Anche “il MoVimento 5 stelle” chiede le dimissioni del rettore, alla luce della condanna dell’ateneo senese sul salario accessorio

Michele-PinassiMichele Pinassi. Ieri l’ateneo è stato condannato a pagare l’accessorio e alla luce di questo chiediamo le dimissioni del rettore: Siena è al punto di rottura con il passato e di rilancio verso il futuro. La situazione economica poi dell’ateneo è conseguenza del disastro della Banca: se questa avesse continuato a elargire dividendi non si dovrebbero ora ridurre i costi di gestione. Una riduzione che a oggi va ad intaccare solo le fasce deboli e non i baroni dell’ateneo. Poi è necessaria una politica contro gli affitti in nero e a favore degli studenti. Qui l’amministrazione può agire, con la promozione di una vita culturale extrascolastica, a rendere l’esperienza di studio anche sociale.

Un secondo comunicato del MoVimento 5 Stelle sull’argomento.

La condanna che il Giudice del Lavoro, Delio Cammarosano, ha inflitto all’Ateneo senese, decretando finalmente quello che già molti si aspettavano da quasi due anni, è l’ennesimo duro colpo di immagine ad una realtà importante come l’Università. È bene chiarire che ad essere stata condannata è stata l’amministrazione dell’Università, a conferma che l’attuale gestione Riccaboni-Fabbro non solo è inadatta a gestire il rilancio dell’Ateneo (gli ultimi bilanci lo confermano) ma, come se non bastasse l’enorme voragine creata dai loro predecessori, continuano a picconare le già fragili fondamenta attuando politiche illegittime, come quella della decurtazione del salario accessorio agli oltre 1000 dipendenti tecnico-amministrativi, che aggiungono – oltre al danno economico – pure la beffa. Presente alla lettura della sentenza il candidato sindaco Michele Pinassi, dipendente tecnico-amministrativo dell’Università senese, che ha subìto direttamente sulla propria pelle le scelte di una amministrazione che ha colpito i più deboli per tutelare i tanti “baroni” universitari.
In questa occasione vogliamo sottolineare come il personale tecnico-amministrativo sia fondamentale per garantire i tanti servizi agli studenti e alla didattica che l’Università offre e che dovrà potenziare per garantire sempre di più servizi di qualità, così da tornare ad essere un grande polo attrattivo per gli studenti italiani e stranieri, con ricadute economiche positive sull’intera città. Certo è che una condanna nei confronti dell’Amministrazione non aiuta nel processo di risanamento: per questo i responsabili devono fare immediatamente un passo indietro.

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4 Risposte

  1. «La situazione economica poi dell’ateneo è conseguenza del disastro della Banca: se questa avesse continuato a elargire dividendi non si dovrebbero ora ridurre i costi di gestione.» Pinassi

    Pinassi, ma che stai dicendo? Quali “dividendi” del menga, gli stipendi li paghi coi dividendi del Monte dei Paschi o col FFO? La situazione economica in cui versa l’ateneo è colpa in primo luogo della cattiva gestione dell’ateneo stesso, di scelte strategiche sbagliate, dello scialo, dei quattrini buttati via (che tanto sono “pubblici”), dei disegni faraonici, degli uffici per la propaganda, della “longa manus” della partitocrazia, della pessima politica di reclutamento e gestione delle risorse umane e poi della drastica riduzione dei finanziamenti statali, nonché delle norme draconiane sui requisiti minimi di cui ai precedenti messaggi.

    Quanto alla necessità di una lotta “contro gli affitti in nero e a favore degli studenti”, per carità, sacrosanta battaglia: ma se gli studenti vanno via da Siena a colpi del 20% in un solo anno, non credo sia principalmente colpa degli affitti, bensì della sempre minore attrazione dell’offerta formativa (pensateci, qualche volta, che a questo serve una università, non a produrre ricciarelli e panpepati – sebbene faccia mia l’osservazione di Remo Tessitore al riguardo). Eppure, tu ed altri, di fatto proponete di peggiorarla ulteriormente:

    «Una riduzione che a oggi va ad intaccare solo le fasce deboli e non i baroni dell’ateneo.» Pinassi

