Quando lo sciacallaggio parte dai vertici

Magliari

“I magliari” di Francesco Rosi (1959)

Da quando si è scoperta la voragine nei conti dell’Università di Siena, l’alienazione degli immobili ha rappresentato lo strumento più facile per superare le crisi di liquidità. Così Silvano Focardi nel 2009 ha venduto per 74 milioni di euro il San Niccolò e per 108 milioni di euro nel 2010 l’ospedale “Le Scotte”, creando le condizioni in base alle quali il suo successore avrebbe evitato il ricorso, per il 2011, allo scoperto di conto corrente e alle anticipazioni sul fondo di finanziamento ministeriale 2012. La dismissione di alcuni immobili rientra anche tra le misure straordinarie di Riccaboni che, però, ha previsto la costituzione di un Fondo immobiliare, l’individuazione di intermediari specializzati e la sottoscrizione, da parte dell’Ateneo, di quote da collocare presso investitori. L’assoluta segretezza dell’operazione, il tentativo di far approvare dal CdA il progetto nascosto all’interno di una delibera sulla ricognizione degli spazi (quindi, con una procedura scorretta sul piano formale e sostanziale), i rapporti mai chiariti con un operatore finanziario indagato dalla Procura di Fondi, la scelta, da parte del rettore, come consigliere finanziario, di un docente che è socio di maggioranza di una S.r.l che ha per oggetto sociale proprio operazioni del genere, hanno legittimato il sospetto di una speculazione finanziaria ai danni dell’Università di Siena. Ho più volte denunciato pubblicamente tali circostanze fino a quando il CdA non ha deciso di bocciare il rischioso progetto. Ma lo sconcerto e la rabbia per l’opera di sciacallaggio ai danni del nostro martoriato ateneo hanno modo di manifestarsi pienamente leggendo le intercettazioni di seguito riportate tra Riccaboni e il suo consigliere finanziario, professore a Siena di Intermediari finanziari, Lorenzo Frediani, nonché socio di maggioranza di Astrea S.r.l., avendo versato 28.500,00 € sui 30.000,00 € di capitale sociale.

Telefonate di Frediani (Astrea) a Riccaboni nel 2010
– 4 novembre (ore 16:26): una voce maschile chiede conferma sulla nomina. Si accordano di vedersi tra un po’ in facoltà.
– 4 novembre (ore 19:04): una voce maschile chiama per congratularsi per la nuova nomina e chiede insistentemente un incontro prima dei festeggiamenti per parlare del loro progetto.
– 10 novembre 2010 (ore 10:09): fissano un incontro per il 19 novembre (alle ore 10.00) con il nuovo direttore amministrativo e la ragioneria dell’università per procedere – dopo aver controllato i conti – alla programmazione di un fondo immobiliare o vendita dei beni dell’Unisi.
– 18 novembre 2010 (ore 09:42): un uomo chiama Riccaboni e gli chiede conferma per l’indomani alle 10 con il direttore amministrativo. Riccaboni conferma.
– 22 novembre 2010 (ore 09:53): una voce maschile chiama Riccaboni e lo mette sull’avviso di non discutere con nessuno nel dettaglio del piano di risanamento, visto che ci sono dei problemi in arrivo come la mancata corresponsione del contributo di 8 milioni di euro da parte della regione che mette a rischio il pagamento degli stipendi per dicembre. La linea diventa disturbata…
– 22 novembre 2010 (ore 09:57): una voce maschile riprende il discorso interrottosi precedentemente e gli fa presente che mancano i soldi per pagare gli stipendi di dicembre. Riccaboni propone di far ricorso alle anticipazioni di cassa e la voce maschile precisa che al 31 dicembre le anticipazioni di cassa devono essere portate a zero. Se bisogna percorrere quella strada, la voce maschile dice che va richiesto un incontro a Mussari e a Marino per vedere se la fanno percorrere. Non è una cosa semplice anche perché le tredicesime vanno pagate il 12 o il 13. Riccaboni dice che ci vuole pensare e si accordano di sentirsi domattina.
– 1 dicembre 2010 (ore 09:52): Angelo viene chiamato da un uomo che gli suggerisce di aumentare il numero delle persone che lavorano nella ragioneria perché sono in uno stato di criticità, almeno finché le cose non girano. Riccaboni si appunta la cosa. L’interlocutore dice che poi con calma devono vedere come riorganizzare l’università ma questo deve essere un provvedimento da prendere subito. Riccaboni dice che ne parlerà con la Fabbro.

