A Siena la malauniversità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri dell’università che, com’è noto, sono didattica e ricerca

Pubblichiamo la settima puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte: «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza». La quinta parte: «Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità». La sesta parte: «E il proliferare di master che non portano ad uno sbocco nel mondo del lavoro ma servono a far cassa».

Stefano Bisi. (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. Passiamo a Giovanni Grasso che è stato Consigliere comunale del Partito Radicale, quando era sindaco Mauro Barni. Mi ricordo che era un consigliere di opposizione. Allora, Giovanni, ti candidi come Rettore, visto che sei forse il professore che più esprime le sue opinioni sull’Università ormai da tempo? Forse avresti una base o no?

Giovanni Grasso (Docente universitario). Non credo di avere una base. Comunque, non credo neppure che questo sia il momento per candidature individuali che ubbidiscano a questioni di orgoglio personale. Con la grave emergenza in atto è necessario che tutti i colleghi che desiderano impegnarsi veramente a salvare l’Università costituiscano un direttorio, un comitato di salute pubblica. In questo modo non avrà importanza chi farà il Rettore, se sarà espressione del gruppo che avrà predisposto un progetto serio di risanamento e di rilancio dell’Ateneo!

Recentemente, mi ha colpito la lettura di un articolo sulla cattiva sanità, con il quale il magistrato Bruno Tinti ha chiarito il significato del neologismo malasanità”, spesso usato a sproposito. Ebbene, da lì vorrei partire e seguendo quello schema vorrei azzardare una definizione di malauniversità. A Siena, la malauniversità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri dell’università che, com’è noto, sono didattica e ricerca. Occorre, però, dimostrare con esempi concreti la fondatezza di tale affermazione. È quello che cercherò di fare.

Il tema di questo incontro-dibattito «Salvare l’Università di Siena. Quale modello per il prossimo futuro?» solleva altri interrogativi. Dobbiamo chiederci: “Si può ancora salvare l’Università di Siena?” E un’altra domanda, collegata con la prima: “Gli organi di governo hanno mai adottato iniziative concrete per il suo salvataggio?” Per rispondere a queste domande occorre capire che cosa è successo in questa Università. È mai possibile che ci si svegli la mattina con una voragine di 400 milioni di euro?

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