    Pinassi, vuoi essere più chiaro? Lasciatelo dire, codesto per te è proprio un tic: “i baroni dell’ateneo”, facile demagogia, lo ripeti ad ogni piè sospinto ad ogni tua sortita pubblica: a Siena di professori ne stanno mandando in pensione cinquecento (chiaro? Fünfhundert, five hundred, cinq cent, quinientos, пятьсот, 零 …), salvo trattenerne qualcuno in forza della succitata sentenza della Corte Costituzionale, cioè a dire la metà dell’intero corpo docente, e aggiungi che, data la presente situazione di stallo completo, chi può, scappa altrove: ti paiono pochi? Chi pensi che insegnerà al loro posto, visto che il turn over è bloccato, che le leggi mille volte richiamate (vedi Decreto Ministeriale 30 gennaio 2013, n. 47 qui sotto riportato e chiosato) richiedono un preciso numero ed una esatto assortimento dei docenti per “accreditare” i corsi di studio?

    In pochissimi anni-ricordava Li Causi – il numero di corsi di laurea è già vertiginosamente sceso da 45 a 29, in molti casi con la pratica assurda dell’ “accorpamento” di cose sideralmente lontane (gli effetti: la fuga degli studenti); col numero di docenti che resteranno da qui a cinque anni, distribuiti un po’ a casaccio com’è inevitabile che sia, in forza delle succitate norme sarà grasso che cola se di corsi ne sopravviveranno 20; dei dottorati non si sa bene cosa ne sarà, per via delle nuove norme che impongono almeno 6 borse di studio, che con la miseria che c’è, quasi nessuno, localmente, ha: cos’altro vuoi “intaccare”? Qual’è il tuo disegno, la “soluzione finale”?

    Ma poi, si può sapere chi sono questi “baroni” che con demagogia da venditori di pentolame si additano al ludibrio del popolino ignorante (altro che “piccola Oxford”…)? Certo, c’è chi ha tre stipendi e chi, prepensionato, viene poi ripreso a contratto con contratti luculliani: quanti sono in percentuale? E non eri anche tu un profeta dei prepensionamenti? Ad oggi “i baroni” (se così si può dire) sono per un 29% associati e per un 43,7% sono ricercatori, quelli che peraltro secondo la sommamente esilarante signora Giunti appena discesa da Marte, ove non si sa di “requisiti di docenza” ed altre burocratiche amenità… addirittura “non insegnano” e non sono titolari di corsi >:-(
    Nel 2020, visto che sono anni che non si batte chiodo, la gente è congelata nella situazione nella quale si trovava intorno al 2006 ed una ascesa a ranghi superiori è praticamente impossibile, i ricercatori saranno pertanto una percentuale attorno al 60% dell’intero corpo docente, il quale sarà costituito quasi per intero da una minoranza di associati e una massa di ricercatori.

    Buona parte di costoro sarà “in esubero”, giacché i loro corsi di studio saranno stati nel frattempo cancellati: dei poco più di 500 docenti e/o ricercatori che sopravviveranno nei prossimi cinque anni, paradossalmente, di un centinaio almeno non saprai cosa fartene, se non ti decidi ad applicare l’art. 3 della riforma Gelmini avviandoti ad effettuare una federazione a livello regionale ammettendo la mobilità dei docenti, riguardo ai settori che non puoi più sostenere in maniera autonoma per mancanza di “requisiti minimi di docenza”. Questo dovrebbero fare rettori e prorettori, coadiuvati dalla ministra e sostenuti dal mondo politico.

    Ma come ha scritto un altro esilarante personaggio, i docenti che resteranno, passato il diluvio, saranno doppiamente privilegiati, perché avranno…. più di due “segretari” a testa! Che però il personale TA sarà il doppio di quello che dovrebbe essere secondo la media nazionale del rapporto TA/docenti, e cioè 0,96, pare che non ti preoccupi, né sospetti che una simile catastrofe delle strutture didattiche e della ricerca avrà inevitabili ripercussioni anche sul personale TA. L’importante è picchiare duro sul “culturame”, mentre schizofrenicamente si millantano improbabili parentele con Oxford e con Harward.