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Il pernicioso contributo dei cattolici alla politica

Mauro Aurigi. Da un po’ di tempo si sono infittiti i messaggi della variegata consorteria cattolica (il neo-guelfismo) circa il diritto-dovere dei fedeli di dare un maggior contributo alla politica nazionale. Non ci sarebbe niente di male (anzi!) se quel contributo fosse dato in quanto cittadini, come accuratamente prevede la Costituzione, e non in quanto cattolici, come altrettanto accuratamente la Costituzione non prevede. Così quel proposito di un maggiore attivismo cattolico nella politica diventa preoccupante, anzi minaccioso. E mi spiego.

Non c’è bisogno di particolare erudizione o competenza per rendersi conto che l’Occidente, ossia la parte più evoluta del pianeta, è diviso in due da una non sottile linea di demarcazione: da una parte i paesi protestanti, caratterizzati da livelli maggiori di ricchezza, cultura e moralità civica e dall’altra quelli cattolici (e quelli ortodossi) dove ricchezza, cultura e moralità civica stanno evaporando o sono già un antico ricordo. Il fatto è che dalla metà del Cinquecento la Riforma protestante e la Controriforma cattolica hanno concorso al rovesciamento di un assetto plurisecolare che aveva visto fino ad allora l’Europa mediterranea in generale e la Toscana in particolare rappresentare il vertice indiscusso della civiltà occidentale, mentre i popoli del nord erano rimasti ai margini remoti di quella civiltà. Da quel momento questi ultimi cominceranno la loro marcia fino a conquistare il primato planetario in fatto di ricchezza, cultura e moralità civica.

I protestanti affrontano meglio di noi l’attuale crisi
Si può restare perplessi di fronte all’affermazione di cui sopra, ma non esiste altra convincente argomentazione per giustificare quel rovesciamento di posizioni in Europa. Come non ne esistono per spiegare altrimenti l’enorme dislivello esistente tra l’America del Nord e quella del Sud. Anche all’interno di omogenee aree geografiche il fenomeno si riproduce con lo stesso identico segno. Nel ricco Canada esiste un’enclave (relativamente) più povera del resto del paese: è quella dello Stato del Québec, francofono e cattolico. E forse lo stesso potrebbe dirsi degli Stati Uniti per le ristrette aree francofone e cattoliche della Louisiana. O come nel Mar delle Antille, dove le isole colonizzate cinquecento anni fa dagli Inglesi sono molto più evolute di quelle contemporaneamente colonizzate dagli Spagnoli o dai Francesi, ancorché abitate tutte dagli stessi discendenti degli schiavi africani. Nella stessa Europa c’è il caso del Belgio dove una frattura insanabile ormai divide la zona fiamminga, più ricca e protestante, dalla zona vallone, anch’essa francofona e cattolica. Insomma questa è una regola che non ha eccezioni sul pianeta: non c’è un solo paese cattolico che possa vantare livelli di qualità della vita superiori a uno solo dei paesi protestanti.

Ma è proprio in questi giorni che abbiamo la riprova drammatica di quella linea di demarcazione tra mondo protestante e mondo cattolico (e anche ortodosso): i paesi che nell’attuale crisi rischiano di soccombere sono Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, e forse anche la Francia, mentre non si ha notizia per il momento di ripercussioni altrettanto gravi nei paesi protestanti. Fa eccezione la piccolissima Islanda (380.000 abitanti). È vero che è stata travolta dalla crisi, ma ne è anche uscita subito con un referendum popolare di lacrime e sangue che, ovviamente, ha anche azzerato la classe politica del paese.

