Cosa riserverà il 2011 all’Università di Siena dipenderà dalla comunità accademica

Cosa riserverà il 2011 all’Università di Siena? Rispondere alla domanda è facile, basta rileggere alcuni degli articoli pubblicati su questo blog nel 2010, di cui si riportano di seguito titoli e link, e riflettere sulla seguente dichiarazione dell’on. Franco Ceccuzzi: ci sono stati «comportamenti predatori nell’Università e chi ha sbagliato deve pagare». I titoli sono del curatore del blog.

Agostino Milani. Ateneo senese: ormai siamo al «redde rationem»

Anfiarao. Università di Siena: risvegli

Giovanni Grasso. La voragine nei conti dell’ateneo senese ed il blocco delle progressioni economiche dei dipendenti

Cecilia Marzotti. Il punto sul dissesto dell’ateneo senese. Reati ipotizzati: falso ideologico, abuso d’ufficio e truffa

Giovanni Grasso. Prime condanne nella concorsopoli senese

Agostino Milani e Massimo Bandini. Ateneo senese: si vive alla giornata e non si interviene sul sistema che ha generato il dissesto

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Il Sistema Mafioso del Reclutamento Universitario

Quando, il 13 gennaio 1969, il procuratore generale della corte d’appello di Messina, Aldo Cavallari, dichiarò che il nepotismo nell’università è tanto evidente «che potrebbe essere anche valutato alla luce della norma penale che punisce lo sfruttamento della funzione per interessi privati», non potevamo immaginare di dover aspettare 42 anni per leggere un’altra denuncia del genere. Questa volta è la Dott.ssa Laura d’Alessandro a scrivere parole durissime sul sistema mafioso del reclutamento universitario in una sentenza d’appello presso il tribunale di Roma. L’occasione per tale pronunciamento la si deve alla sistematica attività di denuncia del caro amico Quirino Paris (professore a Davis, USA) destinatario di ben 7 querele da parte dei suoi colleghi di Economia ed estimo rurale. Altre informazioni sul caso nell’articolo: Quirino e la cupola sul sito “Rinnovare le Istituzioni“. La sentenza del giudice D’Alessandro è un raro documento, un vero e proprio saggio scientifico la cui lettura integrale è vivamente raccomandata.

Quirino Paris. Il Giudice del Tribunale di Roma, dott.ssa Laura D’Alessandro, ha emesso una sentenza di forte condanna – morale – nei confronti del sistema di reclutamento universitario operante nel settore scientifico disciplinare AGR/01 (Economia ed estimo rurale) controllato rigidamente per molti anni dal professor Mario Prestamburgo dell’Università di Trieste e dai suoi sodali. Sul sistema dei concorsi truccati, la dott.ssa D’Alessandro ha scritto il saggio più acuto e documentato. Il Giudice scrive: «La lettura della vicenda sintetizzata da parte del p.m. di Trieste … non lascia dubbi in ordine alla fondatezza delle accuse dell’odierno imputato al sistema accademico e specificamente afferenti i criteri di valutazione e conferma dei professori, fondato su una metodologia assimilabile a quella mafiosa.»

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«Dalle vicende dell’università di Siena emerge la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo»

Ci hanno segnalato la lettera di una ricercatrice, pubblicata dal QN (Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) del 7 dicembre 2010, che critica la mancanza di trasparenza nell’università di Siena ed esprime apprezzamenti su “il senso della misura”. Ringraziamo la gentile lettrice e pubblichiamo di seguito la sua lettera.

 

PARENTI ALL’ATENEO E MURI DI GOMMA

Eliana Carrara (Siena). Gentile dottor Mascambruno, chi le scrive è una ricercatrice universitaria contraria alla riforma Gelmini, ma non per questo non consapevole delle magagne del sistema universitario, a proposito del quale il tanto sbandierato merito suona tristemente beffardo sulle labbra di chi è ricorsa ad ogni tipo di escamotage per superare prove altrimenti insuperabili. Ma non è per questo che le scrivo: i vizi e le inqualificabili storture sono noti a tutti i lettori un minimo avvertiti (e, per limitarci alla piaga delle parentopoli universitarie, volumi sono pubblicati da tempo e di continuo, senza peraltro smontare di un centimetro il muro di gomma e di connivenze, di destra, di sinistra e di centro, che hanno reso il mondo accademico un coacervo di mogli, di figli, di nipoti, di… e quant’altro di questa serie).

