Università di Siena: «non ci resta che sopportare, da una parte l’arroganza dei colpevoli, dall’altra l’inerzia più che sospetta di chi dovrebbe provvedere»

Outis, nel post Cosa riserverà il 2012 all’Università di Siena?, ha inserito un breve commento, di seguito integralmente riproposto. Rileggiamolo, ascoltiamo Maurizio Pollini al pianoforte e gustiamoci “Il pianoforte di Chopin” di Cyprian Kamil Norwid nella traduzione di Paolo Statuti o in quella di Paolo Emilio Carapezza.

Outis. Poiché a questa nauseante illegalità mezzi legali da opporre non ce ne sono, aborrendo per convinzione profonda l’uso di quelli efficacissimi, ma illegali, quale sarebbe ad esempio una squadraccia, armata di manganelli, che entrasse in Pantaneto, distribuendo randellate e beveroni di olio di ricino e precipitando dalle finestre la scrivania del rettore, come il pianoforte di Chopin nel grande poema di Norwid, non ci resta che sopportare, da una parte l’arroganza dei colpevoli, dall’altra l’inerzia più che sospetta di chi dovrebbe provvedere. Come ha scritto Leopardi: gli uomini, non potendo trovare riparo alla morte, hanno deciso di non pensarci.

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16 Risposte

  1. @ Outis: «Poiché a questa nauseante illegalità mezzi legali da opporre non ce ne sono…»

    Speriamo che la presenza di Alessandro Sortino (ex iene) ed ora “Piazza Pulita” di La7, con le interviste realizzate oggi al rettorato porti sotto i “riflettori” nazionali la vergogna di Siena…

  2. “Accanto ai trucchetti contabili, nell’ateneo si continuava ad assumere amministrativi e docenti,…” Sottocornola

    1. Se permettete, siccome non mi pare che tutti abbiano beneficiato di questo scialo, muovo la solita obiezione: alcuni seguitavano ad assumere a go-go, riempiendo l’ateneo di discipline improbabili o clonando insegnamenti, inventandosi “uffici”, creando cioè copie geneticamente identiche senza alcuna ragione e senza il minimo disegno volto a impiantare alcunché di durevole, e costoro si guardavano bene dallo spartire la pagnotta con il loro prossimo. Va detto che ciò accadeva anche per la bischeraggine, remissività, latitanza e negligenza altrui, che di per sé, non sono virtù e difficilmente possono assimilarsi alla sobrietà o alla parsimonia. Non vi è, genericamente, “troppo personale” ovunque: sennò, non si spiega come mai, a fronte di alcuni settori disciplinari che, come è stato riportato in questo forum, hanno avuto – almeno prima della massiccia fuoriuscita di pensionati e prepensionati – fino a venti professori di ruolo, altri, non meno importanti, languiscono, ne hanno solo uno, o sono stati chiusi al momento dell’uscita di ruolo del titolare. Alcuni restano aperti, non per l’ “eccellenza” o il successo, ma per la dimensione imbarazzante del personale, ed altri chiudono per mancanza di docenti. Non si spiega nemmeno come mai certe competenze tecniche scarseggiano, mentre di incompetenza ce n’è quanta ne volete: in sintesi, lo squilibrio, l’aver gonfiato a dismisura e senza giustificazione plausibile alcuni comparti, a mio modesto avviso, è stato dunque il vero risultato del mangia-mangia, non il generico “esubero di personale”. Sicché c’è gente che l’ha presa in tasca due volte: prima, perché non ha partecipato alla mangiatoia; dopo, perché paga il conto anche per gli altri, e lavorando per tre, si sente pure dire che è di troppo.

