All’università di Siena solo cambiamenti di facciata, come se non esistesse l’emergenza

Titolo suggerito dalla politica dell’attuale amministrazione universitaria senese in merito a: piano di risanamento, offerta formativa, Poli didattici esterni, debiti fuori bilancio, composizione della commissione per le modifiche di Statuto, riorganizzazione clientelare degli uffici amministrativi, «preconsigli» di amministrazione, dismissione del patrimonio immobiliare. Di seguito una riflessione di Giovanni Marchesini sull’attuazione, appena iniziata, della riforma universitaria.

Atenei, riforma e registi vecchi (Corriere del Veneto, 11 marzo 2011)

Giovanni Marchesini. Se in un futuro più o meno prossimo vedremo un’università, generata dalla recente riforma, più competitiva e flessibile nel governare ricerca scientifica e formazione nello scenario del dopo crisi, dipenderà in larga misura dai registi cui verrà affidato il non facile compito di tradurre concretamente le norme contenute nella legge. Nonostante l’eco mediatica, una legge non sufficientemente innovativa: al legislatore sono mancati, infatti, il coraggio e una chiara visione degli obbiettivi. E tuttavia le opportunità che offre vanno colte con spirito costruttivo. Gli inaccettabili livelli di degenerazione raggiunti da tempo nella gestione degli atenei non offrono alternative: il nuovo va perseguito, nel bene e nel male, in ogni regione e in ogni ateneo, nonostante i forti vincoli centralisti che permangono. Sono numerosi tuttavia gli elementi che generano confusione. Vediamo un esempio.

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Si chiuda il corso di laurea in Geologia a Siena e si sviluppi quello di San Giovanni Valdarno

«Si chiuda l’università di Siena e si sviluppi quella di Arezzo, Buonconvento e Colle di Val d’Elsa». Così commentavo il 17 luglio 2010 su questo blog le dichiarazioni del “giovane Walter” Bernardi, che rifiutava con sdegno l’ipotesi di rendere autonomo da Siena il Polo universitario aretino. Una provocazione, la mia? No di certo! Infatti, dopo la decisione del Senato accademico di chiudere il corso di laurea magistrale in Scienze e Tecnologie Geologiche, ecco quel che dichiara il sindaco di San Giovanni Valdarno, Maurizio Viligiardi, a “La Nazione” di Arezzo e al “Nuovo Corriere Aretino” il 2 marzo scorso:

«Questo è il dato più sconcertante. Siamo di fronte ad una decisione inconcepibile, una scelta a dir poco scellerata e scandalosa: 49 nostri nuovi iscritti per il 2011 contro gli 8 di Siena. Non si capisce perché, allora si chiuda il corso di San Giovanni e si lasci aperto quello senese. Nell’incontro che abbiamo avuto con il Rettore e con il Preside della Facoltà di scienze, ho anche cercato di capire se c’era una possibilità di sdoppiare il corso in due indirizzi e di poterne portare uno a San Giovanni: neanche questo è stato possibile. La motivazione è stata: i professori di Siena non vogliono venire ad insegnare a San Giovanni. Questo è davvero sconcertante: non può essere chiusa un’esperienza come questa soltanto perché docenti non vogliono venire qua.»

Come si vede la realtà ha già superato la fantasia! Con notevoli vantaggi! Trasferendo Geologia di Siena al “Centro di Geotecnologie” di San Giovanni Valdarno si libererebbe il grande contenitore del Laterino, dove  trasferire “Lettere” ed “Ingegneria”, attualmente ospitate al San Niccolò. Risparmio iniziale: circa 5 milioni di euro l’anno, l’affitto oggi pagato per l’ex psichiatrico. Senza considerare, come dichiara il sindaco, «il pregio vero del polo di San Giovanni: aver creato un rapporto con le aziende del territorio, aver internazionalizzato l’Università, perché da qui partono ragazzi che vanno a fare esperienze di lavoro e stage all’estero, e di aver creato il presupposto perché i ragazzi quando escono del Centro hanno ottime prospettive, se non la certezza, di trovare subito un lavoro attinente con il percorso di studi effettuato.»

