Sull’ateneo senese “pensieri e parole” dei politici nel silenzio dei brocchi scalpitanti per fare il rettore

«Non s’era mai visto un disastro come quello dell’Università di Siena e la città non può da sola riparare al danno. Occorre un serio intervento di riorganizzazione e di dimagrimento, ma la priorità oggi riguarda i lavoratori, stando però attenti a non trasformare l’Ateneo in uno “stipendificio”. Le condizioni imposte dalla Banca MPS all’Università sono molto dure, ma rappresentano una sorta di correzione pedagogica. Riguardo alle Scotte occorre ricordare che la regione Toscana non è un immobiliarista può acquistare l’immobile purché si ragioni in termini di sistema universitario toscano, aziendalista e di valorizzazione dell’Ateneo.» Ecco i rimedi ed i pensieri “illuminati” dei nostri politici. E i brocchi scalpitanti per fare il rettore cosa dicono?

Enrico Rossi, assessore alla salute della regione Toscana: «Per quanto riguarda il risanamento dell’Ateneo senese e la possibilità di vendere Le Scotte alla Regione per ripianare il debito, credo che il nostro ruolo non sia quello di fare gli immobiliaristi. Prima di ragionare di vendite immobiliari serve un progetto nel quale contestualizzare l’idea di riequilibrio degli atenei. Come assessorato alla sanità abbiamo finanziato l’acquisto di brevetti, un’operazione che è nel nostro interesse perché finanziare l’università e la ricerca, creando uno sbocco per la produzione di brevetti rappresenta un passo in avanti importante per lo sviluppo. Dunque, anche in un’ottica più specifica di riorganizzazione dell’azienda mista, come è quella ospedaliera, credo che, con un progetto sulla ricerca alla base, si possa puntare ad un finanziamento comprensivo anche dell’acquisto, da parte della Regione, di beni immobili, dopo aver affrontato tutti i passaggi politici necessari. Insomma, acquistare si può, purché ciò avvenga all’interno di un ragionamento di sistema universitario regionale, aziendalista e di valorizzazione dell’Ateneo.»

Maurizio Cenni, sindaco di Siena: «Per la prima volta, affrontando il deficit dell’Ateneo senese, mi sono spaventato, perché ho percepito che la città non poteva, da sola, riparare al danno. Il governo non ci ha aiutato, ha solo anticipato fondi che ci erano dovuti e che la riforma del Ministro Gelmini taglierà ulteriormente. È stata individuata una linea di finanziamento, che però non risolve i problemi dell’Ateneo. Se non c’è un’azione di contenimento dei costi, se non si recupera il livello di eccellenza dell’ateneo senese il problema non si risolve. La partita è ancora aperta, la priorità oggi riguarda i lavoratori prima del patrimonio immobiliare, ma dobbiamo stare attenti a non trasformare l’Ateneo in uno “stipendificio”.»

Franco Ceccuzzi, deputato senese: «Il debito contratto con l’Inpdap è frutto dello squilibrio tra il fondo di finanziamento ordinario e il costo del personale. Uno squilibrio aggravato dai tagli del governo che ha prodotto un ulteriore indebitamento tra pubbliche amministrazioni. Noi avevamo presentato una proposta di legge che prevedeva un contributo straordinario di 100 milioni di euro all’Università di Siena, per scongiurare danni alla didattica o la “mutilazione” del patrimonio immobiliare. Una proposta, respinta dal governo, che prevedeva alcune clausole inderogabili per l’Ateneo, come la puntuale corresponsione degli stipendi e la ripartizione equilibrata dei tagli alla spesa, al fine di raggiungere il pareggio di bilancio, fino all’ approvazione di un nuovo statuto che ridefinisca il sistema efficace e responsabile di governo dell’Università».

Alberto Monaci, capogruppo Pd, regione Toscana: «Le condizioni imposte dalla Banca all’Università sono molto dure, voglio interpretarle come uno stimolo positivo per farla ripartire da zero, una sorta di correzione pedagogica.»

Claudio Martini, Presidente della Regione Toscana: «La Regione sta già studiando ipotesi di sostegno sul versante degli immobili, a patto che ci sia, da parte dell’Università di Siena, un serio intervento di riorganizzazione e di dimagrimento. Interventi che non riguardano solo Siena, ma tutti i nostri Atenei. Dobbiamo ragionare in termini di sistema universitario toscano, cercando anche più collegamento con i territori. Le Università non possono permettersi di essere delle monadi chiuse in sé stesse.»

