Con comportamenti seri e rigorosissimi, non più autoreferenziali, caratterizzati dallo spirito di servizio nei confronti dell’università di Siena, tutti insieme, forse, col tempo, una via d’uscita la si ritroverà

Pubblichiamo l’ottava puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte: «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza». La quinta parte: «Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità». La sesta parte: «E il proliferare di master che non portano ad uno sbocco nel mondo del lavoro ma servono a far cassa». La settima parte: «A Siena la malauniversità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri dell’università che, com’è noto, sono didattica e ricerca».

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. La parola all’ex Pro-Rettore.

Giovanni Minnucci (Già Pro-Rettore dell’Ateneo di Siena). È una sorta di costrizione questa, perché il mio intervento non era minimamente previsto. Inoltre, sono un po’ emozionato perché ho davanti a me il Magnifico Rettore di quando mi sono iscritto all’Università, cioè il professor Barni, e il Magnifico Rettore di cui ho l’autografo sul diploma di laurea, cioè il prof. Grossi; c’è, inoltre, fra il pubblico, il prof. Remo Martini che era il mio Preside nonché il Presidente della commissione di laurea; quindi, come dire, sono sistemato per le feste! Sono passati, però, più di trent’anni da allora, quindi è passata molta acqua sotto i ponti.

Ringrazio Stefano Bisi per questo invito estemporaneo. Ho molto apprezzato tutto quello che è stato detto, e non è che io abbia molte cose originali da aggiungere. Ho sentito, infatti, molti discorsi e molti argomenti condivisibili e assolutamente sensati. Mi limito ad alcune cosette che mi sono venute in mente ascoltandovi e anche derivanti un po’ dalla recente e tutto sommato breve ma intensa esperienza di pro-rettore. Terrei distinte le due questioni, vale a dire il problema del “buco di bilancio” precedente e il problema del futuro. Mettiamo da parte momentaneamente il passato che è stato ampiamente discusso. Per il futuro, oltre allo sbilancio attuale, abbiamo problemi di natura strutturale, perché non abbiamo rispettato quella buona e sana Amministrazione cui faceva riferimento il professor Grasso: quella cioè di lavorare, anche sotto il profilo economico-finanziario, avendo lo sguardo orientato al futuro lontano, attraverso un lavoro di seria e rigorosa programmazione e non, come invece s’è fatto, solo all’oggi immediato. Mi limiterei ad alcune brevi riflessioni, su qualche argomento specifico, premettendo che, per tentare di uscire da questa situazione, occorre molto rigore e molta responsabilità. L’autonomia, infatti, senza una rigorosa responsabilità genera, normalmente, dei veri e propri disastri. Anzi la mancanza di una rigorosa responsabilità è il tradimento dell’autonomia. Faccio solo un cenno ad alcune questioni, e mi scuserete se quel che dico, non essendo stato in alcun modo programmato, risulterà tutto sommato non molto organico.

Didattica. È ora di finirla di avere corsi di studio, come diceva Lorenzo Gaeta, con quattro studenti. Quando ero il preside di Scienze Politiche, abbiamo chiuso un corso di studi con 45 studenti, perché la legge ne richiedeva 50, e non è che i miei colleghi siano rimasti tanto contenti; l’abbiamo fatto perché occorreva essere molto rispettosi della legge. Oggi siamo di fronte – e Lorenzo Gaeta lo sa meglio di me perché ha i dati più recenti – a una serie di corsi di studio, che dovremmo chiudere, senza indugio, perché, con pochissimi studenti, non hanno senso alcuno. Li si difende, spesso, per la qualità! Quando mi sento fare i discorsi sulla qualità, resto però molto perplesso. Ci sono tanti criteri per misurare la qualità, e non è certamente quello autoreferenziale che dà garanzie. Faccio una battuta: lo vorrei vedere il professore  universitario che dice “io non sono un professore di qualità”! Cari colleghi, qui siamo tutti professori di qualità, diciamoci la verità! Nessuno di noi dirà mai che non lo è! Lo può dire per scherzo, per un po’ di sarcasmo. La qualità, nella nostra situazione, si ottiene, a mio avviso, in un’altra maniera: dando un’offerta didattica e formativa seria, e un’offerta didattica formativa e seria è quella consolidata. Faccio un esempio concreto. È come se noi facessimo un contratto con uno studente. Quando viene a Siena gli devo dare la garanzia che per i prossimi cinque anni lui avrà quei corsi di studio, che non li modificherò l’anno prossimo, e nemmeno fra due anni e così via. Sono atteggiamenti di questo tipo che allontanano gli studenti da Siena. L’offerta deve essere compatibile, nel lungo periodo, con le forze che abbiamo e che avremo, attraverso un’analisi seria e corretta che tenga conto, sul lungo periodo, dei docenti a disposizione.