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (9 marzo 2011). Si chiuda il corsi di laurea in Geologia a Siena e si sviluppi quello di San Giovanni Valdarno. (Trasferendo Geologia di Siena al “Centro di Geotecnologie” di San Giovanni Valdarno si libererebbe il contenitore del Laterino).

Di fronte al comportamento dell’amministrazione universitaria senese che pregiudica l’interesse pubblico, Amato si rivolge alla Corte dei Conti

Pietro Paolo Amato (Senatore PdL). Ancora una volta il Consiglio di Amministrazione dell’Università di Siena – la cui disastrata situazione economico-finanziaria è ormai fuori controllo – si è trovato nell’incapacità di accertare l’esigibilità dei debiti fuori bilancio. Per cui sta ricorrendo sistematicamente all’utilizzo dello strumento delle variazioni al bilancio 2011. Tant’è che pure il Collegio sindacale si è sentito in dovere di esprimere parere contrario a questa pratica bocciando le proposte di variazione fin qui avanzate dal Rettore e dal suo Direttore amministrativo. E per fortuna che alla fine del Consiglio di amministrazione, tenutosi venerdì, è stato bloccato il tentativo di autorizzare un’ulteriore spesa di oltre 26 mila euro destinate all’acquisto di 300 copie di un libro in onore di Luigi Berlinguer! Proposta presentata in Consiglio senza nemmeno produrre copia di quel contratto editoriale che la relazione tecnica dice esserci…

È chiaro però che tale modo di procedere non può che portare ad ulteriore aumento del disavanzo annuo stimato in quasi 40 milioni. E colpisce il fatto che il Rettore, anziché presentare un serio piano di risanamento, si rifugi nella retorica di Unisi 2015: ossia nel vagheggiamento di un improbabile piano quinquennale alla moda sovietica che dovrebbe tendere ad un ipotetico pareggio dei conti da realizzare solo in un lontano avvenire. Anche perché dubito che l’Università di Siena possa reggere questa drammatica situazione per altri cinque anni. E questo senza parlare dei costi che tutto ciò comporterebbe per il contribuente.

A questo punto, poiché ritengo di trovarmi di fronte ad un comportamento teso a pregiudicare l’interesse pubblico anche attraverso la sistematica violazione delle norme giuscontabili, ho deciso di rivolgermi alla Corte dei Conti. Nel frattempo ho depositato un’ulteriore interrogazione in Senato mirante a fare luce su fatti e responsabilità che necessitano di un’indagine ministeriale. Inutile ripetere che il commissariamento dell’Ateneo senese è sempre più una strada obbligata.

C’è ancora chi crede di poter ricreare quel sistema di potere che ha portato l’università di Siena allo sfascio generale e al discredito totale!

Con uno striscione intitolato «Le verità “nascoste”», un centinaio di dipendenti universitari, studenti e cittadini si sono recati nel pomeriggio di ieri in corteo fino al Tribunale di Siena per sollecitare chiarezza e l’accertamento in tempi brevi delle responsabilità del dissesto dell’ateneo senese. Nelle stesse ore, il Consiglio di Amministrazione dell’ateneo discuteva della delibera con la quale si chiede il formale riconoscimento del debito (26.210,00 € + 250,00 € di competenze legali) contratto nel 2006 da Maurizio Boldrini con Rubbettino Editore, per l’acquisto di 300 copie del libro in onore di Luigi Berlinguer. Di fronte alle resistenze di qualche consigliere, rettore e direttore amministrativo hanno fatto riferimento ad un contratto editoriale della cui esistenza nessuno dei presenti era informato. Ragion per cui è emersa la necessità del rinvio della delibera per un ulteriore approfondimento tecnico. Ci chiediamo:
1) Perché questo contratto editoriale non è stato indicato nella premessa della delibera e nell’allegata scheda tecnica?
2) Perché i consiglieri non sono stati informati della sua esistenza?
3) Perché spunta fuori proprio in questo momento e perché non è stato consegnato ai consiglieri nel corso della riunione?

