Quirinale: elezioni o nomination?

Amato_dalemaL’ombra lunga di Siena si proietta comunque sul Colle. Perché? Perché protagonisti di questa battaglia sono Amato e D’Alema. Amato è da sempre legato al territorio senese, dove è stato più volte eletto. D’Alema per i suoi rapporti col Monte dei Paschi.
Aldo Ferrara. “L’ingorgo istituzionale”, determinato dalle elezioni degli organismi parlamentari, del nuovo inquilino del Quirinale, con la successiva nomina del governo, può diventare un tritacarne ed avviare quel processo di disgregazione che è nelle cose, ovvero diventare momento iniziale di riassetto, in un senso od in un altro. Comunque vadano gli avvenimenti, la sinistra italiana non sembra liberarsi da quel complesso di problemi, d’irrisolte questioni interne, che la porta ad un percorso tendenzialmente autofagico.
In una dinamica di veti e personaggi contrapposti, molti dei quali passano per il toto-Quirinale, restano due punti fermi: il primo, indiscutibile, è Bertinotti nella sua nuova figura istituzionale. Ha dato già ottima prova dimostrando saggezza politica e soprattutto che si può fare politica anche dalla terza carica dello stato. L’esplorazione rapidissima, affidatagli dal Capo dello Stato, per la verifica se fosse più opportuno dare l’incarico per il nuovo governo subito o dopo il rinnovo del Quirinale, con la conseguente scelta di convocare in anticipo le Camere, indica a sua volta due cose: primo che Ciampi aveva già deciso di non ricandidarsi e secondo che lo scontro per il Quirinale può essere foriero di nuovi cambiamenti sul governo stesso. Sia sulla composizione del governo sia sulla sua guida.
Il secondo punto fermo è l’accoppiata D’Alema-Amato. Non si scontreranno mai il Presidente ed il Vice-Presidente della Fondazione Italiani Europei che è ben più di una onlus (né, in questa fase, si scontreranno mai il potere politico, espressivo della sinistra attuale con il potere consolidato di banche ed industria). Dunque non di contrapposizione ma di giustapposizione (per altro opportunamente) si tratta, tra Quirinale e Governo.

Chi nei prossimi giorni salirà al Quirinale si troverà poi subito, sulla scorta dei poteri conferiti dalla Costituzione, ad affidare il governo del paese a Prodi, certo. Ma per quanto tempo? Dipende dalla capacità di tenuta del Professore, che resta il “piano A” del centrosinistra in bilico al Senato e nel Paese. Scenario possibile del “piano B”, sarebbe un dopo-Prodi per Amato con D’Alema al Quirinale. O viceversa: in quest’avverbio sta il succo del passaggio politico attuale per la sinistra storica in Italia, passaggio fondato sulla fungibilità dell’ex-comunista con quella dell’ex-socialista. E’ la regola aurea per due figure che da tempo hanno deciso di tentare il traghettamento verso un Partito Democratico nel quale essi possano decidere le sorti.
Si ritorna, bene o male, agli anni Novanta quando tra i DS e Rifondazione si aprì un varco, mai colmato dal PdCI di Cossutta, un varco tra le due sinistre, di governo una e di lotta l’altra? Stavolta lo scenario è diverso. L’arrivo nelle istituzioni rende il Partito della Rifondazione Comunista meno suscettibile di sviluppi sul versante della sinistra radicale e più disponibile invece a occupare gli spazi della sinistra storica, sempre e comunque, ma senza tuttavia acquisirne il ruolo ai fini del costituendo Partito Democratico. Si tratta di uno sviluppo che, a sua volta, presenta vantaggi e svantaggi. Il vantaggio potrebb’essere quello di limitare la frammentazione politica, l’atomizzazione che rende l’Unione schiava di componenti piccole ma determinanti. Si rafforzerebbe così il modello bipolare, in modo meno imperfetto, pur rendendo sempre più insoddisfatta la componente socialista-riformista della sinistra italiana. E tuttavia, finché i socialisti-riformisti si disperderanno con presenza trasversale in molti dei piccoli o grandi schieramenti, dai DS alla Rosa nel Pugno alla stessa Rifondazione, essi rimarranno condannati all’esclusione da ogni processo decisionale di rilievo e da ogni ruolo efficace.
Fuori dal gioco resta anche la componente radicale della sinistra, virtualmente esclusa e relegata al margine, nell’estremismo politico, malgrado gli apparenti richiami e inglobamenti parcellari di Rifondazione. Restano fuori anche la società civile, i movimenti, i girotondi, non certo incapaci di inserirsi in questo complesso articolato panorama, ma non controllabili dall’apparato dei partiti e quindi ostracizzati. Ebbero una funzione di frusta nel 2001 quando il centrosinistra venne massacrato. Ora però la politica ritorna ai politici. E i sentori di questo corso stanno nei commenti sul dopo-Ciampi, che è un po’ anche un “dopo-tecnici”. La politica ritorna dunque nelle mani delle oligarchie decretando l’epilogo della seconda repubblica? Ci sembra proprio di sì, stando almeno al focus-on, all’immagine che va focalizzandosi a sinistra.
Basterà questo alla sinistra per compiere un salto di qualità? Probabilmente no, perché le contraddizioni restano. E manca in tutta questa evoluzione la consacrazione dei valori del socialismo: lavoro, solidarietà, difesa dei diritti negati e delle minoranze sociali emarginate. Manca in tutto questo il riferimento alla questione morale, che avrebbe dovuto divenire la bandiera dei neo-marxisti e affidata invece, seppur pro tempore, ad un Di Pietro che uomo di sinistra non è. Manca in tutto questo il richiamo popolare, un richiamo forte al coinvolgimento democratico delle cittadine e dei cittadini, alla loro determinante presenza attiva.
Tutti questi elementi ci ricordano quanto immensamente grande rimanga la distanza tra una politica, con la “p” molto minuscola, e il paese dei lavoratori.

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