Per la rinascita dell’ateneo senese è necessario eleggere persone adeguate alla crisi e alla sfida

L’elezione del Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Siena avverrà nei giorni 14, 21 e 28 maggio per il triennio 2009-2012. Pubblichiamo di seguito il programma di Alessandro Rossi, professore ordinario di Neurologia. Attendiamo i programmi degli altri candidati.

PER IL FUTURO GOVERNO DELLA FACOLTÁ DI MEDICINA

Non ci sono confini che dividono la città di Siena dalla sua Facoltà di Medicina: un legame che dura da 770 anni.
Il 26 dicembre 1240 il Podestà di Siena firmava un decreto per sostenere lo Studio Senese del quale faceva già parte la Scuola Medica. Essa avrebbe acquisito in pochi anni prestigio e fama notevoli anche grazie ai provvedimenti delle autorità cittadine che stanziavano risorse e sancivano protezione e garanzie per tutti coloro che studiavano a Siena. Infine nel 1892 una straordinaria mobilitazione dei cittadini senesi e di tutte le istituzioni locali, con sciopero generale degli esercizi commerciali, manifestazioni e moti popolari nelle strade e nelle piazze, impedirono al governo centrale di decretare la chiusura della Scuola di Medicina senese e con essa dell’intero Ateneo.
(Fonte: Archivio storico Università degli studi di Siena)

Cinque punti per declinare cambiamento, innovazione e condivisione.

1. OBIETTIVO: la Facoltà di Medicina deve avere un compito da realizzare e non una sopravvivenza da gestire.
Mantenendo fermo il proprio obiettivo primario – cioè la comprensione della biologia umana e l’utilizzazione delle conoscenze che da essa derivano per prevedere, prevenire e trattare la malattia – la Facoltà di Medicina deve poter affermare il proprio ruolo centrale nella tutela della salute, nel sistema formativo e nel tessuto produttivo. Deve cioè assumere la piena consapevolezza e la responsabilità di essere il mediatore unico tra il mondo della ricerca, della formazione e quello della pratica clinica. Per realizzare questo obiettivo non possono essere utilizzate pratiche adattative, come è dimostrato dalla sostanziale inefficacia dei reiterati atti normativi e regolamentari succedutisi nel tempo. Occorre un impegno nell’innovazione dei valori e dell’identità ed un ripensamento sulle modalità del proprio agire.

 2. INNOVAZIONE: ricerca biomedica nel terzo millennio.
Per entrare in piena sintonia con tutte le dinamiche della innovazione occorre una rinnovata alleanza tra scienziati di base e ricercatori clinici. La ricerca scientifica è ormai un processo collettivo che sta progressivamente riducendo gli spazi al modello individuale tradizionale. È infatti il modello collettivo che può garantire l’ingresso della Facoltà medica in settori di sviluppo che estendono le attività oltre i tradizionali ambiti, tipologie e strumenti della ricerca biomedica. I temi del rinnovamento passano dallo sviluppo di una tipologia di ricerca sostanzialmente applicativa, a rapida ricaduta e capace di declinare in quesiti di ricerca i problemi di salute, di contesto e di sistema. Ma ciò deve avvenire con la consapevolezza dell’insostituibile ruolo che la ricerca clinica tradizionale e la ricerca di base non finalizzata svolgono in una società della conoscenza come la nostra. La ricerca per soluzioni a problemi non può sostituirsi, né essere confusa, con la ricerca delle conoscenze fondamentali. È compito della Facoltà e responsabilità del corpo docente recepire e valorizzare la loro diversità e saperla tradurre in contenuto pedagogico per assicurare la formazione di competenze spendibili in tutti gli ambiti della scienza biomedica e delle professioni sanitarie.

3. FORMAZIONE: modello formativo ed etica professionale per una sanità moderna.
L’impegno istituzionale della Facoltà di Medicina nella ricerca scientifica viene globalmente trasferito nel progetto formativo ed è questo processo che assicura la qualità scientifica della sua didattica. Ma il sapere scientifico non è un sapere stabile, né è stabile il contesto socio-politico e culturale in cui si realizza l’integrazione tra ricerca, formazione ed assistenza. Questa doppia instabilità richiede un costante sforzo di adattamento delle modalità con cui il sapere medico viene trasferito. È questo rapporto dinamico tra conoscenza, formazione ed educazione professionale che caratterizza e qualifica l’ambiente culturale universitario di una Facoltà medica, differenziandolo profondamente dalle Scuole superiori, dalle Aziende di formazione professionale, dai Centri di ricerca e dalle Aziende di assistenza. Inoltre, in passato tutte le attività convergevano in un solo prodotto: la formazione del medico. L’odierna espansione dell’offerta didattica ha differenziato i prodotti (le molteplici professioni dell’area sanitaria) imponendo l’adozione di metodi pedagogici altrettanto differenziati. Per fare ciò è necessario definire meglio: a) le caratteristiche del prodotto che ogni corso deve fornire in rapporto a richieste e bisogni; b) gli strumenti per assicurare qualità del processo formativo; c) i mezzi per la verifica e controllo del processo e del prodotto; d) gli incentivi per incoraggiare i docenti ad aderire al concetto di miglioramento continuo della qualità.

4. SANITÁ: una comunità accademica capace di disegnare un patto paritario, con fini comuni ma funzioni diverse, fra la Facoltà di Medicina e Sanità.
La Facoltà continua a dibattersi tra le esigenze, apparentemente divergenti, dell’Accademia e della Sanità; cioè tra il suo tradizionale ruolo culturale-scientifico e quello sanitario-assistenziale. In realtà, in una Facoltà professionalizzante come quella di Medicina, il legame con il mondo della Sanità è stato da sempre obbligatorio e pressoché totalizzante. Questo legame, che sino ad un passato recente si basava sui valori tradizionali dell’agire accademico, deve essere oggi ripensato. La socializzazione della medicina ha esteso alla salute i diritti fondamentali della persona umana ed ha cambiato il tradizionale rapporto fra Società e Facoltà Medica. Questo impone una progressiva riconfigurazione dei modelli assistenziali e gestionali capaci di integrare qualità tecnico-scientifica, sostenibilità economica ed etica professionale. Educare alla cultura dei processi ed alla valutazione dei risultati in ambito clinico per ottenere uno stabile ed equilibrato rapporto tra Facoltà ed Azienda, senza il quale il peso ed il valore della ricerca e della didattica sulla qualità dei servizi erogati rischia di rimanere sottostimato. Un rapporto paritario che consenta la soluzione di aspetti rilevanti quali: a) il ruolo della Facoltà medica nel contesto della Sanità; b) la posizione del personale universitario in termini di stato giuridico, di ruolo operativo oltre che di livello remunerativo; c) la gerarchizzazione ospedaliera dei docenti.