Giovanni Minnucci, prorettore dell’Università di Siena: «L’Ateneo ha fatto tutto ciò che doveva fare: ha aperto provvedimenti disciplinari, messo in mora i presunti responsabili. Personalmente ho ricevuto anche qualche minaccia. Al sindaco Cenni dico che questa linea di finanziamento non risolve il problema, ma ci dà la possibilità di andare avanti nell’immediato, altrimenti chiudiamo l’Università. Ringrazio l’assessore regionale Enrico Rossi per lo spiraglio che ci offre, del resto ho sempre sostenuto che occorre ricreare un legame con le istituzioni. Da parte nostra abbiamo tagliato 34 corsi di studio. Il premio di qualità comunque, non è in discussione, lo conferma anche la classifica del Ministero presieduto dalla Gelmini. Posso dire che in tanti anni non avevo mai assistito ad un disastro come quello dell’Università di Siena a livello di gestione amministrativa. Ancora oggi stiamo riorganizzando gli uffici, cercando di ridare legittimità ed efficienza anche alle operazioni più elementari.»

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10 Risposte

  1. Ascoltando i boiari suesposti c’è da rabbrividire per la vacuità degli interventi. Spicca Martini che parla solo di dimagrimento, magari di licenziamento. Alla faccia dell’antiberlusconismo!!! I responsabili sono “in mora”, scrive un altro boiaro: ma in prigione non c’è nessuno, nessuno ha sborsato risarcimenti: a nessuno è stato toccato stipendio e patrimonio, a nessuno!!! Che ingiustizia, che inciviltà… E i falsi e presunti docenti? Quelli che si son fatti concorsi ad personam!? E chi li tocca??? Han troie e lobbies di partito!!! E un nugolo di “tifosi” e avvocaticchi… Neanche per loro una s-conferma e la prigione!
    “Le virtù sono sempre vittoriose sul mondo” (Il Dialogo della divina Provvidenza di S. Caterina da Siena, dall’O’a): “Anzi, per quanto li perseguiti, il mondo ha paura dei giusti.”
    Bardo

  2. Le conseguenti, scontate, ovvie considerazioni sull’Università (in linea con quelle dei suoi padrini di partito) di Elisa Meloni, segretario provinciale del Pd e membro della segreteria nazionale, intervistata da Sefano Bisi (Corriere di Siena, 31 agosto 2009):

    «La crisi dell’Università è un altro tema che da mesi è al centro dibattito cittadino, soprattutto per l’ipotesi di vendita di alcuni beni immobili.»
    «Vendere i gioielli dell’ ateneo per appianare il debito è una scelta dolorosa, da percorrere come estrema ratio. Operazioni come, la vendita delle Scotte alla Regione, possono avere un senso solo se inserite in una logica e in un progetto di ampio respiro che coinvolga sia l’ateneo senese che le altre università toscane. In caso contrario, vendere “per fare cassa”, avrebbe poco senso, i problemi si riproporrebbero dopo poco. La questione del risanamento del debito va risolta una volta per tutte per affrontare una fase nuova. Dobbiamo ragionare sul mediolungo periodo, fare scelte lungimiranti, riformare la governance, e in tal senso considero positivo il lavoro fatto. È necessario, poi, eliminare le sacche improduttive, puntando sui settori e i dipartimenti di qualità, non penalizzando didattica e ricerca e valorizzando il merito e il talento».

    «Come vede il futuro dell’ateneo?»
    «L’Università sta cercando di uscire con le proprie gambe da una situazione difficile, con un impegno serio ed importante di Comune e Provincia e con l’intervento della Banca Mps. Gli unici supporti economici sono stati dati dalla Regione Toscana, mentre dal governo, ad oggi non è arrivato il minimo aiuto, se non l’anticipo di risorse che già ci spettavano. Le priorità di oggi per il nostro ateneo non possono che essere il risanamento del bilancio e la continuità nel pagamento degli stipendi. Usciti dall’emergenza dobbiamo guardare al futuro. Io vorrei che il tema della qualità e dell’ eccellenza fosse la stella polare di ogni scelta per dare quella spinta fondamentale in grado di rappresentare un grande valore aggiunto per il benessere e lo sviluppo di Siena e della Toscana».

