I tagli all’Università solo dopo una giusta valutazione e un adeguato approfondimento tecnico

Cosimo Loré. Il Rettore dell’Università del Salento, Prof. Domenico Laforgia, scrive una delle pagine più belle e utili nella storia dell’accademia italiana: la replica ad un politico diventa occasione per la definizione magistrale delle condizioni e delle funzioni degli atenei in questa fase delicata e, per alcuni aspetti inerenti la questione morale e la gestione finanziaria, drammatica della vita della c.d. alta scuola… In una epoca di scarsa memoria storica e troppa frenesia consumistica le parole pacate e pesanti di questo autorevole amministratore della cosa pubblica di eccezionale valore che si chiama universitas, sostantivo femminile che sta ad indicare e significare la particolare comunità dove si fa insiemericerca e formazione scientifica, risultano una pietra miliare per chi non insegue chimere. La crescita culturale è alimentata dallo spirito critico nel continuo confronto scientifico e sociale garante della credibilità del ricercatore e della dignità dell’istituzione; altrimenti vi è l’accademia dispensatrice di appariscenti quanto evanescenti diplomi nello sfarzo di cerimonie autocelebrative suggello del tradimento dei compiti decisivi della formazione dell’umano sapere e delle nuove leve. La richiesta formulata dal Magnifico di Lecce costituisce la condizione minima per la convivenza e la sopravvivenza stessa di qualsiasi comunità e società: “essere valutati con parametri giusti dopo un adeguato approfondimento tecnico” come – ahimè – avviene sempre meno in questa sciagurato scivolamento nel cupio dissolvi d’un paese ridotto a collettivo senescente e scontento.

Domenico Laforgia. Onorevole Mantovano, sono sollevato nel leggere nella Sua lettera aperta al Quotidiano, pubblicata venerdì scorso, che in qualità di rappresentante del territorio salentino Lei intenda farsi carico in concreto delle esigenze del territorio e, quindi, della nostra Università.
Già da due anni, dai primi mesi del mio insediamento come Rettore, ho avvertito tutti del rischio di commissariamento dell’Ateneo salentino se questa politica dei tagli lineari “uguali per tutti” non fosse stata rivista. Chi ha buona memoria ricorda bene che conclusi con queste parole il mio discorso all’inaugurazione dell’anno accademico 2008-2009. E veniamo al modo: io sono abituato, per formazione etico-culturale, a dare la massima trasparenza alle mie azioni. A questo si aggiunge il fatto che l’Università del Salento non è mia o dei miei colleghi, è del territorio, della gente e anche di quelli che sono stati votati a rappresentare questa gente nelle sedi istituzionali. Dunque, l’incontro, sollecitato da molti esponenti politici, non poteva che svolgersi nella forma in cui si è svolto. Dentro l’istituzione, a porte aperte, senza filtri, in piena trasparenza, perché tutti potessero farsi un’idea chiara della situazione reale, conti alla mano, e fossero liberi di togliersi eventuali dubbi.

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Con comportamenti seri e rigorosissimi, non più autoreferenziali, caratterizzati dallo spirito di servizio nei confronti dell’università di Siena, tutti insieme, forse, col tempo, una via d’uscita la si ritroverà

Pubblichiamo l’ottava puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte: «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza». La quinta parte: «Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità». La sesta parte: «E il proliferare di master che non portano ad uno sbocco nel mondo del lavoro ma servono a far cassa». La settima parte: «A Siena la malauniversità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri dell’università che, com’è noto, sono didattica e ricerca».

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. La parola all’ex Pro-Rettore.

Giovanni Minnucci (Già Pro-Rettore dell’Ateneo di Siena). È una sorta di costrizione questa, perché il mio intervento non era minimamente previsto. Inoltre, sono un po’ emozionato perché ho davanti a me il Magnifico Rettore di quando mi sono iscritto all’Università, cioè il professor Barni, e il Magnifico Rettore di cui ho l’autografo sul diploma di laurea, cioè il prof. Grossi; c’è, inoltre, fra il pubblico, il prof. Remo Martini che era il mio Preside nonché il Presidente della commissione di laurea; quindi, come dire, sono sistemato per le feste! Sono passati, però, più di trent’anni da allora, quindi è passata molta acqua sotto i ponti.