5. GOVERNO: una Facoltà isolata perde i suoi punti di riferimento ed inevitabilmente diventa un sistema auto-referenziale.
Armonizzare gli interessi professionali dello scienziato e del medico con i bisogni della società richiede una disciplina ed una cultura della condivisione. Quindi, una linea di governo condotta con coerenza e serietà istituzionale, lealtà ed equità nei comportamenti, negli indirizzi e nelle scelte. In altri termini un governo in continuità con le radici culturali, i valori civili, umani ed etici consegnatici dalla tradizione accademica. Il futuro governo dovrà assumere un forte impegno con le altre Facoltà mediche della regione Toscana per una adeguata armonizzazione dei modelli pedagogici, dell’offerta formativa e delle iniziative a più alto valore scientifico e tecnologico. Un governo capace di creare un forte tessuto di relazioni con la città, il territorio, l’area vasta, le cui risorse materiali e culturali possono offrire opportunità e futuro alle attuali e prossime generazioni.

Altri interventi:
Alessandro Rossi: “La Facoltà, tra Accademia e Sanità” (Corriere di Siena, 1 aprile 2009).

21 Risposte

  1. Alessandro Rossi alla Presidenza della Facoltà Medica per la rinascita della speranza ed il ripristino della legalità nella Università degli Studi di Siena.

  2. Prosegua la guerra di liberazione dalla cricca oligarchica che ha da decenni usurpato i poteri, pocciando aurei stipendi e mazzette dalla banda plutocratica massonico-mafiosa nei posti di comando dell’economia cittadina. Dirà qualcosa Le mani sulla città di Ascheri jr.? Speriamo.

    «Mai vera amicizia nacque dall’aureo metallo»
    (Shakespeare, “Il mercante di Venezia”).
    L’altro Bardo

  3. 1. OBIETTIVO: la Facoltà di Medicina deve avere un compito da realizzare e non una sopravvivenza da gestire.

    Direi che questo è un obiettivo per tutto l’ateneo (o forse tutta l’università italiana). In effetti, mi pare che una conseguenza delle vicende locali, nazionali (non ultima la riorganizzazione dei corsi di laurea pilotata dall’alto con criteri iperburocratici, a mio avviso, culturalmente e scientificamente discutibili) e globali, sia il diffondersi della parola d’ordine “si salvi chi può” e un conseguente rinchiudersi nel proprio “particulare”, barricandosi nel proprio istituto in attesa di conquistare l’agognata pensione, visto che a questi lumi di luna, di “progetti” che accendano gli entusiasmi non è facile parlare.

  4. Ora occorrerebbe aprire un discorso sulle privatizzazioni. Mi pare che il governo era intenzionato a ciò, dato il buco e i buchi causati quantomeno da una gestione scellerata delle risorse – tanto i governi amici erogavano alla “Banda del Buco” e gli studenti erano spremuti dalle tasse… H2O Acqua in bocca… mi posta un sito: Berlusconi, nella logica del capitalismo più scellerato, sta privatizzando l’acqua. Chi non “assolve” si vedrà i vigilantes e i carabinieri a staccare i contatori, come nell’Ottocento. Saremo, forse, manganellati per sete. Certo, Prodi non sarebbe stato da meno (meno doloroso all’inizio, essendo più “dalla parte del popolo” e meno “populista”). E sull’università? Fine del “pubblico”?
    È…la democrazia, baby!
    Il Bardo basito

    P.S. Sembra che contro il golpe di Berlusconi sull’acqua, col beneplacito delle “opposizioni”, si sia levata la sola voce di padre Alex Zanotelli di cui conosco l’impegno e i libri. Abbiamo sete di cultura
    ma non lasciateci morire di sete!
    Il Bardo rompicoglioni (secondo la nomèa che mi dette un “giornalista” oriundo)

    2° P.S. Vorrei anche ringraziare alcuni “colleghi” storici senza l’appoggio dei quali la mia opera storica risulterebbe non emendata nelle forme dovute (accademiche). E senza il loro appoggio… non vedrei la luce se non a stento. Tengo a sottolineare come questi siano stati sbeffeggiati ed emarginati – mica quelli invece che negan l’evidenza e il bu’o!-. Ora mi chiedo: ha senso il settarismo e la faziosità che allignano al dipartimento di storia e a lettere e filosofia? Va bene piazzare gli amici e gonfiare i vari galletti e ochette, ma qui si esagera! Prima del risanamento economico bisognerebbe pensare seriamente a un risanamento morale e culturale. Ma ho l’impressione che sinché qualcuno non scolla il deretano dalla cattedra tutto resterà gattopardianamente nelle istesse misere condizioni. Comunque consto che non tutti gli storici sono settarii o apologisti di bassa lega! Certo, mica siamo all’inquadramento di regime (non ancora).
    Storico bardo

  5. Domande ai candidati del Prof. Giuseppe Battista:
    « …una buona parte dell’elettorato attivo gradirebbe una maggiore chiarezza sui due punti più “scabrosi”:
    1) riequilibrio progressivo delle risorse di personale (ospedaliero e universitario) e degli spazi-lavoro;
    2) partecipazione esplicita alla formazione delle decisioni di facoltà e ai rapporti con l’esterno garantita alle varie “aree” di interesse (area medica, chirurgica, delle classi dei servizi) attraverso ipotesi di “Giunta” o di “gruppi di lavoro”, permanenti.»

