C’è un solo perdente: l’università di Siena

unisiperdeCome previsto, è stata una riunione del Corpo Accademico allargato accesa, quella del 21 settembre, che ha discusso della crisi del nostro Ateneo. Una processione di ambizioni personali ha reso poco incisivi gli attacchi programmati al rettore Silvano Focardi che, con inattesa agilità, ha vanificato il tentativo di trasformare il dibattito in campagna elettorale, quella del prossimo anno, per l’elezione del rettore. Le critiche, se  pure in molti casi condivisibili nella sostanza, sono state indebolite dai proponenti che da sempre hanno rivestito ruoli di responsabilità nel nostro Ateneo. Non è emersa alcuna reale strategia alternativa a quella dell’attuale rettore e, purtroppo, neanche l’autorevolezza necessaria ad una fase di tale gravità. Non è chiaro chi abbia vinto; ma è certo che c’è un solo perdente: l’università di Siena.

Sullo stesso argomentoGiovanni GrassoAttacchi al  rettore e ambizioni personali (Corriere di Siena, 23 settembre 2009).

Università di Siena: arriva il commissario

stemma_ceramica_tif.jpgOutis. Scrive Machiavelli: «Lo inimico, o lo si distrugge o lo si ignora», è quindi del tutto inutile discettare sugli innumerevoli vizi della classe dirigente senese, regionale e della passata amministrazione dell’università stessa, lì stanno (o stavano), e ci stanno (e ci stavano) perché eletti; se poi si tratti di democrazia o di oclocrazia poco importa, distruggerli non si può, tanto vale ignorarli. Conviene piuttosto seguire il consiglio di Candide “badiamo a coltivare il nostro orto” e il nostro orto è l’università. Stante l’impossibilità e l’inutilità di discernere “l’eccellenza”, anche perché tutti si affretteranno a mettere in atto l’astuto strattagemma di Stavrogin, cucendosi sulla cravatta, o sulle mutandine per chi cravatta non porta, un bell’eccellente, la strada del merito non è percorribile. Guardiamo dunque in faccia l’altro aspetto dell’istituzione, quello meramente aziendale, perché di un’azienda si tratta. La realtà effettuale, per rimanere con ser Niccolò, è che tale azienda è in fallimento. Ha un debito pregresso mostruoso che non può onorare, ha svenduto i gioielli di famiglia, ha un budget inferiore alle necessità dell’amministrazione corrente. Ad un negozio di camiceria nelle medesime condizioni non resterebbe che portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento (per inciso gli verrebbe contestato il reato di bancarotta fraudolenta essendoci stata alterazione delle scritture contabili). Verrebbe nominato un curatore e si darebbe il via alla normale procedura fallimentare. Ma un’università non è un negozio di camiceria e un’università che conta settecento anni non si può chiudere, e allora? Allora non resta che portare le chiavi al ministero e rimettere allo stesso la soluzione che potrebbe consistere nella nomina di un commissario, con pieni poteri, un Lucio Silla, dictator universitatis Senarum restituendae, che senza intralcio alcuno facesse il suo mestiere di dayako, tagliando teste, emanando liste di proscrizione e lesinando il danaro, fornito dallo Stato, con un’occhiuta parsimonia che dovrebbe estendersi anche all’acquisto della carta igienica. Come in ogni lista di proscrizione verrebbe versato del sangue innocente, anzi, quasi principalmente quello: gente indifesa, privata di colpo delle protezioni che hanno consentito loro di occupare posti spesso inutili, o, talora utili, ma non finanziariamente coperti. I rei non subirebbero conseguenze se non quella di essere completamente esautorati da qualsiasi potere decisionale e ridotti a fare solo il loro lavoro (almeno quelli che lo sanno fare). Soluzione, come si vede, che contempla una buona dose di ingiustizia, ma à la guerre comme à la guerre. D’altra parte, ammesso anche che la magistratura condannasse finalmente ad metalla i responsabili dello sfascio (il che mi pare poco probabile), ciò non costituirebbe che una magra soddisfazione e non rivestirebbe alcuna rilevanza economica, non essendo in potere di privati, per quanto benestanti, di restituire una pur piccola parte del mal speso. L’unica, risolutiva strada resta quindi il commissariamento, che segnerebbe la fine e di una lunga agonia e di una sequela inutile e anche inconcludente di querelles che lasciano il tempo che trovano. Dixi et animam levavi.

