Sulle vicende dell’Università di Siena restiamo in attesa fiduciosi

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Per approfondimenti sull’argomento, di seguito i post precedentemente pubblicati:

Albina Colella: «Ricorrerò in appello e sono convinta che in quel grado di giudizio troverò giustizia»

Albina Colella

Albina Colella

Dopo la durissima condanna di Albina Colella, si riportano il link a una sua intervista e, di seguito, l’articolo di Massimo Zucchetti.

Albina Colella: non è cosa (il manifesto 23 ottobre 2015)

LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti. “Io so. Io so i nomi dei respon­sa­bili di quello che può venire chia­mata una pic­cola sto­ria igno­bile. Io so i nomi dei respon­sa­bili che hanno por­tato alla con­danna, presso il Tri­bu­nale di Potenza, a una pena com­ples­siva di nove anni di reclu­sione, e all’interdizione per­pe­tua dai pub­blici uffici, di una docente dell’Università della Basi­li­cata, Albina Colella, accu­sata di con­cus­sione e pecu­lato per fatti avve­nuti tra il 1999 e il 2001, rela­ti­va­mente a un pro­getto di ricerca con fondi euro­pei da lei coor­di­nato. Io so tutti que­sti nomi e so tutti i fatti. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nem­meno indizi. Io so per­ché sono un intel­let­tuale, uno scien­ziato, che cerca di seguire tutto ciò che suc­cede, di cono­scere tutto ciò che se ne scrive, di imma­gi­nare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coor­dina fatti anche lon­tani, che mette insieme i pezzi disor­ga­niz­zati e fram­men­tari di un intero coe­rente qua­dro, che rista­bi­li­sce la logica là dove sem­brano regnare l’arbitrarietà, la fol­lia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”

È venuto molto facile uti­liz­zare una parte del testo di Pier Paolo Paso­lini, “Io so”, apparso sul Cor­riere della Sera del 1974, per descri­vere quanto sta acca­dendo in que­sta sto­ria del 2015, che riguarda una col­lega con la quale ho avuto sal­tuari rap­porti di lavoro e una reci­proca stima. Albina Colella è una geo­loga, più o meno lo stesso mestiere che faceva mio padre; ed è pro­fes­sore ordi­na­rio di geo­lo­gia presso il Dipar­ti­mento di Scienze dell’Università degli Studi della Basilicata. Da alcuni anni, Albina Colella svolge atti­vità di ricerca e di denun­cia sul pre­oc­cu­pante inqui­na­mento dell’invaso del Per­tu­sillo, in Val D’Agri, regione Basi­li­cata, in una zona di mas­sima con­cen­tra­zione di pozzi petro­li­feri. Si noti come dall’invaso arti­fi­ciale del Per­tu­sillo venga tratta acqua pota­bile con­su­mata dalla popo­la­zione. Par­lando di una scien­ziata e non sol­tanto di un’attivista, si riporta un esem­pio di un arti­colo scien­ti­fico su rivi­sta inter­na­zio­nale nella quale l’autrice illu­stra le basi scien­ti­fi­che della sua denun­cia ambien­tale. Oltre al libro recen­te­mente pub­bli­cato, “Impatto Ambien­tale del Petro­lio, in mare e in terra”, che si vede in figura in fondo all’articolo.

Per rias­su­mere – dato che non di Lago del Per­tu­sillo si parla qui, ma di nove anni di car­cere inflitti ad una col­lega — le ana­lisi effet­tuate nel corso delle atti­vità di ricerca della prof. Colella mostrano come l’acqua di quell’invaso sia inqui­nata da idro­car­buri, deri­vanti con ogni pro­ba­bi­lità dall’attività estrat­tiva petrolifera. Albina Colella è per­tanto una docente uni­ver­si­ta­ria che è stata sem­pre in prima fila nel denun­ciare i gravi inqui­na­menti da idro­car­buri deri­vanti dalle estra­zioni petro­li­fere in Basi­li­cata. Ha rifiu­tato, e di que­sto sono testi­mone, molti inca­ri­chi pre­sti­giosi, e sono anche testi­mone di come si sia oppo­sta a tutti i ten­ta­tivi di met­tere a tacere la vicenda, che è tut­tora in divenire.