Ringrazio Stefano Bisi per questo invito estemporaneo. Ho molto apprezzato tutto quello che è stato detto, e non è che io abbia molte cose originali da aggiungere. Ho sentito, infatti, molti discorsi e molti argomenti condivisibili e assolutamente sensati. Mi limito ad alcune cosette che mi sono venute in mente ascoltandovi e anche derivanti un po’ dalla recente e tutto sommato breve ma intensa esperienza di pro-rettore. Terrei distinte le due questioni, vale a dire il problema del “buco di bilancio” precedente e il problema del futuro. Mettiamo da parte momentaneamente il passato che è stato ampiamente discusso. Per il futuro, oltre allo sbilancio attuale, abbiamo problemi di natura strutturale, perché non abbiamo rispettato quella buona e sana Amministrazione cui faceva riferimento il professor Grasso: quella cioè di lavorare, anche sotto il profilo economico-finanziario, avendo lo sguardo orientato al futuro lontano, attraverso un lavoro di seria e rigorosa programmazione e non, come invece s’è fatto, solo all’oggi immediato. Mi limiterei ad alcune brevi riflessioni, su qualche argomento specifico, premettendo che, per tentare di uscire da questa situazione, occorre molto rigore e molta responsabilità. L’autonomia, infatti, senza una rigorosa responsabilità genera, normalmente, dei veri e propri disastri. Anzi la mancanza di una rigorosa responsabilità è il tradimento dell’autonomia. Faccio solo un cenno ad alcune questioni, e mi scuserete se quel che dico, non essendo stato in alcun modo programmato, risulterà tutto sommato non molto organico.

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A Siena la malauniversità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri dell’università che, com’è noto, sono didattica e ricerca

Pubblichiamo la settima puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte: «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza». La quinta parte: «Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità». La sesta parte: «E il proliferare di master che non portano ad uno sbocco nel mondo del lavoro ma servono a far cassa».

Stefano Bisi. (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. Passiamo a Giovanni Grasso che è stato Consigliere comunale del Partito Radicale, quando era sindaco Mauro Barni. Mi ricordo che era un consigliere di opposizione. Allora, Giovanni, ti candidi come Rettore, visto che sei forse il professore che più esprime le sue opinioni sull’Università ormai da tempo? Forse avresti una base o no?

Giovanni Grasso (Docente universitario). Non credo di avere una base. Comunque, non credo neppure che questo sia il momento per candidature individuali che ubbidiscano a questioni di orgoglio personale. Con la grave emergenza in atto è necessario che tutti i colleghi che desiderano impegnarsi veramente a salvare l’Università costituiscano un direttorio, un comitato di salute pubblica. In questo modo non avrà importanza chi farà il Rettore, se sarà espressione del gruppo che avrà predisposto un progetto serio di risanamento e di rilancio dell’Ateneo!

Recentemente, mi ha colpito la lettura di un articolo sulla cattiva sanità, con il quale il magistrato Bruno Tinti ha chiarito il significato del neologismo malasanità”, spesso usato a sproposito. Ebbene, da lì vorrei partire e seguendo quello schema vorrei azzardare una definizione di malauniversità. A Siena, la malauniversità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri dell’università che, com’è noto, sono didattica e ricerca. Occorre, però, dimostrare con esempi concreti la fondatezza di tale affermazione. È quello che cercherò di fare.

Il tema di questo incontro-dibattito «Salvare l’Università di Siena. Quale modello per il prossimo futuro?» solleva altri interrogativi. Dobbiamo chiederci: “Si può ancora salvare l’Università di Siena?” E un’altra domanda, collegata con la prima: “Gli organi di governo hanno mai adottato iniziative concrete per il suo salvataggio?” Per rispondere a queste domande occorre capire che cosa è successo in questa Università. È mai possibile che ci si svegli la mattina con una voragine di 400 milioni di euro?