Ma non c’entra la fede religiosa
È necessario dire subito che la fede religiosa non ha alcun ruolo sul fenomeno sopra descritto: i cinque libri sacri (Bibbia e i quattro Vangeli) sono assolutamente uguali per tutti i cristiani. Ma lo stesso non si può dire del ruolo decisivo giocato dall’organizzazione gerarchica delle rispettive chiese. Quelle cattolica e ortodossa sono molto più verticistiche e più portate ad occuparsi dell’immanente (e quindi della politica). Mentre quelle protestanti hanno invece un’organizzazione molto più orizzontale (niente papi o cardinali e maggior potere della società civile sulla gerarchia religiosa) e sono quasi assenti dal dibattito politico. Questa situazione non poteva non condizionare la realtà socio-politica dei paesi interessati. In quelli protestanti ha prodotto livelli più alti di democrazia (maggior potere del popolo rispetto alla gerarchia politica) e conseguentemente anche di qualità della vita. Viceversa per quelli cattolici e ortodossi.

In soldoni: il contributo dei cattolici ha portato e porta iella. A Roma come a Siena. Siamo già molto malridotti e non abbiamo alcuna speranza in un’inversione di tendenza. Continueremo a precipitare (a Roma come a Siena) tanto più in basso quanto più i devoti dirigenti della politica terrena (come gli on.li Binetti o Fioroni, a puro titolo d’esempio, e sono tutti da valutare gli effetti futuri dell’attuale devoto governo Monti) metteranno la propria fede religiosa e il rispetto delle gerarchie cattoliche sopra l’interesse generale e il bene comune; quanto più la gerarchia cattolica metterà bocca nelle cose che attengono solamente alla terrena sovranità popolare; quanto più avranno peso fenomeni come l’Opus Dei, l’Ior, Comunione e liberazione o la Compagnia delle opere; e quanto più ex dirigenti del vecchio PCI, come D’Alema, Veltroni e Bersani (sempre a titolo d’esempio, perché il fenomeno è molto vasto), sgomiteranno per farsi vedere in prima fila alle celebrazioni in Vaticano o alle manifestazioni di Comunione e liberazione.

Insomma possiamo solo aspettarci il peggio. Con cattolica rassegnazione.

La Cina è vicina per l’azienda ospedaliera universitaria senese

Come altre volte, pubblichiamo un articolo, utile alla discussione in periodi di crisi, inviatoci da un anonimo.

VIVA LA TRASPARENZA

Pasquino. Si credeva che la sigla CSI si riferisse alla pluripremiata serie televisiva statunitense “Crime Scene Investigation”, in onda dal 2000. Invece la stessa sigla è usata anche dalla Regione Toscana per la cosiddetta Cooperazione Sanitaria Internazionale, che è il soggetto di molteplici delibere della Giunta Regionale, sempre proposte dal governatore Enrico Rossi. Dal 2008 al 2011 sono stati stanziati dalla Toscana circa 14 milioni € per finanziare i progetti CSI, ma fra questi non risulta il progetto di cooperazione tra l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (AOUS) e il Ministero della Sanità della Cina. Come mai? Come si è finanziato il progetto cinese del Dott. Morello, Direttore dell’AOUS? Come hanno fatto i nostri assessori al Diritto alla Salute, prima Enrico Rossi e dopo Daniela Scaramuccia, ad approvare un programma CSI con la Cina? La delibera 695/2011 (Allegato A, pag. 3) dice: «La Regione Toscana riconosce nell’obiettivo generale di “lotta alla povertà”, nella sua più ampia accezione, il focus di tutte le sue iniziative, perché soltanto attraverso il miglioramento delle condizioni di vita delle persone si può migliorare la Salute dei popoli.» Poveri i Cinesi!… Inoltre, nella stessa delibera (Allegato A, pag 6): «La Regione Toscana, per lo svolgimento delle sue progettualità di cooperazione sanitaria, ha individuato le seguenti aree di intervento prioritario: Medio Oriente, Africa Sub Sahariana, Area Balcanica e l’Europa dell’Est, Paesi arabi del Mediterraneo.» E la Cina dov’è? Che non si tratti di un programma di Cooperazione Sanitaria Internazionale approvato dalla Regione Toscana?