    Il candidato Rossi risponde alle domande del Prof. Battista

    1) IL PROBLEMA DEL «RIEQUILIBRIO PROGRESSIVO DELLE RISORSE DI PERSONALE E DEGLI SPAZI» (Prof. G. Battista)

    Qualsiasi realistica ipotesi di intervento non può prescindere da alcune premesse.

    L’attuale dissesto economico del nostro Ateneo si somma agli effetti del DL 2008 n. 112 che prevede la progressiva riduzione del fondo di finanziamento ordinario alle Università sino al 7% nel 2013. Ciò produrrà come conseguenza inevitabile anche una riduzione dei contributi studenteschi che non possono superare il 20% del fondo conferito all’Università. Così la riduzione della dotazione, la riduzione del gettito delle tasse e l’aumento dei costi, potrebbero comportare una perdita del 30% delle risorse disponibili entro i prossimi cinque anni. Questa riduzione di risorse non inciderà sulla costituzione giuridica dell’Università (cristallizzata nella Costituzione) ma produrrà certamente effetti negativi sul reclutamento e sulle progressioni di carriera. D’altra parte, reclutamento e progressioni di carriera sono già penalizzati dall’attuale turnover. Infatti, dato che gli stipendi assorbono quasi tutto il fondo di finanziamento che lo Stato affida ogni anno all’Università, per liberare le risorse necessarie per le sue missioni fondamentali vale ora la regola che per assumere due persone, a qualsiasi livello o ruolo, ne debbono essere uscite dieci.

    Dallo stato sopra descritto, per realizzare il necessario piano di “riequilibrio progressivo del personale” la Facoltà di medicina deve poter contare su risorse aggiuntive ottenibili a breve-medio termine. Queste possono derivare da azioni condotte a tre livelli. 1) LIVELLO REGIONALE: adesione al Sistema Regionale Universitario che può realisticamente consentire l’accesso a risorse alle quali nessuna Facoltà può singolarmente accedere. 2) LIVELLO DI ATENEO: ridefinizione degli attuali, penalizzanti, parametri di assegnazione dei punti-organico alla nostra Facoltà da parte dell’Amministrazione. 3) LIVELLO DI FACOLTÀ: gestione delle risorse disponibili secondo un progetto complessivo e non una visione parziale o soggettiva.
    Ciascuno di questi punti sarà oggetto di competenze attribuite a specifiche Commissioni (vedi oltre).

    Circa il problema “spazi-lavoro”, per evitare risposte o proposte demagogiche è necessaria una complessiva ricognizione; un compito questo che dovrà essere affidato ad una sottocommissione (vedi oltre).

    2) IL PROBLEMA DELLA «PARTECIPAZIONE ESPLICITA ALLA FORMAZIONE DELLE DECISIONI DI FACOLTÀ AI RAPPORTI CON L’ESTERNO GARANTITA ALLE VARIE “AREE” DI INTERESSE (AREA MEDICA, CHIRURGICA, DELLE CLASSI DEI SERVIZI) ATTRAVERSO IPOTESI DI “GIUNTA” O DI “GRUPPI DI LAVORO”, PERMANENTI» (Prof. G. Battista).

    Il modello organizzativo della presidenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia è basato su due organi: 1) Ufficio di Presidenza, 2) Collegio di Presidenza.
    1. Ufficio di Presidenza. Svolge le seguenti funzioni:
    Supporto amministrativo delle attività istituzionali degli Organi Collegiali della Facoltà
    Coordinamento informazioni attività didattiche
    Stesura Manifesto degli Studi di Facoltà
    Gestione spazi didattici della Facoltà
    Relazioni esterne con Docenti e Studenti
    Organizzazione manifestazioni culturali

    2. Collegio di Presidenza.
    È composto dal Preside, vice-Preside e dai Delegati.

    Il Collegio di Presidenza è equiparato a tutti gli effetti alle Commissioni permanenti.
    I Compiti e le attribuzioni del Collegio di Presidenza e delle Commissioni nonché le rispettive modalità di funzionamento sono disciplinate da apposito regolamento.

    I Delegati sono scelti tra i componenti del Consiglio di Facoltà: tra il personale docente (ricercatori, professori associati, professori ordinari) per le Commissioni I, II, III, IV, V e tra i rappresentanti degli studenti per la Commissione VI.

    I. Delega alla presidenza della Commissione per la Ricerca Scientifica
    II. Delega alla presidenza della Commissione per la Didattica
    III. Delega alla presidenza della Commissione per la Programmazione e lo Sviluppo
    IV. Delega alla presidenza della Commissione per la Sanità e l’Innovazione in Medicina
    V. Delega alla presidenza della Commissione per i rapporti con gli altri Enti ed Istituzioni
    VI. Delega alla presidenza dell’Osservatorio per i Servizi agli Studenti

    COMPOSIZIONE DELLE COMMISSIONI. Ciascun Delegato propone la composizione (numero massimo di sette membri) delle Commissioni che viene quindi sottoposta a ratifica del Consiglio di Facoltà. La composizione dell’Osservatorio per i Servizi agli Studenti, interamente composto da Studenti, dovrà garantire la rappresentanza di tutti i corsi di laurea afferenti alla Facoltà; in questo caso il numero dei componenti non potrà essere inferiore al numero dei Corsi di Studio. Ciascuna Commissione, una volta insediatasi nomina un vice-Presidente con funzioni di vicario.

    COMPETENZE DELLE COMMISSIONI. L’attribuzione delle specifiche competenze è affidata a ciascuna Commissione dal Collegio di Presidenza. Specifiche funzioni possono essere affidate dal Presidente a sottocommissioni.

    POTERI DELLE COMMISSIONI. Le Commissioni sono organi consultivi a carattere permanente ed hanno poteri propositivi nei confronti del Consiglio di Facoltà nell’ambito delle competenze loro attribuite.

    Ringrazio il Prof. Battista per aver sollecitato l’esercizio del confronto.