Il Sen. Amato dichiarò il 6 novembre 2010 che «a Siena non può ricrearsi quel sistema di potere che ha portato l’università allo sfascio generale e al discredito totale.» Può sembrare una dichiarazione esagerata, ma fatti come questi, i personaggi coinvolti, i numerosi debiti fuori bilancio, lo smantellamento delle nuovissime aule del San Niccolò, la composizione della commissione Statuto e, infine, la scoperta di una società privata nei locali dell’università inducono a dar ragione al senatore.

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (5 marzo 2011). Università: dalla protesta dei lavoratori alle “novità” emerse  dal CdA. (Nella vicenda della “Rubbettino” emerge un contratto editoriale di cui nessuno era a conoscenza).

Chiesto il commissariamento del Rettore, il cui operato rischia di ledere l’autorevolezza dell’Università di Siena e il ruolo istituzionale del Ministero

Qualcosa non funziona nel PdL senese. C’è il segretario cittadino che invita il rettore Riccaboni nella sede del partito per ascoltare dalla sua viva voce l’esposizione del piano di risanamento dell’ateneo più indebitato del Paese. Eppure, alcuni giorni prima (per la precisione il 26 febbraio) il senatore Pietro Paolo Amato aveva presentato una durissima interrogazione a risposta orale per chiedere al Ministro dell’Università e Ricerca «se, nel dovuto rispetto dell’indipendenza dell’Università degli Studi di Siena e nell’interesse esclusivo di tale Ente  – e secondo il principio di autotutela della pubblica amministrazione – non ritenga di valutare l’opportunità di procedere immediatamente ad un commissariamento del Rettore, il cui operato rischia di ledere, per via di una scarsa trasparenza in vicende di carattere procedurale, amministrativo ed economico-finanziario, non solo l’autorevolezza ma anche la già compromessa solidità economica dell’Università di Siena, nonché  il ruolo e le responsabilità istituzionali del Ministero quale erogatore del Fondo di finanziamento ordinario.» Di seguito il testo integrale dell’interrogazione parlamentare.

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Università di Siena: cose dell’altro mondo

Riccagnani-mortiviventi

L’augurio è che le notizie riportate nell’articolo seguente non siano vere; che si tratti solo di illazioni del perfido Suyodana. Che il rettore di un ateneo – e nello specifico di un ateneo morto, ancora da seppellire –  si recasse nella sede di un partito per esporre il suo piano di risanamento (ma un morto si può resuscitare?), ancor prima che la comunità accademica si sia espressa, non s’era ancora visto.

Il perfido Suyodana (da: Zoom 2 marzo 2011). Stasera, mercoledì 2 marzo, Angelo Riccaboni uscirà dal Rettorato con in mano una cartellina contenente 34 fogli e imboccherà Via Cecco Angiolieri per raggiungere Via Montanini. È emozionato perché, essendogli stato millantato un credito inesistente, crede di recarsi ad un incontro da cui dipende il suo futuro. Per la verità, non è l’unico, nelle stesse ore e sempre su questioni universitarie, a sopravvalutare le proprie chances. A Franco Ceccuzzi, ad esempio, è bastato il sostegno dei 318 voti a lui favorevoli, raccolti all’interno del proprio partito, per sentirsi autorevole candidato a sindaco delle prossime elezioni e, in quanto tale, a non rischiare di essere chiamato in causa per il suo ruolo nello scempio dell’Ateneo, ridotto in macerie proprio dalla classe dirigente che lui stesso ha appoggiato e contribuito a selezionare. Il suo pensiero, con un po’ di rimpianto, torna a quando appoggiava senza se e senza ma il Tosi. Allora l’ateneo senese, pur senza una lira, splendeva come un diamante e Ceccuzzi, che con gli atenei non ci se l’è mai detta, ne godeva comunque di questo brillìo insieme a qualche amico. Ma torniamo al personaggio centrale. Il nostro Angelo è ormai giunto a destinazione in Via Montanini 54, la sede del PdL. Cosa va a fare? Va ad illustrare il piano di risanamento dell’Ateneo, il glorioso Unisi 2015 segnato dalle competenze pedagogiche della Ines Fabbro. Poco importa se il Ministro Gelmini, la scorsa settimana, deve aver gradito poco le tre ore d’interrogatorio presso la Procura di Siena. L’amico Claudio Marignani, il segretario del PdL, l’ha invitato perché gli vuole bene ed Angelo va a presentargli quel piano che solo ora si comincia a conoscere, avendolo appena ieri presentato al Senato accademico e lunedì 28 alla Commissione Cultura del Consiglio Comunale. Basti pensare che ancora non l’ha fatto vedere nemmeno a Franco Ceccuzzi! Forse, ora che sono avvertiti, i Senesi con la S maiuscola, quelli che hanno a cuore una delle proprie più importanti istituzioni, che un tempo era il tempio della cultura e della ricerca, fanno in tempo a fargli ala durante il suo tragitto e a far sentire la propria considerazione per lui, per chi lo accoglie in pompa magna ed anche per chi preferisce evitarlo per non far ricordare le proprie responsabilità.