In un Comunicato Stampa del 30/9/10 si legge: «È appena arrivato alle Scotte il nuovo gruppo di medici cinesi impegnati in uno scambio formativo e scientifico con i professionisti senesi. “Il programma di formazione clinica tra la Regione Toscana e il Ministero della Salute cinese – spiega Paolo Morello Marchese, direttore generale – ha prodotto risultati più che positivi e molto promettenti per il futuro. In un anno ci sono stati più di 50 medici cinesi impegnati in una proficua collaborazione con i nostri medici”. Il progetto è andato avanti grazie ad un accordo di cooperazione internazionale tra Assessorato al Diritto alla Salute della Regione Toscana e Ministero della Salute della Repubblica Popolare Cinese, con pieno coinvolgimento dell’AOUS, che è l’unica sede toscana a ospitare i professionisti cinesi.» Come mai tra le tante delibere della giunta regionale non c’è quella che riconosca l’esistenza della CSI con la Cina? Anche l’Università di Siena è coinvolta, ma è difficile ipotizzare che possa contribuire alle spese. Da un comunicato stampa congiunto: «Accordi di collaborazione e scambio nell’ambito della ricerca, della didattica, della formazione specialistica dei medici sono stati raggiunti tra Università di Siena, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e alcune delle più importanti istituzioni universitarie e ospedaliere della Repubblica Popolare Cinese. Questi gli obiettivi conseguiti dal rettore, Silvano Focardi, dal preside della Facoltà di Medicina, Gian Maria Rossolini e dal direttore generale delle Scotte, Paolo Morello Marchese, appena rientrati da un viaggio di lavoro in Cina, nel quale hanno incontrato alti funzionari ministeriali e rettori di Atenei. Grazie a un solido rapporto di collaborazione instaurato da tempo tra Regione Toscana e Cina, lo staff senese ha portato a casa concreti risultati, con ben cinque progetti innovativi». Al viaggio per lavoro, hanno partecipato anche le relative consorti? È possibile sapere chi ha pagato?

Qualche mese fa il Dott. Morello ha portato in viaggio premio in Cina anche i medici senesi, universitari e non, che hanno contribuito alle attività formative per i Cinesi. Non basta! Anche le segretarie del Dott. Morello hanno beneficiato di un viaggio premio in Cina per meriti organizzativi. Infatti, coordinano tutte le attività “culturali” dei Cinesi in formazione che, grazie allo stage senese, conoscono le bellezze della Toscana meglio di noi. Tutti gli automezzi e gli autisti dell’AOUS sono mobilitati per portare in giro i medici cinesi, dimostratisi pienamente soddisfatti. Alla fine dello stage, medici cinesi e italiani, segretarie e autisti tutti sul pulman aziendale per una cena d’addio offerta dal Dott. Morello. È possibile sapere chi ha pagato?
Forse la sigla CSI non è poi così inappropriata.

Inciucio istituzionale all’Università di Siena: l’ex Ministro Gelmini smentito dal rappresentante del Governo in CdA

Con la sigla R.S., su La Nazione Siena di oggi, è apparsa una interessante intervista al rappresentante del Governo nel CdA dell’Università di Siena, David Cantagalli, che smentisce clamorosamente la testimonianza resa dall’ex Ministro Mariastella Gelmini alla Procura della Repubblica di Siena, nell’ambito dell’inchiesta sulle irregolarità nelle elezioni del rettore.

