A Siena continua l’esodo dei docenti universitari: per amore o perché morsi dal ramarro?

Il Direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (AOUS), Paolo Morello Marchese, ha dichiarato: «Ho dovuto chiedere ad alcuni professionisti di agevolare un percorso di cambiamento. Li ho convocati uno per uno, analizzando la situazione di ogni singola realtà. Tutti hanno compreso e praticamente tutti si stanno avviando verso il pensionamento, per alcuni precoce, per altri no. Devo ringraziarli tutti per la sensibilità dimostrata in questa circostanza, hanno compreso, per il bene dell’ospedale, la necessità di procedere alla riorganizzazione di alcuni settori importanti. I risparmi che ne ricaveremo andranno al sostegno di nuovi ricercatori.»

Ecco i tredici docenti: Alberto Auteri, Francesco Cetta, Anna Coluccia, Giuseppe Coviello, Francesco Lauria, Marco Lorenzi, Pietro Luzi, Giuseppe Marzocca, Lucio Palma, Mario Antonio Reda, Giancarlo Stortini, Mirella Strambi, Francesco Tani.

Ciclo ormai compiuto: l’università di Siena è il nuovo Cepu, quello pubblico

Rabbi Jaqov Jizchaq. L’idea che si debba tacere “perché si sono iscritti un sacco di studenti”, come vaneggiano certe gazzette, mi pare vieppiù puerile. Lo “smantellamento” non è una metafora: è semplicemente la constatazione del dato nudo e crudo che ogni anno spariscono pezzi dell’ateneo e corsi di laurea, “a posteriori” definiti “inutili”. Abituati alle memorabili campagne dell’ufficio imperialregio per la propaganda dell’immagine, sembra che l’importanza di una scienza sia in larga misura questione d’involucro, ma prima o poi considerazioni di ordine qualitativo diverranno ineludibili e mi pare un po’ puerile asserire che da questo punto di vista “tutto va bene madama la marchesa” perché si sono iscritti un sacco di studenti a “l’ateneo”. Giacché gli studenti non si iscrivono a “l’ateneo”, né alle “facoltà” (che oltretutto spariranno nel breve volgere di tre o quattro mesi), bensì a specifici corsi di laurea, non dimenticando che anche a questo giro di corsi di laurea ne sono spariti parecchi (nel comparto umanistico hanno fatto dei gran calderoni). Allargando poi lo sguardo ai tre atenei toscani, al di là dello sfarzo di chi può ostentare decine di professori di ruolo (e la patologica disomogeneità della distribuzione dei docenti, ovviamente non ritengo sia frutto del caso, né che abbia alcuna relazione con “l’eccellenza”), dico che è abbastanza triste constatare come corsi di laurea o settori scientifici che hanno avuto una tradizione e in certa misura fatto la storia di quegli atenei, oggi languiscano, sopravvivano a fatica, chiudano o rischino di chiudere, per il mix letale di “requisiti minimi di docenza” (declinazione del concetto di “taglio lineare”), pensionamenti, crisi finanziaria e blocco del turn over. Continuo pertanto a chiedermi che senso abbia oramai disseminare studiosi e studenti di un medesimo settore che non si è più in grado di tenere in tutti e tre gli atenei, qua e là a languire, piuttosto che concentrarli a dar man forte in una o due sedi. Qualcuno riderà sotto i baffi, rilevando che ciò è contrario a norme e consuetudini, e io replico che allora smettiamo di riempirci la bocca con “le riforme”, “la valutazione”, “la programmazione” e “l’eccellenza”. Se poi vogliamo consolarci sbandierando i dati generici delle immatricolazioni fingendo che tutto sia rimasto come prima e si tratti solo di risolvere il piccolo fastidioso inconveniente di una voragine nel bilancio, facciamo pure: chi si contenta, gode. I dati delle immatricolazioni sono ovviamente quelli delle triennali, perché per le iscrizioni alle specialistiche (o quel poco che ne è rimasto) toccherà aspettare a Dicembre, ma a mio modestissimo avviso v’è più ragione per perseverare nel nostro consueto scetticismo. Non so se il tutto è cominciato a Bologna, a Lisbona (o a Stigliano), ma come prova lo sdilinguirsi del Marignani, la sensazione è che la politica universitaria volta allo sfascio sia sostanzialmente condivisa bipartisan, avendo trovato qui a Siena più che altrove dei solerti esecutori e degli originali interpreti. Il dibattito intorno all’università appare convenzionale, stereotipato, ideologico, acritico, disinformato, leggermente omertoso e sostanzialmente artificioso. Molto sommessamente nel mio intervento precedente avrei sollevato qualche problemuccio ulteriore al quale non mi pare si possa rispondere in modo tranchant ed elusivo. Altrimenti sostituiamo la scritta che campeggia sulla porta Camollia, “Cor magis tibi Sena pandit” con un’altra: “ve la dò gratisse”. La laurea, s’intende.