Ho sentito parlare di supplenze e contratti. A quanto pare vi è stata qualche Facoltà che ha pagato le supplenze e i contratti in sede. Uno scandalo che deve finire. Inoltre, abbiamo presentato due mesi fa, in Senato, dopo aver verificato il profilo di legittimità con la responsabile dell’ufficio, una proposta di delibera, che qui riassumo, nella quale si parlava di un impegno didattico dalle 90 alle 120 ore, per tutti gli ordinari e gli associati. Per coloro che dovevano insegnare nei Poli, invece, riduzione dell’impegno didattico a 60 ore (per i tempo pieno) e il rimborso spese. Questa delibera, nella parte relativa ai Poli, è stata inopinatamente e ignominiosamente bocciata!

Stefano Bisi. Perché bocciata? Chi l’ha bocciata?

Giovanni Minnucci. Il Senato Accademico. Perché, in questa situazione, bisogna retribuire le supplenze ai professori che vanno ad insegnare  fuori? Non è sufficiente una riduzione dell’impegno didattico e il rimborso spese? Mi hanno detto – io questa cosa non l’ho mai verificata – che alcune supplenze vengono retribuite con 100 euro l’ora. (Intervento fuori microfono: 92,70 Euro…) Ed è ovvio che un rimborso di spese non raggiungerà mai la cifra che, mi si dice, sia stata pagata da qualche, e sottolineo da qualche, Facoltà, il che, oltretutto, genera disparità di trattamento fra docenti dello stesso Ateneo. E poi si chiedono i fondi all’esterno per pagare le supplenze? Ma sui Poli ci sarebbe da fare un lunghissimo ragionamento per il quale non c’è qui il tempo materiale. È ovvio che ci possono essere dei corsi di studio, molto numerosi, per i quali, non avendo le forze sufficienti, perché magari non abbiamo il docente di una specifica disciplina, può essere necessaria la supplenza e il contratto. Solo in casi come questo, che sarebbero comunque sporadici, le supplenze e i contratti andrebbero mantenuti.

Ricerca. La verità è che anche per la ricerca non abbiamo più una lira. Allora ci dobbiamo mettere in testa, prima di tutto, di cercare il più possibile finanziamenti all’esterno. Abbiamo assistito, per anni, ad un fenomeno stranissimo: pochi cercavano fondi all’esterno, perché erano minimamente garantiti dal PAR servizi, vale a dire 1100-1200 euro assegnati pressoché a tutti. Per carità, fanno comodo, soprattutto a noi dell’area umanistica, perché se si risparmia, con un PAR servizi di quattro anni ci si può stampare una monografia. Al contrario occorre cominciare ad entrare nell’ottica della valutazione realmente indipendente e di rivolgersi soprattutto all’esterno per cercare di avere più possibile fondi. L’autoreferenzialità che abbiamo in tante cose, purtroppo, l’abbiamo avuta anche in questo.

L’Amministrazione. Sono rimasto scandalizzato quando ho scoperto che nel nostro Ateneo non è mai stata applicata, se non 17 anni dopo, e l’ho detto in tutti i luoghi e le occasioni possibili, la legge 241 del 1990, che è stata resa effettiva con il necessario Regolamento di attuazione nel 2007! Giovanni, hai fatto riferimento all’assenza di una firma per un determinato provvedimento. Hai ragione, ma la legge 241/90, per l’epoca alla quale tu ti riferivi, non era ancora stata applicata nel nostro Ateneo, quindi il funzionario non era formalmente tenuto a sottoscriverlo. Quella legge prevede la figura del responsabile del procedimento, i profili di legittimità, che sono l’ABC dell’Amministrazione. Per 17 anni questa legge è stata totalmente ignorata! Per chi non lo sapesse, prima di fare questo mestiere ho lavorato nella Pubblica Amministrazione e l’ho applicata nel 1990 da funzionario pubblico. Allora, nella mia Amministrazione, ci abbiamo lavorato per tre mesi e abbiamo scritto i regolamenti applicativi. Non era difficile. Evidentemente nell’Università di Siena non la si è voluta applicare. Ed oggi, finalmente applicata, esiste un Regolamento che a me è risultato di lettura pressoché indigesta. Tutto meno che semplice, chiaro e lineare.