Men­tre molti se la aspet­ta­vano fra i Con­su­lenti Tec­nici di una Pro­cura, in un even­tuale pro­cesso a carico della Com­pa­gnie Petro­li­fere, che facesse chia­rezza su que­stioni che, riguar­dando un disa­stro ambien­tale poten­ziale, costi­tui­scono un rischio per la salute degli abi­tanti di Basi­li­cata e Puglia, la vediamo invece sul banco degli impu­tati per una vicenda risa­lente ora­mai ad un quin­di­cen­nio fa. A dire il vero, non sol­tanto impu­tata, ma con­dan­nata – seb­bene sol­tanto in primo grado – ad una pena di ben nove anni di carcere. Entriamo un poco nel merito, dato che non ci piace adom­brare ingiu­sti­zie sol­tanto col­le­gando eventi apparente­mente non cor­re­lati. Albina Colella è col­pe­vole, e merita nove anni di car­cere? Il pro­cesso riguar­dava la mal­ver­sa­zione di fondi euro­pei desti­nati alla ricerca e l’uso impro­prio di un “gom­mone” di pro­prietà dell’Università, desti­nato alle escur­sioni scien­ti­fi­che nel lago.

Il pro­getto di ricerca riguar­dava le risorse idri­che in Val d’Agri, finan­ziato dalla Regione con fondi euro­pei. Secondo l’accusa, la prof. Colella, per ulti­mare il pro­getto che era rima­sto privo di fondi, avrebbe richie­sto ad alcuni ricer­ca­tori di resti­tuire parte dei loro com­pensi – si parla in tutto di una cifra equi­va­lente a 50.000 euro, in realtà circa cento milioni di lire in totale, dato che i fatti risal­gono a prima dell’avvento dell’euro – in maniera da ria­vere a dispo­si­zione fondi per il pro­sie­guo del pro­getto. Che si è infatti con­cluso, poi, con sod­di­sfa­centi risul­tati, e senza insuc­cessi e resti­tu­zione di fondi all’Unione Euro­pea, come invece capita spesso per pro­getti di quel genere.

Albina Colella non ha inta­scato un euro (anzi, una lira), ma ha – diciamo, sem­pre secondo l’accusa – com­messo l’errore di chie­dere indie­tro dei com­pensi già ero­gati, ai fini della chiu­sura di un pro­getto. Una pro­ce­dura forse non pia­ce­vole per chi si è visto rivol­gere una tale richie­sta e che si poteva – tutto som­mato – evi­tare. Ma sono cose che suc­ce­dono, di restare senza fondi sul più bello e di avere biso­gno ancora di un pic­colo quid. Com­piuta que­sta neces­sa­ria cri­tica, sarebbe inte­res­sante appro­fon­dire in base a quali dedu­zioni – nelle moti­va­zioni della sen­tenza – un tale atto meriti la reclu­sione per cin­que anni. Anni cin­que, ripeto, non vi sono errori di sorta, non si parla di mesi. Cin­que anni.

La que­stione del gom­mone sarebbe quasi il caso di nep­pure men­zio­narla, tanto appare di tra­scu­ra­bile impor­tanza. Ma dob­biamo invece par­larne, per­ché l’accusa ha ipo­tiz­zato che venisse usato dalla pro­fes­so­ressa per motivi per­so­nali e non legati alla ricerca, con­te­stando anche il fatto che la manu­ten­zione del natante avve­niva in Puglia (secondo la Colella a Potenza non vi erano offi­cine spe­cia­liz­zate in que­sto set­tore). Questo vale, sem­pre nella sen­tenza di primo grado, quat­tro anni di reclu­sione. Anni quat­tro, ripe­tiamo anche qui, non vi sono nep­pure sta­volta errori di sorta, non si parla di mesi. Quat­tro anni.

Notiamo appena che il pm, in aula, aveva chie­sto otto anni di reclu­sione, che il giu­dice ha dun­que aumen­tato a nove (cin­que anni per la con­cus­sione e quat­tro per il peculato). Notiamo che l’avvocato della docente ha dichia­rato che “la sen­tenza non risponde all’esito dell’istruttoria dibat­ti­men­tale” e che “l’impugnazione in appello sarà su ele­menti ogget­tivi che esclu­dono la sus­si­stenza dei reati contestati”. Notiamo appena che gli avvo­cati della geo­loga hanno chie­sto la ricu­sa­zione del giu­dice che ha emesso la sen­tenza per mani­fe­sta inos­ser­vanza della pro­ce­dura processuale. Non ci per­met­tiamo di cri­ti­care una sen­tenza della Giu­sti­zia Italiana, ovvia­mente. Poniamo sol­tanto dei dati di fatto e delle domande che emer­gono da que­sti dati di fatto.

