanvera di “eccellenze” da salvaguardare, proprio mentre si stanno di fatto cancellando anche i dottorati di ricerca: “Sono requisiti necessari per l’accreditamento… per ciascun ciclo di dottorati da attivare, la disponibilità di un numero medio di almeno sei borse di studio per corso di dottorato attivato, fermo restando che per il singolo ciclo di dottorato tale disponibilità non può essere inferiore a quattro” (Decreto Ministeriale 8 febbraio 2013 n. 94). Orbene, a questi lumi di luna sei borse sono roba da nababbi e non ce le ha quasi nessuno; dunque o si fanno ancora dei grandi calderoni con dottorati immaginari nelle Supercazzole socio-psico-medico-fisico-storico-chimico-algebrico-botanico-prematurate, o si va nella direzione che ho auspicato “ad nauseam” nei precedenti messaggi.

    Non ho chiaro cosa intenda per “ricercatori” la suddetta signora, ma i ricercatori strictu sensu (ex terza fascia) già ad oggi mi risulta costituiscano oltre il 40% dell’intero corpo docente senese residuo; percentuale che desumo sia destinata ad aumentare man mano che la gente continua ad andare in pensione, essendo quelli meno anziani, anche perché uno non è che nasce “ricercatore”, ma se da sette o otto anni non esistono concorsi e chissà per quanto durerà l’astinenza (in molti settori, a Siena, durerà per sempre), come fa a diventare associato? La informo altresì che normalmente insegnano, non è che devono essere sollecitati da qualcuno a farlo: un anno fa le competenti autorità avevano pateticamente fissato un monte ore massimo (90 ore contro le 120 di associati ed ordinari) per dimostrare non so che cosa, ma dopo un solo anno il tetto è stato abolito, perché era del tutto evidente che fissando quel limite avrebbero provocato un altro cataclisma nei corsi di studio, data la attuale mancanza di docenza; anzi, se va a vedere nel sito del MIUR si rende conto di quanti siano i ricercatori che addirittura sono rimasti gli unici di ruolo nei rispettivi settori disciplinari (e in nessuna università ove abbia senso parlare di ricerca c’è un solo esponente di un settore disciplinare).

    Mi pare abbastanza incredibile: quando parlano, che so, del Monte dei Paschi, tutti i politici ritengono giustamente indispensabile farlo in maniera abbastanza informata; quando parlano di Università, ognuno pensa di poter sparare la prima puttanata che gli viene in testa, la coglionata che ritengono possa far presa sul popolino che chiede la testa dei chierici, perché tanto va bene sputare sull’università (cioè in uno dei piatti dove qusta città storicamente mangia) del tutto a prescindere da dati di fatto, cifre, problemi reali, responsabilità (politiche e penali), regolamenti, leggi dello stato.
    È intollerabile da parte dei politici una simile ignoranza e superficialità: per piacere, esistono le leggi dello Stato, che avete fatto voi, non è che ce le ha portate la Befana: le avete lette? Leggete per favore le leggi che voi stessi ci somministrate, smettete di parlare a vanvera!

  2. «Tra pre-pensionamenti e pensionamenti l’università senese perde dunque, in 12 anni complessivi, un po’ meno della metà dei suoi effettivi. Ordinari, associati e ricercatori che svaniscono, portando con sé i loro saperi e le loro conoscenze. Che non vengono rimpiazzati, se non in piccolissima misura. Sicuramente tra di loro vi sono anche baroni e baronetti costretti a lasciare il servizio per raggiunti limiti d’età, ma per gli studenti, in ogni caso, si tratta di una perdita secca, tale da rendere sempre meno appetibile un trasferimento a Siena per intraprendere gli studi universitari. Credo infine che un’amministrazione cittadina che voglia agire da protagonista e contribuire pertanto ad assicurare un futuro al suo Ateneo, possa agire e proporre politiche anche a livello regionale dove sollecitare e verificare, insieme alle altre amministrazioni comunali nei cui territori risiedano sedi universitarie (Firenze e Pisa), ed insieme quindi alle istituzioni accademiche, la possibilità di forme di sinergia, nella didattica e nella ricerca,» Li Causi (Sel)

    Deo agimus gratias, qualcuno comincia a focalizzare il problema. Forse ci legge. Lo spiegasse anche ai cantori delle magnifiche sorti & progressive.

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