  3. …a questo punto solo un criminale folle insisterebbe a proporre di puntare alla “qualità” e alla “eccellenza” senza una preventiva tempestiva rimozione dei farabutti che ci hanno ridotto così e – ha ragione Paolo il Bardo – anche degli impostori che hanno rubato posti ad altri docenti grazie a imbrogli concorsuali o che occupano senza vantaggio per la ricerca e la didattica posti di amministrativi!
    Ripeto fino alla esasperazione che non basta continuare a documentare e analizzare le vicende senesi – azione peraltro preziosa e meritoria – su questo foglio elettronico, che rappresenta un vero miracolo ed una eccezione assoluta nel panorama di generale indifferenza e impudenza cittadino, regionale, nazionale.
    Qui urgono misure drastiche perseguibili solo con atti propedeutici eccezionali imposti e giustificati dallo stato di necessità e dalla insolita macroscopica emergenza: non basta insomma fare questo gioco di scrittura attenta alla querela incombente e al nasino arricciato di chi – in questa malsana società – guarda ormai solo alle forme linguistiche e stilistiche e non alla salvezza di quel che rimane e alla schifezza che ha trionfato e alla oscena impunità della nefandezza.
    Questa mi pare – e tardi Giovanni ed il sottoscritto se ne sono alfine accorti – la città della stolta ipocrisia e della sistematica ruberia dove il merito e la cultura sono epurati e massacrati da soggetti emersi in una selezione al contrario del valore etico e del merito scientifico.
    Giovanni, per quel che riguarda noi due dico bene che non ci stiamo più a farci rovinare la vita o meglio il poco che rimane da gestori di enti e istituzioni progressivamente peggiori senza arte né parte se non quella della faccia tostissima e della ingordigia selvaggia?
    Tieni conto però che la soluzione apparentemente più naturale sarebbe per noi l’esilio (o il confino ove decidessero lorsignori), ma che non si può sperare in atti suicidiari o nel cupio dissolvi e quindi bisogna e rapidamente arrivare ad una iniziativa magari rischiosa ma dignitosa.
    Il magistrato Giovanni Falcone amava ricordare che chi ha paura muore ogni giorno mentre chi ha coraggio muore una volta sola!
    Tuo Cosimo Loré

  4. «E il gallo canta e non ti vuoi svegliare», dice un verso del poeta Pascoli. In questo caso “canta” una… gallina. L’ovvietà uccide. Parla di merito ed eccellenza quando i suoi “padrini”, sguinzagliando i vari professori lacché nelle aule, tutto facevano fuorché lavoro di qualità. Le cose dette dalla signora sarebbero forse irrise pure nelle parrocchie di provincia o di montagna. Ma dove lavora questa signora? E quanto cucca in termini di stipendio da lavoro dipendente (o campa di rendita?). Vive a Siena, in Italia o sulla luna assieme a quegli abitanti intravisti da Momo e Munchausen?
    Bardus

    P.S. – Grazie prof. Cosimo per avermi dato ragione. Il redde rationem è sol quello: la decapitazione della lobbies che ha direttamente o indirettamente fatto il buco e favorito imbrogli concorsuali o aggiudicanti posti per “ditte amiche” (vero Focardi? Me lo hai detto tu…). Svaginiamo la spada e roteiamo il mazzapicchio! La “lotta sanguinosa o il nulla”!
    Bardo

  5. …o Bardo,
    lo vuoi sapere perché ai tempi antichi che ami evocare analoghe faccende se le risolvevano sul filo delle spade mentre oggi siamo apparentemente nel paese non di pulcinella che era sveglio ma degli inebetiti visto che tutto è fermo con vittime e carnefici inerti?
    Perché i concittadini e i colleghi che osservo da una vita o hanno partecipato al saccheggio o sono stati prezzolati o sono affetti da carenze di capacità critica e di cultura civica o appartengono per condotta e carattere alla categoria dei più tremebondi anellidi!
    Altro che “si fa quel che ci pare” slogan caro ai senesi o “illustre cattedratico” nel caso di tutti coloro che hanno arraffato posti che danno titolo a fregiarsi dell’agognato “Prof.”, la cui distribuzione nepotistica a pioggia ha di fatto reso la vita accademica una burletta (criminale sia per le origini dell’abuso che per gli effetti sulla società cui questa ciurma di ciarlatani rifila fregature vitanaturaldurante).
    Cosimo Loré