Come la televisione trash, all’Università di Siena dequalificando l’offerta aumentano le iscrizioni

Rabbi Jaqov Jizchaq. Che dire? Ci s’interroga se è giusto o no vendere la casa dello studente di “Acquacalda”, ma non si riflette se è giusto o no vendere… aria fritta. Sostiene il rettore che «Quest’anno, anche se non abbiamo ancora i dati definitivi, c’è un trend positivo che può portare ad una crescita delle iscrizioni del 20 per cento rispetto ad un anno fa». Vabbè … attacchiamoci al “trend”… intanto cadono le foglie, si avvicina l’inverno, i dipendenti (che non guadagnano tutti 10.000 euro al mese, come scrisse scioccamente mesi or sono una gazzetta) tirano la monetina in aria per sapere se a Dicembre ci saranno le tredicesime e intanto mestamente pensano al fatto che poi con l’estate mancheranno verosimilmente anche le dodicesime e le undicesime; ma sarebbe interessante un dato di chiarezza anche intorno alle iscrizioni; sarebbe necessario cioè fornire il resoconto analitico, e non la propaganda per il “popolo” bue o ragionamenti un tanto al chilo; desidererei comprendere come è possibile che riducendo e dequalificando l’offerta, il prodotto ottenga maggiore successo di mercato (un po’ come la televisione trash, la politica mignottocratica, o la secessione birresca); vorrei capire dove si registrano questi incrementi e soprattutto a che prezzo si sono ottenuti. Perché, come ho già detto, il sospetto è che in taluni casi si faccia semplicemente il gioco delle tre carte e in altri, per rivitalizzare col Viagra illustri ciofeghe partitocratiche, si sia mandato in malora parte del patrimonio storico e della tradizione di questo ateneo, riducendo tutto ad un piattume inguardabile, ove chi abbia ancora il senso della decenza si trova fortemente a disagio.

E del resto, non per ragionare “ab ovo”, ma come ho già scritto, a mio modestissimo avviso tutto ciò è il naturale epilogo dei mali endemici che affliggono quest’ateneo, sito in una città sempre più “piccola” (troppo, per avere una opinione pubblica vigile ed incisiva), popolata da abitanti sempre più distratti dalle cose “culturali”, e caratterizzato anche per questo da un forte assenteismo che si è preferito ignorare, assolvendo tutti o (il che è equivalente) accusando genericamente tutti: un ateneo considerato da molte consorterie una diligenza da assaltare senza rischio per la vita, l’ennesima mucca da mungere, l’ennesimo poltronificio per scarti della politica, l’ennesimo ente pubblico da depredare da predoni che mentre depredano, magari dicono in giro che in questo contado non sorgerà mai nessuna esperienza scientifica interessante (peraltro ignorando, causa latitanza, quelle che già erano sorte a loro dispetto).

Ma qui si va avanti a sòn di propaganda, magari brandendo ingannevolmente i famigerati dati del Censis relativi a corsi di laurea in larga parte soppressi e a “Facoltà” che in quanto tali non esistono nemmeno più. Si continua a smantellare, stando ben attenti tuttavia di non dispiacere a marchesi e visconti, più o meno dimezzati, dicendo al “popolo” che tutto va per il meglio, e che si buttano via le cose inutili; le ragioni dell’affossamento di certi settori e del salvataggio di altri, pertanto, non di rado sono oscure, non traspaiono dai normali consessi democratici, consigli, comitati, adunanze varie, ma occorre essere “attovagliati” ai tavoli giusti per averne contezza. 
La più grossa ristrutturazione dell’ateneo degli ultimi quarant’anni avviene in definitiva in un silenzio assordante e avvolta in parte nel mistero, in parte nell’indifferenza; il dibattito reale è ristretto a cenacoli esclusivi e perviene alle orecchie dei comuni mortali solo “post festum”.