    2. “C’è troppo personale”, “ci sono troppi docenti”, sono espressioni che andrebbero quindi bandite in quanto profondamente ipocrite e fuorvianti: mancando della dovuta precisione, si finisce per rovesciare il segno dei giudizi; non a caso frasi di questo genere si odono anche sulle labbra di personaggi alla ricerca di una impossibile riconquista della verginità. O la storia la si guarda così, oppure c’è il sospetto che la si voglia semplicemente ripetere, non appena le finanze saranno un po’ meno sofferenti e un po’ di gente sarà stata fatta fuori a cacchio di cane, senza trarre alcun insegnamento dagli errori passati: parlare genericamente è un modo subdolo per non voltare pagina. Quando si cerca di impostare il discorso in questi termini, però, nelle discussioni più o meno formali, la mia personale esperienza è che normalmente si viene zittiti con un sommario richiamo all’emergenza e a questioni “ben più incalzanti”, le quali paiono giustificare un insopportabile pressappochismo; oppure si venga assecondati con ampi gesti di consenso e risposte di tono grave del tipo: “madama in questo mondo/conciosiacosaquandofosseche/il quadro non è tondo”.
    Qui abbiamo fatto naufragio, e non si può dire, col Nietzsche, “naufragium feci, bene navigavi”, giacché la dissipazione non è avvenuta perseguendo fini “eroici”, ancorché velleitariamente, e non ho ricordanza di premi Nobel conquistati o di molte scuole di pensiero che abbiano proiettato l’università di Siena nell’empireo dei grandi atenei (ho già ricordato come l’università di una città poco più grande di Siena, ossia Gottingen, abbia sfornato ben quarantaquattro premi Nobel). Al contrario, tocca constatare con rammarico che c’erano delle buone cose, che adesso non ci sono più: adesso si punta ai mescoloni incommestibili, complici in primis le successive (contro)riforme nazionali, che hanno assecondato o indotto questa tendenza, ma anche l’incapacità di scegliere.

    3. Noto però con sollievo che al forum non giungono più tanto frequentemente interventi di carattere vago, sostanzialmente disinformato, plaudenti alla chiusura dei corsi, senza alcuna riflessione dichiarati “corsi inutili”, costituiti di “insegnamenti inutili”, senza manco sapere quali. Anche quelli che ambiguamente e in modo approssimativo alludono ai “troppi docenti” oramai scarseggiano; forse si fa avanti la consapevolezza che con le presenti metodiche (pensionamenti + prepensionamenti + blocco del turn over + requisiti minimi di docenza) ciò che rimane e ciò che scompare, non sono esattamente le cose utili da un lato e le cose inutili dall’altro e anzi, queste tematiche, cioè la sopravvivenza e l’utilità, spesso nemmeno si intersecano. Serpeggia forse il dubbio che siano usciti di scena dei docenti proprio laddove mancavano, e che adesso manchino magari nei comparti non esattamente “inutili” (rimando al punto 1). Chiunque abbia annasato qual è la mentalità e lo standard oramai richiesti per stare dentro al sistema della ricerca internazionale, sa cosa comporta lo sfaldamento della didattica e della ricerca, e certi atteggiamenti improntati a vacuità e supponenza che negano l’esistenza di questo problema, suscitano più che altro una sorta di “spleen”, di depressione mista a risentimento, e molta voglia di andarsene, cosa che chi può, sta già facendo, moltiplicando quella tendenza centrifuga che già è stato uno dei punti deboli in passato e che ha incentivato comportamenti irresponsabili.

    4. Mi piacerebbe sottoporre, infine, come ripeto ancora una volta, alle competenti autorità (incluso il ministro), il quesito su cosa intendano fare di fronte alla inevitabile conseguenza di questa situazione, ossia il numero (forse destinato a crescere) di docenti/ricercatori “giovani”, cioè non prossimi alla pensione, che si sono visti o si vedranno a breve cancellare del tutto ogni simulacro di dipartimento, corso di laurea, la presenza stessa della loro disciplina, cioè le condizioni minime del loro operare (altro che ANVUR!) e la ragione stessa della loro permanenza in terra di Siena. Pertanto dispero che vi sia la possibilità di una soluzione “interna”: nessuna soluzione di lungo respiro risulterà efficace, a mio modestissimo avviso, se non riguarderà al contempo la riprogrammazione ed equilibrata distribuzione dei corsi e di conseguenza la mobilità del personale docente, almeno a livello dei tre atenei regionali. Se questo appare utopistico, è vieppiù utopistico pensare che l’università risorga stando ancora a cincischiare onanisticamente di come salvaguardare i vari orticelli e addirittura rilanciare i doppioni, che è veramente ridicolo!