A proposito. Ne parlavo oggi con un collega… mi dispiace che Antonio Vicino sia andato via. La semplificazione amministrativa. Ci sono delle procedure imposte dalla normativa vigente: quelle non si possono cambiare. Ma noi possiamo e dobbiamo fare altro. Provate ad entrare nel sito dell’Ateneo e a cliccare sulla voce “Regolamenti di Ateneo” Sono 100, 120, 130? Non lo so, è una lista di regolamenti che non finisce mai! Noi giuristi sappiamo bene che se c’è un sistema per violare le norme è quello di farne tante, così almeno si trova il sistema per eluderle.

Giovanni Grasso. Ne basterebbe uno! Siena è l’unico Ateneo d’Italia che non ha il Regolamento generale d’ateneo che sostituirebbe molti di quei regolamenti specifici.

Giovanni Minnucci. Esattamente, bisognava e bisognerebbe fare un regolamento solo. Questa è la semplificazione amministrativa che si deve fare, insieme alla riorganizzazione di una macchina amministrativa fra le più complesse che esistono.

Stefano Bisi. Ho capito, ma i professori siete voi, chi lo doveva fare il Regolamento generale d’Ateneo?

Giovanni Minnucci. Per fare queste cose ci vuole tempo e pazienza, tanta pazienza! Lasciatelo dire da uno che negli scorsi tredici mesi ne ha usata tanta. Non sapevo di averne così tanta! Un’altra cosa vorrei dire, l’ho sentita accennare ma ci vorrei calcare la mano sopra: la divisione che dev’essere netta tra il profilo politico e il profilo dell’amministrazione! Questa è una cosa sacrosanta! Mi pare che l’abbia detto Mauro Barni. Chi mi conosce lo sa da tempo che io lo penso fermamente. Non ci deve essere nessuna commistione fra “politica accademica” e “amministrazione”. Ho spesso usato questa metafora: sono come i binari, che corrono paralleli e che non si debbono incrociare mai. In caso contrario: c’è il disastro ferroviario. Si lavora così nell’Amministrazione, io lavoravo così, e ho detto tanti no quando facevo il pubblico funzionario. Solo un esempio: il rettore, il preside, il direttore di dipartimento e così via, chiunque sia che ha un’idea, chiede il parere al funzionario, il quale gli deve dire se è giuridicamente fattibile o no. Non sono legittimi comportamenti diversi. Non voglio entrare in tante altre questioni che sono state già esaminate. Credo, però, che qui non ci dobbiamo dividere tra noi. A questo ci credo. Là c’è una bella scritta: «Liberi non sarem, se non siam uni». Quella è una scritta risorgimentale, e se vogliamo far risorgere l’Università di Siena dobbiamo fare tutto il possibile. Per quanto riguarda il passato: vanno evidentemente accertate le responsabilità. Sono sempre stato un garantista, e continuo ad esserlo, per formazione e per intimo convincimento. L’Ateneo ha fatto quello che doveva fare. Ora, ci sono altri organi che debbono occuparsene, però l’unità dell’Ateneo è importante, perché se non lavoriamo tutti insieme noi rischiamo di grosso: abbiamo di fronte infatti una crisi di sistema. Giovanni, hai dato tanti dati precisi, e qualcuno l’ho imparato stasera, e ti ringrazio. Ce n’è un altro di dato: che gli aumenti stipendiali Istat, gli scatti biennali, nei prossimi cinque anni, ci costeranno, mi si dice, circa 45 milioni di euro.