Considerato che oramai per chi si è trovato ancor “giovine” nell’occhio del ciclone la cosiddetta “carriera” è andata a farsi fottere (e per chi sia privo dell’amorevole ala protettrice di una grassa chioccia è ben difficile che una qualche prospettiva si riapra fra quattro o cinque anni); che cioè in definitiva la maggior parte di coloro che non avevano già compiuto il salto del rospo verso “più elevati” livelli di carriera allo scoppiare del “buho”, è rimasta al palo, senza che si sia mai visto nessuno a “valutare” alcunché meritocraticamente, o eccellentemente, considerato tutto ciò, a questo punto direi che sono in diversi quelli che, dovendo trascorrere qui presumibilmente ancora qualche lustro prima di gettarsi dalle balze di Volterra (verosimilmente il tipo di “pensionamento” che allo scadere dei termini ad essi verrà proposto), non disdegnerebbero di sapere a fare cosa restano qui: con quali obiettivi, quali prospettive e in quale contesto, con quali interlocutori, entro quali progetti, quali corsi di laurea, atteso che non possono fare tutto e che di “dentisti dantisti” non se ne sente proprio il bisogno.
 Se i nomi sono l’essenza delle cose, dai nomi stessi di certi insegnamenti o corsi di laurea si evince facilmente la vacuità della loro essenza, e avendo perduto ogni cognizione di ciò che è fondamentale e ciò che è complementare, si è buttato sovente tutto a sobbollire nel pentolone della sòra Cianciulli, traendone un sapone molliccio incolore, ma non certo inodore; sicché quest’anno le statistiche delle immatricolazioni celebreranno ovviamente i successi di chi è stato salvato e stenderanno una nota di biasimo su chi è stato soppresso: reciteranno che i vivi sono andati meglio dei morti, senza che oltretutto nessuno si degni di indagare chi e perché è morto.

«Qualche lieve fruscio sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Guardò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, che cadevano obliqui contro la luce del lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l’ovest. Oh sì, i giornali avevano ragione: c’era neve in tutta l’Irlanda. Cadeva dovunque sulla scura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva soffice sulla palude di Allen e, più a occidente, cadeva sulle scure onde ribelli dello Shannon. Cadeva anche nel solitario cimitero della collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava a larghe falde sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sugli sterili rovi spinosi. E lenta la sua anima s’abbandonò mentre udiva la neve cadere lieve su tutto l’universo, lieve come la loro definitiva discesa, su tutti i vivi, su tutti i morti.»

James Joyce, “I morti”, da: “Gente di Dublino”.

La vera storia dell’Aids è ancora tutta da scrivere: dal virus osannato al virus inventato

Domenico Mastrangelo. La vera storia dell’Aids comincia dalla Conferenza Italiana sull’Aids e sui Retrovirus (Firenze, 27-29 Marzo 2011), che si è svolta sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, del Ministro della Salute, della Regione Toscana, della Provincia e della Municipalità di Firenze, delle Università di Firenze e Roma, delle società scientifiche nazionali, del Servizio Sanitario Nazionale e di organizzazioni coinvolte nella lotta contro l’Aids. È ben noto che, per oltre 25 anni, l’opinione di scienziati cosiddetti “dissidenti”, quali Peter H. Duesberg ed Henry Bauer, non è stata mai accolta nelle conferenze dell’establishment medico internazionale e tutte le voci che hanno messo in serio dubbio il ruolo del virus Hiv nel provocare l’Aids, sono state sistematicamente messe a tacere. Associazioni per un riesame scientifico dell’ipotesi Hiv/Aids, come “Rethinking Aids”, non sono mai state invitate a partecipare. Su questa deplorevole condizione è stata finalmente scritta la parola “fine” a Firenze, con il riconoscimento formale ed ufficiale dei contributi di scienziati come Duesberg, Bauer, Fiala, Kohenlein, Rasnick, Nicholson, Morucci, Ruggiero, Galletti, Branca, Punzi o Mandrioli, tutti scienziati che hanno posto in serio dubbio il ruolo del virus Hiv nel causare l’Aids. Infatti, le loro comunicazioni sono state accettate per la presentazione al congresso, dopo un regolare procedimento di revisione da parte di esperti (“peer reviewing”) ed i relativi abstracts sono ora pubblicati su un fascicolo speciale di “Infection”, una rivista scientifica sulle malattie infettive, che è la pubblicazione ufficiale di quattro autorevoli Società scientifiche.

