L’università di Siena? Una fabbrica di pentole da venditore ambulante

Scrivevo nel 2008 che il necessario e rigoroso risanamento dell’ateneo senese avrebbe dovuto salvaguardare la centralità degli studenti e dei docenti, razionalizzando l’offerta formativa e puntando sulla qualità della didattica. L’amministrazione universitaria dell’epoca, ipotizzando un pareggio di bilancio per il 2012, fornì anche le seguenti proiezioni sul numero dei dipendenti, calcolato considerando le uscite per pensionamenti senza alcuna sostituzione: 872 docenti e 1163 non docenti al 31 dicembre 2014. Dopo tre anni, a che punto siamo? Quanto hanno inciso politica dei prepensionamenti con lauti incentivi e demotivazione per l’assenza di una seria proposta di risanamento e di rilancio dell’università? I dati della tabella ci dicono che già oggi, con tre anni d’anticipo, il numero dei docenti è inferiore a quello previsto per il 2014. La situazione è drammatica ed è facile immaginare quel che accadrà fra tre anni. Ma ancor prima fra tre giorni, quando entrerà in vigore il decreto legislativo sul sistema d’accreditamento, che «comporta l’accertamento della rispondenza delle sedi e dei corsi di studio agli indicatori, volti a misurare e verificare i requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di qualificazione dei docenti e di qualificazione della ricerca idonei a garantire qualità, efficienza ed efficacia nonché a verificare la sostenibilità economico-finanziaria delle attività.» Quel che sta accadendo a Siena preoccupa: richiamare i colleghi già pensionati per ricoprire gli insegnamenti va bene; ma assegnare i corsi al primo che passa è inaccettabile; non si può dimenticare che «docenti universitari, esperti cioè nell’insegnamento e nella ricerca e capaci di guidare l’uno e l’altra, non si nasce né ci si improvvisa.»