Avvertii personalmente il ministro dell’inchiesta sulle elezioni del rettore

Dottor Cantagalli, lei è stato nominato quale rappresentante del Governo nel CdA dell’Università. Negli ultimi giorni, con la chiusura delle indagini sulle elezioni per il rinnovo del rettore, avrà letto le dichiarazioni rilasciate dall’ex ministro Gelmini durante il colloquio dello scorso febbraio con i magistrati, in cui sostiene che non sapeva esattamente come stessero le cose. Lei non l’aveva mai informata?
«Sì, ho letto e ho seguito con attenzione la vicenda rimanendone sorpreso. Nel periodo immediatamente successivo alle elezioni, in attesa che fosse firmato il decreto di nomina del nuovo rettore, Angelo Riccaboni, ebbi modo in più occasioni di mettere al corrente lo staff più vicino al Ministro di quello che stava accadendo all’Università di Siena, e cioè l’adombrasi sulle elezioni del sospetto di irregolarità, confermato dall’apertura di un fascicolo d’indagine da parte della magistratura. In particolar modo parlai con il suo segretario personale al quale inviai una email con una informativa da trasmettere immediatamente e personalmente al Ministro, in cui spiegavo quello che stava accadendo. E sottolineando che: la magistratura svolgeva delle indagini; che nella cittadinanza e negli ambienti universitari si andava diffondendo l’idea che le elezioni fossero viziate da gravi irregolarità; che tutto ciò non giovava all’opera di risanamento dell’Università di Siena. Infine ‘pregavo’ il ministro Gelmini di decidere se firmare o meno il decreto, facendo affidamento sulla sua sensibilità istituzionale e di donna e suggerendo anche una possibile via di uscita da questo vicolo cieco. Per confermare l’imparzialità di quanto affermavo inviai al segretario personale del Ministro una nutrita rassegna stampa su questa vicenda».

E non ha mai parlato dell’inchiesta con nessuno del Gabinetto del ministro?
«Sì, in particolar modo ho avuto occasione più volte di parlare con il professor Schiesaro, consigliere del Ministro, a cui ho riferito in quelle occasioni le mie preoccupazioni sulle elezioni, tenendolo aggiornato costantemente su quello che stava accadendo. Più volte ho ricevuto dallo stesso Consigliere rassicurazioni sul fatto che la vicenda era seguita con attenzione dal Ministero».

A leggere gli atti, il suo chiedere il rispetto delle regole e delle procedure non incontrava molti entusiasmi…
«Non ho avuto modo di leggere gli atti d’indagine, ma non stento a credere che la mia nomina e il mio operato nel CdA non abbia suscitato molti entusiasmi. Come più volte ho avuto modo di affermare pubblicamente e in Cda, per risanare l’Università di Siena occorre uno spiccato senso del bene comune, da perseguire considerando l’Istituzione come un bene primario e indispensabile per la città sia dal punto di vista economico che culturale. Se si pongono in atto le logiche di difesa di interessi particolari o peggio ancora si cerca di compiacere le categorie e le realtà che esercitano attività di lobbying sull’Università, il risanamento si allontana e il bene comune diventa una chimera. In poche parole chi esercita il suo mandato secondo la logica volta al perseguimento dell’interesse collettivo e non particolare non può piacere, e non può esercitare sugli animi di chi ha favorito il disastro di questa gloriosa Istituzione entusiasmi d’alcun genere».

