Dissesto finanziario dell’Università di Siena: chiesto il rinvio a giudizio per i 27 indagati

Il sostituto procuratore, Dott.ssa Francesca Firrao, prima del suo trasferimento in altra sede, ha chiesto il rinvio a giudizio dei 27 indagati per il dissesto finanziario dell’Università di Siena. I reati contestati riguardano peculato, truffa e abuso d’ufficio. L’inchiesta, ereditata dal suo predecessore, Mario Formisano, attualmente alla Procura di Perugia, è durata due anni e mezzo e le richieste di rinvio a giudizio sono nelle mani del dott. Francesco Bagnai. È lo stesso gip che, nel febbraio 2006, convalidò la richiesta di sospensione cautelare del Procuratore della Repubblica nei confronti del rettore dell’epoca, Prof. Piero Tosi, condannato in primo grado, il 28 aprile 2010, a nove mesi di reclusione, con le attenuanti generiche e sospensione della pena. Tra i 27 indagati figurano gli ultimi due rettori Piero Tosi e Silvano Focardi. Nei prossimi giorni si dovrebbero conoscere le decisioni del gip.

C’è ancora chi crede di poter ricreare quel sistema di potere che ha portato l’università di Siena allo sfascio generale e al discredito totale!

Con uno striscione intitolato «Le verità “nascoste”», un centinaio di dipendenti universitari, studenti e cittadini si sono recati nel pomeriggio di ieri in corteo fino al Tribunale di Siena per sollecitare chiarezza e l’accertamento in tempi brevi delle responsabilità del dissesto dell’ateneo senese. Nelle stesse ore, il Consiglio di Amministrazione dell’ateneo discuteva della delibera con la quale si chiede il formale riconoscimento del debito (26.210,00 € + 250,00 € di competenze legali) contratto nel 2006 da Maurizio Boldrini con Rubbettino Editore, per l’acquisto di 300 copie del libro in onore di Luigi Berlinguer. Di fronte alle resistenze di qualche consigliere, rettore e direttore amministrativo hanno fatto riferimento ad un contratto editoriale della cui esistenza nessuno dei presenti era informato. Ragion per cui è emersa la necessità del rinvio della delibera per un ulteriore approfondimento tecnico. Ci chiediamo:
1) Perché questo contratto editoriale non è stato indicato nella premessa della delibera e nell’allegata scheda tecnica?
2) Perché i consiglieri non sono stati informati della sua esistenza?
3) Perché spunta fuori proprio in questo momento e perché non è stato consegnato ai consiglieri nel corso della riunione?

Il Sen. Amato dichiarò il 6 novembre 2010 che «a Siena non può ricrearsi quel sistema di potere che ha portato l’università allo sfascio generale e al discredito totale.» Può sembrare una dichiarazione esagerata, ma fatti come questi, i personaggi coinvolti, i numerosi debiti fuori bilancio, lo smantellamento delle nuovissime aule del San Niccolò, la composizione della commissione Statuto e, infine, la scoperta di una società privata nei locali dell’università inducono a dar ragione al senatore.

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (5 marzo 2011). Università: dalla protesta dei lavoratori alle “novità” emerse  dal CdA. (Nella vicenda della “Rubbettino” emerge un contratto editoriale di cui nessuno era a conoscenza).

La guerra dei Poli universitari: il realismo di Grosseto e la spocchia di Arezzo

“La scelta è tra questa università e il nulla” (da: Corriere di Maremma, 1 marzo 2011)

Susanna Guarino. Arezzo ce l’ha fatta. La Facoltà di Lettere non si muoverà dalla sede aretina. L’ha deciso ieri il senato accademico dell’università di Siena. Poche battute, senza alcun riferimento a quello che sarà il futuro del Polo universitario di Grosseto, nel quale, comunque, la Facoltà di Economia non dovrebbe essere in pericolo. Una speranza che viene dagli incontri che le istituzioni grossetane hanno avuto, nelle settimane scorse, con il rettore Riccaboni. Negli ultimi tempi il tema dell’università è stato più volte cavalcato a livello politico e c’è chi vedrebbe con favore una secessione da Siena. Sull’argomento è tornato, in occasione del congresso Legacoop, anche il presidente della Camera di Commercio di Grosseto Giovanni Lamioni.