Per la prima volta, in più di 25 anni, affermazioni come: “L’Hiv in sé non è la causa dell’Aids” o “Non esiste un gold standard per i tests sull’HIV” o ancora, “I farmaci anti-retrovirali come l’AZT non curano né prevengono l’Hiv o l’Aids”, sono state riconosciute come ipotesi scientificamente plausibili e degne di essere presentate e discusse nell’ambito di conferenze scientifiche sponsorizzate dall’International Aids Society. Se il Comitato Scientifico che ha valutato le quattro comunicazioni dei cosiddetti “dissidenti”, deve essere lodato per integrità scientifica e apertura mentale, non meno deve esserlo il Comintato Organizzativo per aver accettato “Rethinking Aids” come Associazione legittima, coinvolta nella lotta contro l’Aids (e non come una “banda di rinnegati”!). Di fatto, l’Organizzazione del congresso ha accettato un membro italiano di “Rethinking Aids”, il professor Marco Ruggiero, come rappresentante qualificato della comunità Hiv/Aids, concedendogli la registrazione gratuita e l’accesso a tutti gli eventi, inclusa la sontuosa serata di gala a Palazzo della Signoria, sede della famiglia dei Medici, durante il Rinascimento.

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Anatomia delle bufale sull’Università e sul mondo della ricerca italiana

Oltre all’articolo seguente si raccomanda la lettura di quello integraleUniversità: cosa dice l’OCSE dell’Italiazeppo di dati e di una sintesi in PowePoint.

Università postfattuale tra mito e realtà (il manifesto 30 settembre 2011)

Giuseppe De Nicolao. Viviamo in quella che Farhad Manjoo ha battezzato «società postfattuale»: non abbiamo solo opinioni diverse, ma viviamo in mondi diversi, perché il diluvio di dati e statistiche ci permette di selezionare le notizie che confermano i nostri pregiudizi. Alcune persino false, ma il fact-checking è un esercizio così raro che difficilmente verranno smentite. L’università non fa eccezione. Eppure, grazie al web qualcosa potrebbe cambiare.

Primo esempio: il 22 agosto scorso, la Repubblica lancia l’allarme. Italia maglia nera d’Europa: dopo anni di crescita, tra il 2008 e il 2009 la produzione scientifica italiana ha subito un tracollo del 20%. La fonte sembra autorevole: un articolo scientifico intitolato «Is Italian Science declining?» scritto da Cinzia Daraio, ricercatrice dell’università di Bologna, e di Henk Moed, senior advisor della casa editrice Elsevier. Tra l’altro, la Daraio è allieva di Andrea Bonaccorsi, uno dei maggiori esperti italiani di valutazione e membro dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca (Anvur). La Repubblica legge il crollo come un effetto dei tagli imposti da Tremonti e Gelmini. La notizia, però, è una bufala. Nel mio blog dimostro, dati alla mano, che l’errore deriva dall’avere interrogato il database degli articoli scientifici del 2009 nella prima parte del 2010 quando gli archivi erano ancora incompleti. Chi dovrebbe reagire non lo fa. La Repubblica non rettifica e, a distanza di un mese, né il Ministro Gelmini né l’Anvur hanno commentato o smentito la notizia del crollo. Nella nuvola di fatti e dati non verificati, uno svarione in più non fa differenza sia per il giornalista sia per chi governa e valuta il sistema della ricerca.

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Sulla vicenda Sum l’università di Siena deve avviare subito i necessari accertamenti

«L’Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM) è un’università statale dedicata all’alta formazione e alla ricerca nelle scienze umane e sociali. 
Promuove e coordina programmi di dottorato, post-dottorato e master di secondo livello, aperti a studenti provenienti da tutto il mondo. Organizza e sviluppa progetti di ricerca.

 Si avvale di una peculiare struttura a rete, cui partecipano le Università di Bologna, Firenze, Milano-Bicocca, Napoli “Federico II”, Napoli “L’Orientale”, Napoli “Suor Orsola Benincasa”, Roma “La Sapienza”, Siena.
 Attraverso questo modello, unico in Europa, il SUM valorizza il carattere policentrico della tradizione culturale e universitaria italiana.»

Di seguito alcuni articoli sulla stampa nazionale di oggi.

– Corriere Fiorentino: Cene e viaggi coi soldi dell’Ateneo.
– La Repubblica Firenze: Peculato e abuso d’ufficio, chiuse le indagini sul Sum.
– Il Giornale della Toscana: Terremoto al Sum, otto indagati: peculato, truffa e abuso d’ufficio.
– Il manifesto: Formazione, otto indagati a Firenze.
– Il Tirreno: Viaggi di lusso con i soldi dell’Università.
– L’Unità: Assunzioni facili e spese pazze 8 indagati al Sum.
– Il Fatto quotidiano: Abuso d’ufficio e spreco di denaro pubblico. Nei guai a Firenze un docente ed esponente Pd.