Vorrei segnalare a lei e ai suoi lettori un elemento se possibile ancora più grave, che emerge dalle vicende dell’Università senese e delle sue pesanti sofferenze economiche: la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo. Come cittadina toscana, pagante le tasse, ciò mi indigna. Le allego qui di seguito il link al blog di chi, almeno a mio avviso, sta provando a far uscire il tutto dalle nebbie più fitte: http://ilsensodellamisura.com La ringrazio della sua attenzione e le porgo i migliori saluti.

Ventiquattro domande alla «vieni via con me» sull’Università italiana delle quali tutti fanno finta di non conoscere le risposte

UNIVERSITA’ IN AGONIA

Quirino Paris (University of California). La vista degli studenti – ancora una volta in vana rivolta – e del Parlamento blindato come se arrivasse Pinochet, testimonia la prolungata agonia dell’Università italiana. Osservate da lontano o da vicino, da decenni o negli ultimi giorni, le vicende dell’Università italiana assumono le caratteristiche di un percorso elaborato secondo la teoria della catastrofe: all’inizio, il pendio del sentiero è quasi impercettibile e non ha molta influenza sugli oggetti che lo percorrono. A poco a poco il pendio diventa più pronunciato per arrivare, quasi improvvisamente, sull’orlo del baratro. Per rendere l’idea del baratro, è sufficiente un elenco di perché, alla “vieni via con me”.

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Da Facebook una proposta per il risanamento dell’Università di Siena nel silenzio dei vertici dell’ateneo

Maestro James Anderson (Anno domini MMX, die quinque mensis decembris). L’Università di Siena il 23 settembre 2008 viene a conoscenza, ma molti indizi e qualche voce isolata avevano già avvisato ed era stata trattata da Cassandra, di un buco di bilancio da oltre 200.000.000 di euro (l’economista Prof. Frediani ad un certo punto è giunto a sostenere che il buco era di quasi 300 milioni). L’allora Rettore Focardi portò i libri contabili e una memoria in tribunale e questo causò l’apertura di una serie di indagini coordinate prima dal Procuratore Formisano ora passate nelle mani di Francesca Firrao. A luglio scorso Focardi ha perso le elezioni a vantaggio di Angelo Riccaboni (di soli 16 voti e con un’inchiesta aperta sul voto) il quale si è affrettato a far fuori il precedente direttore amministrativo Antonio Barretta e, picchia e mena, è riuscito a nominare Ines Fabbro, ex direttore amministrativo di Bologna condannata dalla Corte dei Conti per danno erariale. Nel frattempo, avendo venduto due palazzi per un totale di 180 milioni di euro, il buco in sé per sé è in buona parte coperto, ma il disavanzo strutturale annuo rimane a livelli mostruosi e può essere quantificato in più di 30.000.000 annui il che rende inutile qualsiasi risanamento visto che il debito si moltiplica continuamente.

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“Università Accademia”, “Università Azienda”, Statuti incostituzionali, autonomia dell’impunità, gestione budgettaria, cogestione sindacale e “politica” tutti punti centrali per capire l’attuale pesante situazione del sistema universitario

BREVI CONSIDERAZIONI SUL SISTEMA UNIVERSITARIO

Ruàh. Non è semplice parlare d’Università in generale e di qualche Ateneo in particolare, dopo che sono stati scritti centinaia di saggi, dopo le tavole rotonde, gli incontri, i convegni ecc. che si sono susseguiti in questi ultimi  tempi. La maggior parte delle analisi svolte sono caratterizzate dal taglio accademico dei ragionamenti, essendo gli interlocutori quasi esclusivamente docenti universitari o politici che provengono dal mondo scientifico. Proviamo a discutere d’università avendo come destinatari “quivis de populo”, tentando di usare un linguaggio ed una logica non da iniziati, limitando i riferimenti normativo-formali e con l’angolo visuale amministrativo-gestionale.