Stefano Bisi. Quelli dei docenti…

Giovanni Minnucci. Certo. E il problema qual è? È che lo Stato questi soldi non te li dà. Come Ateneo sei obbligato a dare seguito ad una o più disposizioni di legge senza averne le risorse. Questo è un problema che non è solo nostro. Se Siena con mille docenti ha uno sbilancio per i prossimi cinque anni, oltre a tutto il resto, proviamo a immaginare cosa succede nei grandi atenei. Continuo però a ritenere che se si lavora tutti insieme, nell’unità di intenti, guardando innanzitutto al bene dell’Ateneo, e quindi al bene comune, forse, col tempo, una via d’uscita, anche se con enorme fatica, la si troverà. Per far ciò occorreranno comportamenti seri e rigorosissimi e, soprattutto, non più autoreferenziali, caratterizzati dallo spirito di servizio nei confronti dell’Ateneo: dobbiamo considerare l’Università come un luogo che non può fare a meno di confrontarsi, con grande dignità, con la società e con le Istituzioni, con tutte, dico tutte, le Istituzioni. In caso contrario, se all’interno dell’Ateneo prevarranno logiche di parte, che somigliano tanto a difese corporative, credo che il futuro sia assolutamente oscuro e privo di prospettive.

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12 Risposte

  1. «È ora di finirla di avere corsi di studio, come diceva Lorenzo Gaeta, con quattro studenti.» Minnucci

    Torno a chiedere sbalordito: ma dove sono questi “corsi di studio” (cioè di laurea) con quattro studenti?

    «La qualità, nella nostra situazione, si ottiene, a mio avviso, in un’altra maniera: dando un’offerta didattica e formativa seria, e un’offerta didattica formativa e seria è quella consolidata.» Minnucci

    Giusto, tuttavia, senza contare che si consolidano le tradizioni scientifiche rigorose, e non le cose vaghe ed effimere sulle quali (sia a livello locale che nazionale) si è puntato in questi anni, con il terremoto finanziario in atto e una riforma all’anno, smontaggio e rimontaggio di corsi di studio, divorzi, sposalizi e orgiastici “accorpamenti” come abbiamo avuto e necessariamente avremo, in molte Facoltà sarà ben difficile “consolidare” alcunché per un discreto numero di anni. Quando viene uno studente all’esame la prima fondamentale domanda è: “in che anno ti sei iscritto”, in modo da azzeccare, nella torre eburnea di materiale cartaceo (monumento alla burocrazia autoriproducentesi) che oramai ogni docente possiede, il registro degli esami con il codice giusto (che spesso è la parte più difficile dell’esame).

    «RICERCA …Al contrario occorre cominciare ad entrare nell’ottica della valutazione realmente indipendente ecc.» Minnucci

    Sulla ricerca, en passant, non escluderei di ascoltare anche le ragioni dei rottamandi 25000 ricercatori, ma a mio avviso in tutto il dibattito c’è un inquietante non detto: a parte qualche solitario metafisico, matematico moscovita o polveroso archivista senese, la ricerca scientifica “strictu sensu” è un’impresa organizzata, come un’azienda: leadership, obiettivi chiari, gruppi di ricerca, divisione dei compiti, esperienza, contatti internazionali, mezzi adeguati ecc… ora, tutto questo chiama in causa, non solo i finanziamenti, ma le responsabilità che stanno un pochino più su, di quelle del pòro precario o del ricercatore a mille euro, ossia il ruolo e i compiti di coloro che occupano i livelli più alti nella gerarchia accademica, e cioè gli ordinari. Il pesce puzza dalla testa, ma questo è un discorso su cui si glissa volentieri: qualcuno mi sa spiegare che senso ha il dibattito intorno al dilemma se i ricercatori debbano fare didattica quanto associati ed ordinari, oppure dedicarsi anima e còre alla ricerca, se non si chiarisce appunto cosa significa “dedicarsi alla ricerca” in luoghi talvolta desertificati ove le predette condizioni per svolgerla non vi siano più? L’impressione che si ha talvolta in Italia è quella di assistere a un otto Settembre, con ufficiali fuggiaschi o pensionandi e un esercito allo sbando.