Il rettore dell’Ateneo fiorentino ha dichiarato che «l’Università, augurandosi che al più presto sia fatta chiarezza, comunica che avvierà i necessari accertamenti di propria competenza riservandosi di assumere i provvedimenti necessari a tutela della correttezza delle proprie attività amministrative e della propria immagine.» Aspettiamo una dichiarazione in tal senso del rettore di Siena.

Il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana bacchetta il Rettore di Siena per la sua incapacità a governare il processo di riallineamento fra costi e ricavi

Da “La Nazione Siena” del 20 settembre 2011.

L’argenteria da sola non basta: occorre tagliare i costi impropri

Alberto Monaci (Presidente Consiglio Regionale della Toscana). Ho letto con attenzione l’intervista rilasciata dal Magnifico Rettore. Da senese ho a cuore le sorti dell’Ateneo (per la sua grandezza nella storia, il suo prestigio scientifico e culturale, ma anche per la sua natura di motore del complessivo sviluppo del territorio); da uomo nelle istituzioni regionali, che ha sostenuto e votato l’intervento finanziario su “Le Scotte”, il dovere di una vigilanza attenta affinché quell’intervento straordinario sia ben capitalizzato, anche perché non può ripetersi. Chiara l’esposizione della situazione fatta dal professor Angelo Riccaboni. Una chiarezza che non nasconde il permanere di una situazione di difficoltà della gestione di competenza, ancora in segno meno e, così traspare dall’intervista, con certezza ‘zero’ sul breve periodo. Non un bel biglietto da visita per una campagna immatricolazioni che vorremmo tutti consistente, sia per ragioni finanziarie che per ragioni storiche: Siena ‘polo attrattivo’. Se alla magistratura (ordinaria e contabile) il compito di accertare responsabilità penali ed erariali sul famigerato ‘buco’, agli odierni amministratori dell’Ateneo quello di governare un processo di riallineamento fra costi e ricavi che non riesce a emergere. Le partite straordinarie, il Rettore lo sa bene, possono dare un aiuto. Ma il ‘buon padre di famiglia’ non gestisce le spese di casa confidando nella sola argenteria! Aumenta gli introiti, valorizzando merito e qualità dell’offerta didattica e della ricerca, riducendo i costi impropri, anche se lascito di passati – distratti – padroni di casa. C’è un’intera comunità che guarda preoccupata, memore degli annunci e degli impegni presi. Chi li sta onorando?

Gli effetti devastanti dell’abbassamento dell’età di pensionamento dei professori universitari

Si riportano i passi più interessanti di un documento del CUN (2 luglio 2010) che ha analizzato l’impatto sul sistema universitario italiano della proposta di pensionamento a sessantacinque anni dei professori ordinari e associati. È un utile contributo al dibattito sul prepensionamento volontario messo in atto presso l’Università degli Studi di Siena.

Effetti dell’ipotesi del pensionamento dei professori a 65 anni sulle dinamiche e sui costi della docenza universitaria

1. La dinamica della docenza. (…) A legislazione invariata, il 50% degli ordinari attualmente in servizio (che sono quasi 18.000) si sarà comunque pensionato entro il 2018. Con l’ipotesi di pensionamento a 65 anni, nello schema ipotizzato questo dimezzamento avverrebbe entro il 2014. Un fenomeno analogo, anche se più ridotto sul piano quantitativo (25% di pensionamenti alle stesse date) si propone per gli associati. La fuoriuscita annuale di circa 1000 ordinari e circa 500 associati determinata dalle norme attuali pone già di per sé un pesante problema di continuità culturale, scientifica, didattica e organizzativa al sistema universitario. Una fuoriuscita dal sistema di circa 2000 ordinari e circa 1000 associati annui per i prossimi cinque anni, che deriverebbe dall’abbassamento dell’età di pensionamento, avrebbe invece effetti devastanti in tutti gli ambiti sopra indicati: ricerca, didattica e gestione sarebbero in moltissimi casi pressoché paralizzate, né è immaginabile un meccanismo di così ampia sostituzione della docenza che sia insieme sufficientemente rapido e adeguatamente selettivo. Nello scenario più probabile si avrebbe un reclutamento eccessivamente concentrato su poche classi d’età, che, anche se non si trattasse di una ope legis, riprodurrebbe a distanza di trent’anni gli stessi effetti del DPR 382/1980 (effetti di cui il sistema universitario ha pagato e ancora paga le conseguenze) e quindi si pregiudicherebbe nuovamente uno sviluppo armonico del sistema per un ulteriore trentennio. Alternativamente se, come vedremo, tale reclutamento en masse risultasse materialmente impossibile, il sistema universitario subirebbe una contrazione di personale docente tale da rendere insostenibile l’offerta didattica, anche se essa fosse significativamente ridotta rispetto a quella attuale, che è già inferiore del 20% a quella proposta fino ad anni recenti.