L’istituto monocattedra. Per decenni e forse per secoli il sistema universitario italiano ruotava intorno al “professore”, titolare di cattedra che rappresentava spesso una scuola di pensiero che, a sua volta, aggregava altri docenti e allievi per sviluppare programmi scientifici, didattici e ricerche connesse. Le risorse umane e strumentali che costituivano la ”scuola” si organizzavano nell’Istituto monocattedra, vero centro dell’attività accademica. Tutti ricordiamo la famosa scuola di fisica di Via Panisperna a Roma diretta da Corbino prima e da Enrico Fermi poi, che rappresentò una formidabile concentrazione di autentici “geni” della fisica con alcuni riconoscimenti a livello di premi Nobel. Come non ricordare le scuole di medicina e chirurgia di Valdoni e Stefanini di Roma, l’oculistica di Siena dei professori Bencini e Frezzotti, le scuole giuridiche di Napoli e Milano e così via. Tale sistema, se vediamo bene, si riallaccia alle origini delle Università che, com’è noto, nacquero come organizzazione di studenti finalizzate ad apprendere la scienza di famosi Maestri in specifiche discipline. Per secoli questi “clerici vagantes” si spostavano da una città all’altra attratti dalla fama di insegnanti famosi. Basti ricordare le scuole giuridiche di Irnerio, Bartolo da Sassoferrato, Cino da Pistoia, i canonisti, i glossatari, i commentatori; le scuole di Medicina di Salerno, di Filosofia di Parigi, ecc..

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Una riforma universitaria da difendere

Riportiamo l’editoriale del Corriere della Sera di oggi con lo stesso titolo del quotidiano.

Francesco Giavazzi. «Del valore dei laureati unico giudice è il cliente; questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia, al geometra invece che all’ingegnere, e libero di fare meno di ambedue se i loro servigi non gli paiano di valore uguale alle tariffe scritte in decreti che creano solo monopoli e privilegi». (Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953).
Il ministro Gelmini non ha il coraggio di Luigi Einaudi, non ha proposto di abolire il valore legale dei titoli di studio. Né la sua legge fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, neppure se le maggiori entrate fossero interamente devolute al finanziamento di borse di studio, cioè ad «avvicinare i punti di partenza» (Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1944). Né ha avuto il coraggio di separare medicina dalle altre facoltà, creando istituti simili a ciò che sono i politecnici per la facoltà di ingegneria. Perché a quella separazione si oppongono con forza i medici che grazie al loro numero oggi dominano le università e riescono a trasferire su altre facoltà i loro costi.
Ma chi, nella maggioranza o nell’opposizione, con la sola eccezione del Partito Radicale, oggi appoggerebbe queste tre proposte? La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica.

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«Le dichiarazioni di Luigi Berlinguer mostrano che l’autonomia universitaria è intesa dai suoi stessi architetti come viatico all’impunità»

Un suicidio assistito(Editoriale del Corriere del Veneto, 26 novembre 2010)

Lorenzo Tomasin. Una formula che si presta, forse, a sintetizzare in due parole ciò che sta accadendo nell’università italiana negli ultimi tempi è: suicidio assistito. Le basi per la imminente e totale perdita di autorevolezza, di centralità nella vita civile, di capacità di formare la classe dirigente, di selezionare la miglior parte degli operai dell’intelligenza: le basi, insomma, per il declino del sistema universitario sono state poste con vigore e determinazione da chi l’università ha gestito e politicamente condotto negli ultimi venti o trent’anni. È quasi imbarazzante ripetere – ma occorre farlo, visto che la questione viene troppo spesso obliterata – che uno snodo cruciale nella decadenza dell’università italiana rappresentò, una dozzina d’anni fa, l’adozione pressoché simultanea, e largamente condivisa dai docenti, di nuove norme sulla didattica (l’ordinamento «tre più due», sancito da un ministro-professore, Luigi Berlinguer) e sull’organizzazione interna (autonomia universitaria: ogni ateneo gestisce liberamente le risorse a sua disposizione, senza rispondere, o rispondendo solo debolmente, al mercato, perché di ente pubblico si tratta).