Siena è così

Cosimo Loré. Siena è così: tutti hanno un posto o almeno un parente con un posto in banca o all’università. Anche chi non ce l’ha pensa come gli altri che “tanto gli stipendi non li tolgono” e che l’antico ateneo resterà aperto per sempre! Se poi si affronta l’argomento non si trova un interlocutore, neanche a pagarlo, che vada oltre la sferzante battuta od il sapiente aforisma. Poco gradito il tema delle responsabilità individuali, tanto che sorge il sospetto che tale indulgenza non sia ascrivibile solo al timore d’esporsi, tipico degli abitanti d’un piccolo centro, e al proficuo favore che ogni “cittadino” si cerca fra i “potenti”, ma anche a ben più diretti e concreti coinvolgimenti nella malagestione della cosa pubblica e nella malversazione del pubblico denaro. C’è poi una fretta di fondo che scandisce la vita di lorsignori, impegnati “ventre a terra” nella ricerca di un parcheggio per la propria auto o di un soleggiato punto mare per il piacere corporale. Ricerche – per la carità – tutte tranquillamente rubricabili come socialmente “normali” e normativamente “legali”… La “mano di coppale” arriva poi dal Palio, che rappresenta l’elemento di omologazione ed esaltazione della realtà senese, evento vero e vivo (forse l’unico) di una città e di un popolo che nella “Corsa” e nella “Contrada” si ritrovano e si riconoscono come identità civile e tradizione storica. Senza accorgersi che – paradossalmente – proprio la grande “Festa” li ha estraniati pericolosamente dalla inarrestabile vicenda civile e sociale e li ha posti in un irreale limbo di irresponsabilità morale, amministrativa, penale! Nel mito e nel rito splendido ma illusorio della piccola-grande Città-Madre e del ricco “babbo Monte” i Senesi hanno attraversato la Storia presente rivolti verso un passato conservato solo nelle sacre icone quanto a gloria e nel Monte dei Paschi per la più prosaica quotidiana contabilità. Sono poi arrivati i politici e gli amministratori di ultima generazione, spesso stranieri senza scrupoli, che si sono subdolamente insinuati nelle stanze dei palazzi (e dei bottoni) e con aria altera, volta a rassicurare e sottomettere, hanno prima preso possesso di conti e borse, poi iniziato un orgiastico saccheggio, con tanto di nani e ballerine e (taluno sussurra) perfino di eleganti sniffate, il tutto senza volgarità verbali né oscenità omicidiarie, salvo – forse – qualche inevitabile eccezione coperta da una “intelligence” locale a prova di bomba… ivi compresa quella delle menti elette, con relative penne, degli uomini della cultura (anch’essi come il volgo rivolti sempre e solo ai passati fasti, eccezion fatta per il miracolo “Ascheri junior”), dell’accademia e del giornalismo, che a Siena si ispirano al molto meridionale metodo di “farsi i fatti propri per campare a lungo”! 
Se questo è il quadro nessuna sorpresa per la profondità della voragine e la vaghezza e lentezza dell’indagine istituzionale e giudiziaria in corso.

Sull’ateneo senese “pensieri e parole” dei politici nel silenzio dei brocchi scalpitanti per fare il rettore

«Non s’era mai visto un disastro come quello dell’Università di Siena e la città non può da sola riparare al danno. Occorre un serio intervento di riorganizzazione e di dimagrimento, ma la priorità oggi riguarda i lavoratori, stando però attenti a non trasformare l’Ateneo in uno “stipendificio”. Le condizioni imposte dalla Banca MPS all’Università sono molto dure, ma rappresentano una sorta di correzione pedagogica. Riguardo alle Scotte occorre ricordare che la regione Toscana non è un immobiliarista può acquistare l’immobile purché si ragioni in termini di sistema universitario toscano, aziendalista e di valorizzazione dell’Ateneo.» Ecco i rimedi ed i pensieri “illuminati” dei nostri politici. E i brocchi scalpitanti per fare il rettore cosa dicono?