  6. Sarebbe un lunghissimo discorso!!! Qui ci vorrebbe effettivamente un Barbicone… ma manca persino un Colombini (ma i fotografi son parenti dell’usuraio pentito del tempo di Pio II? Boh…). E manca anche un profeta come quel di Petroio!!! La corruzione avanza e investe in varie dosi tutto e tutti. Professori da barzelletta… Ridono anche i sassi o le verbene di Piazza del campo, magari anche gli agavi che ormai, date le temperature caraibiche, qua attecchiscono.
    Coraggio, la lotta prosegue e le “umiliazioni” ci fortificano, come direbbe la Santa dell’O’a! E, se possibile, come diceva un “tipaccio”: A ogni colpo, doppio colpo!
    Tuo Bardo semiesiliato

  7. «È necessario, poi, eliminare le sacche improduttive, puntando sui settori e i dipartimenti di qualità, non penalizzando didattica e ricerca e valorizzando il merito e il talento.» Meloni
    ………………….

    eh, eh, facile a dirsi… io intanto mi sto cucendo sulla cravatta una bella scritta “eccellente”. Che volete, di questi tempi non si sa mai: scrive oggi Ferrara che persino il Cavaliere manca di autostima…

  8. … una pausa nella polemica per un plauso di cuore a stavrogin

  9. …e dopo il plauso riguardiamo le facce suesposte, messe in fila a mo’ di tirassegno: quei volti son lo specchio dell’anime.
    Il ritratto di Dorian Gray. (Hai visto mai?).

  10. Scrive Machiavelli: «Lo inimico, o lo si distrugge o lo si ignora», è quindi del tutto inutile discettare sugli innumerevoli vizi della classe dirigente senese, regionale e della passata amministrazione dell’università stessa, lì stanno (o stavano), e ci stanno (e ci stavano) perché eletti; se poi si tratti di democrazia o di oclocrazia poco importa, distruggerli non si può, tanto vale ignorarli. Conviene piuttosto seguire il consiglio di Candide “badiamo a coltivare il nostro orto” e il nostro orto è l’università. Stante l’impossibilità e l’inutilità di discernere “l’eccellenza”, anche perché tutti si affretteranno a mettere in atto l’astuto strattagemma di Stavrogin, cucendosi sulla cravatta, o sulle mutandine per chi cravatta non porta, un bell’eccellente, la strada del merito non è percorribile. Guardiamo dunque in faccia l’altro aspetto dell’istituzione, quello meramente aziendale, perché di un’azienda si tratta. La realtà effettuale, per rimanere con ser Niccolò, è che tale azienda è in fallimento. Ha un debito pregresso mostruoso che non può onorare, ha svenduto i gioielli di famiglia, ha un budget inferiore alle necessità dell’amministrazione corrente. Ad un negozio di camiceria nelle medesime condizioni non resterebbe che portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento (per inciso gli verrebbe contestato il reato di bancarotta fraudolenta essendoci stata alterazione delle scritture contabili). Verrebbe nominato un curatore e si darebbe il via alla normale procedura fallimentare. Ma un’università non è un negozio di camiceria e un’università che conta settecento anni non si può chiudere, e allora? Allora non resta che portare le chiavi al ministero e rimettere allo stesso la soluzione che potrebbe consistere nella nomina di un commissario, con pieni poteri, un Lucio Silla, dictator universitatis Senarum restituendae, che senza intralcio alcuno facesse il suo mestiere di dayako, tagliando teste, emanando liste di proscrizione e lesinando il danaro, fornito dallo Stato, con un’occhiuta parsimonia che dovrebbe estendersi anche all’acquisto della carta igienica. Come in ogni lista di proscrizione verrebbe versato del sangue innocente, anzi, quasi principalmente quello: gente indifesa, privata di colpo delle protezioni che hanno consentito loro di occupare posti spesso inutili, o, talora utili, ma non finanziariamente coperti. I rei non subirebbero conseguenze se non quella di essere completamente esautorati da qualsiasi potere decisionale e ridotti a fare solo il loro lavoro (almeno quelli che lo sanno fare). Soluzione, come si vede, che contempla una buona dose di ingiustizia, ma à la guerre comme à la guerre. D’altra parte, ammesso anche che la magistratura condannasse finalmente ad metalla i responsabili dello sfascio (il che mi pare poco probabile), ciò non costituirebbe che una magra soddisfazione e non rivestirebbe alcuna rilevanza economica, non essendo in potere di privati, per quanto benestanti, di restituire una pur piccola parte del mal speso. L’unica, risolutiva strada resta quindi il commissariamento, che segnerebbe la fine e di una lunga agonia e di una sequela inutile e anche inconcludente di querelles che lasciano il tempo che trovano. Dixi et animam levavi.

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