I dati di fatto sono que­sti. La sup­po­sta col­pe­vo­lezza della prof. Colella appare impu­ta­bile per lo più ad un com­por­ta­mento impro­prio – se vi è stato – atto a rad­driz­zare e ben con­clu­dere le sorti di un pro­getto di ricerca euro­peo. Se vi è col­pe­vo­lezza, la pena appare assai severa, per uti­liz­zare un eufe­mi­smo. La prof. Colella si è, in que­sti anni, resa assai sco­moda per le sue denun­cie riguar­danti l’inquinamento in acque pota­bili della Basi­li­cata dovuto alla pre­senza di atti­vità di estra­zione di idro­car­buri da parte di com­pa­gnie petro­li­fere. Seb­bene lo scri­vente – così come molti altri finora – espri­mano la pro­pria soli­da­rietà ad Albina Colella, e seb­bene si tratti sol­tanto di una sen­tenza di primo grado, appare pro­ba­bile che l’attività sud­detta di denun­cia e di lotta da parte di Albina Colella possa subire una bat­tuta d’arresto, o per­lo­meno che ne venga dan­neggiata, influendo que­sta sen­tenza, ad occhi super­fi­ciali, sulla sua credibilità.

Que­sti sono i dati di fatto. Le domande, le lascio emer­gere da chi — leg­gendo que­sto spunto — appro­fon­dirà que­sta sto­ria. Io, essendo uno scien­ziato ed un atti­vi­sta, ho tro­vato subito le rispo­ste alle mie domande. Le stesse rispo­ste di Pier Paolo Paso­lini, si parva licet. L’auspicio, amaro per­ché ci appare quasi super­fluo, è ovvia­mente che Albina Colella possa uscire da que­sta vicenda, negli ulte­riori gradi di giu­di­zio, sca­gio­nata dalle accuse o comun­que non con­dan­nata ad una pena che — sin­ce­ra­mente — atter­ri­sce e costerna. Nel frat­tempo, anche se so che non ascol­terà que­sto sug­ge­ri­mento, le con­si­glie­rei di occu­parsi di geo­lo­gia lunare, o mar­ziana, o – meglio – di Plu­tone. E lasciar stare il Per­tu­sillo: Albina, amica mia: non è cosa.

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Eppure il rettore diceva che pagare il salario accessorio sarebbe stato illegale!

Ciucciu 'mbardatu

Ciucciu ‘mbardatu

E ora? Ci ridate ciò che è nostro!

USB P.I. Università di Siena. La decisione del giudice Cammarosano farà scuola e ha una valenza a livello nazionale. Da molti Atenei chiedono copia della sentenza e appena sarà disponibile ai ricorrenti la inoltreremo. Nel 2012 davanti al Prefetto di Siena le sigle sindacali chiarirono che il salario accessorio non si tocca. Ci sono voluti 18 mesi per farlo mettere per iscritto da un giudice, ma alla fine quello che è sempre stato sostenuto dalle sigle è stato certificato da un soggetto esterno.

Ora, il Rettore dovrebbe scusarsi con tutto il personale, con il CdA e le sigle per tutte le volte che ha accusato chi chiedeva il pagamento del salario accessorio di voler aggirare la legge chiedendo a Lui e alla Dott.ssa Fabbro di compiere un atto illegale. Solo un atto illegale è stato commesso in questo Ateneo: la sospensione unilaterale del salario accessorio! Ed è stato commesso dal Prof. Riccaboni e dalla Dott.ssa Fabbro.