Il rettore Riccaboni ha rivisto, proprio in questi giorni, il piano di risanamento e ha spostato al 2017 l’anno del pareggio. È un obiettivo possibile o quali altre azioni devono essere intraprese?
«A dire il vero per ciò che concerne il piano di risanamento sono un po’ preoccupato per due motivi. Il primo è che non ho visto novità importanti nel piano di risanamento Unisi 2017 rispetto al piano di risanamento Unisi 2015 approvato dal precedente rettore Silvano Focardi e dall’allora direttore amministrativo Antonio Barretta. Ciò dimostra da una parte che l’Unisi 2015 era un piano efficace ma allo stesso tempo dimostra una certa carenza di idee da parte dell’attuale governance. Più volte ho invitato l’attuale rettore e l’attuale direttrice amministrativa a metter mano all’Unisi 2015 o per lo meno a fare il punto sul suo stato d’attuazione. Il secondo motivo è che rispetto al Piano Unisi 2015, l’Unisi 2017 allunga i tempi del risanamento di due anni. Questo fa pensare ad un ammorbidimento della linea per ciò che concerne il pareggio di bilancio con il pericolo, sempre più concreto, che si possa verificare una crisi di liquidità. Io credo che per risanare l’Università di Siena occorra rinunciare ad atti considerati con favore dalle lobby interne ed esterne all’Università, perseguendo solo ed esclusivamente l’obbiettivo del risanamento, con coraggio e provvedimenti anche dolorosi e impopolari. Credo che il consenso e la credibilità della classe dirigente universitaria, e in generale della macchina statale e politica, non si possa fondare sui meccanismi che hanno trascinato l’Università e lo Stato sull’orlo del baratro, ma si debba fondare su attenta e appassionata opera, libera da qualsiasi condizionamento politico o di altro genere, diretta a perseguire e a realizzare ad ogni costo il bene comune di questa istituzione e del nostro Paese».

Siena: dalla “piccola Oxford” all’Università delle truffe

Ormai è chiaro! L’Università degli Studi di Siena ha un altro primato, quello delle truffe compiute da autorevoli personaggi che hanno gestito l’ateneo per fini esclusivamente personali. Si trova di tutto: consulenze dorate per gli amici, uso privato di mezzi e strutture pubbliche, compensi in conto terzi senza controllo, rimborsi di missioni mai avvenute, centri di servizio costituiti per macinare profitti per pochi, posti di ricercatore senza copertura finanziaria per figli e amici, compensi illimitati ai docenti dei master e dei corsi di perfezionamento, tasse del post-laurea senza alcun tetto e in parte intascate da qualche furbo. Ecco, tutto questo accade da 26 anni e spiega la voragine nei conti e il dissesto anche morale di un Ateneo dal glorioso passato. Le prove raccolte dalla Procura della Repubblica di Siena per il primo filone d’indagine, rese pubbliche da pochissimi giornali e da qualche blog, rivelano solo una piccola parte del malaffare ma dimostrano chiaramente le responsabilità dei vertici passati e attuali, la mancanza di senso delle istituzioni, le piccinerie, l’irrazionalità e, per alcune decisioni, l’imbecillità manifesta. Altrimenti, perché falsificare platealmente il concorso per Direttore Amministrativo quando si sarebbe potuto ottenere lo stesso risultato in modo regolare? Infatti, lo Statuto concedeva a Riccaboni la prerogativa di nominare la persona che lui aveva scelto: la Fabbro, appunto. Allora, perché bandire una “selezione pubblica” (con una commissione presieduta da lui stesso), alla quale parteciparono ben 49 candidati, tra direttori amministrativi e dirigenti d’altre università? Com’è noto, vinse la Fabbro e il concorso-farsa ha in seguito assunto i contorni di una truffa ai danni dell’Ateneo senese, dei suoi dipendenti e dei candidati. A questi ultimi è toccata anche l’onta di veder prevalere una collega già condannata per illecito amministrativo-contabile nell’esercizio delle sue funzioni di direttore amministrativo dell’Università di Bologna. Di questo, ovviamente, nel suo curriculum non c’è traccia. Ma al danno si aggiunge anche la beffa, se si legge di seguito l’intercettazione telefonica tra Marco Tomasi (ex Direttore generale del Ministero dell’Università) e Riccaboni. I due dispensano a piene mani amenità e “perle di saggezza” del tipo: «lei ha visto il parterre dei candidati? … uno che è bravo non verrà mai a mettersi in concorso!»; i concorsi sono «falsa democrazia, demagogia, finto rispetto delle regole che poi diventa masochismo!». Ci si meraviglia ancora del baratro in cui è sprofondata l’Università di Siena?