    «E il problema qual è? È che lo Stato questi soldi non te li dà. Come Ateneo sei obbligato a dare seguito ad una o più disposizioni di legge senza averne le risorse. Questo è un problema che non è solo nostro. Se Siena con mille docenti ha uno sbilancio per i prossimi cinque anni, oltre a tutto il resto, proviamo a immaginare cosa succede nei grandi atenei.» Minnucci

    Questo è il busillis: nella già citata intervista al presidente della CRUI si parlava di catastrofe imminente per quasi tutti gli atenei e mentre divampano i fuochi greci, qualcosa mi induce a pensare che di tagli ve ne saranno ancora (“ce n’est q’un debut”, e nessuno ci pagherà il conto… a nostra insaputa!). Le agitazioni e le discussioni di questi giorni (pubbliche, private, soprattutto al bar) mi suggeriscono la riflessione che segue: mettiamo che il DdL Gelmini non sia pessimo, come ritengono i “soliti disfattisti”. Taluni, anche gente di provata fede “de sinistra”, sostengono addirittura che sia il primo vero organico provvedimento di riforma dell’università italiana e persino l’ex ministro Vincenzo Visco l’ha giudicato “non negativo”. Altri, pur senza connotazioni politiche particolari, evidenziano tuttavia i nodi irrisolti, che non sono lievi: ad esempio i finanziamenti (a costo zero non si fanno riforme), il ruolo del Senato, l’accorpamento di Facoltà, Dipartimenti e Corsi di laurea un po’ a cacchio, il destino dei futuri ricercatori a termine, il problema dei 25000 ricercatori oggi in essere (35% della didattica) posti su un binario morto, i quali peraltro non mi pare che richiedano ope legis o sanatorie.

  2. Leggete Antiseri sul Corsera di sabato! Speriamo che sia accolto, lui che è affidabile appo i potenti, della Luiss, no?
    Giudizio nazionale di idoneità e immissione tra i professori dei ricercatori, il gioco è fatto evitando le troppo facili ope legis… S’era detto in questo blog, non ricordo da chi. Per ogni settore disciplinare basta fare due-quattro-cinque commissioni… a sorte! O no?
    Illegalità legittima illegalità: i nostri ragazzi di sinistra di Lettere dovrebbero ricordarlo, se mai l’hanno saputo… ma a Lettere si ‘legge’ ancora?
    Piuttosto con Antiseri ricorderei che gli studenti che “comunicano” (e’ che? ‘ste schifezze della politica italiana?) sono quasi 50mila, quelli di Matematica… 1.800 scarsi.
    La crisi italiana è tutta qui… vincono le chiacchere, come un tempo le prediche… “si governa con i sermoni, eminenza, vi ricordate risorgimentisti di tutto il monto benedetti da Napolitano?!
    Siena non è lo specchio fedele dell’antico regime?
    Ora si scopre che la Chiesa è stata a favore dell’Unità italiana. Se si possono dire cose così vuol dire che i “comunicatori” hanno vinto… non la Storia.
    W Garibaldi, po’rino…

  3. «I nostri ragazzi di sinistra di Lettere dovrebbero ricordarlo, se mai l’hanno saputo… ma a Lettere si ‘legge’ ancora?» arlecchino

    Scusate, Outis ed Arlecchino, ma al di là delle più o meno folkloristiche modalità d’espressione, non credo che non vi sia niente di cui discutere, anche animosamente in questa fase. Oggettivamente poi, occupare (peraltro parzialmente) un palazzo e dargli fuoco sono cose sensibilmente diverse, direi: dare fuoco a una biblioteca poi, è un gesto che riporta alla memoria i riti dei peggiori totalitarismi e fanatismi politici o religiosi, carico di oscuri presagi. Quanto alla proposta di Antiseri, non ci ho capito molto: potreste spiegarla meglio? Cos’è una “tenure track” (ohibò) a tempo indeterminato? Non sarà mica una “ope legis” travestita? Idoneità nazionale e chiamata diretta sono poi concetti che cozzano fra loro. Infine si chiede che l’incremento economico determinato dall’avanzamento di fascia non dovrebbe gravare sugli Atenei, mentre l’andazzo mi pare decisamente tutt’altro. Insomma, credo che abbia ben poco a che fare con la “tenure track” all’americana: in omaggio alla ministra Maria Stella, chiamiamola pure “Star Treck”.