La cosa più importante è che l’Ateneo è stato condannato a pagare le spese processuali, € 350 per ogni ricorso. Proponiamo un semplice problema da elementari al nostro Magnifico: in un Ateneo ci sono 860 dipendenti che hanno diritto di farsi pagare il salario accessorio 2011. Di questi 150 hanno fatto già ricorso e con sentenza del giudice si vedono riconoscere ciò che gli spetta. Il giudice condanna l’Ateneo a pagare le spese processuali nella misura di € 350 per ogni ricorrente. Quanto costano le spese processuali dei ricorsi presentati? Quanto costerà all’Ateneo il pagamento delle spese processuali se tutti gli altri dipendenti dovessero presentare ricorso? Il Magnifico può utilizzare, per risolvere il problema, la calcolatrice del suo potente cellulare da 260 euro comprato con i soldi dell’Ateneo.

Il fatto che il giudice abbia condannato l’Ateneo al pagamento delle spese processuali non è un fatto isolato, ma sta succedendo per tutte le cause tra Ateneo e lavoratori che arrivano sulla sua scrivania. Questo vuol dire che il giudice manda un messaggio chiaro all’Ateneo: smettetela di far arrivare così tante cause in tribunale, smettetela di costringere i dipendenti a rivolgersi al tribunale per la vostra incapacità di risolvere i problemi di lavoro all’interno dell’ente. Almeno sulle materie che ricadono nella competenza del tavolo della contrattazione, forse questa sentenza farà capire ai nostri vertici che si devono trovare compromessi e riconoscere i diritti dei lavoratori senza posizioni preconcette e di chiusura. Vedremo se cambieranno atteggiamento.

Chiediamo il pagamento delle spettanze del 2011 a tutto il personale tecnico e amministrativo. Chiediamo il pagamento di tutte le spettanze del 2012. Chiediamo la certificazione del fondo 2013 e il pagamento dell’IMA 2013 da subito e la definizione di un nuovo CCI per il 2013.

Tempi duri per gli apprendisti stregoni che guidano l’ateneo senese

Bucoverita

L’Università di Siena condannata a pagare il salario accessorio e soccombe anche nelle spese

Uil-Rua – Csa della CisalUniversità. Con la sentenza del 13 Maggio il Tribunale di Siena ha affermato il diritto alla retribuzione accessoria per il personale dell’Università di Siena come invocato fin dal principio dalle OOSS – Uil-Rua – CISAL che incoraggiavano le cause dei singoli dipendenti. Il Tribunale ha condannato l’Università al pagamento dell’accessorio oltre alle spese e gli interessi legali relativamente all’anno 2011, dichiarando cessata tra le parti la materia del contendere per l’anno 2012 visto che è stato sottoscritto un contratto collettivo da alcune  organizzazioni sindacali.

Con questa sentenza c’è l’affermazione del principio che la retribuzione si compone di una parte fissa e una accessoria, ma entrambe  facenti parti del trattamento fondamentale del personale, e che questa non è nella disponibilità né dell’ateneo né degli organi vigilanti. Inoltre è stata sconfessata la road map che prevedeva un accordo in cui l’Ateneo avrebbe conguagliato al Mef risorse erogate in eccedenza, devolvendo l’intero ammontare 2011 a scapito dei lavoratori, scaricando sugli stessi le scellerate scelte delle gestioni precedenti. L’ultimo goffo tentativo di dichiarare nullo il contratto disdetto unilateralmente solo nella parte economica e non quella giuridica ha danneggiato ulteriormente l’Ateneo condannato a pagare perfino le spese legali.

Ricordiamo che senza la presentazione dei ricorsi anche il 2012 avrebbe ricevuto il blocco illegittimo da parte dell’amministrazione, tanto che la contrattazione si è svolta tardivamente nel corso del 2013 al solo scopo di limitare i danni, permettendo a qualche sigla di appropriarsi di meriti che francamente non ravvisiamo perché a nostro avviso se non ci fosse stato l’accordo, che riduce le somme erogate a titolo di accessorio, le spettanze dal 2012 in poi sarebbero state congrue e pari a quelle 2011, mentre invece sono ridotte dall’accordo.

La Uil e la Cisal a questo punto chiederanno all’Università di ripristinare le spettanze 2011 per tutti i lavoratori (e non solo per i ricorrenti vincitori) al fine di evitare l’attivazione di tanti nuovi ricorsi per tutti coloro che non hanno partecipato alla prima tornata; e vista la decisione del Giudice, ogni sconfitta porterebbe costi aggiuntivi per il ristoro delle spese legali. La condanna inflitta dal Giudice del Lavoro di Siena – Delio Cammarosano – conferma  il nostro giudizio negativo verso chi ha optato per una simile scelta: inopportuna in quanto si è rivolta alla parte più debole del sistema, incompetente rispetto a chi l’ha decisa, dimostrando scarsa conoscenza dei diritti dei lavoratori e del sistema che si vorrebbe amministrare.