Enrico Rossi, assessore alla salute della regione Toscana: «Per quanto riguarda il risanamento dell’Ateneo senese e la possibilità di vendere Le Scotte alla Regione per ripianare il debito, credo che il nostro ruolo non sia quello di fare gli immobiliaristi. Prima di ragionare di vendite immobiliari serve un progetto nel quale contestualizzare l’idea di riequilibrio degli atenei. Come assessorato alla sanità abbiamo finanziato l’acquisto di brevetti, un’operazione che è nel nostro interesse perché finanziare l’università e la ricerca, creando uno sbocco per la produzione di brevetti rappresenta un passo in avanti importante per lo sviluppo. Dunque, anche in un’ottica più specifica di riorganizzazione dell’azienda mista, come è quella ospedaliera, credo che, con un progetto sulla ricerca alla base, si possa puntare ad un finanziamento comprensivo anche dell’acquisto, da parte della Regione, di beni immobili, dopo aver affrontato tutti i passaggi politici necessari. Insomma, acquistare si può, purché ciò avvenga all’interno di un ragionamento di sistema universitario regionale, aziendalista e di valorizzazione dell’Ateneo.»

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Cosa c’è dietro la “frettolosa alienazione” del patrimonio immobiliare in regime di autonomia universitaria?

sienatorvergataDue realtà con sorprendenti analogie, l’ateneo senese e quello di Tor Vergata, ripropongono una riflessione su una pratica diffusa in regime di autonomia universitaria e cioè l’acquisto e ristrutturazione, con fondi ministeriali, e poi la vendita del patrimonio immobiliare. Il collega Francesco Russo, Ricercatore del Dipartimento di Chirurgia e Segretario della locale sede Federazione CISL dell’Università di Roma Tor Vergata, ci scrive suggerendoci una lettura che ha aspetti inquietanti e che potrebbe spiegare alcuni possibili retroscena di questa frenetica attività.

Francesco Russo. Il disegno di legge di riforma della “governance” negli atenei (in particolare la composizione dell’organo di autogoverno CdA) e l’omesso trasferimento dei contributi Inpdap ed Irap registratosi a Siena potrebbero suggerire una rilettura della situazione presso l’Ateneo di Roma Tor Vergata, anche alla luce di quanto sta accadendo nell’ateneo senese.

A Tor Vergata è già operante sostanzialmente quanto dovrebbe prevedere il realizzando disegno di legge Gelmini in itinere parlamentare sulla composizione del CdA organo di autogoverno dell’Ateneo. Infatti, dei 5 membri presenti nel CDA di Tor Vergata, solo lo studente è eletto direttamente, mentre gli altri 4 membri sono cooptati dal Rettore su una rosa di nomi indicata dal Senato Accademico, che è viceversa elettivo (delegatus non potest delegare dicevano i Romani tanti secoli fa ed era la culla del diritto!!). Nell’Ateneo di Tor Vergata, con la modifica di Statuto tutt’ora vigente, realizzata dal precedente rettore Finazzi Agrò (in carica anche lui per dodici anni, come il Rettore Piero Tosi a Siena), furono eliminate tutte le componenti elettive dei docenti e ricercatori ed anche quelle che all’epoca erano presenti in rappresentanza degli interessi della collettività (Regione, Provincia, Comune e Tesoro). Inoltre, attualmente e sin dal rettorato precedente, a quanto risulta allo scrivente, i Revisori dei Conti sono cooptati direttamente dal CdA di Ateneo e, magna pars, dal Rettore configurando così il classico caso di controllato che si sceglie il controllore!