  4. Sei sempre saggio, caro amico, ma stavolta Arlecchino ha ragione.
    Che “illegalità legittimi illegalità” è difficilmente contestabile. C’è gente che non aspetta altro: vai a mettergli l’opportunità su un piatto d’argento? Mah, fate vobis, tanto siamo alle solite in questo Paese: dipende da dove viene l’illegalità, e lo dicono dei docenti! E poi un po’ di casino aiuta, fa spettacolo, “movimento”.
    Antiseri non è importante per i dettagli, ma per chi interpreta: Confindustria.
    Idoneità e chiamata diretta, figlio mio quanto sei giovane allora! Ti ricordi quando s’è chiamato, Berlinguer adiuvante, direttamente da concorso senza bandi di vacanza? Questo vuol dire, fatti servire da un vecchietto con le valigie pronte,
    2+2

  5. Rispondo, scandalizzato, alla “lettera firmata” di un anomimo lettore apparsa oggi su di un quotidiano locale. Ho partecipato al Convegno sulle Buone Pratiche amministrative e mi sento di poter svolgere le seguenti considerazioni:
    Primo: basta leggere di sfuggita il programma della giornata per notare che i relatori sono tutti Dirigenti di altre Università venuti ad illustrare le “Buone pratiche” adottate nei propri Atenei. Nessuna volontà, quindi, da parte dell’Università di Siena di insegnare, ma, semmai, di imparare.
    Secondo: affermare che l’Università non ha “Buone pratiche” da mostrare all’esterno è assolutamente falso, e gravemente lesivo della dignità professionale di chi si sta facendo il “culo” e cerca di lavorare con intelligenza anche (o meglio soprattutto) in questo momento delicato.
    Terzo: chi ha interesse a sparare sull’Università…?

    Mauro

    P.S.: il convegno è stato stimolante e produttivo di immediati cambiamenti operativi, qualsiasi cosa ne pensi l’anonimo lettore.

  6. Faccio riferimento alle affermazioni di Mauro Manganelli. Proprio perché nel corso della recente esperienza di prorettorato ho visto tante persone lavorare seriamente e con spirito di abnegazione, questa mattina, dopo aver letto la “lettera firmata” sul Corriere di Siena circa il Convegno su “Le buone pratiche amministrative” ho inviato al Direttore del quotidiano la lettera che trascrivo qui sotto. Credo che la mia lettera venga pubblicata nell’edizione del “Corriere” di domani 11 maggio.

    Gentile Direttore,
    ho letto sul Suo quotidiano un articolo e una lettera firmata nelle quali si commenta, con qualche ilarità, la recente iniziativa dell’Ateneo sulle “buone pratiche amministrative”: un titolo che, alla luce della situazione della nostra Università, può anche indurre al sorriso, magari amaro o sarcastico. Vorrei però entrare nel merito dell’iniziativa, mettendo da parte le reazioni immediate che il titolo medesimo può generare. Non desidero soffermarmi sulle vicende che hanno caratterizzato la storia del nostro Ateneo nel recente passato: il risultato è a tutti noto. Proviamo, però, per un momento, a cambiare l’angolo visuale. La Pubblica Amministrazione deve quotidianamente aggiornarsi a seguito dell’emanazione di continui provvedimenti legislativi tesi a modificarne l’operare, e l’Università non fa eccezione. Anzi. La formazione permanente, pertanto, non è un semplice slogan: dovrebbe essere, al contrario, una delle linee guida di ogni buona e sana amministrazione. Lo scambio di esperienze, soprattutto nella fase interpretativa ed applicativa, risulta quindi fondamentale affinché il personale possa ben operare. Bene ha fatto, pertanto, l’Amministrazione ad attivarsi concretamente per una iniziativa dalla quale il personale, che ha capacità, intelligenza, e voglia di migliorare la propria professionalità (e Le garantisco che ce n’è), potrà trarre sicuramente vantaggio: un vantaggio che si riverbererà sull’Ateneo. Dalla crisi si esce anche così: smettendo di pensare in termini di autoreferenzialità e confrontandosi con chi, lavorando in altri Atenei, quotidianamente affronta gli stessi ed identici problemi.
    Giovanni Minnucci