Presidente, il rettore Riccaboni aveva detto che, nell’ambito della riorganizzazione dell’ateneo, nelle sedi decentrate sarebbe rimasta una sola Facoltà. Adesso il senato accademico ha salvato la Facoltà di Lettere di Arezzo ma era stato detto che a Grosseto sarebbe rimasta Economia. Quindi si suppone che resteranno due facoltà esterne…
“Noi siamo rimasti d’accordo che Economia non si tocca. È una cosa che hanno detto loro, quindi ritengo scontato che restino due facoltà esterne, altrimenti ci avrebbero avvertito di un cambio di decisione”.

Arezzo ha alzato la voce ed è riuscita ad avere partita vinta. Grosseto è stata più moderata.
“Se è vero che Arezzo ha alzato la voce, l’ha fatto per avere un corso di laurea esattamente come abbiamo noi. Questo non dovrebbe togliere nulla a Grosseto, dove quel corso era già stato assicurato. Chi valuta come risultato minimalista il mantenimento del nostro corso di laurea, dovrebbe valutare che Arezzo ha avuto necessità di alzare la voce per ottenere quello che noi abbiamo. Poi tengo a ribadire una cosa che ho sempre detto: questa non è l’università che io penso e sogno per Grosseto. Ma io sono abituato a pensare che uno quando è martello picchia e quando è incudine incassa. L’errore più grosso, nella vita, è quando sei incudine e vuoi fare il martello. La sensazione è che tutti quelli che dicono ‘si potrebbe fare in un altro modo’, non hanno chiaro che oggi l’alternativa non è tra questa università qui ed un’altra università, ma tra questa, che stiamo difendendo, ed il nulla. È un rischio oggettivo. Io negli anni mi batterò per una università diversa ma tra questa ed il niente, io difendo questa. Se invece vogliamo aprire un dibattito se è meglio lasciar perdere, allora sono disposto a ragionare visto che si spendono soldi. E va tenuto conto che la nostra università è possibile anche grazie al milione di euro di contributo della Fondazione, che un’altra università non avrebbe. Quindi nell’immediato difendo quello che c’è. E mi chiedo: chi ipotizza altre università di riferimento lo fa avendo in mano qualcosa di concreto? Ha, soprattutto, candidature concrete?”.

Ma perché Grosseto sembra essere sempre incudine?
“Forse perché quando c’è stato un periodo in cui eravamo martello non abbiamo picchiato come avremmo dovuto”.

E chi è adesso martello?
“Mi sembra che siamo tutti incudine. Bisogna essere realisti, non abbiamo la forza del martello. Questo non significa, lo ripeto, che questo mi soddisfi, ma non è il momento giusto per fare forzature. E rischiare, così, di perdere tutto”.

Arezzo lo sa che per tagliare il cordone ombelicale con Siena deve pagare?

La polemica che si è sviluppata sul Polo universitario aretino e soprattutto gli interventi d’illustri politici locali mi hanno fatto ricordare quel che diceva Leonardo Sciascia: «la sicurezza e la chiarezza con cui riusciamo a parlare delle cose che appena conosciamo…». Si legga l’incredibile articolo che segue; ma anche gli altri non sono diversi. Lo sanno, questi signori, quanto costa il Polo aretino all’università di Siena? Negli ultimi dieci anni, solo per il funzionamento e gli stipendi dei dipendenti circa 130 milioni d’euro. Si aggiungano gli immobili – il Pionta è valutato 25 milioni di euro – e il conto della serva è presto fatto. Pertanto, Arezzo, si accomodi pure, tagli il cordone ombelicale con Siena ed apra i cordoni della borsa. Le troverà fitte, le università disposte a fare quel che ha fatto Siena in tutti questi anni!

