La docenza a contratto si è trasfomata in un espediente per garantire insegnanti a basso costo

miur.jpgAncora sui professori a contratto: un breve articolo da “la Repubblica” del 24 giugno 2009.

Quei professori che insegnano gratis tra vanità e ricatto

Aurelio Magistà (…) la questione dei professori a contratto. Un altro esempio di come l’università trasforma opportunità e possibili punti di forza in soluzioni tampone e, di fatto, storture. È stato il ministro Berlinguer a istituire i professori a contratto. Perché? Lo spiega l’articolo 1 del decreto n. 242 del 21 maggio 1998: «Per sopperire a particolari e motivate esigenze didattiche, le università e gli istituti di istruzione universitaria statali, secondo le norme dei rispettivi ordinamenti e nei limiti degli appositi stanziamenti di bilancio, possono stipulare con studiosi od esperti di comprovata qualificazione professionale e scientifica, non dipendenti di università e anche di cittadinanza straniera, contratti di diritto privato per l‘insegnamento nei corsi di diploma universitario, di laurea e di specializzazione ovvero per lo svolgimento di attività didattiche integrative». I professori a contratto avrebbero dovuto essere essenzialmente professionisti ed esperti che portavano una speciale esperienza e competenza nell’università, magari rafforzando il debole ponte che il mondo accademico ha con il mondo del lavoro.
Com’è noto, la docenza a contratto si è trasfomata in un espediente per garantire insegnanti a basso costo, un contentino per tenere buoni giovani ricercatori e assegnisti e sfruttarli al massimo. Intanto, dicono i dati, i professori a contratto sono aumentati anno dopo anno e attualmente sono oltre 53mila, circa il 47% di tutto il corpo docente. Perfidia finale: il giro di vite a fondi e finanziamenti ha indotto – costretto? – molti presidi a proporre la docenza gratuita. Il professionista affermato potrebbe accettarla per vanità. Il precario rischia di accettarla per ricatto: non può permettersi di girare le spalle alla sua facoltà e così perdere tutti gli anni investiti aspettando che il precariato diventasse un lavoro. Resta una considerazione: se tu non sei disposto a riconoscere un valore a una cosa, vuol dire che per te quella cosa non vale nulla. Paradossalmente, per l’università italiana l’insegnamento vale zero?

Una riforma sul reclutamento in nome di un’autonomia senza competizione e senza responsabilità e quindi senza qualità

Dopo 10 anni di applicazione della L. 210/1998 (Norme per il reclutamento dei ricercatori e dei professori universitari di ruolo) ed oggi con il suo definitivo affossamento, appare utile la rilettura di un articolo molto critico apparso su “la Repubblica” del 5 giugno 2000 a firma di 6 docenti universitari.

L’Università e la finzione dei concorsi

Riccardo Pisillo Mazzeschi (Università di Siena), Mario Ascheri (Università di Siena), Emanuele Castrucci (Università di Siena), Francesca Farabollini (Università di Siena), Riccardo Fubini (Università di Firenze), Giorgio Chittolini (Università Statale di Milano).
L’ università italiana ha molti meriti, ma anche tanti difetti, quantomeno se confrontata con altre università occidentali. Un difetto grave è che essa è in parte “finta”, non in senso denigratorio, ma nel senso proprio: di una cosa più apparente che reale, o che appare come non è. Sono “finti” certi professori, che lavorano più fuori che dentro l’università (debitamente autorizzati!); “finti” molti studenti, che non frequentano i corsi e sono presenti solo agli esami (senza loro colpa, perché sarebbe impossibile ospitarli tutti se decidessero di frequentare); “finte” molte riunioni plenarie di organi accademici, dove si discute di problemi in realtà già decisi in riunioni più ristrette; “finti” spesso i rapporti fra docenti, e così via. Nel nostro sistema universitario il progressivo sviluppo del principio di apparenza rispetto a quello di realtà si è legato al progressivo sviluppo della quantità rispetto alla qualità.

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L’autoreferenzialità è il cancro che blocca lo sviluppo scientifico, didattico e morale dell’Università

Alcuni passi di un interessante articolo di Segio Pimpinelli pubblicato su Europa del 12 giugno 2009.

