Pensieri, parole ed azioni di un illustre consulente dell’ateneo senese

stemma_ceramica_tif.jpgDefinizione di consulente – resa nel Tribunale di Siena nel corso di un processo che coinvolge l’università – emblematica del modo di procedere, atmosfera costante e tuttora prassi nell’ateneo senese. «Il consulente ha l’obbligo di leggere le leggi e di trovare il modo per eluderleIpse dixit.

Emilio Miccolis: dall’università di Siena a quella salentina

miccolis_emilio.jpgEmilio Miccolis sarà il nuovo Direttore Amministrativo dell’Università del Salento. Il rettore Domenico Laforgia, in una riunione del Senato Accademico dell’università, ha comunicato di aver valutato i curricula dei dodici candidati e di aver individuato in Emilio Miccolis il successore del dimissionario Innocenzo Santoro. Dopo il sì del Senato Accademico salentino, ora spetterà al Consiglio di Amministrazione, convocato per il 29 dicembre, ratificarne la nomina, che avrà la durata di quattro anni. A Emilio Miccolis i nostri più sinceri auguri di buon lavoro.

Università di Siena: l’altra faccia delle provocazioni

AltrafacciaUn altro episodio che rappresenta l’altra faccia delle provocazioni descritte in precedenza. Il 29 maggio 2007 mi telefonò da “Radio Frequenza”, la radio dell’Università di Siena, uno studente di Scienza delle Comunicazioni per un’intervista. Aveva letto su “Il Messaggero” un’inchiesta di Anna Maria Sersale sui laureati “precoci”, nella quale l’ateneo senese risultava ai primi posti nella “svendita” delle lauree, fenomeno che definivo «un’altra degenerazione del sistema». A distanza di due anni e mezzo, quell’intervista conserva la sua attualità perché affrontò proprio quei temi che oggi, unanimemente, sono ritenuti la causa della voragine nei conti. Mi riferisco alle criticità seguenti: proliferazione dei corsi di laurea e dei poli sul territorio; esubero di amministrativi e, in alcuni settori, di docenti; sottovalutazione del buco di bilancio e mancata adozione di un rigoroso piano di risanamento; inadeguatezza degli organi di governo; cogestione sindacale, carriere folgoranti dei responsabili sindacali e riorganizzazione degli uffici funzionale alla sistemazione dei sindacalisti e dei loro parenti; esigenza di un codice etico, ecc..

Ma la ragione per cui ricordo quella vicenda è che l’intervista non fu mai trasmessa. Forse per lo sfascio del Corso di laurea specialistica in Radiofonia? No! Sicuramente perché qualcuno impedì che l’intervista andasse in onda. Chi e perché? Per ora è sufficiente capire perché. Ma per questo è necessario ricordare che la parte finale dell’intervista conteneva un attacco esplicito ai vertici di alcuni sindacati che in precedenza, senza motivo evidente, avevano proclamato lo stato di agitazione, interrotto le relazioni sindacali e chiesto la sospensione di una seduta del Consiglio di Amministrazione: quella che avrebbe dovuto approvare tre regolamenti, tra i quali il “Regolamento per l’individuazione dei criteri di organizzazione degli uffici e dei servizi centrali di ateneo e per l’attribuzione delle posizioni funzionali di maggiore rilevanza”. Chi fosse interessato ad ascoltare l’intervista può cliccare qui ed andare a fondo pagina dove troverà sia il download che il file audio pronto per l’ascolto.

Un consiglio a Domenico Pantaleo: «visiti l’università di Siena»

PantaleoDi seguito la lettera del segretario generale della Flc-Cgil, Domenico Pantaleo, ai Rettori italiani in vista dello sciopero odierno. Da parte nostra una  semplice richiesta a Pantaleo: venga a Siena e si renda conto di persona delle condizioni del nostro ateneo e del ruolo svolto dai rappresentanti del suo sindacato.