    Alessandro Rossi

  6. Ciao Battista, ti saluta il Bardo! E bene il confronto. Adesso adesso ho incontrato un capo degli ideologi di Lettere. Rapporti buoni, formali, mio ex professore di cui contesto solo un certo desueto niccianismo. Ma perché anche lui non si stacca dalla cricca e perché magari non fa confronti à la Battista!?
    E mi fermo qui, corro a comprare il libro dell’Ascheri.

    È lo spirito che fa ricco il corpo (Shakespeare)

  7. Domanda ai candidati di Stefano Bisi (Corriere di Siena).
    «Gentili professori, candidati a preside della facoltà di Medicina, in questi giorni il Corriere di Siena si sta occupando di un bando di gara dell’Estav relativo alla produzione di un filmato sull’umanizzazione dell’accoglienza nei pronto soccorso della Toscana. Mi piacerebbe conoscere il vostro pensiero, di aspiranti presidi di Medicina, sull’argomento.»

    Risposta del candidato Alessandro Rossi.
    «La prima questione è se tale iniziativa sia o no una “violazione” del mandato statutario dell’Estav. La sanità è un’organizzazione i cui obiettivi consistono – a partire dalla disponibilità di capitali, risorse umane e materiali – nella produzione di risultati di salute per la persona attraverso l’utilizzo di servizi. L’Estav (Ente Servizi Tecnico-Amministrativi di Area Vasta) esercita una funzione di servizio per il Sistema Sanitario Regionale (approvvigionamento centralizzato di beni e servizi) e come tale, secondo il dettato sopracitato, il proprio obiettivo è quello di contribuire alla produzione di salute. La domanda è quindi se un filmato sull’umanizzazione dell’accoglienza del pronto soccorso sia efficace nel produrre salute. Benché il concetto di salute si estenda oltre il concetto di assenza di malattia, l’iniziativa dell’Estav sembra comunque poco coerente con la finalità sopraespressa ed in prima approssimazione si connota come un’azione di fidelizzazione. Se così, appare perlomeno impropria per il sistema sanitario. Le Aziende Ospedaliere non possono e non devono essere, infatti, considerate suscettibili alle stesse logiche, teorie, strategie e competenze che sono valide in altri settori economici o aziendali. Per esempio, per chiunque è chiara la differenza tra un’Azienda Sanitaria ed un’Azienda Telefonica e non vi sono dubbi che, per questa ultima, la fidelizzazione del cliente risponda ad una legittima e comprensibile strategia aziendale. Forzando il concetto si potrebbe quindi persino ipotizzare, ironicamente, che la fidelizzazione ad un’Azienda Sanitaria è una forma di “istigazione alla malattia”.
    Il secondo aspetto riguarda l’etica dell’allocazione delle risorse in sanità. Il nostro Servizio Sanitario è pubblico e quindi finanziato dalla fiscalità generale. Ne consegue che ogni iniziativa di ordine medico, tecnico o amministrativo, pone inevitabilmente anche una questione di etica di allocazione od attribuzione delle risorse. Investire mezzo milione di euro per un filmato sull’umanizzazione dell’accoglienza del pronto soccorso, va quindi oltre gli aspetti di opportunità o legittimità ma collide con le ragioni dell’etica che, in sanità, non possano essere sacrificate all’interno delle leggi o delle regole del mercato. C’è una diffusa convinzione che nella programmazione, organizzazione e gestione dei servizi sanitari sia necessario promuove l’etica come elemento centrale su cui fondare il funzionamento dei sistemi sanitari insieme alle risorse ed alle prove di efficienza ed efficacia.
    Una terza questione riguarda alcune approssimazioni contenute nel titolo dell’iniziativa. Il termine “accoglienza” significa in sanità “presa in carico del paziente” con il complesso degli atti medici che il caso richiede. La presa in carico del paziente non necessariamente si esaurisce al Pronto Soccorso ma prosegue nelle strutture di Reparto. L’accoglienza quindi, intesa come presa in carico, è un processo che si esaurisce solo con le dimissioni del paziente. Ne consegue che un filmato sull’accoglienza al pronto soccorso non può essere un indicatore di efficacia ed efficienza di una struttura ospedaliera, come non lo è persino per una struttura alberghiera, la quale potrebbe essere dotata di una hall regale ma avere camere inospitali. La seconda approssimazione contenuta nel titolo dell’iniziativa riguarda il termine “umanizzazione”. Esso contiene un concetto che non può essere affrontato adeguatamente in questa sede (vedi, per esempio, il manifesto per l’umanizzazione della medicina elaborato dal Dipartimento di Psicologia, dell’Università di Bologna). Mi limito qui ad osservare che, benché esista una tendenza della Medicina attuale a proporre soluzioni prevalentemente tecnologiche ai problemi di malattia (e quindi soluzioni considerate talora disumanizzanti) è anche vero, a mio parere, che dietro il termine di umanizzazione della medicina c’è una quota di demagogia e di populismo. C’è anche una malcelata ambizione di restituire un’anacronistica concezione epica alla figura del medico; una connotazione tutoriale che rischia di rilegittimare l’interpretazione tradizionale del paternalismo ippocratico. La medicina ha ormai lanciato una sfida tecnologica ai limiti naturali della vita biologica, sfida alla quale nessuno è più disposto a rinunciare. Sono invece sicuro che molti accettino di rinunciare all’idea di investire mezzo milione di euro per un filmato sull’umanizzazione dell’accoglienza del pronto soccorso.

    Pubblicato sul Corriere di Siena del 29 aprile 2009 con il titolo: “Un filmato non produce salute“.