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Università di Siena: i “Berlinguer boys” alla ricerca di una diversità mai posseduta

Una  notizia passata inosservata in agosto torna d’attualità, considerando che all’università di Siena i docenti sono oggi 879, che la Corte dei Conti sta valutando il danno erariale degli incentivi faraonici per il prepensionamento e che, in alcuni settori, mancano i docenti. È, forse, arrivato il momento che la legione di studiosi di “Storia contemporanea” a Siena cominci a insegnare Medicina Legale e Anatomia umana?

Leggendo le dichiarazioni dei Professori Tommaso Detti e Marcello Flores D’Arcais sulla loro decisione di andare in pensione anzitempo, il pensiero corre all’intervista di Enrico Berlinguer sulla “questione morale”, ricordata nello scorso mese di luglio da Eugenio Scalfari a trent’anni dalla pubblicazione. Vi è un passo di quell’intervista che è bene ricordare: «I partiti hanno occupato lo Stato, gli istituti culturali, gli ospedali, le università (…) una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi.» Ebbene, esiste un nesso tra il prepensionamento volontario dei due docenti di Storia contemporanea e l’intervista di Enrico Berlinguer? Ovviamente, no! Così com’è da escludere che costoro, trattandosi di due illustri storici, possano rientrare tra i cattedratici imposti dai partiti. Però, la notizia del pensionamento dei due docenti mette in luce un dato preoccupante. Nell’Università di Siena esiste una legione di Storici contemporaneisti: ben 22 (11 ordinari, 7 associati, 4 ricercatori). È proprio questo numero che ci riporta all’intervista di Berlinguer. Infatti, il confronto con altri Atenei, anche di dimensioni maggiori di quello senese, evidenzia in modo inequivocabile l’esubero di storici a Siena. A Pavia ce ne sono 6, a Palermo e Parma 4, a Verona 3. A Siena, prima in tutto, ne servivano 24: sì, il numero più alto di storici, raggiunto nel 2005, sotto la guida del grande timoniere Piero Tosi! È indubitabile che questa disciplina (ma non è la sola) presentasse le caratteristiche giuste, specialmente in una realtà politico-culturale peculiare come quella senese, perché l’ingerenza dei Partiti si manifestasse con prepotenza nell’arruolamento di docenti non necessari, a danno di settori disciplinari essenziali, che oggi rischiano di scomparire. Sicché, il pensionamento dei due docenti non comporterà alcun disservizio. Anzi! Ci si chiede come facciano, tutti questi storici, a raggiungere, ciascuno, il tetto delle 120 ore di lezioni l’anno, imposto dal Senato Accademico.

Ma veniamo alle dichiarazioni dei due docenti, che hanno ottenuto un contratto, per 60 ore l’anno di attività didattiche, che frutterà ad ognuno in 5 anni circa 150.000 euro lordi, più l’importo del differenziale tra l’ultimo stipendio percepito e la pensione. Dichiara il Prof. Detti: «Oltre a dare una mano alla mia Università, poi, andando via in anticipo contribuirò ad accelerare un ricambio generazionale, anche se per questo purtroppo occorrerà tempo.» E il Prof. Flores D’Arcais aggiunge: «Nessun ateneo italiano ha davvero formulato un progetto/proposta serio, capace di incoraggiare la scelta dei docenti nel modo in cui ha fatto l’Università di Siena.» Leggendo le loro dichiarazioni integrali (a pag. 4), si vede che manca il senso della misura e, aggiungerei, del pudore! Uno dei due lo farebbe per «dare una mano all’Università e accelerare il ricambio generazionale». E l’altro si meraviglia che nessun ateneo regali, come accade a Siena, tutti questi soldi a chi anticipa il pensionamento. Che fosse solo una questione di soldi, lo avevano capito subito gli estensori del collegato regolamento che proclamavano sicuri: «daremo incentivi che i docenti non potranno rifiutare!» Come si vede, è del tutto ininfluente che l’ateneo senese non sia in grado di concedere tali incentivi che per giunta provocano un danno erariale. È come togliere le capsule d’oro dalla bocca di un morto prima della sepoltura. Tutti, impassibili, assistiamo all’orgiastico saccheggio di un cadavere insepolto, l’università senese, con i più furbi che camuffano come interesse generale la loro azione di sciacallaggio. È chiaro che chi volesse realmente “dare una mano” all’ateneo dovrebbe prima di tutto rinunciare agli incentivi.