Domenico Pantaleo. Magnifici Rettori, abbiamo preso l’iniziativa inconsueta di rivolgerci direttamente a tutti Voi con una lettera, perché sentiamo moltiplicarsi dentro gli Atenei le preoccupazioni per le difficoltà crescenti che il sistema universitario si trova ad affrontare. Da oltre un anno, dalla promulgazione della L. 133/2008, sia le parti sociali, sia la comunità accademica ed i suoi Organi di rappresentanza, sia gli studenti hanno lanciato un allarme sulla sostenibilità del sistema universitario nei prossimi anni alla luce dei tagli di finanziamento previsti. L’Anno Accademico 2008-2009 è stato attraversato da iniziative di protesta diffuse ed intense, ma che non hanno cambiato gli orientamenti del Governo. Non intendiamo qui tornare sulle nostre posizioni in materia, se non per dire che ci appare evidente come si debbano realizzare iniziative di razionalizzazione della spesa e di migliore utilizzo delle risorse, ma in uno scenario volto a superare lo strutturale sottofinanziamento del nostro sistema universitario, non a ridurre ulteriormente le risorse stesse. A partire dal 2009-2010, i tagli previsti incominceranno a dispiegare per intero ed in modo visibile i loro effetti; molti Atenei sono in forte sofferenza, addirittura in difficoltà ad assicurare la gestione ordinaria, altri vi entreranno nei prossimi mesi, e la situazione è destinata rapidamente ad aggravarsi con gli step successivi di riduzione del FFO. A ciò si aggiunge la poco edificante vicenda della distribuzione premiale del 7%, (destinato, nelle dichiarazioni del Governo, a crescere fino al 30% del totale del FFO), segnata da procedure di valutazione del merito oscure, controverse, prive di trasparenza.

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Il familismo prospera perché si fonda su un vasto consenso o, perlomeno, su un’inveterata abitudine

noantriOggi, in pullman da Siena a Graz, ho letto l’ultimo libro di Aldo Cazzullo: “l’Italia de noantri” (come siamo diventati tutti meridionali). Scontato l’accostamento a Siena, considerando anche che, in tempi non sospetti, avevo provocatoriamente considerato l’università di Siena “il quinto ateneo siciliano”. Di seguito, il motivo conduttore del libro.

Aldo Cazzullo. Noantri è la parola-chiave non solo di Roma, ma anche dell’Italia di oggi. Non a caso riecheggia quasi uguale in tutti i dialetti. (…) Noialtri: la famiglia, il campanile, il clan, il partito, la fazione, la corporazione, la curva da stadio, il mandamento mafioso. Cose molto diverse tra loro, per carità. Un gruppo ristretto di persone che si vogliono bene potrà mica essere paragonato a un’associazione a delinquere. Eppure, come non vedere che la famiglia gioca un ruolo conservatore nella società italiana? Che siamo circondati da figli d’arte e figli di papà, ovunque, al cinema e negli studi degli avvocati, in Parlamento e nei giornali, dal medico e in università? Se l’ascensore sociale è guasto, se la meritocrazia non funziona, se le pari opportunità ai nastri di partenza restano un’utopia, è perché i figli ereditano con il cognome e i beni pure il mestiere e lo status del padre. È perché la logica di fedeltà e appartenenza – al partito, al burocrate, all’ordine professionale – fa premio su quella della competenza. È perché, tra uno bravo e libero e un altro incapace e servo, non soltanto il capopartito ma pure l’italiano medio tenderà a preferire il secondo. Il familismo prospera non perché una mente perversa ne governa le redini, ma perché si fonda su un vasto consenso, o perlomeno su un’inveterata abitudine. (…) Esiste una sola Italia: l’Italia de noantri. Noi italiani siamo diventati, nel bene e nel male, un po’ tutti meridionali. Gli accenti restano diversi, ma la mania di gridare e gesticolare ormai ci accomuna. (…)

È possibile correggere il daltonismo in attività che comportino rischi per la salute dei cittadini?