La guerra dei Poli universitari: il realismo di Grosseto e la spocchia di Arezzo

“La scelta è tra questa università e il nulla” (da: Corriere di Maremma, 1 marzo 2011)

Susanna Guarino. Arezzo ce l’ha fatta. La Facoltà di Lettere non si muoverà dalla sede aretina. L’ha deciso ieri il senato accademico dell’università di Siena. Poche battute, senza alcun riferimento a quello che sarà il futuro del Polo universitario di Grosseto, nel quale, comunque, la Facoltà di Economia non dovrebbe essere in pericolo. Una speranza che viene dagli incontri che le istituzioni grossetane hanno avuto, nelle settimane scorse, con il rettore Riccaboni. Negli ultimi tempi il tema dell’università è stato più volte cavalcato a livello politico e c’è chi vedrebbe con favore una secessione da Siena. Sull’argomento è tornato, in occasione del congresso Legacoop, anche il presidente della Camera di Commercio di Grosseto Giovanni Lamioni.

Presidente, il rettore Riccaboni aveva detto che, nell’ambito della riorganizzazione dell’ateneo, nelle sedi decentrate sarebbe rimasta una sola Facoltà. Adesso il senato accademico ha salvato la Facoltà di Lettere di Arezzo ma era stato detto che a Grosseto sarebbe rimasta Economia. Quindi si suppone che resteranno due facoltà esterne…
“Noi siamo rimasti d’accordo che Economia non si tocca. È una cosa che hanno detto loro, quindi ritengo scontato che restino due facoltà esterne, altrimenti ci avrebbero avvertito di un cambio di decisione”.

Arezzo ha alzato la voce ed è riuscita ad avere partita vinta. Grosseto è stata più moderata.
“Se è vero che Arezzo ha alzato la voce, l’ha fatto per avere un corso di laurea esattamente come abbiamo noi. Questo non dovrebbe togliere nulla a Grosseto, dove quel corso era già stato assicurato. Chi valuta come risultato minimalista il mantenimento del nostro corso di laurea, dovrebbe valutare che Arezzo ha avuto necessità di alzare la voce per ottenere quello che noi abbiamo. Poi tengo a ribadire una cosa che ho sempre detto: questa non è l’università che io penso e sogno per Grosseto. Ma io sono abituato a pensare che uno quando è martello picchia e quando è incudine incassa. L’errore più grosso, nella vita, è quando sei incudine e vuoi fare il martello. La sensazione è che tutti quelli che dicono ‘si potrebbe fare in un altro modo’, non hanno chiaro che oggi l’alternativa non è tra questa università qui ed un’altra università, ma tra questa, che stiamo difendendo, ed il nulla. È un rischio oggettivo. Io negli anni mi batterò per una università diversa ma tra questa ed il niente, io difendo questa. Se invece vogliamo aprire un dibattito se è meglio lasciar perdere, allora sono disposto a ragionare visto che si spendono soldi. E va tenuto conto che la nostra università è possibile anche grazie al milione di euro di contributo della Fondazione, che un’altra università non avrebbe. Quindi nell’immediato difendo quello che c’è. E mi chiedo: chi ipotizza altre università di riferimento lo fa avendo in mano qualcosa di concreto? Ha, soprattutto, candidature concrete?”.

