Per risanare i conti si affossa definitivamente l’università di Siena

Enzo Tortora

Con l’incipit di Rabbi il pensiero corre al 20 febbraio 1987, quando Enzo Tortora (scomparso 25 anni fa), con il ritorno a Portobello, esordì: «dunque, dove eravamo rimasti?».

Rabbi Jaqov Jizchaq. Dove eravamo rimasti? Ho lamentato che il tema della crisi di quella che verosimilmente è la seconda fonte di reddito senese sia rimasta sullo sfondo della campagna preelettorale; posso lamentare adesso che il tema è totalmente scomparso dalla polemica post elettorale, tutta (comprensibilmente) incentrata sullo statuto del MPS e sul famoso “4%”. Siccome il mondo è press’a poco quello della settimana scorsa, propongo questo riassunto delle precedenti puntate, un elenco di meri dati di fatto, come promemoria per gli smemorati e canovaccio per eventuali future discussioni “ad alto livello”, attendendo smentite (“se sbaglio mi corigerete”).

1Una risorsa per la città: in modo assai parco si stima in 24.333 euro il costo medio di cinque anni di università, comprensivo di 4.333 euro di tasse, che comunque finanziano l’università stessa (il resto sono casa, vitto, libri, materiali didattici ecc.). A parte che oramai parlare di “diritto allo studio” appare vieppiù eufemistico, Siena dal 2008 ha perso 7000 studenti, che vuol dire dunque, seondo questa stima, 170.331.000 euro in meno che sono piovuti sulla città. Nessuno se ne è lamentato. E il trend non si è arrestato, anzi, continua peggiore che mai. Gli studenti: perdita secca del 25% dal 2008; peggior dato della regione quest’anno (-17%, contro il -4,4% di Pisa). Ovvio che se l’offerta didattica è scadente, gli studenti se ne vanno altrove. Molti corsi sono morti, ma altri fanno finta di essere vivi. Se il dato di una spesa media degli studenti di 4867 euro all’anno è corretto (e a dire il vero mi paiono pochi, perché 400 euro al mese costa il solo posto letto: forse il dato è ponderato tenendo conto di coloro che usufruiscono della casa dello studente, che comunque sono una minoranza), quelli che rimangono, circa 15.600, riversano sulla città annualmente 75.918.960 euro. Più 1000 stipendi di amministrativi, quasi tutti residenti in loco, e di una parte considerevole degli 811 docenti. Siccome non mi pare che simili argomenti siano echeggiati nella campagna elettorale, evidentemente nella situazione florida in cui versa l’economia cittadina questi soldi fanno schifo.

2. “Indove coje coje“. Insistere sul fatto che l’estromissione a casaccio, cioè a dire senza un preciso piano, ma solo per via dell’età anagrafica, del 50% del corpo docente (in modo da ritrovarsi con due amministrativi per ogni docente) di per sé assicuri “il risanamento” è una posizione altamente sconclusionata, anzitutto perché non stiamo parlando di personale generico ed intercambiabile. Il pensionamento di metà del corpo docente a turn over bloccato “indove coje coje”, come scriveva il Belli canzonando l’infallibilità del Papa, e finisce per dissestare settori sani e preservare la fuffa. Quando si affrontano certi discorsi, occorrerebbe partire anzitutto dai non aggirabili “requisiti minimi di docenza”, dei quali molti commentatori e docenti (!) ignorano allegramente l’esistenza: 12+8 docenti per corso non riciclabili quanto ad afferenza, e per il calcolo dei quali contano associati, ordinari e ricercatori affidatari di corsi: fino a una settimana fa, il sito MIUR di docenti a Siena ne annoverava in tutto 811; da un paio di giorni ne conta misteriosamente 818; non so dare spiegazioni della piccola variazione del dato, forse dipenderà da ragioni metereologiche, anche se ho direttamente constatato nel sito la scomparsa di un’ altra nutrita pattuglia datasi alla fuga. E bisogna mettere in conto che la tendenza alla fuga continuerà, visto che qui è tutto bloccato e per chi resta le soddisfazioni, morali e professionali, saranno piuttosto magre.

3Condizione necessaria, non sufficiente. Sistemare i conti è pertanto condizione necessaria, ma è discutibile che di per sé sia anche sufficiente per salvare l’ateneo, specie se attuata con queste metodiche, cioè continuando lo smantellamento insegnamenti, chiudendo altri corsi, cioè perdendo ancora studenti, senza mettere in campo opportune contromisure del tipo di quelle già ampiamente segnalate; in tal caso è probabile che valga semmai l’esatto contrario, giacché se non produci e non vendi, sicuramente spendi sì poco, ma guadagni ancora meno! Il persistere di una mentalità “parastatale”, cioè la persuasione diffusa che tanto il becchime arriverà comunque, anche quando il pollaio è in fiamme, si rivelerà presto un’illusione che la realtà si incaricherà di confutare alla stessa maniera in cui fu confutato il pollo induttivista di Russell, andato a far compagnia nel tegame a certi altri polli trilussiani della “statistica” fallimentare.