  8. Il Ricercatore Universitario: una litania di provvedimenti a somma zero

    L’attuale figura di docente del Ricercatore universitario è una ibridazione frutto di dibattiti interminabili da più legislature, senza alcuna risposta concreta ai problemi che sono connessi al disallineamento tra stato giuridico ed effettive funzioni svolte. Sono trascorsi quasi trenta anni dalla istituzione di questa figura, nata con il DPR 382 del 1980. Nelle originali intenzioni i Ricercatori avrebbero dovuto costituire il cardine della ricerca e dell’innovazione ma di fatto fu invece surrettiziamente introdotta una scissione tra ricerca e didattica. Con la Legge 341/1990, iniziava l’inserimento formale dei Ricercatori nella didattica, perfezionato successivamente con la Legge 210/1998 che allargava l’offerta formativa dell’Università introducendo il “3+2”. Nei fatti, la maggioranza dei corsi di laurea istituiti non sarebbe mai stata attivata senza i Ricercatoti “utilizzati” come professori a basso costo, fermo restando che essi, sulla base dell’attuale stato giuridico, potevano anche non accettare l’affidamento di corsi di insegnamento e limitarsi solo alle attività didattiche integrative. Ma ha prevalso il senso di responsabilità dei Ricercatori, non altrettanto quello dei legislatori. Infatti, la Legge 230 del 2005, pur conferendo il titolo di professori aggregati ai Ricercatori che avessero un affidamento di corsi e moduli curriculari, ha lasciato inalterato l’inquadramento e il trattamento giuridico ed economico. La sola via di fuga reale da questa situazione sembrava essere la progressione di carriera; cioè acquisire una idoneità abbandonando questo ruolo. Ma questa speranza si è allontanata con la Legge 133/2008, che ha imposto alle Università una riduzione di oltre un miliardo di euro tra il 2009 e il 2012 del fondo di finanziamento ordinario.

    Cosa fare
    In questo contesto c’è un’ulteriore sperequazione: una discriminazione tra Ricercatori convenzionati con il SSN e quelli non convenzionati. Per i primi, infatti, oltre all’integrazione stipendiale, saranno applicati sette livelli di incarico professionale e quindi la possibilità di una progressione orizzontale che invece è negata ai Ricercatori non convenzionati. In passato c’è stata una condivisibile e reiterata istanza, rimasta sinora inascoltata, di convenzionare tutti i Ricercatori afferenti alla Facoltà di medicina con il SSR anche se non direttamente coinvolti nell’attività assistenziale. Oggi esiste un razionale che rende tale iniziativa coerente con le finalità del Servizio Sanitario, che si chiama brevetto. La recente acquisizione dei brevetti da parte della Regione Toscana (~ 8.000.000,00 di euro) dimostra il suo interesse per la ricerca finalizzata alla diagnosi e/o trattamento delle patologie. Ma senza la ricerca di base e quindi senza i propri Ricercatori, è del tutto illusorio immaginare di poter alimentare ricerche traslazionali con risultati brevettabili. Io credo che il prossimo preside dovrà confrontarsi con la Regione Toscana in merito a tale possibilità e perseguirla. Ciò non esaurisce affatto le problematiche inerenti alla questione dei Ricercatori universitari, sulle quali però ha giurisdizione solo il Governo centrale.

    Cordialmente
    Alessandro Rossi

  9. L’intervento di Rossi, unitamente a quelli sul tema di Stavrogin, dà il destro di fare qualche spigolatura dal disegno di legge “Gelmini” in materia di riorganizzazione del sistema universitario che presso l’Ateneo senese è passato praticamente inosservato perché evidentemente i quarantasette (47) soloni che si occupano di riforma della “gòvernans” ritengono che un disegno di legge dello Stato che pare vada in Parlamento il 19 di maggio sia carta igienica rispetto alle loro cartesiane determinazioni prese nell’ombra e nel riserbo della Sala Consiliare (se fossero stati qualcuno di più le riunioni avrebbero dovuto tenerle allo stadio e addio riserbo). La dimostrazione di quanto vo dicendo è che Rossi (un candidato alla Presidenza di Medicina) sembra non saperne niente.
    Dunque nel suddetto disegno di legge viene previsto uno snellimento non indifferente degli organi di governo visto che il Senato non può superare in nessun caso i 35 membri e del Senato devono fare parte i direttori delle “scuole” che altro non sono che le strutture di raccordo dei megadipartimenti (almeno 35 membri, 40 nelle università con più di mille strutturati). Ai dipartimenti vengono attribuite anche le funzioni inerenti alla didattica. Mi ci scappa da ridere perché pensate un attimo proprio a Medicina, là dove sinora esistevano 17 (ora ridotti a 14) dipartimenti, alcuni dei quali con due afferenti, costretti ora a ridursi a massimo 7 e a far convivere minimo 40 (più di mille strutturati) professori medici! Ahahahaha. Ci vuole un AK47 (Skorpio) per andare al lavoro la mattina.
    Il CdA può al massimo essere composto di 9 membri (meno di un quarto dell’attuale commissione “gòvernans”) e ha competenze esclusivamente finanziarie e gestionali. Dopodiché il disegno prevede una lunga serie di incompatibilità fra le quali la più clamorosa è quella della composizione del Nucleo di Valutazione, la cui maggioranza deve essere composta da non appartenenti ai ruoli dell’Università. Sensazionale, no?
    Le sedi decentrate possono essere create solo se in presenza di sostenibilità finanziaria. Riportando la norma a Siena, ove approvata, dovranno essere chiusi tutti i poli inclusi quelli di Arezzo e Grosseto, siamo d’accordo no? Quale sostenibilità finanziaria esiste nel caso di Siena?
    Nel Titolo II viene istituita l’abilitazione nazionale (il cosiddetto “listone”) senza il possesso della quale è impossibile partecipare alle associature e agli ordinariati, che comunque sono concorsi che tornano ad essere nazionali e non locali e con commissioni esclusivamente di ordinari.
    Ma il bello viene dopo: vi ricordate la famosa questione della piramide? Beh si prevede che in presenza di Atenei con più di mille strutturati si possa raggiungere il massimo del 27 per cento di ordinari ed un minimo del 40 per cento di ricercatori. Se la Gelmini aveva in mente di sparare a zero sui baroni, la norma prende in pieno il bersaglio. E il bello è che tali parametri si prevede debbano essere messi a regime al massimo entro cinque anni dall’entrata in vigore della legge.
    E come si reclutano i ricercatori? Intanto è obbligatorio dal 2012 avere il dottorato di ricerca o aver ottenuto la specializzazione; dopodiché arriva il fragolone perché tale dottorato deve essere stato conseguito al massimo da cinque anni. Ora ci si renda conto che tutti quei tricks messi in atto per far schiantare la gente sotto il giogo dei potentissimi ordinari e divenire ricercatore a 40 anni e passa ovviamente perdono la loro ragion d’essere, il che va verso la direzione di abbattere anche il precariato scientifico. Non si può più “dare” l’assegno di ricerca dopo il dottorato, poi rinnovarlo, poi una borsa, poi un co.co.co. e chissà cos’altro in modo da avere schiavi proni al proprio volere che ingrigiscono nell’attesa. Si bandisce il dottorato, si svolge, dopodiché si hanno cinque anni per decidere se il disgraziato deve o non deve divenire ricercatore e entrare nei ruoli. E quando diventa ricercatore ecco i suoi compiti: fare ricerca. Punto. Gli possono essere assegnati dall’Università di appartenenza compiti didattici per la durata dei quali egli può chiamarsi professore aggregato, dopodiché torna dottore e torna soprattutto a fare ricerca (questo per rispondere a Rossi). Ergo tutti quei gazzillorini (scusate me ne passava uno proprio davanti alla finestra e si è posato su una acacia) che sfoggiano il titolo sulle proprie targhette, non ne avranno diritto alcuno, se non durante il periodo in cui svolgono anche compiti didattici.
    Beh! Ce ne sono tante di disposizioni nel disegno, ma spero di aver messo l’attenzione sulle più esplosive e quindi di aver dato soddisfazione a Stavrogin nell’anticipare quanto è stato deciso di portare avanti in barba alle megacommissioni che solo in questo Ateneo hanno ragione di esistere.
    Vado a caccia di gazzillori che mi rovinano le piante.
    Dalla Colonna vi saluta il Favi di Montarrenti