Ma perché Grosseto sembra essere sempre incudine?
“Forse perché quando c’è stato un periodo in cui eravamo martello non abbiamo picchiato come avremmo dovuto”.

E chi è adesso martello?
“Mi sembra che siamo tutti incudine. Bisogna essere realisti, non abbiamo la forza del martello. Questo non significa, lo ripeto, che questo mi soddisfi, ma non è il momento giusto per fare forzature. E rischiare, così, di perdere tutto”.

Arezzo lo sa che per tagliare il cordone ombelicale con Siena deve pagare?

La polemica che si è sviluppata sul Polo universitario aretino e soprattutto gli interventi d’illustri politici locali mi hanno fatto ricordare quel che diceva Leonardo Sciascia: «la sicurezza e la chiarezza con cui riusciamo a parlare delle cose che appena conosciamo…». Si legga l’incredibile articolo che segue; ma anche gli altri non sono diversi. Lo sanno, questi signori, quanto costa il Polo aretino all’università di Siena? Negli ultimi dieci anni, solo per il funzionamento e gli stipendi dei dipendenti circa 130 milioni d’euro. Si aggiungano gli immobili – il Pionta è valutato 25 milioni di euro – e il conto della serva è presto fatto. Pertanto, Arezzo, si accomodi pure, tagli il cordone ombelicale con Siena ed apra i cordoni della borsa. Le troverà fitte, le università disposte a fare quel che ha fatto Siena in tutti questi anni!

Università, c’è da tagliare il cordone ombelicale con Siena (Arezzo Notizie, 27 febbraio 2011)

Romano Salvi. Almeno fino ai prossimi tagli di un ateneo, quello senese, pieno di debiti, Lettere si è salvata. Ma lo scampato pericolo non può far rimuovere il vero problema: quello della reale prospettiva della presenza universitaria ad Arezzo. Per affrontarlo non basta che il problema, finora realisticamente avvertito solo da Confindustria Arezzo che ha firmato accordi proficui con le facoltà aretine, tenga banco negli interventi dei politici in piena campagna elettorale. Al di là dei proclami elettorali, serve  una volontà comune di tutte le istituzioni e del mondo economico che proprio per superare la crisi ha bisogno dell’Università e del suo patrimonio formativo. Perfino Amintore Fanfani, quando più di quaranta anni fa promosse l’arrivo a Villa Godiola delle facoltà di Magistero dell’ateneo senese, ebbe problemi prima di convincere tutte le componenti cittadine dell’utilità della facoltà di Magistero. Commettere lo stesso errore sarebbe ancora più grave: perché se Magistero fu il  fiore all’occhiello di una fase di una espansione economica irripetibile e proprio in quegli anni al suo culmine, oggi i corsi universitari in città rappresentano un riferimento indispensabile per la formazione a cui deve attingere l’impresa aretina, soprattutto quella di minori dimensioni, in cerca di rilancio. Per questo servono nuove risorse economiche e nuove idee per riazzerare il progetto della presenza universitaria ad Arezzo che non può più limitarsi al legame con Siena. Il Polo universitario aretino, nel quale si ritrovano istituzioni e associazioni economiche, deve tagliare il cordone ombelicale con un ateneo talmente in crisi che ha corso il rischio di essere commissariato. Lo stesso Polo deve rifondarsi nel nuovo progetto per un città che si trova in mezzo a un triangolo ai cui vertici spiccano sedi universitarie di grande prestigio. In città e in provincia risiedono ottomila studenti universitari iscritti a quei tre atenei, oltre che a Roma, Bologna, Milano, Parma, Torino ed Urbino. Quante risorse economiche potrebbero restare ad Arezzo se qui si riuscisse a creare una stretta sinergia con quelle Università. E quanti studenti sarebbero attratti ad Arezzo? Un po’ di conti bastano per indurre il Polo, o comunque si chiami, ad investire su orizzonti ben più ampi di quelli che finiscono a Siena.