Quando l’università smarrisce la sua missione
Anche gli atenei si sono colpevolmente appiattiti sulla politica dell’immagine

Sergio Pimpinelli. (…) lo strapotere della televisione ha significativamente contribuito a corrompere le coscienze di ormai qualche generazione di giovani dettando nuovi modelli di comportamento sociale che sono concretamente funzionali ad un potere politico che in essi si riflette e trova alimentazione. (…) È forte il sospetto che anche l’università, invece di svolgere la sua missione educativa per arginare queste degenerazioni sociali, si sia colpevolmente appiattita sulla politica dell’immagine. Forse non è un caso il continuo fiorire di facoltà di scienze della comunicazione presenti ormai in quasi tutti gli atenei italiani. Sarebbe interessante sapere quanta parte della loro attività didattica sia dedicata alla critica della tv, e dei mass media in generale, con lo scopo di smascherare le tecniche di manipolazione delle coscienze, piuttosto che insegnare come potenziare tali tecniche attraverso una sorta di compromissione collaborativa con soggetti provenienti dal mondo virtuale e svilire un’istituzione prestigiosa come la laurea ad honorem. Sarebbe bene che l’università si ponesse questo problema e si interrogasse su questa materia la quale, più di altre, mette in discussione la sua missione ideale.

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Abolire gli insegnamenti universitari a contratto che generano studiosi frustrati, sfruttati e intellettualmente servili

Un interessante articolo di Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte moderna alla Federico II di Napoli, sul sistema degli insegnamenti universitari a contratto (dal: Corriere Fiorentino, 3 giugno 2009).

Professori a contratto? Un altro crac italiano

Tomaso Montanari. La questione degli insegnamenti a contratto è un nodo centrale per tutti gli atenei, non solo per quello di Firenze: ma il problema vero non riguarda tanto l’ovvio dovere di retribuirli equamente, quanto l’opportunità stessa della loro esistenza. Si può dire che nello sfascio dell’università italiana i contratti hanno avuto un ruolo non dissimile da quello che le carte di credito hanno giocato nella crisi dell’economia americana. Hanno, cioè, permesso alle facoltà di vivere assai al di sopra delle proprie possibilità, moltiplicando indiscriminatamente l’offerta didattica (sedi succursali in luoghi impensabili, corsi di laurea improbabili, master acchiappacitrulli), apparentemente a costo zero. Ma il costo è stato invece altissimo, anche se lo pagheremo con parziali dilazioni.

In primo luogo c’è un problema di qualità dell’insegnamento. Si è creata l’incredibile situazione per cui da una parte la via per diventare professori universitari è sempre più lunga e difficile (oltre che disastrosamente inefficiente e immorale, ma questo è un altro discorso), dall’altro lo stesso, identico lavoro (fatto di corsi, esami, tesi) viene assegnato per anni e anni consecutivi a persone individuate senza la benché minima selezione, per iniziativa di un solo professore di ruolo e sostanzialmente senza ulteriori verifiche. L’inevitabile risultato è che, accanto a numerosi docenti a contratto assai più meritevoli del barone da cui dipendono, esiste una pletora di insegnanti scadenti. Si è, insomma, creata una soluzione per molti versi analoga a quella, anche più scandalosa, dei magistrati onorari.

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Quale Europa per l’Università? Dieci domande di “Salviamo l’Università” ai candidati alle elezioni europee

Un «appello ai candidati, partiti politici, collettivi e cittadini affinché la campagna delle elezioni europee affronti finalmente la questione dell’istruzione superiore e della ricerca. Lontano dalle buone intenzioni e dai luoghi comuni abituali, dieci domande poste ai candidati da “Salviamo l’Università”». Ecco il link al testo integrale con le risposte proposte dal movimento francese.