  3. Rabbi il tuo discorso è molto condivisibile, ma ci sono alcune pecche su cui vorrei tu riflettessi per affinare il dibattito. La prima pecca (secondo me, sia chiaro, non pretendo di avere la verità in tasca) è che fai un discorso sulla distruzione dei corsi di laurea e sulla rottamazione dei docenti che in un panorama normale avrebbero senso, ma in questo francamente sono fuori luogo. L’Ateneo senese, per tutte le ragioni che dici tu più altre che non dici, ma su cui sei stato d’accordo in altri momenti, è tecnicamente fallito e ridotto ad un cumulo di macerie. Le uniche operazioni possibili sono: 1) l’epurazione di tutti i responsabili di questo disastro interni ed esterni (inclusi i politici locali, destra o sinistra non fa differenza); 2) la rimozione dei calcinacci, dei tubi divelti, delle macerie insomma; 3) la rimessa in legittimità dei vertici politici ed amministrativi (rimuovendo quindi insieme ai calcinacci e alle macerie anche Riccaboni, Fabbro, il Senato accademico in blocco e il CdA in blocco); 4) l’intervento di un direttorio che sia “terzo” rispetto sia alla cricca sia alla pletora delle pecore che non hanno osato alzare un dito contro la cricca, nonostante le oscenità commesse da un lato e la serqua di omissioni dall’altro.
    Purtroppo però è evidente che i funzionari ministeriali come Tomasi, Schiesaro, l’attuale direttore generale Livon (altro personaggio assai inquietante e coinvolto in loschi armeggi quando era direttore amministrativo a Udine) e così via non solo non possono essere utili a questa causa che, anzi, hanno avversato in tutti i modi, brigando insieme alla cricca. Ma c’è di peggio: non si può assolutamente fare affidamento sull’attuale ministro il quale è in flagrante conflitto di interesse, se solo si pensa che è ancora ministro di sé stesso (in quanto ancora formalmente rettore del Politecnico di Torino dove, by the way, per anni Tomasi ha fatto il direttore amministrativo nonché presidente del CODAU) e presidente del CNR, carica alla quale è stato nominato da quel bell’esemplare di Maria Stella Neutrini.
    E a proposito di ministri, sarai sollevato dal fatto che l’operato di un altro ministro, la Fornero, ha determinato la fine dei prepensionamenti visto che con la riforma delle pensioni questa barbara (talvolta per la didattica, la ricerca e sempre per le casse dello Stato) operazione non potrà più essere compiuta.
    Noto che continui a ritenere che gli atenei regionali siano tre, mentre dai tuoi conti mancano l’Università per Stranieri, la Normale, il Collegio Sant’Anna e il famigerato SUM che, contrariamente al buon senso e sfidando qualsiasi decenza, continua a rimanere aperto. E noto che continui a far finta che dalla Regione abbiano interesse a questa situazione disastrosa, mentre appare chiaro – se uno si leva le fette di prosciutto dagli occhi – che Rossi e la Stella Targetti dell’Ateneo senese se ne stracatafottano. Dopo l’acquisizione delle Scotte l’Ateneo senese è sparito dal loro orizzonte e non credo che vi riapparirà, soprattutto se si tratta di spendere quattrini e/o sporcarsi le mani politicamente.
    Siamo tutti contenti invece per la sparizione di [ric]CAL[boni] legata non si sa se all’impossibilità di continuare a propagandare la macellazione dei vecchi T4 style oppure alla neanche tanto velata minaccia che traspare dall’ottimo intervento di Outis.
    Col Massimo del Disgusto, saluti

  4. Outis & Rabbi, con la loro limpida analisi dei “come e perché”, evidenziano numerose piccole tessere nel grande mosaico del disastro UNISI. Tuttavia credo che molte altre ancora (e di macro dimensioni) rimangono, mescolate e confuse, ben nascoste nel mucchio. Prima o poi, gli organi di controllo preposti (magistratura, finanza, ecc.) le evidenzieranno per poi sistemarle nella loro giusta posizione.
    Ma tutto ciò, ovviamente, non dovrebbe minimamente limitare e condizionare la “rinascita” del nostro storico e prestigioso Ateneo, altrimenti sarebbe il lento ed inesorabile declino che spesso porta all’estinzione.
    E allora, cosa e come fare, lo possiamo semplicemente attingere, ma non meramente “copiare”, dalle oramai storiche riorganizzazioni che altri Atenei hanno già perseguito ed attuato per rimanere culturalmente e scientificamente competitivi.
    Tutti gli interessati al “vero” rilancio di UNISI dovrebbero rimboccarsi le maniche e incominciare a lavorare in questa giusta direzione, e senza aspettare una “piazza pulita”, perché come recita la regola di un vecchio gioco di Oxfo, bisognerebbe fare “Aria netta (cioè considerata pulita) inciampa inciampa (bisogna non considerare gli ostacoli) non si ripete (bisogna comunque andare avanti)”. Spero che la difficile traduzione renda almeno il senso del mio pensiero.