Università, c’è da tagliare il cordone ombelicale con Siena (Arezzo Notizie, 27 febbraio 2011)

Romano Salvi. Almeno fino ai prossimi tagli di un ateneo, quello senese, pieno di debiti, Lettere si è salvata. Ma lo scampato pericolo non può far rimuovere il vero problema: quello della reale prospettiva della presenza universitaria ad Arezzo. Per affrontarlo non basta che il problema, finora realisticamente avvertito solo da Confindustria Arezzo che ha firmato accordi proficui con le facoltà aretine, tenga banco negli interventi dei politici in piena campagna elettorale. Al di là dei proclami elettorali, serve  una volontà comune di tutte le istituzioni e del mondo economico che proprio per superare la crisi ha bisogno dell’Università e del suo patrimonio formativo. Perfino Amintore Fanfani, quando più di quaranta anni fa promosse l’arrivo a Villa Godiola delle facoltà di Magistero dell’ateneo senese, ebbe problemi prima di convincere tutte le componenti cittadine dell’utilità della facoltà di Magistero. Commettere lo stesso errore sarebbe ancora più grave: perché se Magistero fu il  fiore all’occhiello di una fase di una espansione economica irripetibile e proprio in quegli anni al suo culmine, oggi i corsi universitari in città rappresentano un riferimento indispensabile per la formazione a cui deve attingere l’impresa aretina, soprattutto quella di minori dimensioni, in cerca di rilancio. Per questo servono nuove risorse economiche e nuove idee per riazzerare il progetto della presenza universitaria ad Arezzo che non può più limitarsi al legame con Siena. Il Polo universitario aretino, nel quale si ritrovano istituzioni e associazioni economiche, deve tagliare il cordone ombelicale con un ateneo talmente in crisi che ha corso il rischio di essere commissariato. Lo stesso Polo deve rifondarsi nel nuovo progetto per un città che si trova in mezzo a un triangolo ai cui vertici spiccano sedi universitarie di grande prestigio. In città e in provincia risiedono ottomila studenti universitari iscritti a quei tre atenei, oltre che a Roma, Bologna, Milano, Parma, Torino ed Urbino. Quante risorse economiche potrebbero restare ad Arezzo se qui si riuscisse a creare una stretta sinergia con quelle Università. E quanti studenti sarebbero attratti ad Arezzo? Un po’ di conti bastano per indurre il Polo, o comunque si chiami, ad investire su orizzonti ben più ampi di quelli che finiscono a Siena.

Università di Siena: il saccheggio continua!

Tra diritto e storia. Studi in onore di Luigi BerlinguerCon i suoi 14 uffici, 48 unità di personale, capacità di spesa illimitata e la prassi consolidata di tenere all’oscuro di tutto il CdA, l’Area “Centro Comunicazione e Marketing” dell’ateneo senese in passato ha contribuito in modo determinante a generare la voragine nei conti. Di seguito un piccolo ma indicativo esempio di come funzionavano le cose sotto la guida del “grande timoniere” Piero Tosi. Con nota scritta dell’11 gennaio 2006, il responsabile del “Centro”, Maurizio Boldrini, acquisito il parere favorevole del rettore, provvedeva ad acquistare 300 copie dell’opera “Tra diritto e storia” (Studi in onore di Luigi Berlinguer), pubblicata circa tre anni dopo. Da rimarcare che per tale ordine non è mai stato assunto il relativo impegno di spesa (€ 26.210,00 + € 250,00 di competenze legali nel frattempo maturate), il CdA non lo ha mai autorizzato e il debito è comparso per la prima volta nel corposo “Atto di ricognizione dei Residui attivi e passivi” presentato, il 30 marzo 2009, in consiglio di amministrazione da Emilio Miccolis. In definitiva il debito fa parte di una lunga lista di spese non autorizzate, e quindi fuori bilancio, per un importo complessivo di oltre 11 milioni d’euro. Chi dovrebbe pagare questa fattura? Ovviamente Boldrini e Tosi. Invece, Riccaboni e Fabbro hanno deciso che se ne faccia carico l’ateneo. Infatti, il Direttore amministrativo, incurante delle sue precedenti dichiarazioni – «il bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 2011 è improntato al massimo rigore possibile» -, ha predisposto per il CdA del 25 febbraio una variazione del bilancio 2011 per riconoscere formalmente il debito contratto nel 2006 da Maurizio Boldrini con Rubbettino Editore. Ci chiediamo:
1) Il collegio dei revisori dei conti pensa d’esprimere parere favorevole a variazioni di bilancio di questo tipo?
2) Il Consiglio di Amministrazione continuerà ad approvare provvedimenti illegittimi?
3) A chi e per cosa è servito l’acquisto delle 300 copie consegnate all’Università di Siena il 4 febbraio 2009.