1 – La concorrenza generalizzata, migliore dell’emulazione accademica?
2 – La precarizzazione, un modo di gestione efficace della ricerca?
3 – Valutare per sanzionare?
4 – Professionalizzazione o formazione?
5 – La classifica di Shangai, vitello d’oro dell’Europa della conoscenza?
6 – L’autonomia, nuovo paradiso accademico?
7 – “Governance”, nuova arte di governare?
8 – Finanziamenti su progetto, pietra filosofale della ricerca moderna?
9 – Semplificazione o moltiplicazione delle strutture burocratiche?
10 – Indebitamento a vita, un avvenire radioso per gli studenti?

Università italiana e francese: sorprendenti analogie anche nei progetti di riforma

Di seguito un articolo di Cesare Segre (Corriere della Sera 25 maggio 2009) sul movimento universitario francese – che si oppone alla riforma di Nicolas Sarkozy e Valérie Pécresse – e sulle analogie con la situazione dell’università italiana.

Se l’università rinuncia alla competenza

Cesare Segre. È probabile che il movimento delle università francesi contro la riforma di Sarkozy e della ministra della Ricerca Pécresse finisca malamente (…) Ma occorrerà meditare a fondo sulle motivazioni di questo movimento, che in generale non sono state intese bene dal pubblico né dai media: non è un movimento solo degli studenti, ma di molti di coloro che sono impegnati nell’università, anche ricercatori, professori, perfino presidenti, cioè rettori, come quello dell’illustre Sorbonne; non è un movimento politico, dato che è nettamente trasversale, ma semmai antigovernativo. E in effetti è stato provocato da decreti del governo. Niente a che fare con il ’68, a cui va subito la nostra memoria.

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Il merito si valuta con un giudizio sui risultati, che non sono numeri ma un prodotto dell’intelligenza

Una riflessione di Cesare Segre (Corriere della Sera, 6 febbraio 2009) sul progetto di legare i finanziamenti alla produttività dei docenti.

Quantità e impact factor non sono criteri per valutare il merito

Cesare Segre. Uno dei gesti più nefasti della contestazione del ’68 e seguenti fu il vilipendio della «meritocrazia». I più non furono convinti, è ovvio, ma rimase un certo scrupolo a esplicitare il rapporto tra una promozione o una nomina e i meriti di chi ne godeva. Ora, a parole, si vuole far dipendere finanziamenti e aumenti di stipendio dalla qualità o produttività dell’opera prestata da una persona o gruppo di persone. E si tende a definire dei criteri «oggettivi» per valutare i meriti. Facciamo una breve rassegna delle idee che si affermano, ormai quasi dappertutto, esemplificando sul settore dell’Università e della ricerca.
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«È una tragedia nazionale che non ci sia una sola università italiana nei primi posti delle classifiche internazionali»

A conclusione del suo incarico di ambasciatore USA in Italia durato 41 mesi, Ronald Spogli, finanziere e professore universitario californiano di origini italo-americane (un nonno era di Gubbio) ha rivolto ad alcuni giornalisti un saluto di commiato esponendo alcune considerazioni sulle sfide che a suo parere attendono l’Italia. Di seguito si riportano le sue riflessioni sull’università.

Ronald Spogli. «È una tragedia nazionale, direi imbarazzante, che non ci sia una sola università italiana nei primi posti delle classifiche internazionali. (…) Nei miei incontri con gli studenti ho percepito un profondo pessimismo sul futuro. Non sono sicuri che la laurea li aiuterà a trovare un buon lavoro e spesso ho avuto la sensazione che vedano il loro futuro non in Italia, ma altrove. Il vostro Paese può contare su giovani di grande talento. Perderli sarebbe un vero peccato. (…) Perché, allora, non si scelgono tre università — una del Sud, una del Nord e una del Centro — e gli si concedono uno status speciale e incentivi mirati (…) per portare in dieci anni queste università ai primi posti delle graduatorie mondiali? (…) Mi sono chiesto come mai gli italiani non reagiscano nel vedere costantemente il proprio Paese agli ultimi posti delle classifiche sulla competitività mondiale. L’Italia non può mantenere lo status di potenza economica se i suoi risultati rimangono così bassi. Non voglio certo dire che un paese debba dipendere ciecamente da queste analisi economiche, ma esiste uno stretto legame tra i dati positivi di queste valutazioni e le economie che vanno meglio. (…) Tutti conosciamo i problemi: una burocrazia pesante, un mercato del lavoro rigido, la criminalità organizzata, la corruzione, la lentezza della giustizia, la mancanza di meritocrazia e un sistema di istruzione che non risponde ai bisogni del ventunesimo secolo. (…)»