2. L’impatto economico. Il prepensionamento di migliaia di docenti ogni anno per un quinquennio non è, e non può in alcun modo essere descritto, come un’operazione a costo zero che libererebbe risorse immediatamente spendibili per il sistema universitario. Infatti, ogni docente che va in pensione ha maturato un diritto al trattamento di fine rapporto (TFR) e alla pensione che in ultima analisi non può non ricadere sul bilancio dello Stato e quindi sulla fiscalità generale. Il TFR pone immediati problemi di cassa: stimando conservativamente a circa 200 mila euro la quota media spettante a ciascun docente, si tratterebbe di reperire ogni anno, per cinque anni, circa 300 milioni di euro in più di quanto fin qui previsto, in un momento di crisi in cui trovare risorse aggiuntive sembra un’impresa già estremamente difficile.

Il pagamento delle pensioni anticipate pone invece gravi problemi al bilancio di competenza: trattandosi nella maggior parte dei casi, e ancora per qualche tempo, di persone le cui pensioni sono calcolate con il sistema retributivo, non è irrealistico stimare che il monte pensioni da erogare non sia inferiore all’80% del corrispondente monte stipendi. Questa cifra non potrebbe che essere sottratta al Fondo di Finanziamento Ordinario, poiché l’onere finanziario sarebbe trasferito dalle singole Università a un Ente previdenziale, che comunque alla fine fa capo al Tesoro per la copertura dei propri impegni di spesa. Questo ragionamento porta alla conclusione che le risorse annue effettivamente “liberate” da un’operazione di questo genere e disponibili per il sistema universitario non potrebbero superare il 20% dello stipendio lordo medio dei circa 1500 docenti prepensionati (circa 100 mila euro), e quindi ammonterebbero a circa 30 milioni di euro annui.

Per valutare l’impatto di questa cifra consideriamo i due esempi estremi di destinazione d’uso: puro reclutamento di ricercatori (costo 0,5 punti) e pura promozione di attuali ricercatori ad associato (costo 0,2 punti), ricordando che la cifra indicata corrisponde a circa 250 punti. Si avrebbe quindi rispettivamente nei due casi, la possibilità di un reclutamento supplementare di circa 500 ricercatori l’anno (ma in questo caso ci sarebbero 1500 professori in meno) ovvero la possibilità di 1250 promozioni (ma continuerebbero a mancare 250 professori e non si sarebbe nemmeno sfiorato il problema di dare uno sbocco all’attuale precariato). Appare chiaro che qualunque soluzione intermedia (come ad esempio 300 ricercatori e 500 promozioni) continua a risolvere meno problemi di quanti ne crei.

Si può ovviamente immaginare una diluizione del processo di prepensionamento che lo veda svolgersi su un arco di tempo più ampio del quinquennio finora ipotizzato, ma è del tutto evidente che l’attenuazione dell’impatto economico sul bilancio dello Stato corrisponderebbe a una diminuzione delle risorse annualmente rese disponibili: lo scenario nel complesso negativo sopra descritto resterebbe qualitativamente immutato, con una riduzione quantitativa degli effetti auspicati direttamente proporzionale alla riduzione degli effetti indesiderati.

Le considerazioni di natura economica fin qui presentate appaiono difficilmente contestabili, a meno che non si dichiari esplicitamente che esiste una disponibilità a reperire in altri capitoli del bilancio dello Stato le risorse aggiuntive comunque necessarie. Ma se vi fosse questa disponibilità è legittimo chiedersi perché tali risorse aggiuntive non dovrebbero essere usate direttamente per potenziare il reclutamento e/o le promozioni, senza privare il sistema delle risorse umane di cui già dispone, tenuto conto del fatto che la competenza didattica e scientifica della maggior parte degli attuali docenti che sarebbero coinvolti nel provvedimento appare nella maggior parte dei casi difficilmente contestabile sulla base delle statistiche di produzione scientifica e dell’evidenza relativa al numero e alla qualità media dei corsi d’insegnamento attualmente erogati dalla componente più matura della docenza universitaria.