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (24 febbraio 2011): “L’Ateneo e le tante spese non autorizzate.” (Il professor Grasso e tre domande: ai revisori dei conti e al CdA).

Ancora sulla svendita del patrimonio immobiliare in regime di autonomia universitaria

Il numero di febbraio di Altreconomia (l’informazione per agire) – acquistabile a Siena presso MondoMangione coop Via Pantaneto 96 oppure scaricabile online per 4.00 € –  ha pubblicato un’inchiesta sull’Università secondo la quale «l’uso privatistico degli atenei è già realtà da molto tempo e la riforna Gelmini arriva a completare l’opera.» Di seguito si riportano i passi riguardanti l’Ateneo senese.

Stefano Zoja. Caccia agli immobili universitari. L’ex ospedale psichiatrico San Niccolò è una magnificente struttura, inaugurata a Siena nel 1818. Oggi fa parte del patrimonio di Fabrica Immobiliare, che l’ha acquistata nel 2009 dall’Università di Siena per 74 milioni di euro. Solo un anno prima nell’ateneo toscano era scoppiato il bubbone finanziario più grave dell’università italiana: un buco di bilancio di quasi 300 milioni di euro. Nel piano di risanamento della voragine contabile – che ancora oggi si sta allargando – si è decisa anche la vendita di alcuni gioielli di famiglia, come il San Niccolò e il Policlinico universitario Le Scotte, “svenduto per 108 milioni alla Regione Toscana, nonostante ne valga più o meno il doppio”, dice Giovanni Grasso, ordinario di Anatomia a Siena. Più corretto è apparso il prezzo di vendita del San Niccolò, che però è ora affittato alla stessa università per una cifra intorno ai 5 milioni annui. A riscuotere l’affitto c’è, appunto, Fabrica Immobiliare, una società di proprietà dell’Inpdap (l’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica), che vantava un credito colossale nei confronti dell’ateneo senese, e che ha tra i soci la Fincal dei Caltagirone e il Monte dei Paschi di Siena, che attraverso la sua Fondazione è un importante finanziatore dell’ateneo. La coerenza dell’investimento per Fabrica Immobiliare è data anche da uno dei fondi operativi di sua gestione, il “Fondo Aristotele”, consacrato agli investimenti immobiliari nei settori dell’università e della ricerca. A Siena è oggi in vendita anche la Certosa di Pontignano, uno splendido complesso a Nord della città, oggi centro congressi dell’università. Lo scorso 30 novembre è andata deserta un’asta che aveva come prezzo base 68 milioni. La quotazione dovrà scendere, forse avvicinandosi al valore indicato da uno studio che valuta l’immobile fra i 10 e i 21 milioni, redatto da Sansedoni spa. La società, i cui soci principali sono Fondazione e Banca Monte dei Paschi di Siena, ha realizzato all’inizio del 2009 uno studio di fattibilità sulle opportunità di valorizzazione della Certosa. “Incerte”, dicono, nonostante “l’unicità architettonica” dell’immobile. E Siena potrebbe essere solo l’inizio.