  2. Rabbi, il panorama che dipingi è da incubo. Lascerei perdere il Pinassi e spedirei il tuo panorama al Neri e al Valentini per vedere se e cosa rispondono prima del ballottaggio.
    Però occorre pure tener presente che se abbiamo bisogno che la politica abbia idee, abbiamo anche bisogno che la politica trovi buone idee da cavalcare facendole proprie. L’Università deve elaborare e proporre tali idee. Deve avere dei piani di azione. Deve sapere dove vuole andare e con quali mezzi intende andarci.
    Cosa si sta facendo nell’Università per autofinanziarsi tramite contratti esterni? E cosa per prendere fondi pubblici europei e internazionali? E cosa per attrarre donazioni di beneficenza?
    E’ stata creata una struttura manageriale che si occupa di fundraising? O i segretari in eccesso si annoiano?
    I professori pensano ancora che stipulare contratti esterni inquina la purezza del mondo accademico? O qualcuno comincia a pensare che fare una ricerca su commissione per una ditta privata può essere un modo per autofinanziarsi e dare un impulso all’economia del paese senza pesare troppo sulle casse di uno Stato sempre più squattrinato?
    I professori pensano ancora che lo Stato stia a Roma o qualcuno comincia a pensare che lo Stato è pure lui?
    Il rettore ce l’ha mandato qualcuno ad Harvard per studiare come si fa a farsi donare 50 milioni da Ratan Tata e cosa Ratan Tata chiede in cambio? E ce l’ha mandato qualcuno in grado di capire l’Advanced Management Program che la Harvard Business School lanciò nel remoto 1945 e che oggi attrae novemila imprenditori da tutto il mondo che per seguire uno dei settanta programmi di formazione pagano di tasca propria?
    L’Università pubblica che garantisce il diritto allo studio deve morire per carenza di soldi pubblici o può autofinanziarzi almeno parzialmente allestendo programmi di formazione per chi può pagare di tasca propria? Se le leggi e la burocrazia ammazzano l’Università, l’Universutà può fare qualcosa per ammazzare le leggi e la burocrazia?
    In altre parole: si pensa di chiudere battenti tagliando a destra e a manca per far quadrae i conti? O si pensa di sfuggire a un destino cinico e baro dandosi da fare?

  3. «Cosa si sta facendo nell’Università per autofinanziarsi tramite contratti esterni? E cosa per prendere fondi pubblici europei e internazionali? E cosa per attrarre donazioni di beneficenza?» Petracca

    Caro Petracca,
    se in Danimarca la birra Carslberg finanziò la scienza pura (le ricerche di Niels Bohr), qui, stando alle notizie che ci giungono intorno a pranzi luculliani pagati con fondi di ricerca, si direbbe che accada piuttosto il contrario 🙂 .

    Certo in Italia non siamo a livelli “americani” e le cause generali sono molteplici: la deindustrializzazione, la perdita dei grandi comparti industriali, da un lato ha fatto si che l’innovazione tecnologica fuggisse all’estero, dall’altro quel po’ di produzione di eccellenza rimasta, a livello di media impresa, costituisce una nicchia spesso in grado di produrre da sé la ricerca che gli serve, senza ricorrere all’università.

    Sebbene di mecenati che finanziano la ricerca pura in Italia non ne esistano molti, credo che per quanto riguarda la ricerca applicata a Siena in molti, dal settore delle biotecnologie agli ingegneri, contino in realtà molto di queste risorse, attingendo fortemente a contratti esterni: ciò va ascritto al merito di chi è capace di reperirli, ma pensare di andare oltre una certa misura o ritenere che possano garantire una completa autonomia è illusorio:

    Università, i rettori fanno appello al governo:
    «Tagli, metà atenei a rischio fallimento»
    Quarta denuncia della Crui in pochi mesi: rispetto al 2009 le erogazioni dello Stato sono diminuite dell’11 per cento. La burocrazia soffoca ogni tentativo di innovazione… La situazione del Fondo di Finanziamento Ordinario per il 2013 non è più sostenibile. Rispetto al 2009, quando lo Stato erogò 7,450 milioni di euro per tutti, il finanziamento ordinario è sceso a 6,690 milioni: in quattro stagioni la decurtazione è stata pari all’11 per cento (meno 4,6 rispetto al 2012). Il taglio porterà la metà degli atenei nell’area fallimento. Secondo i limiti imposti, nel rapporto tra personale e indebitamento non si può superare l’82 per cento: ormai il personale interno costa il 95 per cento dei trasferimenti statali. (docenti e ricercatori sono sempre più anziani, “non ci sono paragoni nel mondo”) deprimendo le facoltà virtuose (http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2013/05/29/news/universita_denuncia_crui-59875791/?ref=HREC2-4)

    Quello dello scarso coordinamento fra impresa ed università è comunque un vecchio problema non risolto e non azzardo ulteriori analisi, ma l’osservazione mi dà agio di riprendere il discorso cui accennavo sottolineando che anche se per ipotesi si andasse verso un modello di “Fachhochschule” alla tedesca, questo non viene da sé, né costituisce una “diminutio”, ma deve essere a sua volta edificato.

    Ma poi cosa serve realmente per “l’economia del territorio”? Il comparto scientifico-tecnologico sarebbe essenziale, ma a Siena purtroppo è sempre stato marginale e mi rimane ostico pensare ad un rapporto con “l’economia del territorio” che possa prescinderne; del resto anche i beni culturali costituiscono una ricchezza del territorio, ma sembra che di Brandi e di Bianchi Bandinelli non vi sia più bisogno, rimpiazzati da teorici del marketing e della comunicazione pubblicitaria.

    Ancor più ostico però mi rimane pensare come una qualsiasi eccellenza possa svilupparsi nel vuoto pneumatico di risorse, strutture didattiche e di ricerca; ma tant’è, le risorse non aumenteranno, i concorsi non ci saranno e quello che a Siena si è chiuso non riaprirà. L’unica leva su cui fa perno “il risanamento” è quella della drastica riduzione del personale docente: ma a Siena non è semplicemente stato ridotto, bensì dimezzato, il che implica, oramai, come più volte ribadito, che senza una organica collaborazione ed integrazione a vari livelli tra gli atenei toscani è perfettamente inutile parlare di rilancio e risanamento. Ma se questo è in fondo ciò che desiderano “in alto loco” e che è stato persino vergato nero su bianco nell’ultima riforma, mi chiedo solo perché non lo impongano perentoriamente.

    In ogni caso un qualunque progetto che possa definirsi tale deve essere perseguito, non semplicemente enunciato, e io mi domando semplicemente (alla luce dei dati che ho riportato e delle leggi che ho citato) se vi sia un qualsiasi progetto e un qualsiasi orientamento, almeno per uscire dalla depressione. Cito altri dati forniti nel comunicato qui sotto da Li Causi (SEL):

    «I corsi di laurea triennale, 61 nell’a.a. 2008-2009, sono nell’attuale 33. Dimezzati in soli cinque anni. I CdS per la laurea magistrale, nello stesso arco di tempo, sono scesi da 45 a 29. Le scuole di dottorato da 32 a 18. Una falcidia.»

    Aggiungo che c’è la nuova norma che impone 6 borse per ogni dottorato, sicché anche lì non si sa bene cosa sopravviverà. Con i meno di 600 docenti che resteranno (tra pensionamenti e trasferimenti già in atto – i pochi che possono, scappano) da qui a cinque anni, cosa vuoi fare? Se Dio volesse che fossero per pura coincidenza perfettamente distribuiti nei vari settori che richiedono le leggi per l’accreditamento dei corsi, matematicamente con 550 ne faresti 27, ma tu vedi che già ora con 800 se ne fanno una trentina e non 40, come in teoria.