4. “Fermare il declino“. Dal 2008 il numero di corsi è già dimezzato, passando da una sessantina (parlo di 3+2) ad una trentacinquina. Di più, con 811 (oppure 818) docenti, dovendo tener conto della sostenibilità da qui a qualche anno ed in costante, certa e prevista emorragia di personale docente e la disomogenea distribuzione del restante, non se ne fanno, in forza delle norme più volte richiamate. Per il calcolo dei requisiti minimi e la copertura degli insegnamenti sono inoltre fondamentali i ricercatori, che ad oggi sono 355 su 811 docenti; cioè a dire, se fosse vero che non insegnano affatto, se non “quando il professore non viene”, come sosteneva convinta una certa signora, per il conteggio dei requisiti minimi di docenza si dovrebbe far conto al massimo su 456 docenti. Che diviso 20 fa 22,8. Cioè a dire, al massimo, se per un caso fortuito ed altamente improbabile rimanessero coperti tutti i settori che la legge prescrive per l’accreditamento dei corsi, ma se al contempo i ricercatori non fossero affidatari di insegnamenti, già oggi cadrebbero un’altra decina di corsi di laurea, oltre alla trentina già cancellati dal 2008 ai nostri giorni (intendo ciclo completo 3+2) riducendosi in tutto a 22. Orbene, nel 2020 i docenti saranno complessivamente una cifra compresa fra i 500 e i 600, di cui verosimilmente oltre la metà ricercatori; se per un’ipotesi di scuola venisse meno il contributo di questi ultimi alla didattica, si potrebbe a quella data far conto su 250 – 300 docenti in tutto, cioè, in forza dei maledetti requisiti più volta stigmatizzati, si dovrebbe ridurre l’ateneo senese a una… decina di corsi di laurea.

5Invecchiare restando giovani (nell’animo). Il fatto che da qui ad allora una parte infinitesima di costoro ascenderà al rango di associato non cambia la sostanza del discorso: della gran massa di questa gente, la maggioranza dei sopravvissuti dopo il cataclisma, con stipendio e carriera bloccati da anni, il cinismo di non riconoscere nemmeno i cosiddetti assegni di ricerca nella ricostruzione di carriera (caso pressoché unico in Italia), gente indispensabile nei giorni pari e inutile nei giorni dispari, in una fase che vede soltanto lo smantellamento di strutture didattiche e della ricerca, che ne volete fare? La ministra Carrozza ha promesso un sacco di cose: “ripristino dei 300 milioni di euro sul FFO a partire dal 2013, budget pluriennale, rifinanziamento del piano associati, sblocco del turnover, istituzione di un piano straordinario nazionale reclutamento ricercatori ex art 24, premialità, valutazione, accountability, ANVUR, abilitazione scientifica nazionale ecc.”, ma anche se il libro dei sogni si avverasse, almeno in parte, non credo che Siena ne beneficierebbe, se non in maniera impercettibile.

6L’attuazione della riforma. Ribadisco che molti settori sono a rischio anche negli atenei vicini: trattandosi di università statali site ad un tiro di sputo l’una dall’altra, non varrebbe la pena di federare questi settori e corsi di studio, come esorta a fare l’art. 3 della riforma, allo scopo di salvare il salvabile (competenze, tradizioni scientifiche presenti sul territorio, studenti, prospettive per i più giovani) fornendo la necessaria “massa critica” richiesta dal buon senso, ancor prima che dalle leggi e giustificando gli stipendi di personale oramai posto “in esubero”, con la cancellazione dei SSD, corsi di laurea e strutture scientifiche ove operavano senza tante quisquilie “meritocratiche”?
Ma quando la riforma già esortava e favoriva (dal punto di vista dei requisiti minimi) le federazioni tra atenei dello stesso territorio per trovare i numeri richiesti dalla legge rafforzare le strutture, qui, nel Medioevo, la notevole lungimiranza delle Loro Signorie si è concentrata soprattutto nel garantire ai vari signorotti i loro feudi, i doppioni sgangherati, le sedi distaccate, con pochi docenti e punti studenti. Veramente notevole.

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10 Risposte

  1. Scrive Rabbi: «il sito MIUR di docenti a Siena ne annoverava in tutto 811; da un paio di giorni ne conta misteriosamente 818; non so dare spiegazioni della piccola variazione del dato, forse dipenderà da ragioni metereologiche…».

    I 10 docenti in più sono i ricercatori a tempo determinato. Infatti, se sul sito del Miur cerchi il numero totale di «Professori ordinari, professori associati e Ricercatori» trovi sempre 808 nominativi. Invece, se fai la ricerca con «tutti i ruoli» trovi 818 nominativi. La controprova è la scelta dei «ricercatori a tempo determinato», che mostra 10 nominativi.