Amleto. Il daltonismo è una cecità ai colori, cioè l’incapacità a percepire i colori del tutto o in parte. Il daltonico non riesce a distinguere luci di diversa lunghezza d’onda, ad esempio la figura di un triangolo rosso su uno sfondo verde non viene riconosciuta. Su questa base il daltonismo viene considerato una disabilità: per legge l’individuo daltonico non può avere la patente di guida per motoveicoli ed autoveicoli; rientra tra le imperfezioni e le infermità che sono causa di non idoneità al servizio militare; non può ottenere la licenza di porto d’armi per uso difesa personale o per uso caccia. Il daltonico non può far parte neanche degli osservatori volontari (legge sulle ronde e guardie volontarie). Non può essere iscritto nell’elenco prefettizio del personale addetto ai servizi di controllo delle attività d’intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi.

Le persone daltoniche non possono fare tantissimi lavori: elettricista, elettrauto, pilota di aerei, navi e treni, entrare nei carabinieri, nell’esercito, nella finanza, nei vigili del fuoco. Difficilmente trovano lavoro in negozi di abbigliamento o in fabbriche di stoffe. Sono limitati nelle attività di coreografo, stilista, arredatore. Sarebbe ad esempio molto pericoloso consentire ad un daltonico l’operatività su terminali attivi (per esempio quadri di manovra su impianti o macchinari) ove è indispensabile distinguere la diversità dei colori dei segnali rappresentati sullo schermo. Inoltre i daltonici hanno difficoltà nella vita di tutti i giorni, nel vestirsi, nel decorare la casa, nel cucinare e nelle attività sportive.

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Chiudiamo le Università di quartiere

paolo_padoin.jpgNell’inchiesta di Anna Maria Sersale sulle mini-università ci sono alcune inesattezze che mi riguardano, quali la sede lavorativa (Siena, non Firenze), la disciplina (Anatomia umana, non Fisiopatologia) ed il concetto espresso al telefono che era: «L’altro aspetto  inquietante riguarda la dispersione delle già magre risorse. Per finanziare sedi di dubbia utilità si danno meno risorse alle sedi centrali, penalizzando in tal modo sia gli studenti delle sedi decentrate (dove mancano laboratori, biblioteche e non si fa ricerca) che gli studenti delle sedi centrali, private dei fondi destinati alle sedi distaccate.» Di seguito, dal blog “Rinnovare le Istituzioni”, l’articolo di presentazione dell’inchiesta di Anna Maria Sersale.

Paolo Padoin. Un interessante articolo di Anna Maria Sersale, pubblicato sul Messaggero del 29 novembre, fa il punto sui nefasti effetti della polverizzazione degli Atenei, segnalando (ma non si tratta certo di una novità) che il Ministero ha censito in totale 268 sedi distaccate, gemmazioni di 79 Atenei, in 33 delle quali c’è un solo corso. Il Ministro Gelmini avrebbe chiesto giustamente conto del numero estremamente elevato e difficilmente sostenibile delle sedi. Nell’articolo, tra l’altro, si legge che «invocate dai politici locali come una conquista e un’opportunità, in realtà le tante “università campanile” spesso sono nate sulla spinta di interessi locali, di congreghe accademiche, in risposta a logiche di potere. Poco importavano gli sprechi, il servizio scadente, la mancanza di laboratori, l’assenza di ricerca. Tranne qualche eccezione.” È quanto avviene in molte Regioni del nostro Paese, nelle quali gli interessi locali specifici di politici, lobby professionali e sindacali prevalgono sempre sugli interessi generali, con risultati catastrofici sulla finanza pubblica. L’ANDU, in un commento all’articolo citato, sostiene che proprio quegli “interessi locali” che hanno portato alle “mini-universita” verrebbero “istituzionalizzati” dal DDL governativo e dalla proposta di DDL del PD, che prevedono la presenza obbligatoria degli ‘esterni’ nel nuovo CdA. È in realtà quanto già stabilito in intese istituzionali fatte da Rettori uscenti e Regioni, in base alle quali le Regioni sono intervenute e intervengono finanziariamente per tappare i buchi enormi di gestioni finanziarie dissennate, in cambio dell’ingresso di loro rappresentanti nel C.d.A. e, quindi, di un loro potere d’indirizzo della politica dell’istruzione universitaria in sede locale. È una tattica vecchia, ma sempre produttiva in Italia! Niente di nuovo sotto il sole. La politica cerca di occupare sempre maggiori spazi in barba all’interesse dei cittadini.