Un grazie a quanti hanno sostenuto e condiviso le nostre scelte,  supportate dagli Avvocati Alessandro Cassigoli e Luigi De Mossi.

Quella processuale è stata l’unica via per ottenere quanto stabilito dalle norme contrattuali e battere un ingiustificato sopruso

La Confsal Federazione Snals Università – Cisapuni esprime tutta la propria soddisfazione per aver ottenuto, grazie all’abilità e alla tenacia dei propri legali Alessandro Cassigoli e Luigi De Mossi, il riconoscimento dell’illegittimità della sospensione del salario accessorio a far data dal 1/1/2011 messa in atto dall’Amministrazione dell’Ateneo.

L’oggetto dei ricorsi presentati era il salario accessorio per l’intero anno 2011 e di quello è stata ottenuta la restituzione nonostante i ripetuti dinieghi dell’Amministrazione e la scarsa collaborazione, per non dire la contrarietà ai ricorsi, di alcune sigle sindacali che oggi saltano inopinatamente sul carro dei vincitori.

Auspichiamo che l’esito di questa vertenza, chiusa in modo totalmente positivo per i ricorrenti e con la condanna dell’Amministrazione al risarcimento e al pagamento delle spese processuali, instradi le future contrattazioni verso comportamenti più corretti e legittimi, pur nel rispetto di ciascun ruolo. Duole dover constatare che quella processuale sia stata l’unica via per ottenere quanto stabilito dalle norme contrattuali e non; altresì duole considerare la mancata unità sindacale di fronte a quello che, come messo nero su bianco dal giudice, appariva – e lo abbiamo sostenuto sempre e con pervicacia – un sopruso del tutto ingiustificato.

Anche “il MoVimento 5 stelle” chiede le dimissioni del rettore, alla luce della condanna dell’ateneo senese sul salario accessorio

Michele-PinassiMichele Pinassi. Ieri l’ateneo è stato condannato a pagare l’accessorio e alla luce di questo chiediamo le dimissioni del rettore: Siena è al punto di rottura con il passato e di rilancio verso il futuro. La situazione economica poi dell’ateneo è conseguenza del disastro della Banca: se questa avesse continuato a elargire dividendi non si dovrebbero ora ridurre i costi di gestione. Una riduzione che a oggi va ad intaccare solo le fasce deboli e non i baroni dell’ateneo. Poi è necessaria una politica contro gli affitti in nero e a favore degli studenti. Qui l’amministrazione può agire, con la promozione di una vita culturale extrascolastica, a rendere l’esperienza di studio anche sociale.

Un secondo comunicato del MoVimento 5 Stelle sull’argomento.

La condanna che il Giudice del Lavoro, Delio Cammarosano, ha inflitto all’Ateneo senese, decretando finalmente quello che già molti si aspettavano da quasi due anni, è l’ennesimo duro colpo di immagine ad una realtà importante come l’Università. È bene chiarire che ad essere stata condannata è stata l’amministrazione dell’Università, a conferma che l’attuale gestione Riccaboni-Fabbro non solo è inadatta a gestire il rilancio dell’Ateneo (gli ultimi bilanci lo confermano) ma, come se non bastasse l’enorme voragine creata dai loro predecessori, continuano a picconare le già fragili fondamenta attuando politiche illegittime, come quella della decurtazione del salario accessorio agli oltre 1000 dipendenti tecnico-amministrativi, che aggiungono – oltre al danno economico – pure la beffa. Presente alla lettura della sentenza il candidato sindaco Michele Pinassi, dipendente tecnico-amministrativo dell’Università senese, che ha subìto direttamente sulla propria pelle le scelte di una amministrazione che ha colpito i più deboli per tutelare i tanti “baroni” universitari.
In questa occasione vogliamo sottolineare come il personale tecnico-amministrativo sia fondamentale per garantire i tanti servizi agli studenti e alla didattica che l’Università offre e che dovrà potenziare per garantire sempre di più servizi di qualità, così da tornare ad essere un grande polo attrattivo per gli studenti italiani e stranieri, con ricadute economiche positive sull’intera città. Certo è che una condanna nei confronti dell’Amministrazione non aiuta nel processo di risanamento: per questo i responsabili devono fare immediatamente un passo indietro.