Un docente anticonformista che ha curato lo sviluppo del senso critico e della responsabilità degli studenti

Il Prof. Antonio Viti con alcuni studenti di Medicina e Chirurgia

Il Prof. Antonio Viti con alcuni studenti di Medicina e Chirurgia

Il 27 gennaio 2009, la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Siena ha ricordato, con le parole del Preside Alberto Auteri, la scomparsa del prof. Antonio Viti.

È molto difficile ricordare un Collega scomparso senza cadere nella retorica dei sentimenti ma questo deve essere evitato, soprattutto parlando di Antonio Viti, che ha sempre vissuto lontano da ogni conformismo.

Molti di noi non dimenticheranno Antonio Viti. Un carattere schivo ma un uomo generoso, amatissimo dagli amici e sopratutto da generazioni di studenti.

Ha avuto la capacità di trasmettere il vero significato della figura del docente universitario; una sintesi di risorse culturali, morali e spirituali.

Come succede alle persone di talento ha teorizzato, con anni di anticipo, la necessità di riformare il modo di fare didattica nell’Università. Aveva capito che la crescita continua della conoscenza stava rendendo instabile ogni sapere. Questa provvisorietà richiedeva che il docente curasse soprattutto lo sviluppo del senso critico e della responsabilità, rinunciando ad affollare lo studente con nozioni destinate a cambiare.

Non sempre è stato capito, perché non sempre l’Università è riuscita a guardare oltre le proprie tradizioni e consuetudini. Probabilmente questo e la sua lunga malattia hanno contribuito al senso di solitudine che ha caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.

I nostri sentimenti di profondo cordoglio sono per i suoi cari, la moglie e le figlie.

Un paese di baroni o di bari?

paesedibaroni.jpgUn nuovo libro sul malcostume accademico: Chiarelettere editore, Milano 2009, € 14,60.
Sommario. Prima parte (Un sistema «mafioso»): Gli infiltrati tra i baroni. La grande truffa dei concorsi. Parentopoli d’Italia. Seconda parte (I poteri che contano): La massoneria in cattedra. Mafia e ‘ndrangheta alla conquista di Messina. Poteri trasversali. Baroni virtuali. Terza parte (La politica): Le consulenze. I baroni del Mediterraneo. Un esercito di primari. La facoltà dei figli di papà. Epilogo (La rivolta): Il coraggio di testimoniare. Il Masaniello di Modena. L’architetto che voleva diventare associato. Quirino Paris, profeta in patria. L’indovino. Il capopopolo figlio del preside.

Davide Carlucci e Antonio Castaldo. Questo libro racconta l’università dei privilegi e anche l’università di chi lavora seriamente tutti i giorni e per pochi soldi. Le storie e le testimonianze di chi si è ribellato contro i concorsi truccati rivelano un sistema fortissimo, basato molto sull’obbedienza e molto meno sul merito: esistono delle vere e proprie gerarchie nazionali per ogni disciplina, chi occupa il vertice comanda su tutti. Il libro è dedicato ai tanti «ribelli» che in questi ultimi anni hanno denunciato abusi, hanno aperto blog e siti internet contro il malcostume accademico, e hanno scritto, spesso firmando con nome e cognome, ai quotidiani nazionali. E ai tantissimi professori e ricercatori onesti. Perché non perdano la speranza. Per non darla vinta ai baroni, e per non essere costretti un domani a comportarsi come loro. Grazie a essi l’Italia risulta ai primissimi posti di una speciale classifica di merito stilata dalla rivista «Nature» nel 2004, e calcolata in base alla proporzione tra investimenti ricevuti e qualità delle pubblicazioni sulle principali riviste di ricerca internazionali. Come dire: nonostante i pochi soldi, i concorsi truccati, la corruzione e molto altro, i ricercatori italiani ottengono risultati eccezionali. Incredibile ma vero.