  5. Erano i tempi alla maturità si portavano gli ultimi tre anni, tutti, e la prima domanda del commissario di italiano fu: – mi parli della scuola pindarica (Da Filicaja e soci), la seconda: ora mi parli di Traiano Boccalini. Mi si dirà: aveva ragione Einaudi, nozioni su nozioni. Forse sì, ma premesso che saranno esistiti anche professori meno cretini di questo mio (per altro famoso allora), e che a simili domande forse oggi non c’è un solo professore di Liceo in servizio in grado di rispondere, essendo noi attrezzati a questo tipo di indagini, il danno veniva quasi sempre contenuto. La massa delle nozioni veniva elaborata comunque, col tempo sedimentava, si formava un sostrato su cui ciascuno poteva, a seconda delle proprie capacità, crescere e formarsi. Da qui ad avere degli studenti per i quali il passato comincia dal proprio nonno e si perde in una notte schellinghiana dove mulinano Garibaldi, Mosé, e Scipione, ce ne passa. Si tolga pure valore legale ai titoli di studio, ma ciò ci garantisce che cesserà l’insegnamento del nulla, da parte di chi nulla sa? E gli insegnanti chi li formerà, e in quale scuola, e lo Stato dovrebbe stare a guardare? Ogni ente con soldi e potere si farebbe la sua scuola: le banche, la Camusso, la Marcegaglia, la regione Sicilia, l’Inps. – Dove hai preso la maturità? – Al Liceo dell’Unipol -, – Dove ti sei laureato?- All’Università della Bocciofila bergamasca.
    A questo punto, se uno avesse un figlio a cui tiene solo un po’, lo manderebbe dai Gesuiti, sperando che non fossero troppo cambiati anche loro. Non abbiamo bisogno di leggi nuove, anzi, dovremmo da quelle che ci sono togliere il troppo e il vano. “Torniamo all’antico” diceva Verdi “Sarà un progresso”. Intendiamoci: non al Da Filicaja, per carità, in ogni caso, meglio la scuola pindarica che il nulla, con buona pace di Einaudi.

  6. Dilettatevi con la lettura di questo

    http://shamael.noblogs.org/?p=3981

  7. Leggetevi con urgenza questo

    http://www.trentinolibero.org/print.php?id=4837

  8. Ringrazio Maestro James per il link a “Trentino libero” che ha ripreso alcuni articoli de “il senso della misura”. Non conoscevo l’articolo in questione! Vedo che c’è stato un seguito con il titolo “è un fatto di casa nostra!“. Buona lettura

    http://www.trentinolibero.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1600:e-un-fatto-di-casa-nostra&catid=54:politica-locale&Itemid=411

  9. «Si tolga pure valore legale ai titoli di studio, ma ciò ci garantisce che cesserà l’insegnamento del nulla, da parte di chi nulla sa?» Outis

    …macché, è proprio lì il segreto del marketing (come si direbbe in certi ambienti):
    «L’obscurité n’est pas un défaut quand on parle à des bons jeunes, gens avides de savoir, et surtout de paraître savoir.»

    Stendhal, Promenades dans Rome, 17 mars 1828.

  10. @ Outis «Si tolga pure valore legale ai titoli di studio, ma ciò ci garantisce che cesserà l’insegnamento del nulla, da parte di chi nulla sa?»

    …qualcosa mi dice che i titoli di studio abbiano già da lungo tempo perso “valore legale”, nell’ambito del sistema mafioso/nepotista/clientelare/baronale dell’accademia nazionale, specialmente se, per “valore legale” intendiamo la loro capacità di rappresentare competenze, conoscenze e professionalità di chi li possiede e soprattutto di tutelare chi ne è in possesso dalle prevaricazioni e malversazioni dei prepotenti (mafiosi, “nepoti”, “clientes” e baroni) di cui sopra).
    D’altra parte, facendo solo per un momento astrazione dal contesto della docenza, credo che lo spirito della proposta di abolizione del valore legale dei titoli di studio sia quello di cercare di privilegiare il “saper fare” sul puro e semplice “sapere” …anche se non necessariamente pretendendo di riuscirci.
    Nell’ambito dell’insegnamento, poi, con tutte le riserve del caso sul costume nazionale (ricordo l’aneddoto di Walter Chiari, già citato in questo blog su “cosa fa un italiano quando non sa una cosa?” …la insegna!!!), ci sarebbero da fare alcuni distinguo: primo tra tutti, che il sapere non comporta necessariamente anche il saper comunicare, trasmettere e, dunque, insegnare!
    Poi, senz’altro anche il fatto che il sapere non è un insieme di nozioni e questo è tanto più vero per discipline come la Medicina e la Biologia che, per loro stessa natura, sono in continua evoluzione.
    In conclusione, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, così come è stata ed è praticata negli atenei nazionali (ex officio, per favorire i “brocchi” raccomandati e far fuori quelli bravi), non può certo essere la soluzione; direi, anzi, che essa rappresenta il problema. A queste condizioni, facendo tabula rasa di tutti i titoli di studio (inclusi quelli che si “comprano”, perché anche questa è una realtà da non sottovalutare!), possiamo cominciare ad aspettarci “ragionevolmente” (ma non necessariamente …ricordiamoci di che nazionalità siamo!) che la gente venga assunta per quello che può dimostrare di saper fare …e non per quello che (come oggi accade) sa, in base a quanto “certificato” da un pezzo di carta ingiallita o da una fotocopia!