    Ciò vuol dire che, se tanto mi dà tanto, col rompicapo dei “requisiti di docenza”, la formula “DID” e tutti gli altri strumenti di tortura che promanano dalla burocrazia ministeriale, con una cifra attorno ai 550 docenti (una maggioranza di ricercatori di ruolo – ricordo che già ora siamo al 44% e non credo che da qui a cinque anni saranno molti quelli “chiamati” come associato), se ti va bene fai in realtà una ventina di corsi di laurea (ciclo 3+2). L’unico dato di fatto è dunque il dimezzamento del corpo docente, e in conseguenza di ciò (secondo le norme sull’accreditamento dei corsi di studio) la perdita di due terzi del’offerta formativa. AMEN, questa non è “ideologia”, ma la fredda oggettività dei numeri e maniere furbesche per eludere questo problema non ve ne sono.

    Se in pochi anni abbiamo già perso oltre un quarto degli studenti, con un bel -17% solo quest’anno (e punte del -25%) è facile prevedere quale sarà l’esito da qui a breve della perdita di due terzi dell’offerta formativa: non è un problema su cui interrogarsi? Il problema del “risanamento” è solo la vendita di questo o quel palazzo al nababbo russo o arabo che poi non te lo compra nemmeno? Io non vedo altra realistica via d’uscita, conformemente alle vigenti leggi, se non quella additata sopra e nei precedenti messaggi, in parte accolta dal programma della Vigni e adombrata nella dichiarazione di Li Causi di SEL (N.B. ma non ripresa dalla sua coalizione!).

    Ma se in questa proposta, a causa degli esponenti politici citati, si intravede pregiudizialmente il “fumus” di una scoppiettante posizione barricadera e bakuniana, vorrei capire quale sarebbe la posizione moderata della “destra”: quella di aumentare le sedi distaccate, e magari aprire – idea originale – un altro bell’Ufficio Imperialregio per la Propaganda dell’Immagine col doppio di dipendenti di quelli che servono per accreditare un ciclo completo quinquennale? A tal proposito mi pare un po’ ingeneroso il giudizio dell’Ascheri (senior) intorno al programma della lista “Siena si Muove”, unica a muoversi, per l’appunto, e ad aver preso le mosse da queste realistiche considerazioni: «La purezza di sinistra non ha pagato» (Ascheri senior, da “Il Cittadino”)

    Premettendo che alle guerre ideologiche e religiose personalmente sono poco interessato, e che il culto e la ritualità esteriore in genere non mi dicono nulla sul valore morale di una persona, non mi pare che la Vigni sull’università esprimesse posizioni di “purezza” ideologica, ma semplicemente di chiarezza intorno a certe questioni dirimenti, formulando un programma che di “ideologico” aveva ben poco e proponendo misure drastiche che addirittura in passato qualcuno si sarebbe spinto a definire “di destra”.

    Gli altri cosa hanno fatto? Proposte migliori? No, all’iniziale furbesco ammiccare demagogico è pian piano subentrato un silenzio assordante sui contenuti, spacciato per “prudenza”. Loro si, che hanno fatto dell’«ideologia», veicolando l’idea che le cose vadano avanti da sé, in modo ineluttabile in una direzione fissata e lo scontro fosse solo intorno alla figura di Riccaboni e del suo staff, non su una politica, quasi che reclamare il commissariamento dispensasse dalla necessità di formulare al contempo un pensiero alternativo sull’avvenire dell’ateneo.

    Ora Valentini e Neri sono attesi al varco del ballottaggio, per capire se veramente esprimono posizioni diverse. Parlano di “risanamento economico” in modo retorico come se questo consistesse nel rimettere al loro posto i mattoni di edifici crollati, e non nello spianare molti di quegli edifici, come di fatto è. Credo che sia a tutti gli interessati evidente che non sanno piuttosto che pesci pigliare.

    «Uno di quelli che ora è “in ballottaggio” dice: “Ho la soluzione per il traffico di Siena: facciamo andare tutti a piedi!”» Domenico Mastrangelo

    E per la sanità, obblighiamo tutti ad essere sani!

    «Ayant mangé huit fois du raisiné de Cette,
    Le Roi fut pris de fièvre; à deux coups de lancette
    Son mal fut condamné pour lèse-majesté»

    Cyrano de Bergerac

  4. errata

    a Siena parecchi, dal settore delle biotecnologie agli ingegneri, contino in realtà in misura considerevole su queste risorse, attingendo ecc.

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