La dispersione scolastica di chi non si è potuto né iscrivere né mantenere all’Università

corrsiena5sett2016

«La percezione che si ha di Siena è quella della terra degli impuniti»

Francesco Ricci

Francesco Ricci

L’innocente Siena (da: Sienanews, 20 luglio 2016)

Francesco Ricci. Certe assoluzioni possono sorprendere, ma non turbare. La storia del nostro Paese è piena di ribaltamenti della sentenza nel passaggio da un grado di giudizio all’altro. D’altra parte, anche certe condanne sono in grado di suscitare stupore nell’opinione pubblica, senza, però, indignarla.

Amministrare la giustizia, amministrarla bene intendo, è cosa maledettamente difficile – tutti ce ne rendiamo conto – complice anche lo squilibrio, di recente lamentato dal presidente del tribunale del Riesame di Reggio Calabria, tra il numero dei giudici e quello dei pm in servizio nelle procure: per ogni toga che conduce inchieste sono solamente due quelle impegnate nel giudizio. E questa è solamente una delle anomalie e delle disfunzioni del nostro sistema giudiziario. In materia di processi, però, la situazione che si è creata a Siena nel corso degli ultimi anni diverge da quella del resto del Paese. Conseguentemente, anche lo stato d’animo, almeno nelle persone oneste, all’indomani di certe sentenze, non è di semplice sorpresa o stupore, bensì è ispirato al turbamento e allo sdegno.

Perché dinanzi a vicende drammatiche (Banca, Università, Fallimento Mens Sana), che hanno messo in ginocchio la città e reso opaca la sua immagine nel resto d’Italia – ritorno da un viaggio in Liguria e posso confermare che la percezione che si ha di Siena è quella della terra degli impuniti – a tutt’oggi nessuno è stato condannato. Delle due l’una: o le indagini della Procura hanno imboccato sin da subito una strada sbagliata o progressivamente hanno smarrito la via giusta, finendo così col perdersi in un vicolo cieco. “Tertium non datur”, a meno che non si voglia credere che un fiume di denaro sia sparito sotto terra, novella Diana, “motu proprio” e che quindi non ci sia nessuno chiamato a rispondere e, soprattutto, a pagare.

Sia chiaro, non si desidera un innocente in galera, non si pretendono forche e cappi a tutti i costi. Ma i conti non tornano, non tornano affatto, non tornano mai, e dove i conti non tornano mai anche una parola bellissima, come “verità”, non significa più niente. C’è stato un tempo nel quale vivere a Siena era motivo di orgoglio.

«L’Educazione, la vera educazione, nulla ha da spartire con il radioso evento» organizzato dall’Università di Siena

Francesco Ricci

Francesco Ricci

La scuola superiore uccisa dall’Università (Da: Corriere di Siena, 12 marzo 2016)

Francesco Ricci. Hanno unito le forze l’Università di Siena, il Comune, la Fondazione Monte dei Paschi, Campus Orienta, Class Editori. Hanno unito le forze e hanno organizzato il 1° Summit nazionale dell’education, tre giorni dedicati all’istruzione, alla conoscenza, al lavoro, scanditi da convegni, dibattiti, workshop, testimonianze dirette, e rivolti a docenti, studenti (in particolare delle classi quarte e quinte), famiglie, esperti del settore.

Non so quanto sia costata questa manifestazione, ma quello che so è che anche un solo centesimo speso sarebbe (è) troppo. Già trovo fastidioso il ricorrere, quando non ce n’è affatto bisogno, all’uso di parole inglesi, come “Summit” e, soprattutto, come “Education”. “Educazione”, infatti, ovviamente per chi ne conosce l’etimologia, è parola stupenda e semanticamente ricca. Eppure si preferisce il termine “Education”, che ricorre, insieme a “Innovation”, e accanto a “Orientamento” e “Vivere e Studiare a Siena”, anche nel depliant informativo. Evidentemente la lingua italiana è avvertita essere vecchia, stantia, logora. La si può continuare a impiegare (e tollerare) soltanto a patto di rivitalizzarla, attraverso il ricorso a forestierismi e a termini che celebrano ciò che ci sta davanti, non ciò che ci è ormai alle spalle: non a caso, tra le occorrenze più significative registriamo “nuovo”, “innovazione”, “novità”. Peccato che l’Educazione, la vera educazione, quella che con parola tedesca siamo soliti chiamare “Bildung” – in questo caso, è bene ricordarlo, non esiste un perfetto corrispettivo nella lingua italiana – nulla ha da spartire con questo radioso evento, che già pare diffondere la sua luce sul resto del Bel Paese. L’ultima delle preoccupazioni infatti della “Buona Scuola”, di cui questo Summit è al contempo emanazione e imbarazzante riflesso, è la formazione integrale della persona umana. Altrimenti non si capirebbe la scelta esiziale di prevedere l’alternanza Scuola/Lavoro anche per i Licei e di incrementare di anno in anno le ore destinate all’Orientamento universitario, alternanza e Orientamento che, ovviamente, sono al centro di questa tre giorni.

Non solo. A ciò si aggiunga, il fatto che molti test di ammissione alle Facoltà vengono affrontati dagli studenti quando ancora frequentano l’ultimo anno di studi superiori: io, ad esempio, ho in classe alunni che già sanno che dal prossimo settembre saranno alla Bocconi di Milano. Le probabilità che vengano respinti all’esame di Stato va da sé che sono bassissime, ma quello che conta è il ruolo del tutto subalterno – direi ancillare che, neppure troppo celatamente, viene in questo modo riconosciuto alla scuola secondaria di secondo grado. Così facendo si fa del Liceo non più l’occasione, come era ancora ai miei tempo, classe ’65, per incontrare autori e testi che permettano a ciascuno “di rispondere meglio alla propria vocazione di uomo” (Tzvetan Todorov), bensì il ponte che occorre attraversare, di fretta e con fastidio, per inoltrarci nei territori del lavoro e della professione. Dove, ovviamente, i nostri giovani godranno sempre di minori tutele, ma sapranno recriminare in un buon inglese.