Previdenza Inpdap ed Irap: sulla base delle pessime notizie provenienti da Siena, ho chiesto formalmente lumi – in qualità di segretario sindacale Cisl Università – all’attuale Rettore Prof. Renato Lauro che mi ha risposto d’aver ricevuto dagli uffici competenti conferma sull’effettivo trasferimento mensile delle prebende (imposte Irap e versamenti Inpdap). Non completamente convinto di ciò – e soprattutto non essendoci in CdA rappresentanti eletti dai docenti e ricercatori –, insieme a circa 40 altri medici, ho scritto questa volta per il tramite di studio legale, chiedendo formalmente copia dei mandati di pagamento da Ateneo ad Inpdap, cioè della prova dell’avvenuta corresponsione del dovuto, in ossequio per l’appunto a ciò che mi aveva scritto il Rettore. Il Rettore Lauro ha celermente risposto reiterando ciò che aveva precedentemente scritto e invitandoci a chiedere ad Inpdap la certificazione previdenziale: infine Inpdap con una breve nota ha risposto allo studio legale sostenendo che per trasmetterci la certificazione della situazione previdenziale degli istanti (cosa ben diversa da ciò che avevamo chiesto originariamente!!), avrebbe dovuto prima ricevere dall’Ateneo di Tor Vergata la documentazione di servizio per ogni istante!!! Risposta quantomeno curiosa ma francamente dilatoria e forse sospetta ma, in soldoni, negativa rispetto alle originarie richieste. Faccio presente – a chi fosse a digiuno della materia – che i versamenti previdenziali riguardano soldi nostri dei lavoratori e per oltre il 9% della base imponibile specifica addirittura prelevati dalla busta paga, configurando in questo caso se non versati da parte dell’Amministrazione reati penali assai gravi di tipo appropriativo!!!

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Atenei griffati: Harvard risana i conti mentre Siena crea buchi di bilancio

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L’Università di Harvard, dopo l’annuncio della perdita del 30% del suo patrimonio – con congelamento degli stipendi dei professori, taglio di posti di lavoro e riduzione degli acquisti bibliotecari –, per risanare i bilanci ha venduto il nome, con licenza decennale, ad un’azienda d’abbigliamento maschile.

Poteva l’ateneo senese percorrere la stessa strada, più semplice e redditizia? Certo che no, se si vuole essere primi in tutto! Il 5 luglio 1999, il rettore Piero Tosi informa il Senato Accademico «che è in corso di definizione, a cura del “Centro Comunicazione e Stampa” e dell’Ufficio Patrimonio, un “Progetto merchandising” con una funzione sia di promozione-rappresentanza sia di commercializzazione, in forma diretta, da parte della stessa Università nei propri spazi».

Inizia, così, una frenetica e costosissima attività, con disponibilità illimitata di budget: si assumono impiegati, si acquistano vetrine per esporre gli oggetti in tutte le sedi, si ristrutturano ambienti che si arredano con mobili da designer, si produce materiale promozionale personalizzato (cravatte, foulard, magliette, berretti, sacche, zaini, penne, orologi, oggetti in ceramica, cartoleria, accessori vari) e si creano diverse linee d’abbigliamento, per Siena e per il Polo Aretino. Per l’ultima linea di merchandising d’ateneo si conia uno slogan pomposo e che suona quantomeno falso: «US ti fa sentire parte di una comunità viva ed innovativa». Una comunità che assiste, silenziosa ed indifferente, alla distruzione dell’istituzione di cui fa parte certamente non è viva, ma in decomposizione e non sarà la maglietta con il logo US a risvegliarla.

Ma quanto è costato in dieci anni questo baraccone? Quali aziende e designer sono stati coinvolti? È lecito distrarre fondi dalla didattica e dalla ricerca per costituire un’attività commerciale che sicuramente penalizzerà l’ateneo per i fondi qualità del Miur? È giusto impiegare venditori di cravatte e rinunciare agli incentivi ministeriali destinati agli atenei che assumono tecnici di laboratorio di categoria D ed EP (Elevata Professionalità)? Secondo il vicepresidente della Wearwolf Group, l’azienda che commercializzerà il logo di Harvard, gli abiti rifletteranno la qualità, la tradizione e l’eccellenza di quella università. E a Siena? La linea di moda rifletterà, forse, l’eccellenza nella distrazione di fondi, nelle truffe e nel taroccamento dei bilanci?

Università degli Studi di Siena: «commissariarla per salvarla»

sextus_empiricusLe riflessioni di Sesto Empirico confermano la posizione di chi ritiene che non esistano più le condizioni per un risanamento dell’ateneo senese dall’interno e che non sia più percorribile la via ordinaria con l’elezione di un nuovo rettore. Quindi, «commissariarla per salvarla» non è più uno slogan di questo blog ma una necessità imposta dalla drammaticità della situazione esistente.