Una simile rivoluzione – che apriva nell’immediato la possibilità di una proliferazione di posti, di sedi, di opportunità: insomma, di italiche abbuffate – non poteva restare, nel medio o nel lungo termine, priva di conseguenze negative. Su questo punto, l’autocritica della corporazione universitaria nel suo complesso è stata sempre come minimo sommessa, o coperta da una preoccupante omertà. Le dichiarazioni rese qualche giorno fa dallo stesso Berlinguer in veste di ex-rettore dell’Università di Siena mostrano chiaramente come il concetto di autonomia universitaria venisse inteso dai suoi stessi architetti come viatico all’impunità. Non si può pretendere di diventare istituto di formazione di massa, e al tempo stesso continuare a reclamare i privilegi, l’attenzione e la considerazione di cui si godeva quando si era fucina di élites. Né si può pretendere il diritto all’autonomia quando si dà prova di gestirla con sistematica irresponsabilità e in assenza di politiche lungimiranti. Questo è accaduto: e la contraddizione non si è manifestata finché gli aspiranti suicidi non hanno trovato, per loro sventura, un medico fin troppo indulgente alle pratiche eutanasiche. Staccare la spina, come sta facendo l’attuale governo, ai finanziamenti all’università pubblica significa solo accelerare un processo i cui esiti sarebbero stati, alla lunga, gli stessi, se la storia politica e quella economica avessero regalato all’università italiana la possibilità di un ancor più lungo stato di coma.

Per l’Università italiana è pronto il gommista 3+2

La riforma dell’Università ha quattro ruote da cambiare (Il Sole 24 ore, 20 novembre 2010)

Luigi Berlinguer. L’università italiana attraversa una crisi profonda. Le classifiche del Times Higher Education non includono alcun ateneo italiano tra i primi cento nel mondo. La nostra assenza dai vertici delle graduatorie dei luoghi di elevatissima qualità è inconfutabile e preoccupante. L’università italiana, più di quella europea, non attrae dall’estero studenti e studiosi e rischia di perdere alcuni dei tradizionali punti di eccellenza riconosciuti a livello mondiale. Ci sono dunque criticità evidenti del sistema universitario sulle quali agire senza rinvii: crisi dei modelli di governance; non rigorosa valutazione dei risultati; insufficiente europeizzazione; scarsità di mezzi e risorse. Di conseguenza non posso non trovare giustificata l’insistenza del ministro Gelmini nel richiedere misure legislative urgenti per gli atenei italiani. Nello stesso tempo, il testo in discussione in parlamento va molto migliorato senza risparmiare sforzi per trovare convergenze tra gli schieramenti, così come auspicato con autorevolezza dal capo dello stato.

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I “cecchini” della cultura e della ricerca sono dentro l’università e la governano

Princio. Caro Prof. Giovanni Grasso, volevo proporre una riflessione sul tema Cultura, università e politica.

Ho letto con interesse molti degli scritti pubblicati dal suo sito. Non ci sono finito per caso, ma nello spasmodico tentativo di trovare un po’ di consolazione dopo l’ennesima amara e disgustosa esperienza di partecipazione ad un concorso universitario. L’effetto è stato quello di una boccata d’aria dopo un’immersione prolungata e incontrollata.

La mia storia, come quella di molti altri colleghi, è caratterizzata dal costante rifiuto del riconoscimento dei  meriti scientifici da parte dell’Università. Da molti anni faccio ricerca (come posso e da precario), cambiando dipartimenti e università, per necessità ma anche, talvolta, per scelta. Nonostante ciò la mia produzione scientifica è sempre stata regolare e, ad oggi, credo di avere un curriculum vitae e un H-index più che rispettabili e adatti a ricoprire almeno il ruolo di ricercatore. Questa mia convinzione non è però condivisa dai membri delle commissioni dei concorsi a cui ho partecipato, nell’ultimo dei quali mi sono visto preferire un candidato che possedeva nemmeno un terzo dei titoli e delle pubblicazioni che ho presentato. Ma questo è solo uno degli aspetti che determina la mia indignazione attuale.

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