  10. «Ce ne sono tante di disposizioni nel disegno, ma spero di aver messo l’attenzione sulle più esplosive e quindi di aver dato soddisfazione a Stavrogin nell’anticipare quanto è stato deciso di portare avanti in barba alle megacommissioni che solo in questo Ateneo hanno ragione di esistere.» Favi
    —————————–
    …a proposito di “gazzilloroni” che sfoggiano il titolo di Prof. ve ne sono a bizzeffe tra quei professionisti esterni che accettano contratti gratuiti per il solo scopo di aggiungere quel “prof” alla business card (con relativo aumento delle parcelle). Stai sicuro che se lo fa un ricercatore, vi è subilto chi sottolinea l’usurpazione…
    È che bisognerebbe in generale guardare un po’ di più alla realtà delle cose e ricordare che in Italia non c’è niente di più definitivo del provvisorio: è vero che i ricercatori insegnano “provvisoriamente”, ma se uno insegna per oltre dieci anni come un ordinario o un associato, come lo vuoi chiamare, “pescivendolo”? E si è mai verificato che dopo un decennio o più di insegnamento qualcuno fosse “rimandato” (promoveatur ut moveatur) a fare la “ricerca pura”? Io mi chiedo solo che senso abbia la figura stessa (anomala, istituita in tempi remoti) del “ricercatore” puro al di fuori dei centri espresamente dedicati alla ricerca, e specie in un sistema universitario in cui è assente ogni forma di mobilità, fattore indispensabile acché questa figura abbia un senso. Guardati in giro: ad oggi “ricercatore” in Italia vuol dire “professore di quelli che costano meno”: schiavo privilegiato – a differenza dei precari – in quanto percettore di stipendio fisso (benché basso). Per coloro che appartengono alla generazione “sbagliata” o che sono scarsamente “embedded” nelle cadreghe accademiche localistiche, vuol dire (a prescindere da ogni considerazione meritocratica), non una fase transitoria e breve della carriera, ma inesorabilmente un destino (ad esempio: che sorte avranno gli attuali “ricercatori” dell’ateneo senese? Verosimilmente andranno in pensione come tali, insegnando sino all’ultimo respiro). Inoltre non si può trascurare il fatto che se togli i ricercatori dalla didattica, in molte situazioni chiudi sempicemente all’istante bottega ed è puerile e patetico che molti fingano di non rendersene conto. Da anni ormai, molti corsi fondamentali sono tenuti da ricercatori, ancorché “provvisoriamente”: ma vorrei proprio vedere chi li sostituirebbe, se li destituissero dall’incarico.

    Quando dici: «Gli possono essere assegnati dall’Università di appartenenza compiti didattici per la durata dei quali egli può chiamarsi professore aggregato, dopodiché torna dottore e torna soprattutto a fare ricerca».
    Questa è un’ipotesi del tutto scolastica, perché come saprai, il fatto che i ricercatori insegnino non è un fatto sporadico e puramente occasionale; né mi pare, con i pensionamenti prossimi venturi, che sia pressante l’esigenza di escludere i ricercatori dall’insegnamento (vorrebbe dire chiudere domani mattina): insomma, i “ricercatori” come li si dipinge astrattamente, nella realtà non esistono e forse occorrerebbe partire da questo dato di fatto.
    Sullo sfruttamento di manodopera a basso costo (benché titolata) si sono costruite le “fortune” dell’università: i ricercatori costano relativamente poco, contano nei conteggi del decreto Mussi, e mediamente latitano di meno di molti venerabili più altolocati colleghi. Inoltre puoi comodamente chiamarli “professori” quando ti serve (ossia quando c’è da chiedere un surplus di impegno) e allontanarli con un calcio chiamandoli “dottori”, quando non ti serve più (ossia quando c’è da concedere) facendo valere quelle prerogative gerarchiche per cui un cazzone diventato associato negli anni ’80 grazie ad una ope legis senza titolo alcuno, può oggi pretendere di comandare sussiegosamente un giovinotto addottorato ad Oxford. Personalmente, sia chiaro, ho una concezione verticale della società e detesto i falsi egualitarismi: ma è grottesco che le gerarchie vengano sovente chiamate in causa solo quando c’è da rivendicare qualche sorta di rendita di posizione; le figure del “precario” o del “ricercatore”, così come si sono andate delineando nel nostro sistema, paiono fatte apposta per incoraggiare questa sorta di atteggiamenti ambigui.
    I “ricercatori” sono professori, semplicemente perché lo sono da quando esistono, con buona pace e molto beneficio di tutti: se fai un conto delle ore d’insegnamento, constati che (salvo eccezioni “che confermano la regola”, come enigmaticamente si suol dire) insegnano quanto e più di molti ordinari. Se si vuol conservare la figura del “ricercatore” di lunga durata (e non come fase rapida di passaggio) li si chiami “professori di terza fascia” punto e basta.
    Una volta tanto adeguiamo le parole alle cose.