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E il proliferare di master che non portano ad uno sbocco nel mondo del lavoro ma servono a far cassa

Pubblichiamo la sesta puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte è stata pubblicata con il titolo: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte: «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza». La quinta parte: «Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità».

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. C’è in sala l’assessore comunale Maria Teresa Fabbri che, mi dicono gli organizzatori vuol portare il saluto dell’Amministrazione comunale a questo incontro. Prego.

Maria Teresa Fabbri (Assessore Comune di Siena). Io porto il saluto dell’Amministrazione comunale a questa vostra iniziativa, che mi interessa in modo particolare, anche personalmente, perché credo che sia il punto cardine della città di Siena. Parlo da amministratore, parlo da cittadina e, purtroppo, quello che si vive in questo momento è l’impressione, se io posso usare una metafora, di quello che è stato, nei tempi passati, l’eredità delle grandi famiglie, medio-alte, borghesi, o nobiliari, di grandi patrimoni familiari in cui per un certo periodo si è vissuto in grande auge, in grande ricchezza e in grandi splendori. A un certo punto, a poco a poco, qualcosa scricchiola, si vende un pezzo, poi si vende un altro pezzo, fino a che gli eredi di una successiva generazione si ritrovano ad ereditare patrimoni fatiscenti. Ci sono, ma crollano e non stanno in piedi. Allora la tensione e la preoccupazione è questo tipo di Università, ma è anche il tipo di Banca, è anche il tipo di tante altre cose. Qui non c’è presente, ma anche l’Università per Stranieri qualche pensiero, alla fine, me lo può dare. Perché il tessuto sta scricchiolando anche da un punto di vista sociale, di tenuta.

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Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità

Pubblichiamo la quinta puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte è stata pubblicata con il titolo: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte : «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza».

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. Sentiamo il professor Barni che ha fatto il Rettore. Il professor Gaeta ha posto un problema di sottrazione. Mauro Barni non è un matematico, però i conti tornavano quando è stato Rettore all’Università di Siena.

Mauro Barni (Già Rettore dell’Ateneo di Siena). Io sono particolarmente lieto, ma anche un po’ imbarazzato, perché temo sempre che prevalgano in noi le memorie e non nella visione diretta della realtà. Questo è un male grosso che vorrei, cerco sempre, di evitare, ma spesso non mi riesce. Ma sono contento veramente di poter dire qualcosa in spirito collaborativo. Contento di essere stato in questa Sala del Risorgimento che, come diceva Stefano Bisi, è di buon auspicio. Francamente, più per l’idea che per i personaggi che vi sono effigiati. Certamente curare e salvare l’Università. Io sono un medico, come Adalberto, però io sono un medico legale e questo potrebbe…!

Stefano Bisi. Proviamo ad aprire questo corpo, allora, proviamo ad aprirlo!

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L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza

Pubblichiamo la quarta puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte è stata pubblicata con il titolo: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte: «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione».

Lorenzo Gaeta (Preside della Facoltà di Giurisprudenza). Sono il docente che siede da più tempo (6 anni) in Senato accademico, e qualche idea, nel frattempo, me la sono fatta, anche se per troppo tempo abbiamo percepito una realtà completamente diversa da quella, assai critica, che si è poi rivelata. Volendo essere telegrafico, il problema dell’Università di Siena sta, ora, tutto in una sottrazione: riceviamo dal Governo più o meno 100-105 milioni l’anno e di soli stipendi ne spendiamo 130-135. Quindi, l’unica ricetta per risolvere i problemi sta nell’invertire questi fattori, parendomi improbabile che si riesca a vendere un ospedale all’anno. Come si fa? Le parole d’ordine che vorrei proporre possono sembrare – e forse lo sono – banali e scontate, ma invece hanno, a mio avviso, un significato preciso: parlo di rigore, serietà, qualità.

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L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione

Pubblichiamo la terza puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte è stata pubblicata con il titolo: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte: «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata».