  7. Si sarà fatta un po’ d’ironia, nessuno contesta che l’Università abbia grandissime professionalità, tra docenti e non docenti (e il tertium genus di Stavrogin)!
    Io personalmente avrei dato la precedenza a un seminario di studio rivolto ai revisori, voi no? Al MPS banca, che si impegna in tutte le buone imprese come banca etica (chissà cosa ne pensano gli azionisti…) si potrebbe chiedere meno pubblicità e lo studio di qualche premio speciale per chi riesce a chiarire – senza inteferire con i magistrati, per carità – che cosa è successo negli ultimi 20 anni nelle finanze dell’Università? Non sarebbero soldi spesi bene? Anche perché deve recuperare i soldini di tanti mutui in corso… Ci pensi, compagno avvocato Presidente, Lei sempre così premuroso, usura, Africa ecc.!
    2+2

  8. Francamente, se non ci fossero stati gli interventi di Mauro Manganelli e di Giovanni Minnucci, la lettera di cui si parla mi sarebbe sfuggita. Sono andato a cercarla e la sottopongo ai lettori perché possano dire la loro sull’argomento.

    “L’università ha organizzato un congresso umoristico”

    Siena. Ci scrive un lettore: “Nei giorni scorsi, ho notato l’articolo del congresso organizzato dall’università di Siena “sulle buone pratiche amministrative dell’università”. A mente fredda ho pensato ad un articolo satirico di qualche lettore ed invece era proprio vero. L’università di Siena allo sfascio amministrativo, messa in berlina su tutti i giornali nazionali , organizza un seminario sulla buona amministrazione, ma i suoi amministratori rettore in testa (che tra l’altro si vuole ricandidare) non hanno un po’ di dignità? Credono veramente di prendere per i fondelli tutti i cittadini senesi e non? Bene hanno fatto gli studenti alla facoltà di lettere, ad occupare e, dovrebbero essere seguiti da tutte le altre facoltà, così che gli organi preposti tirino fuori i responsabili dello sfascio, taglino i tumori della cattiva amministrazione e dell’interesse personale, a danno degli studenti, della parte più debole del personale universitario e dei cittadini tutti. Organizzare un seminario così, in una università con circa 200milioni di curo di debiti ma sicuramente sono molti di più, visto che ancora nessuno è riuscito a sapere la vera cifra del disastro significa, come si dice a Siena: avere la faccia come il deretano”.
    Lettera firmata

  9. Ben vengano SE non strumentalizzati dai soliti noti!
    Qui la parte debole, mi si consenta, sono in primo luogo i cittadini che pagano le tasse!
    Gli studenti passano, i debiti restano, gli sprechi anche.
    A proposito di nobili propositi, i superstipendi all’Università sono stati tagliati? E il rettore ha rinunciato all’emolumento?
    Avete visto Gad Lerner ieri sera? Cominciano a individuare democraticamente dove fare tagli prima che ci siano imposti dall’alto.
    Adesso partirà il PD per salvare l’università. Potete immaginarvi che conferenza ardita potrà essere. Proporrei una relazione di apertura di Berlinguer!

  10. Pubblichiamo la risposta di S.M. alla lettera di Giovanni Minnucci, che controbatteva alle affermazioni di un anonimo lettore pubblicate dal Corriere di Siena di ieri con il titolo: “L’università ha organizzato un congresso umoristico”.

    S.M. (Corriere di Siena 11 maggio 2010). Anche noi siamo perfettamente convinti, professor Minnucci, che dalla crisi si esce confrontandosi con gli altri atenei e scambiando esperienze e “buone pratiche”, appunto. Il nostro articolo non ha messo in dubbio il significato vero di quel seminario che puntava assolutamente alla formazione: ma vede, spesso la saggezza popolare si basa su un buon senso schietto e senza fronzoli, quello del “due più due fa quattro” e con un titolo del genere era inevitabile il commento che il nostro giornale ha avuto il coraggio di pubblicare. Quello che tutti pensano e nessuno vuole dire… spesso. Insomma, siamo tutti d’accordo sul merito ma sulla forma, ci consenta, si poteva essere un po’ più accorti e modificare quel titolo provocatorio con una formula più semplice e forse anche più modesta. Dalla crisi si esce anche con tanta voglia di fare più che di apparire.

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