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Siena chiuda pure la sua università ma continui a pagare per tenere in piedi quella di Grosseto!

Tragicomica risposta di Mario Lolini, consigliere comunale del PdL a Grosseto, al nostro articolo sul Polo grossetano.

Mario Lolini. Credo si debba partire da un dato di fatto: Grosseto non è un Comune della provincia di Siena. Per analizzare, al meglio, la gravità di ciò che sta accadendo in queste settimane, è opportuno partire dalle parole di un noto esponente del Partito Democratico senese, che ha invocato la chiusura dei distaccamenti dell’ateneo, compreso quello di Grosseto. Mi ha fatto piacere constatare che le mie considerazioni fatte a tempo debito sulla questione, abbiano trovato eco favorevole presso molte personalità cittadine. Ieri, ho letto nuove dichiarazioni di un altro docente dell’università senese che ribadisce la necessità di chiudere i poli universitari decentrati come Grosseto. Quale alternativa si propone alla comunità locale di farsi interamente carico delle spese, compresi gli stipendi del personale docente. Per quale motivo dunque la nostra città dovrebbe pagare tutto e poi continuare a chiamarsi “università di Siena” a Grosseto? Tengo a precisare che Grosseto è un capoluogo di Provincia con l’ambizione di esprimere una propria specifica offerta di cultura, volta a soddisfare la domanda locale ma con l’intenzione di divenire, in breve, un’appetibile attrattiva per gli studenti provenienti sia da altre parti d’Italia che dal resto del mondo. Sarebbe molto interessante comprendere se, i vari docenti ed addetti ai lavori che discutono dell’argomento, parlino a titolo personale o in rappresentanza dell’ateneo per cui lavorano, e da cui sono lautamente stipendiati per offrire un servizio formativo e culturale di livello, e non certo per fare politica o curare i bilanci.

Ma i revisori dei conti sono proprio sicuri che il contratto del direttore amministrativo sia corretto?

Roberto Petracca. ll rettore dell’Università di Siena annuncia con una nota che finalmente «ha preso avvio la discussione sul percorso che dovrà condurci a rinnovare profondamente il nostro Ateneo». Finora hanno fatto delle analisi che verranno discusse nelle prossime settimane per «giungere alla stesura definitiva di un progetto» da realizzare nel corso dei prossimi anni.
 Servirà un po’ di pazienza.
 Le linee principali di lavoro per i prossimi anni saranno due: riorganizzare l’Ateneo e approfondire le relazioni con le istituzioni.
 Il rettore comunica infine che il collegio dei revisori dei conti ha certificato che la remunerazione della Fabbro è corretta.
 Peccato che la direttrice amministrativa abbia tagliato gli emolumenti dei più poveri senza scalfire i suoi. Dovendo fare dei tagli, un minimo di saggezza avrebbe suggerito di cominciare a tagliare gli emolumenti dei più ricchi.
 A causa del puma che si aggirava dalle parti della piaggia della scimmia gli abitanti della zona misero al sicuro gatti, conigli e galline e sprangarono porte e finestre di casa. Sarebbe opportuno che dalla storia del puma i cittadini più poveri di Siena traessero ispirazione mettendo al sicuro le loro cose e sprangandosi in casa. Per le vie della città si aggira, infatti, un novello sceriffo di Nottingham che toglie ai poveri senza disturbare i ricchi.

All’Università di Siena è l’ora della rottura

Scrivevo su questo blog, in tempi non sospetti (3 marzo 2007), che contro l’indifferenza e l’ignavia è giunta l’ora della rottura anche nell’Università. Come diceva Leonardo Sciascia, «credo si possa usare il verbo rompere in tutta la sua violenza morale e metaforica. Rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane; rompere l’equivalenza tra il potere, la scienza e la morte (…); rompere le uova nel paniere, se si vuol dirla con linguaggio e immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata.»