Del resto non è certo casuale che in tutti i settori produttivi si tenda a un innalzamento, piuttosto che a una riduzione, dell’età minima per il pensionamento, ed è notizia recente quella per cui si stima che, in corrispondenza dell’aumentata durata media della vita, nell’arco di pochi decenni per tutti i lavoratori l’età del pensionamento si sposterà intorno ai settant’anni.

3. L’impatto sull’attuale corpo docente. (…) Risulta quindi facilmente immaginabile un duplice effetto negativo sul corpo docente: da un lato il disorientamento derivante dalla rapida scomparsa di un grande numero di punti di riferimento culturale, che in un sistema nel quale la capacità di innovazione si fonda comunque quasi sempre su una buona e solida trasmissione dei risultati già precedentemente acquisiti potrebbe produrre effetti devastanti, e dall’altro un incremento del già purtroppo elevato livello di demotivazione, che spingerebbe proprio i migliori a dirigersi verso altre realtà, diverse e più promettenti di quella italiana, per vedere effettivamente valorizzate le proprie attitudini e competenze, mentre non si vede chi, se non per scarsa qualità intrinseca, potrebbe scegliere di muoversi dall’estero verso il nostro Paese, come invece da più parti e giustamente auspicato per vivacizzare e internazionalizzare il nostro sistema.

Quando è l’ora della scelta della Facoltà: nomadi e migranti o autoctoni e stanziali?!

Le ragioni di chi parte e di chi resta

Cosimo Loré. La scelta della Facoltà al di fuori della propria sede sprovvista di università è stata per secoli dettata da mera necessità e anche dalla ricerca di migliori opportunità: per una popolazione italiana quasi tutta contadina l’accesso a uno dei rari rinomati atenei costituiva la massima ambizione e l’assoluta certezza di un futuro prestigioso e agiato; oggi che la docenza si è frammentata in una miriade d’indistinguibili figure e la laurea costituisce titolo difficilmente utilizzabile nel mercato del lavoro risulta illusorio l’intento di chi crede di trovar fortuna andando a studiare lontano da casa…

Malgrado i richiami con cui si cerca di attirare nuovi iscritti attraverso declamate peculiarità e opinabili classifiche, il fenomeno della migrazione interna a fini di studio diventa sempre più motivo d’improduttivo disagio socioeconomico per giovani non più sollecitati o costretti a una scelta, che in altre epoche era effetto d’amore per la libertà e la novità piuttosto che per la profondità degli studi o la magnificenza dei cattedratici, che peraltro esistevano e facevano la differenza: usare l’altrui letto, frigo, water, vivere fra gente sconosciuta, doversi fare la spesa non aiuta ad apprendere…

Gli studi, specie se “alti”, esigono condizioni ambientali che consentano concentrazione, ispirazione, attenzione, in una parola passione, senza distrazioni e interruzioni, alla stregua della iniziativa di un artista o di uno scrittore il cui spirito creativo è condizionato dall’ambiente in cui opera: questo vale anche per chi persegua la preparazione in attività sportive che richiedono il miglior impiego e impegno delle proprie risorse e qualità per la fattiva costruzione del futuro campione. E chi parte da ambienti favorevoli peggio potrà poi sopportare restrizioni e riduzioni nella propria esistenza…

Ai tempi dei nonni si emigrava all’estero per sopravvivere, i nostri genitori lasciavano la campagna per cercare la città e l’università che costituivano per i più un miraggio, molti di noi hanno poi potuto studiare dove abitavano, i nostri figli raramente oggi hanno l’esigenza di soddisfare aspirazioni così ben definite da motivare un trasferimento, magari oltreoceano, dove recarsi non con la valigia di cartone ma con ipad, iphone, etc. (c’è molto mito nella dilagante assatanata anglofilia… siamo proprio certi che coltivare la cultura greca antica sia scelta sbagliata anche se impopolare e non lucrativa?!). E anche se si volesse volare a studiare in località affollate di premi Nobel come Stanford, vi sarebbe da valutare se tale radicale opzione corrisponde effettivamente alle proprie attitudini e immaginazioni. Soprattutto c’è da riflettere su un così drastico cambiamento di vita con inaridimento di antiche radici e instaurazione di rapporti resi incerti da uno stile di vita che accomuna tutti in quella che alcuni studiosi definiscono patologia della istantaneità.