Per Valentini, la condanna dell’università di Siena sul salario accessorio è tutta colpa del bajon

Bruno-Valentini

In fondo è tutta colpa del bajon

Bruno Valentini. La sentenza emessa dal Tribunale di Siena conferma quanto abbiamo già sostenuto e cioè che il necessario risanamento finanziario non può sostanziarsi in tagli lineari e quindi alla cieca, che colpiscono pesantemente la categoria dei tecnici amministrativi. Questo non è un modo né corretto e né efficace di amministrare un deficit così grande. Il salario accessorio è una voce importante e fondamentale della retribuzione ed è stata una decisione sbagliata la sospensione del pagamento. Chi ha deciso così ha commesso un errore, forzando la normativa e violando un diritti garantito dal Contratto Nazionale di Lavoro. L’Università è un’istituzione autonoma e vediamo troppi tentativi di ingerenza esterna, spesso solo per mera speculazione elettorale, ma non possiamo esimerci da domandarci chi e con quale competenza ha indirizzato il Rettore verso questa scelta, che ha innestato un’ulteriore conflittualità interna alla comunità universitaria, seminando zizzania in un comparto fondamentali per il buon funzionamento dell’Ateneo e dei servizi che eroga agli studenti. La città si attende quindi chiarezza su perché e chi ha la responsabilità di questo comportamento, sanzionato dalla magistratura.

Per Siena è fondamentale che l’Università funzioni bene, nella massima sintonia fra componenti interne, recuperando l’armonia necessaria per realizzare la dura ma necessaria ristrutturazione che allinei i conti economici con i finanziamenti ministeriali, a cui andrà aggiunta una forte azione di rilancio della ricerca e di internazionalizzazione per garantire una ancora maggiore competitività del sistema universitario senese. A nessuno, però, è consentito minare sistematicamente la credibilità dell’Università di Siena, che ha un ruolo irrinunciabile per lo sviluppo del nostro territorio e che tutti dobbiamo aiutare a mantenere un eccellente standard della didattica, in modo da attrarre molti studenti, che è una condizione indispensabile per avere il sostegno adeguato da parte dello Stato, che nonostante l’enorme Debito Pubblico deve continuare ad investire nell’Università per contrastare il declino.

La colpa non è mia è colpa del bajon

All’università di Siena necessarie dimissioni immediate e irrevocabili di Riccaboni e Fabbro

Pierluigi-PelosiPierluigi Pelosi (candidato per “Fratelli di Siena”). La condanna odierna dell’Università di Siena a pagare il trattamento accessorio ai dipendenti dimostra il fallimento totale della linea Riccaboni-Fabbro. Abbiamo sempre espresso molte perplessità sul piano di risanamento messo in atto dall’attuale amministrazione dell’Ateneo senese, da quando venne presentato il famoso piano “Unisi2015”, poi bocciato dalla ragioneria dello Stato. La vicenda odierna che obbliga l’Ateneo a versare ai dipendenti il trattamento accessorio del 2011, ingiustamente sospeso, comporta oltre all’ennesimo danno d’immagine, un danno erariale di cui gli unici responsabili sono il Rettore, il Direttore Amministrativo e chi in CdA, ha avallato queste scelte. Il fallimento della loro gestione è ormai evidente. Rischiamo ancora una volta (dopo il caso MPS), di perdere un altra storica e fondamentale istituzione senese, sempre a causa dell’inadeguatezza della sua classe dirigente.

Non c’è più tempo da perdere, non ci sono più tatticismi che possano reggere. Rinnoviamo ancora una volta al Magnifico Rettore, e al suo Direttore Amministrativo, un invito, quello che riteniamo sia un atto d’amore e di rispetto nei confronti dell’Ateneo senese, dal quale non possono esimersi. L’unico che possa permettere un cambio passo netto rispetto a quanto fatto fino a oggi, per cercare di salvare il salvabile: dimissioni immediate e irrevocabili. Siena ha bisogno di un cambiamento profondo, l’Università per prima.