Sesto Empirico. (…) Quando coloro che hanno o hanno avuto responsabilità negli anni passati si interrogheranno e ci diranno quali siano i motivi che li hanno indotti a fare le scelte rivelatesi scellerate che sappiamo? Quali erano allora le giustificazioni, e in cosa si sono oggi rivelate errate? Quali erano gli scopi che si perseguivano e con quali mezzi si intendeva farlo?

Perché l’ipotesi di chi pensa che l’errore «può presumibilmente essere corretto solo azzerando gli organi di governo», non regge per due motivi.
 Il primo è demografico: se le precedenti amministrazioni avevano maggioranze bulgare e dopo di esse ben pochi docenti sono entrati nei ranghi, non vedo da dove si possa prendere la nuova classe di governo, se non in gran parte comunque fra coloro che in precedenza hanno dato fiducia a quegli amministratori.
Il secondo è insopportabile e filosofico e risiede nella “Legge di Hume”, che nega la possibilità di dedurre un “ought” da un “is”, ciò che si deve fare da ciò che è. Si possono legare assieme solo con uno scopo e dei mezzi capaci di raggiungerlo. In altri termini, non è la purezza morale o la candida innocenza dei nuovi amministratori (in attesa di un più puro che li epuri) che ci garantisce la correzione degli errori ma possiamo solo tentare una scelta sulla base del riconoscimento delle cause degli errori, del disegno che propongono per correggerlo e delle capacità che hanno di portarlo avanti. E il primo punto, ripeto, è riconoscere le cause degli errori (e con questo intendo le idee che sottintendevano alle scelte, non i singoli episodi, le cui responsabilità ultime più o meno sono conoscibili dagli atti). Finora, tutti i responsabili mi paiono bravi a scaricare le responsabilità sugli altri, ma un’analisi delle proprie? Possibile che tutto sia causa di un pugno di mariuoli? Che tutti dormissero? E in caso, perché dormivano? Perché l’80%, o giù di lì, li votava?

Come si può dare fiducia a qualcuno che si presenta a correggere degli errori, se non propone innanzi tutto una visione convincente del come e perché sono stati fatti? E poi un modo convincente di porvi rimedio?
 Secondo me è su questo e non su altro che dovrebbe vertere la prossima campagna elettorale per il Rettore. E molti di coloro che hanno avuto responsabilità anche recenti potrebbero avere molte difficoltà ed imbarazzi a farlo, e potrebbero essere tentati di nascondersi dietro inossidabili facce di piombo. Starà al libero dibattito (che ha poche sedi oltre a questo blog) cercare di stanarli su questi temi.

Con la proposta della Banca MPS il patrimonio immobiliare dell’ateneo senese sarà dilapidato senza risolvere la drammatica situazione esistente

enricozanchiIl Dott. Enrico Zanchi si è dimesso, con la motivazione di seguito riportata, dal Consiglio di Amministrazione dell’Università, dove rappresentava il Comune di Siena.

Enrico Zanchi. Intervenendo nella seduta del CdA dell’Università di martedì 4 agosto, ho espresso considerazioni fortemente critiche in merito alle proposte di finanziamento avanzate dalla Banca MPS, che a mio giudizio non tenevano nella dovuta considerazione la natura del soggetto richiedente il credito, la sua rilevanza culturale, sociale ed economica nel tessuto senese e non solo senese. Ritengo insomma che la Banca, di fronte alla situazione drammatica dell’università di Siena, si sia limitata in questo frangente a fare semplicemente il suo mestiere, senza alcun occhio di riguardo, senza alcun atteggiamento di favore, come se si trattasse di un qualsiasi cliente. Per di più sono convinto che, con la soluzione proposta da MPS, l’università si ritroverà tra pochi mesi nella stessa situazione drammatica di oggi, avendo però ormai dilapidato buona parte del suo patrimonio immobiliare.

Ho anche precisato che tali considerazioni erano frutto di esclusive convinzioni personali e che in alcun modo intendevano coinvolgere il Comune di Siena ed il Sindaco, la cui presenza peraltro alla riunione decisiva con i vertici della Banca lasciava intendere il sostanziale accordo con tali proposte. Subito dopo ho ritenuto, perciò, corretto trarre le dovute conseguenze di una così sostanziale divergenza di vedute. Questa è l’unica motivazione delle mie dimissioni.