Ebbene, da qualche settimana “Fratello Illuminato” sembra che stia mettendo in pratica tutto ciò in maniera molto esplicita. Infatti, attacca i vertici dell’ateneo senese, da lui ritenuti «incompetenti ed incapaci», considera gli organi di governo «supini e sdraiati davanti alla Fabbro» e definisce alcuni dirigenti sindacali «dissestatori», perché sarebbero tutti coinvolti nel «coprire le responsabilità» del dissesto dell’ateneo. Durissima la risposta di un esponente sindacale che parla di «atteggiamenti al pari della delinquenza mafiosa che tendono a delegittimare e soprattutto a destabilizzare l’ateneo» ed individua, come strumenti di diffamazione, «soprattutto social network e siti, con la tecnica del reiterare la menzogna, finché diventa una verità, proprio come fa la mafia.» Accuse così gravi andrebbero respinte al mittente non solo perché infondate ma soprattutto perché gli episodi denunciati da “Fratello Illuminato” a conti fatti risultano sì sbagliati, ma per difetto.

Vediamo perché. Nel luglio 2004 fu bandito dall’Università di Siena un concorso pubblico per la copertura di 2 posti di categoria C per l’area Biblioteche di Arezzo e Siena. Il 12 aprile 2005 furono approvati gli atti del concorso e la graduatoria, che risultò composta da 155 nominativi. Orbene non furono assunti solo i 2 bibliotecari previsti dal bando, come denuncia “Fratello Illuminato”, bensì quasi tutti i componenti la graduatoria, se si considera che si fece scorrere la lista fino al 149° nominativo. Analogamente, nei concorsi banditi tutti il 20 maggio 2005 per la copertura di 1 (un solo) Giornalista, 1 Tecnico informatico, 1 Giardiniere, 1 Cameriere, 1 Tecnico per la comunicazione pubblica, si assunse dalle graduatorie senza informare il CdA ed in presenza di una quota di trasferimenti statali che non copriva più, da molto tempo, neppure le spese fisse per il personale. I responsabili sono tutti noti, compreso il sindacato, ed è difficile non scorgervi in questa storia, come dice Sciascia, «le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà, il patto tra la stupidità e la violenza» che hanno portato alla distruzione di un Ateneo dal glorioso passato.

Articolo ripreso da:
Fratello Illuminato – Il blog:A proposito di concorsi e di attacchi al nostro blog“.
Il Cittadino online:All’università di Siena è l’ora della rottura“.

L’università di Siena come carne di porco

Ne “il Cittadino online” Giovanni Elia pubblica un articolo sull’Università di Siena intitolato, «Osservazioni senza veli: Unisi, un gigante annegato». In un passo dell’articolo si legge: «A due anni dall’esplosione del caso mediatico del “buco” (ma qualche volenteroso urlava nel deserto parecchio tempo prima, nell’indifferenza generale)…». Sarebbe interessante sapere da Elia chi è questa voce che urlava nel deserto.

Giovanni Elia. In uno dei molti splendidi racconti di James Ballard, uno tra i maggiori scrittori anglosassoni del secolo scorso, la vita di un tranquillo paese viene sconvolta dalla misteriosa apparizione del cadavere di un gigante sulla spiaggia dell’abitato. La prima reazione degli abitanti è di stupore, meraviglia e fascinazione, ma col passare del tempo il corpo viene prima derubricato a dato di fatto, poi ignorato ed infine – mentre le spoglie stanno per disfarsi – mutilato senza ritegno, fino a che sulla spiaggia non rimangono che poche enormi ossa.
L’Università di Siena, all’inizio di questo 2011, è nella stessa situazione. A due anni dall’esplosione del caso mediatico del “buco” (ma qualche volenteroso urlava nel deserto parecchio tempo prima, nell’indifferenza generale) si deve purtroppo constatare che parecchi ancora non si rendono conto che quel gigante è tecnicamente già annegato – o meglio, è stato fatto annegare.

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