  11. E a me che mi chiamano professore per le vie di Siena? Con scorno della cricca di Omarre e company!
    Ah! Ah! Una risata vi seppellirà…
    Un Bardo

  12. Favi: «L’intervento di Rossi, unitamente a quelli sul tema di Stavrogin, dà il destro di fare qualche spigolatura dal disegno di legge “Gelmini” in materia di riorganizzazione del sistema universitario che presso l’Ateneo senese è passato praticamente inosservato…»

    Come ho già fatto notare, lo avevo già proposto alla discussione quando ancora si chiamava “Valditara ed altri” e non mi pare che anche su questo forum abbia avuto attenzione.
    Su diversi aspetti mi piacerebbe condividere il tuo ottimismo (e quello di’ Fabio Pammolli, il cui interessante commento pure ho ricordato), ma certamente condivido l’apprezzamento per gli scopi e per il fatto di provarci. Mussi nemmeno ci ha provato.
    Una cosa, ahimé, il provvedimento prende dalle idee di Mussi (e anche di Perotti, però) ed è quello della piramide dei docenti. A me pare un’idea sbagliata e nelle Università nordamericane non funziona affatto così: In quelle che ho conosciuto io per ogni full professor c’è un associato e un assitente. La cosa mi pare che abbia la sua logica: che senso ha avere due associati destinati a farsi la guerra interna come unica possibiità di carriera? E che senso ha avere un esercito di ricercatori (o aggregati, se a qualcuno piace il termine) sfigati senza possibilità di carriera? Quindi, o si crea un esercito di frustrati o, più probabilmente, si ricreerà la situazione attuale in cui stuoli di docenti immessi nel circuito in massa, alla fine sono riusciti a ottenere abbastanza progressioni di carriera da prosciugare le risorse che sarebbero necessarie per reclutare i rimpiazzi.
    Insomma, quello della “piramide” potrebbe essere un trucco per risparmiare nel breve periodo, ma destinato a procurare un sacco di guai nel futuro.

    Saluti scettici,
    Sesto Empirico

  13. Domanda per il Favi dalle inesauribili fonti di informazione; leggo su internet, a proposito dei disegni della ministra Gelmini: «Tra le novità più rilevanti, l’accorpamento degli atenei limitrofi per ottimizzare l’utilizzazione delle strutture ecc.»

    Questo prelude forse ad una orgiastica ammucchiata tra gli atenei toscani? Cosa si deve intendere per “limitrofi”? Vorrò proprio ridere… pensando che oggi non siamo in grado nemmeno di mettere in piedi un dottorato insieme.

  14. Uno dei massimi esperti in questa materia è il Guru della Stufa Secca, il Grande Antropologo – un po’ come Costantino I il Grande-; pare abbia il luminoso dono della ubiquità (come i santi). Lo dici all’Università fiorentina e invece lavora a Siena.

  15. Stavrogin: «Questo prelude forse ad una orgiastica ammucchiata tra gli atenei toscani?»
    Mi autocito da un post di qualche giono fa: «Devo dire che, a parte i buoni propositi del tutto, l’idea che “una o più università viciniori possono fondersi, ovvero aggregarsi in strutture federative sulla base di un progetto”, nella realtà toscana mi fa rabbrividire non poco».
    Per vedere come la cosa cammina puoi cominciare da qui: http://tinyurl.com/onetk2
    Puoi anche leggere nei propositi di uno dei candidati alla presidenza di Medicina: «Dallo stato sopra descritto, per realizzare il necessario piano di “riequilibrio progressivo del personale” la Facoltà di medicina deve poter contare su risorse aggiuntive ottenibili a breve-medio termine. Queste possono derivare da azioni condotte a tre livelli. 1) LIVELLO REGIONALE: adesione al Sistema Regionale Universitario che può realisticamente consentire l’accesso a risorse alle quali nessuna Facoltà può singolarmente accedere. 2) LIVELLO DI ATENEO: ridefinizione degli attuali, penalizzanti, parametri di assegnazione dei punti-organico alla nostra Facoltà da parte dell’Amministrazione. 3) LIVELLO DI FACOLTÀ: gestione delle risorse disponibili secondo un progetto complessivo e non una visione parziale o soggettiva.»
    Chiaro che un progetto del genere se ha successo è destinato a modificare radicalmente i rapporti fra le facoltà: o medicina si prende tutta l’università (aumentando o mantenendo il numero dei docenti attuali mentre le altre li devono ridurre) o ne viene espulsa, per il meccanismo che noi greci chiamavamo “ostracismo”.