  11. «Riconosco che esista da oggi in poi un problema comunicativo per spiegare ai nuovi studenti la struttura dei nostri corsi di laurea, ma faremo in modo di superare bene questo primo impatto che può disorientare.» Il Magnifico

    …eh, si, un problema “comunicativo” …no, non è un problema di comunicazione, ma di sostanza: è difficile far capire agli altri ciò che si è fatto, se non lo ha capito neanche l’autore.
    E se uno studente, davanti a un aggrovigliato corso di studi in cui è difficile capire persino in cosa ci si laurea non crede alla frottola della modernità interdisciplinare, credo che abbia ragione. Parliamoci chiaramente: oramai, dopo l’uscita di ruolo di una massa di docenti e il trasferimento di altri, fenomeni avvenuti in maniera aleatoria e disordinata, i numeri per consentirsi cose anche pregevoli (non parlo dunque delle famigerate ed imperiture “scienze del bue muschiato”) che hanno dato lustro all’ateneo in passato, non ci sono più, o verranno a mancare fra non molto. Di forme di integrazione, razionalizzazione sul territorio e dunque mobilità verso altri atenei, manco a parlarne (fatta eccezione per chi riesce a fuggire). Allora sarà ben difficile in futuro spiegare, e non solo agli studenti, come mai mancano dei corsi fondamentali, o perché ci sono docenti senza più corso, ricercatori senza ricerca o per qual ragione ci sono doppioni di corsi di studio che in due, non ne fanno uno.
    Non ci siamo ancora.

  12. «A questo punto, se uno avesse un figlio a cui tiene solo un po’, lo manderebbe dai Gesuiti.» Outis

    Qui non concordo, e pensa un po’ che io invece lo manderei dai … Giansenisti, memore di quello che dice Pascal sui Gesuiti nelle “Lettere Provinciali”; testo di estrema attualità, pensando alla scarsa coscienza civile e la morale rilassata degli italiani della decadenza:

    “poiché le massime evangeliche e severe servono per governare alcuni tipi di persone, se ne servono in quelle occasioni in cui esse giovano loro. Ma siccome queste stesse massime non s’accordano con le tendenze della maggior parte delle persone, nei riguardi di queste le abbandonano, per poter soddisfare tutti.”

  13. Io lo vorrei mandare ad una bella scuola pubblica, laica, aperta e tollerante, certo, se fossi costretto a scegliere, lo manderei anch’io dai Giansenisti piuttosto che dai Gesuiti, la scuola del dubbio è infinitamente più formativa di quella delle certezze, ma Ginér de los Rios e Cossìo sono morti e Port Royal è stato chiuso.

  14. Ma Cal dov’è finito????…

  15. O ha preso l’influenza o è diventato sottosegretario.

  16. @ DitemiPerchéSeLaMuccaFaMuIlMerloNonFaMe & outis

    Secondo me è a sciare, visto l’abbondante nevicata!
    Ma vi riporto di seguito email inviata al misterioso e magnifico Cal da un cittadino di San Miniato.

    Mag. Rettore,
    con la presente sono a segnalarLe grave disservizio, peraltro già segnalato via telefono (dopo ripetuti tentativi ho ricevuto risposta alle 9:45) alla sua segreteria, al Polo Scientifico di San Miniato, in pratica numerosi studenti rimanevano fuori ad aspettare l’apertura nonostante fossero già le ore 9:30. Detti studenti mi hanno informato che nessuno dall’interno, nostante la chiara presenza di personale docente e/o tecnico-amministrativo, li aveva avvertiti dell’eventuale chiusura e sospensione delle previste lezioni per causa meteo; gli stessi mi hanno riferito che avevano pure controllato su internet, nella apposita pagina del sito dell’Università riservata alle comunicazioni per gli studenti, ma nulla era vi era riportato in merito.
    Caro Rettore non è proprio una bella figura, né di efficienza e tantomeno di tempismo e comunicazione, quella che stamani ha fatto, Lei e l’Ateneo che presiede, nei confronti dei fruitori dei Vostri servigi.

    Distinti saluti
    da un cittadino attento e premuroso di San Miniato

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