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. Professor Grossi, lei ha dato un bell’impulso all’Università di Siena, quando parla di questo Ateneo si commuove anche, vista la situazione in cui è.

Adalberto Grossi (Già Rettore Ateneo di Siena). Io devo dirle che sono professore emerito con decreto ministeriale dell’Ateneo di Milano; e non è polemica la mia, perché questa è la verità storica. Sono andato a vedere, quando il professor Barni e gli organizzatori mi hanno invitato, la letteratura pubblicata dall’Università, dall’Ufficio Studi e dall’Ufficio Promozioni esterne dell’Università. C’è una ricca letteratura sui rettori, sull’Università, e ho notato una cosa, che corrisponde alla verità, un po’ vado in controcorrente rispetto a quello che ha detto il dottor Bisi. C’è scritto: “il dottor Barni” – viene dato a Barni quello che Barni merita – “è stato il rettore che ha dato un assetto all’Ateneo qualitativo e quantitativo, equilibrato con la città”. Naturalmente, ha dovuto affrontare un problema enorme, che è stata la liberalizzazione degli ingressi all’Università, e questo ha comportato degli oneri pesanti, però ha anche dato un’impostazione, un “impianto urbanistico”, chiamiamolo così, dell’Università. Poi, dice questa letteratura, c’è stata una parentesi tecnica, perché Grossi non era un politico, quindi già da allora questo era una discriminante. Non era un politico, sostanzialmente. Si legge ancora: sì, è vero, ha garantito il completamento del Policlinico; sì, è vero, ha restaurato la sede di Lettere; è anche vero che ha fatto San Francesco; è anche vero che ha risanato una certa situazione finanziaria che era critica per i motivi che ho accennato prima, perché il rettore Barni ha dovuto affrontare dei temi pesanti. Però non era un politico. Finalmente, si legge, col suo successore comincia l’era dei rettori politici, politici a tutto tondo. E in effetti, così è stato. È succeduto il professor Berlinguer, tra l’altro ottimo Rettore, il cui rettorato ha coinciso con l’autonomia dell’Università; questo è il punto di svolta, perché una dichiarazione scritta del professor Berlinguer dice: «l’autonomia gestionale e statutaria è assunzione di responsabilità nell’uso delle risorse, più facoltà di autogoverno, ma l’obbligo di rispondere dei risultati del proprio lavoro.» Già questo è un discreto interrogativo, ognuno poi lo interpreti come crede. Allora cosa è successo? Che io effettivamente mi riconosco in questa immagine del ragioniere della Padania che si è limitato a portare a concretizzare il programma…

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Ci sarà un risorgimento per l’Università di Siena?

Pubblichiamo a puntate il resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’Università di Siena. Quale modello per il futuro?».

Angela Ciarrocchi (Presidente Associazione Culturale “Nuove Prospettive”). Io vorrei cominciare ringraziando tutti quelli che sono qui presenti stasera. A nome dell’Associazione “Nuove Prospettive”, volevo ringraziare i relatori che hanno accolto il nostro invito e il Comune di Siena che ci ospita questa sera qui e che ha dato il patrocinio a questa nostra iniziativa.

Cosa vogliamo fare? Il titolo della serata mi sembra abbastanza chiaro. “Nuove Prospettive” vuole offrire uno spazio di confronto, un forum che possa incominciare a parlare, a confrontare le idee, dove tutti, ognuno nel rispetto delle proprie opinioni, ma con onestà intellettuale, possa dare il proprio apporto per trovare una via d’uscita alla situazione in cui versa l’Università di Siena in questo momento.

Ora, io prima scherzavo e dicevo che forse questa statua incombente qui dietro esagera un po’, comunque la situazione di crisi la conosciamo tutti, però sappiamo anche altre cose. Sappiamo che l’Università di Siena ha più di 700 anni e che è stata nel corso di questi secoli molte volte, anche nei momenti di decadenza della città di Siena, il motore per la rinascita, un centro di innovazione e di promozione sociale.