    saluti scettici
    Sesto Empirico

  16. Invito tutti gli intervenienti a porre la propria attenzione sul fatto che – a parte la questione specifica di Medicina per la quale difatti si sta muovendo mezzo mondo e sulla quale ancora le bocce non sono ferme – qui stiamo parlando di tre Università: Pisa, Firenze e Siena. La prima è stata fondata ai tempi di Burgundione, la seconda è quella meno antica e prestigiosa visto che la sua istituzione risale “solo” al ‘400 e la terza dispone di un diploma di Carlo VI di Boemia della seconda metà del ‘200. Ora: va bene dare per scontato che al governo ci siano sempre dei cialtroni, ma che siano dei cialtroni tanto cialtroni da non capire che vicine o lontane che siano qui si sta parlando di università che hanno otto secoli di storia e che quindi le orge Stavrogin se le può scordare mi sembra abbastanza chiaro.
    Per quanto riguarda la questione dei ricercatori, io sono disposto a riconoscere che le cose stanno esattamente come dice Stavrogin, ma mi sembra abbastanza chiaro che le disposizioni di legge cui ho accennato hanno il chiaro intento di cambiare questa situazione, imponendo una ridefinizione dei ruoli (anche in percentuale). E fra l’altro vorrei dire anche che il nostro modello non dovrebbero essere le Università nordamericane (che fra l’altro sono nella stragrande maggioranza private e quindi del tutto fuori dalla logica che qui si persegue e che comunque sono fortemente osteggiate da chiunque metta il sedere su una delle qualsiasi sedie a disposizione dei potenti), ma quelle europee e – sempre in omaggio alla qualità ed al prestigio – quelle inglesi di Oxford e Cambridge. Ed in quel senso ecco che si vede come il disegno di legge in qualche modo cerchi di realizzare un tipo di ordinamento di quel genere. Ho già avuto modo di farla questa battuta, cioè che ad una domanda sulla possibilità di far funzionare la RAI un noto opinionista rispose: “Sì, quando si chiamerà BBC” e resto convinto che sia vero, però almeno quando se ne discute e si ipotizza un modello cerchiamo di rifarci a quelli che ci dovrebbero somigliare di più e non a quelli che con la nostra cultura non hanno niente a che vedere.
    Come personale parere gli associati dovrebbero essere messi come ruolo ad esaurimento, perché più ricattabili di quelli non ce n’è, neanche i ricercatori. E d’altro canto a Oxford e Cambridge la figura dell’associato non esiste (lasciamo perdere il fatto che lì il Regius Professor e il Research Fellow sono COLLEGHI).
    Comunque non mi dilungo perché vo a giocare a calcetto a Rosia e devo ancora preparare la borsa (sapete io ho questi divertimenti rozzi). Mi pare tuttavia di aver dato risposta soprattutto a Stavrogin. Fra l’altro le mie inesauribili fonti di informazione mi dicono anche che chi al momento all’Ateneo di Siena ha il bastone in mano (capite bene chi intendo) sposa in tutto e per tutto quello che ho asserito all’inizio del post e che a fare le orge con gli altri Atenei toscani non ci pensa neppure (fatta eccezione che per Medicina, ma lì, ripeto, la situazione è molto, troppo particolare).
    Buon fine settimana dal vostro Favi di Montarrenti

  17. Una santa accademica ci dice che i qualunquisti sono all’attacco della università e delle sante istituzioni cittadine. Che l’università – ahimè sospira la tapina – è sempre stata luogo di zuffe. Per il potere. Che oggi il governo amico di qualcuno sta forse venendo in aiuto. Prima no, invece… Le “tentazioni forcaiole” ingombrano le sitituzioni cittadine… Ma si, torni il piccolo mondo antico, dove i soliti noti fanno i ganzi magister ex cathedra e i soliti untori vengano come sempre emarginati e derisi e vilipesi. Sull’affossamento della ricerca la nostra veterana academica è cieca: lo è sempre stato, qui Berlusconi c’entra poco.
    Chi è il vero qualunquista?
    E a me che la biblioteca mia pareva un ducato! (Shakespeare, La tempesta)
    Bardus

  18. Favi, alla fine io chiedo solo che le cose si chiamino col loro nome, ovvero che vi sia una corrisopndenza tra le parole e le cose: adaequatio rei et intellectus, nient’altro. Ho già scritto altre volte che nell’università italiana mi sembrano un po’ tutti fuori posto e non sempre si capisce chi fa che cosa e per cosa è pagato. Buona domenica.

  19. Un certo Gramsci, ormai rimosso dai suoi ex compagni, e che ha Alemanno come suo estimatore, scrisse con acume che i pazzi popolavano l’Università.
    Meditino tutti i surfisti (nessuno escluso).
    …Il tempo in cui si lavorava per dovere e non per guadagno! (Shakespeare, As you like it).
    Bye

    E i veri liberi non posson che fregiarsi del motto (Il candelaio) di Giordano Bruno: Academico di nulla Academia.
    E in c*** a chi ci vuol male ed esce dalle infette stanze della servitù!

    Rileggendo Stavrogin debbo dire che ha tutto il mio sostegno. Sono i baroni che han semmai usurpato il titolo di prof. Perché? Ma perché insegnano indegnamente, son dei cani. A Siena poi basta guardare a Lettere: forse la maggioranza di questi cosiddetti (evitiamo il sedicenti) professori ce li ha infilati il vecchio PCI, ivi inclusi i lottacontinuisti (ora nel PD). Non hanno ammazzato solo il Calabresi, hanno ammazzato la pubblica università (ridotta a vacca da mungere). Provino a smentirmi! Gli faccio il c***

  20. Amici, giunge notizia (Libero.it) che a Torino, alla conferenza dei rettori italiani ci son stati scontri fra studenti manifestanti e forze delll’Ordine. Se ne sa qualcosa di più? Che dicono i nostri baroni indaffarati nel ribadire lo stipendio necessario (per loro), come ha chiosato una tale sulla stampa?

  21. Odonsi ancora “subbugli” in sede Cda e nei dintorni del Rettorato. La stampa impietosa sciorina le vecchie lenzuola. Ho il credo vivissimo che la Casta oligarchica che regge Siena (emanazione del diabolico Mons Pascuorum) abbia influenza “nel bene e nel male” sul Gotha Universitario. La Fondazione ha piazzato i suoi uomini. C’è un uomo per tutte le stagioni, infatti. Per quanto concerne il mio accenno al Calabresi, non v’è alcun forcaiolismo da parte mia. Ex LC come lo schizofrenico Mughini e alii han fatto il J’Accuse verso Sofri (Mughini il calciopolista ci ha recentemente scritto un libro). Ex amici adesso accusatori…!!! Ma tornando a noi vorrei mettere sull’avviso i tiranni locali. Dei tiranni diceva Savonarola: “non hanno con alcuno vera amicizia” e “hanno lo Inferno in questo mondo e nell’altro”, dovendo temere rovesciamenti, complotti anche dai rei che li seguono per tornaconto (a Siena ne abbiamo viste di queste cose).
    Riuscirà l’Università ad essere autonoma dal Potere?
    Il Bardo

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