Proprio a chi ha forte personalità, peculiare identità, spiccata dignità, raffinata sensibilità non potrà giovare una simile forma d’insensato reset operato a svantaggio dei sentimenti più fecondi e profondi come dei progetti di lungo respiro e di grande spessore ed anche della qualità materiale, mentale, morale del proprio quotidiano. Oggi sempre più l’utopia della vita come opera d’arte si allontana da un’umanità sofferente e barcollante, ad onta dei luccicanti richiami pubblicitari e delle ostentate sicumere comportamentali. Lo attestano il degrado e il crollo d’istituti e istituzioni, dalla famiglia alla scuola, in carenza di modelli od ipotesi alternative atte ad assicurare civile convivenza e sociale soddisfazione. Per questo il partire senza una meta precisa e una motivazione razionale non può non (rectius deve) lasciare perplesso chi vuol conoscere prima di deliberare e ritiene ineludibile la stima di costi e benefici di ogni iniziativa. Così se l’approdo è incerto, scomodo, alieno pare più prudente non abbandonare punti di partenza conquistati con fatica da antenati che volevano consentire ulteriori progressi e crescite alle successive generazioni.

In sostanza la questione si pone sotto il duplice profilo di una formazione universitaria e di una vita privata solo in apparenza separate e distinte, in realtà impoverite e avvilite da ingravescenti perdite e difficoltà della comunicazione interpersonale e dell’organizzazione sociale, oltre che ambientali e alimentari tout court. Chi in questo senso non parte da zero, che ragioni ha di farsi trascinare da una corrente che taluno attribuisce a una “melma cupa” (Ambrosoli junior) ed il rapporto Censis definisce ormai da molti anni “insensatezza collettiva”?! E questo è ancor più vero nel caso di chi ama coltivare le rose nel proprio giardino piuttosto che andare a offrirsi per subalterne prestazioni a coltivatori e commercianti di fiori. Poeta latino Orazio docet!

Non ci può esser alcun male a dissertare in tal guisa su “scelte” che in un senso o in un altro risultano determinanti sulla esistenza di un essere umano né dovrebbe sorprendere che suscitino allarmata responsabile preoccupazione gli atteggiamenti intransigenti e riottosi scatenati da semplici proposizioni (dovrà farsi la spesa…) o da esclamazioni sussurrate (è follia…), che vogliono esser solo l’antidoto di effimere passioni, ingannevoli semplificazioni, azzardate determinazioni, all’insegna di fasulle battute e luoghi comuni. Perciò non ci si deve a ben guardare rammaricare troppo per lo scarso impegno e la palese contrarietà di fronte a decisioni non adeguatamente ponderate e appropriate e non si abbassi l’autostima di genitori non aprioristicamente accondiscendenti e inconsultamente incentivanti la fuga demotivata di figli diciottenni…

Le situazioni d’illegalità presso l’ateneo senese richiedono l’immediato intervento delle competenti autorità

Venerdì 22 luglio 2011, il rettore dell’Università di Siena scrive: «nella seduta di questo pomeriggio il Senato Accademico ha approvato il nuovo Statuto del nostro Ateneo, che sarà inviato al Ministero per il prescritto controllo di legittimità e di merito. La sua adozione rappresenta un momento fondamentale nella fase di rilancio del nostro Ateneo». Uno scarno comunicato per una vicenda che culmina in una delle pagine più brutte della storia di un ateneo dal glorioso passato, che vede gli organi di governo, rinunciatari nell’esercizio delle loro prerogative, brillare per mancanza di senso delle Istituzioni, dilettantismo, insipienza, incapacità a gestire l’emergenza e il necessario rinnovamento. In tali condizioni d’ingovernabilità, ovviamente, non potevano mancare pressioni e supplenze decisionali esterne che rendono non più tollerabile la situazione esistente presso l’Università di Siena. Le ingerenze esterne tese a condizionare la composizione del Consiglio d’Amministrazione prevista dal nuovo Statuto, il mancato pagamento della rata semestrale dei mutui ed il conseguente danno erariale, la prevista svendita del patrimonio immobiliare, l’inesistenza del necessario e obbligatorio piano di rientro dal disavanzo d’amministrazione, il ridimensionamento della Facoltà medica e la sua “ospedalizzazione”, l’immotivata riorganizzazione  degli uffici amministrativi con attribuzione di responsabilità a soggetti privi delle necessarie competenze, gli evidenti conflitti d’interesse e di competenze, hanno generato situazioni d’illegalità che richiedono l’immediato intervento delle competenti autorità ed impongono subito regole certe, il loro rispetto, controllo rigoroso dell’uso delle risorse ed organi di governo completamente legittimati e nel pieno esercizio delle loro funzioni.

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