La crisi sta ormai da un po’ di tempo attanagliando questa nostra istituzione, ed è una crisi che è economica, ma non solo economica e che, per certi aspetti, è una crisi che colpisce molte delle Università italiane, però presenta anche degli aspetti peculiari propri dell’Università di Siena. Io poi passerò la parola a chi più di me ha la capacità di affrontare questo tema. Volevo solo ricordare a me stessa e un po’ anche a tutti che il termine latino “universitas”, da cui “università”, vuol dire “corporazione di studenti”.

Quindi credo che per qualunque spunto, per qualunque riflessione dobbiamo tenere presente che la centralità dell’Università sono gli studenti e i loro diritti, cui seguono i diritti della società civile, una società civile che paga per l’Università e che ha il diritto di aspettarsi dall’Università che sforni professionisti preparati e una classe dirigente degna di questo nome.

Purtroppo, negli anni, un po’ ovunque, ma anche qui da noi, ci sono state altre esigenze che sono passate avanti a questi diritti, esigenze che hanno portato a molte conseguenze, una di queste è che il costo della docenza è lievitato. Quindi ci sono dei costi di docenza molto alti. Ora, ovviamente, il servizio dell’insegnamento è un servizio essenziale dentro all’Università. I docenti sono il cuore e l’anima, perlomeno molti lo sono, però se confrontiamo i costi sociali ed economici con i benefici che otteniamo, i risultati che otteniamo – i risultati sono in termini di numero di ragazzi che escono veramente formati dall’Università rispetto al numero dei ragazzi che vi entrano – vediamo che l’insegnamento ha perso, nel corso degli anni, di efficacia e di efficienza.

Io credo, e non lo credo solo io, l’investimento più grosso che un paese possa fare è sui giovani, che sono il futuro del paese. Quindi qualunque investimento fatto sulla formazione dei giovani poi ci ritornerà. Di qualunque cosa si parli, qualunque siano le strade future per uscire da questo momento di crisi, ci sono due cose, secondo me, che andrebbero tenute presenti: la prima è la centralità degli studenti, come dicevo, e la seconda è la valorizzazione del merito. Poi le risorse disponibili devono essere spese in modo corretto e responsabile, ma prima di tutto queste due cose: centralità dello studente e valorizzazione del merito.

Passo ora la parola al moderatore della serata, Stefano Bisi.

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. È vero che questo signore che sta dietro a noi si tiene la mano nella testa, però è vero anche che siamo nella Sala del Risorgimento, quindi speriamo nel risorgimento dell’Università di Siena. Per parlare del possibile risorgimento dell’Università di Siena il circolo “Nuove Prospettive” ha invitato alcuni docenti, che sono: Giovanni Grasso, docente dell’Università di Siena; Mario Ascheri, un altro docente, che ha forse la fortuna in questo momento di insegnare non all’Università di Siena; un ex Rettore, Mauro Barni, insieme a un altro ex Rettore, Adalberto Grossi.

Quando chiesi ad Agostino Milani, Consigliere comunale, perché aveva scelto questi personaggi, riferendosi ai due ex rettori presenti, disse – …posso dire la battuta? Ormai ho incominciato, sarebbe scortese non dirla – “i due rettori che non hanno fatto il buco all’Università di Siena”. E per questo, quindi, già meritano un applauso, penso, no? (Applausi)

Poi il professor Lorenzo Gaeta, un preside… (Gaeta fuori microfono: “Scadente”) in scadenza, scadente è brutto. Poi siamo tutti… è per questo che sorride.

Poi in sala ci sono tanti professori dell’Università di Siena, se dopo vorranno potranno intervenire, proprio per consentire a tutti di intervenire in questo dibattito, che vede la presenza di molti addetti ai lavori, credo che ci debba essere spazio per tutti. E la presenza di molti addetti ai lavori è già un primo buon segno, perché finora mi è sembrato, nel lungo dibattito che ormai da più di un anno e mezzo appassiona, forse poche persone in città, però io ho sempre detto che mi pare ci sia poca consapevolezza del dramma che sta investendo l’Università di Siena.