Chiusura del corso di laurea in Lettere d’Arezzo e «barricate demagogiche della politica locale»

Prosegue la polemica sulla paventata chiusura di uno dei 2 corsi di laurea in Lettere. Oggi il “Corriere Fiorentino” pubblica la lettera di Francesco Stella in risposta all’intervento di Tomaso Montanari, pubblicato il 24 febbraio. Seguono entrambi i contributi ed una precisazione di Montanari a Stella.

Gli atenei col campanile(dal: “Corriere Fiorentino” 24 febbraio 2011)

Tomaso Montanari. I toscani che ieri si sono sintonizzati sul Tg3 regionale probabilmente avranno fatto un sobbalzo sulla sedia a metà dell’intervista con il sindaco di Arezzo: con aria grave, Giuseppe Fanfani diceva di non poter rispondere delle reazioni della città qualora «il ministro prendesse decisioni senza consultare» la città stessa. Ma cos’era che spingeva il sindaco ad evocare scenari estremi, quasi si parlasse della rivolta di Reggio Calabria? Si trattava della paventata chiusura del corso di laurea in Lettere della Facoltà di Lettere e Filosofia dislocata ad Arezzo dall’Università di Siena. E già qui il telespettatore si rilassava: per giungere poi fino ad un sorriso distensivo quando il sindaco concludeva di esser pronto a iscriversi lui stesso a Lettere, qualora il corso rischiasse di chiudere a causa del fatto che le iscrizioni sono sotto di un’unità rispetto alla soglia minima prevista. Ci potrebbe essere una prova più evidente di quanto la riforma Gelmini colpisca nel segno quando mira a ridimensionare le sedi distaccate degli atenei italiani? Una miope politica di campanile, un irresponsabile espansionismo accademico e una strategia clientelare perfettamente bipartisan hanno steso sul nostro territorio una rete insostenibile di sedi universitarie, in barba ad ogni considerazione culturale, educativa o logistica. Il risultato è che l’esperienza universitaria era di gran lunga più formativa e arricchente nella mobilissima Italia medievale che non nella stasi attuale, quando si pretende di passare dalla scuola primaria a una Facoltà senza uscire dall’isolato.

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Siena sarà sommersa dai rifiuti, se dovesse chiudere il corso di laurea in “Lettere” d’Arezzo

Ormai è guerra tra Siena ed Arezzo. Motivo del contendere: il tentativo del Senato accademico di eliminare uno (quello d’Arezzo) dei due corsi di laurea in “Lettere”. Alle dure prese di posizione del sindaco aretino Giuseppe Fanfani (Pd) risponde il Prof. Tomaso Montanari, dell’Università Federico II, Napoli. Entrambi gli articoli sono tratti da: “La Nazione”, Arezzo (25 febbraio 2011).

Salvatore Mannino. Qualcuno lo accusa già di campanilismoma lui tira dritto e anzi alza il tiro. Ecco allora che il sindaco Giuseppe Fanfani rilancia ancora il piatto sulla questione università: «Dovesse saltare il corso di laurea in lettere, potrei mettermi di mezzo su tante cose, anche sulla realizzazione del nuovo termovalorizzatore di San Zeno». Detto fuori dai denti, il nipotissimo potrebbe bloccare la costruzione di un inceneritore che fa fibrillare la sua maggioranza ma che è destinato a servire un’area vasta nella quale è compresa tutta la Toscana meridionale, Siena compresa. E non è il solo proiettile che Fanfani si tiene nella giberna. Perché, fa sapere, nel conto potrebbero entrare anche trasporti ed energia, ossia le società miste Estra e Tiemme.

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