Vorrei aggiungere che nel mio intervento in CdA ho anche sottolineato, ancora una volta, con forza, che per essere aiutati occorre essere credibili e che il Piano di risanamento dell’università può divenire credibile soltanto a condizione che, assieme alle altre misure di contenimento della spesa, si intervenga drasticamente sulle due voci più rilevanti del bilancio, quella relativa al personale docente e quella relativa al personale tecnico-amministrativo.

Le mie dimissioni non sono certamente una fuga dalle responsabilità. È ovvio sottolineare che Siena (e forse anche la Banca) non sarebbe quella che è se non avesse da circa otto secoli una università ed altrettanto ovvio è affermare che non potrà continuare ad essere quella che è senza di essa. Per questo motivo, nei limiti delle mie capacità e possibilità, mi sono fortemente impegnato per cercare di garantire la vita dell’Ateneo ed anche per contribuire a modificarne regole e comportamenti. Oggi le soluzioni che si intendono percorrere per raggiungere tali obbiettivi non mi convincono. Mi auguro sinceramente che abbia ragione chi la pensa diversamente da me e soprattutto voglio sperare che ciascuno lavori nell’esclusivo interesse generale.

Ateneo senese: prepensionamento per i docenti e aumenti retributivi per i responsabili del dissesto

sienaeuropa.jpgÈ possibile, doveroso e urgente:

1) che il procedimento disciplinare per i responsabili della voragine nei conti dell’ateneo senese prosegua e si concluda anche in pendenza del procedimento penale;

2) il risarcimento del danno patrimoniale e del danno all’immagine;

3) il divieto di attribuire aumenti retributivi di qualsiasi genere ai dipendenti di uffici gravemente inefficienti e improduttivi;

4) il licenziamento per manifesta inefficienza o incompetenza professionale;

5) far valere la responsabilità erariale dei dirigenti degli uffici in caso di mancata individuazione delle unità in esubero.

Tutto ciò è già previsto dal comma 2 (di seguito riportato) dell’art. 7 della Legge 15/2009.

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Verso la LUMPS (Libera Università del Monte dei Paschi di Siena)

LumpsCosimo Loré. L’agosto 2009 non è un mese che inizia come gli altri per chi all’ateneo senese ha dedicato la vita: abbiamo saputo che l’università non sarà più nostra per il ruolo dell’antica banca senese e l’«intervento decisivo di Comune e Provincia di Siena nella costituzione della “task force”» impegnata a realizzare «un nuovo progetto di Università»; il che potrebbe apparire logico, visti gli incommensurati abusi compiuti da coloro che l’hanno gestita.

Ma si può iniziare questa nuova fase lasciando ognuno al proprio posto e quindi anche coloro che hanno generato la voragine? Evidentemente vanno individuati e rimossi coloro che hanno fatto a pezzi un ateneo che aveva resistito a quasi ottocento anni di storia.

Esiste un filo rosso che unisce causalmente le scelte attuali allo scempio perpetrato dalle precedenti amministrazioni, con relativo corteo di complici e cortigiane che hanno dato manforte in un saccheggio al patrimonio mobiliare, immobiliare, nonché scientifico, storico e morale. Quelli che han fatto la bella vita a spese della comunità accademica, grazie alla maledetta autonomia hanno massacrato, senza ritegno, non solo le casse prima e le cose poi, ma anche il ricordo e il rispetto che la Scuola Senese si era conquistato.

Non c’è bisogno di cospicue conoscenze criminologiche per comprendere che sono stati assoldati plotoni di impiegati non per ragioni umanitarie, bensì per costituire una corte di collaboratori-elettori. Invece di procedere alla ricerca dei colpevoli e al recupero della refurtiva e di sfoltire gli impiegati informatizzando l’ateneo, preso tardivamente atto delle casse orrendamente sfondate, si è azzerata ogni forma di finanziamento della ricerca, rendendo la nostra università unica sia per l’iniquità amministrativa che per il blocco totale di ogni arruolamento, trasferimento e progressione di carriera dei soli docenti, ma non degli amministrativi, per i quali si inventano uffici e ruoli…

Ora che siamo in piena università degli impiegati si infierisce nel vilipendio del cadavere del corpo docente: ai più anziani ricercatori e professori è rivolto un caloroso invito al prepensionamento!