Non essendoci più i partiti, non si discute più nei partiti, non sono più i tempi della vituperata Prima Repubblica, prima che nascesse quel personaggio che si chiama Antonio Di Pietro, che l’ha abbattuta. I rettori dell’Università di Siena – possono confermarlo sia Barni che Grossi – venivano chiamati dai rispettivi partiti di appartenenza, o vicini; mi ricordo il P.S.I. chiamava Mauro Barni in via del Casato, la D.C. chiamava Adalberto Grossi in via dei Termini. Oggi nessuno più chiama nessuno, ognuno fa nei suoi club, nei suoi circoli le scelte e si vedono soprattutto tanti professori di medicina che invece di andare ai partiti fanno la corsa a chi per primo incontra ora il governatore, allora era l’assessore regionale alla sanità Enrico Rossi. Era meglio nella Prima Repubblica, quando tante discussioni, e anche dei concorsi, forse, si parlava nei partiti.

La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata

Si riporta l’intervento che Mario Ascheri ha tenuto nel corso dell’incontro-dibattito: “Salvare l’Università di Siena. Quale modello per il futuro?”.

Mario Ascheri. È imbarazzante intervenire per me, perché ho abbandonato l’università di Siena per Roma Tre in implicita ma ovvia polemica con quanto stava accadendo; in queste ultime vicende non vedo purtroppo che la crisi annunciata, facilmente intuibile da tempo. C’è stato il convergere di più fattori:

– finanza allegra degli anni ’80-’90 che compendiamo nel trinomio CAF, e che ha prodotto (con la complicità del PCI) la voragine che ancora mette in pericolo i nostri conti pubblici: dopo Grecia, Spagna e Portogallo ci siamo noi: si sa. Si pensava che bastasse investire, ampliare gli apparati pubblici, assumere, tanto qualche santo avrebbe provveduto;

– università di massa creata dal post-68, liberalizzazione degli accessi e nuove prospettive che si pensò di dare a Siena, come con Lettere e Scienze bancarie, oltre che con la trasformazione della Scuola per Stranieri in università (fui l’unico a criticarla);

– presenza a Siena di fortissime personalità più interessate alla politica che alla ricerca, a partire soprattutto da Luigi Berlinguer, puntarono sull’espansione dell’immagine dell’università e della propria immagine al tempo stesso; l’università divenne spettacolo, gadget, consumismo, discipline e corsi dal dubbio statuto scientifico: trionfò nei media nazionali anche grazie alla neonata Scienze della Comunicazione e aprì ai rettori di Siena la Crui e il posto di ministro, cui era destinato notoriamente lo stesso Tosi.

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Quando con il voto di scambio si affossa una università

Si riportano le riflessioni del segretario provinciale della Lega Nord a margine dell’incontro-dibattito sulla crisi dell’Università di Siena.

Francesco Giusti. La speranza è che si riesca a smuovere qualcosa, anche se, al termine di un dibattito dal quale non si sono volute far emergere le chiare responsabilità politiche ed al termine del quale le proposte sono state ben poco incisive, i dubbi sulla capacità della classica politica senese di fare qualcosa di concreto in tal senso, e sulla reale volontà di farlo, sono forti, soprattutto se la nostra Città manterrà questa maggioranza politica e quei condizionamenti lobbystici che la governano. In particolare, mi preme di citare positivamente l’intervento dell’ex Rettore Grossi e del professor Grasso: il primo si è soffermato sulla sproporzione del numero di iscritti/abitanti (che incide sulla scarsa qualità della didattica, mentre è necessario puntare sulla qualità), sull’errata urbanistica universitaria che ha finito per danneggiare sia gli studenti alloggiati in tuguri ad alti prezzi e non nei moderni campus alla stregua delle più moderne città europee, sia i senesi cacciati dal loro centro storico; il professor Grasso, invece, ha snocciolato impietosamente dati spaventosi e, di conseguenza, evidenti responsabilità ancora non chiarite, cosa tra l’altro da lui puntualmente fatta nel suo blog su internet e quindi ben noti a tutti noi. Continua a leggere