«A Siena, con un ateneo gravato da un buco enorme, c’è un rettore “storico” frutto di quel sistema e per giunta delegittimato»

Dopo la presentazione dell’interrogazione sulla regolarità delle elezioni del rettore, il senatore Amato ha rilasciato a “La Nazione, Siena” (4 dicembre 2011) la seguente intervista.

Paola Tomassoni. «Il caso senese è esempio nazionale quando si parla di sbagliata governance dell’università italiana. Qui siamo di fronte a una gravissima situazione economica e a una scarsa credibilità del suo vertice, oggi anche delegittimato, che dovrebbe invece affrontare la situazione. Ho sempre sostenuto la necessità di un commissariamento, quindi nuove elezioni e soprattutto grandi cambiamenti per far ripartire il tutto». A parlare è Pietro Paolo Amato, senatore PdL, che ha appena depositato la quinta interrogazione parlamentare sull’Università di Siena.

«L’interrogazione serve a conoscere la posizione del nuovo ministro, alla luce di due chiusure di indagini e di una nuova normativa che riguarda la figura del rettore – spiega – e sulla posizione che intenderà prendere (ovvero se si costituirà parte civile), visto che il suo predecessore, sentito in Procura sull’elezione dell’attuale rettore, è chiamato in causa direttamente». I nuovi atti alla mano del senatore Amato sono, dunque, la conclusione delle indagini preliminari nel procedimento relativo alla regolarità dell’elezione del rettore e poi la chiusura del filone principale dell’indagine sul dissesto economico. «Nel frattempo – afferma il senatore Pdl – è arrivata anche la legge 30 dicembre 2010 n. 240, relativa alle “norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”, che introduce nuove modalità per l’elezione del rettore. Non sarebbe il caso di avvalersene per la situazione senese?». Ecco la domanda di Amato: in sintesi il senatore vuole dire che visto che ci sono così tanti e forti dubbi pendenti sull’università e il suo rettore, che potrebbero anche inficiarne la posizione, forse sarebbe il caso di indire nuove elezioni. «Una mossa, questa, di competenza del Ministero con la prevista revoca della nomina, che andrebbe anche a tutela del Magnifico stesso – spiega –, a chiarirne l’autorità una volta per tutte».

In riferimento all’indagine sul “buco” la stessa interrogazione, invece, lancia il messaggio della necessità di riforme strutturali che incidano sul disavanzo: «Non si può continuare a vendere immobili per ripianare la spesa corrente – spiega Amato – cerchiamo di creare un virtuosismo invece, andando ad agire sull’organizzazione della struttura, il personale e le diverse sedi. I nodi dell’ateneo sono legati alla riduzione della spesa, con anche dismissione di immobili inutili, ma fondamentale è la modifica della struttura dei costi. Il problema in realtà va al di là dei singoli rettori, è la governance, il sistema che non va: l’autonomia degli atenei deve essere fondata su una gestione economica corretta, con entrate e uscite che “tornano”. A Siena, con un ateneo gravato da un buco enorme, oggi troviamo un rettore “storico” frutto di quel sistema: Riccaboni si è presentato come il rinnovatore ma a oggi mi sembra abbia fatto solo tanti discorsi, il tutto per chiedere finanziamenti governativi».