    • …sì, è così: con uno slancio inusuale di ottimismo ci avevo messo anche 10 ricercatori a tempo determinato. Il che mi dà però l’abbrivio per chiedere, ora che sappiamo quanti docenti andranno via, se vi è una stima di quelli che entreranno nei prossimi cinque anni: sospettando che sia una quantità infinitesima, nei conteggi precedenti l’ho brutalmente posta uguale a zero, ipotizzando di poter contare all’incirca su 600 docenti alle soglie del 2020.

  2. Il dato è concreto e riguarda molti Atenei oggi vicini alla canna del gas dal punto di vista economico-finanziario. Gli studenti non si iscrivono più come un tempo e le cause sono molteplici (costi elevati, sfiducia negli sbocchi occupazionali, riduzione della qualità dei corsi e dei docenti, ecc.).
    Il problema degli studenti riguarda Atenei storici come Perugia, Campobasso, Camerino, riguarda corsi di laurea a macchia di leopardo, ma il fenomeno è diffuso.

    Bisogna agire velocemente ed urgentemente su più versanti:

    1) Ridicolo non svecchiare gli Atenei e giocare la proroga del biennio dei settantenni: il costo sarebbe proibitivo (punti organico) e bloccherebbe di fatto il rinnovamento per motivi culturali ed economici. Nel 2015-2016, se non si proroga il biennio, circa il 40 % tra docenti e ricercatori vanno a casa e questo faciliterebbe gli accorpamenti e la razionalizzazione dell’offerta universitaria italiana.

    2) Finanziamento a pioggia del sistema. In UK che ha più popolazione di noi, il sistema ha 140 università pubbliche, ma solo in 32 (il cd “Russel group”) si dividono circa l’80% dei finanziamenti pubblici globali. Da noi sarebbe impensabile perché c’è il campanile.

    3) Bisogna introdurre quanto prima il sistema di verifica della qualità anche nell’Ateneo, in accordo alla norme UNI EN ISO 9001:2008. Bisogna essere giudicati dallo studente che è il nostro ultimo cliente in definitiva. Non basta la “peer review” che molte volte è una farsa. Ci vuole anche il gradimento dell’ “utilizzatore finale”, cioè lo studente.

    4) Bisogna assolutamente introdurre piattaforme comuni tra Atenei vicini per geografia e dimensioni studentesche (fatturato) per ciò che attiene allo sfruttamento e all’implementazione di alcune attività istituzionali tipiche come la ricerca applicata alla innovazione tecnologica, cioè quella dove è più facile (almeno in teoria) attrarre industrie avanzate, aziende moderne e giovani e concorrere ad ottenere finanziamenti UE ed extraUE e comunque privati, e non solo del MIUR. E’ assolutamente ridicolo non prevedere strutture comuni (logistiche, giuridiche, informatiche digitali, industriali) quando poi se si eccettuano le solite italiche eccellenze, il tasso di attrattività delle industrie e dei finanziamenti è globalmente basso. E’ compito dei Rettori fare questo, ma è soprattutto stimolato dalla pressione positiva dei docenti illuminati in tal senso. La ricerca vera è assolutamente vitale per il nostro sistema industriale e per l’università.

    5) Internazionalizzazione. Il sistema universitario italiano deve aprirsi massicciamente all’estero ed intercettare l’enorme domanda dei Paesi emergenti (Africa in primis, ma anche Asia): gli USA già lo fanno con le loro corazzate del sapere (Columbia, NYU per esempio) ed aprono sedi estere. Noi dobbiamo strutturarci in tal senso e fare anche qui piattaforme comuni tra Atenei settorializzandoci e di intesa con ICE e MAE.

    6) Il nepotismo e il clientelismo politico affaristico (vedi anche l’interesse del nostro sistema universitario delle prime realtà malavitose organizzate) al medio termine porta i suoi frutti negativi: inquina la pianta, ammolla le radici forti di una volta, amareggia gli onesti e i capaci che alla fine se ne vanno abroad. Fare il favore al clan geografico, al nepote e al politico di turno sembra una operazione facile ed a costo zero, ma introduce nel sistema il punteruolo rosso delle palme!! I risultati si vedono già oggi.

    Ce la faremo a restituire ai nostri figli, ciò che abbiamo ricevuto in prestito dai nostri Padri??

    Io sono ottimista di natura, ma ci vuole l’impegno di tutti e soprattutto ci vuole una nuova classe dirigente e possibilmente più giovane di una ventina di anni di quella attuale.

    Franco Russo
    Ricercatore Dipartimento di Medicina Sperimentale e Chirurgia
    Ateneo di Roma Tor Vergata

  3. L’analisi di Francesco non fa una grinza! Una sola osservazione: al punto 6) lui mette quella che io ritengo la causa delle cause e dalla quale, a mio modesto parere, dipendono tutti gli altri punti (da 1 a 5!). Allora, perché le cose non cambiano e sono destinate a rimanere immutate? Semplice! Perché al punto 6) c’è la sintesi e la quintessenza di un Paese, di una nazione, di una “cultura” che nessuno è mai riuscito a cambiare, dal 1861 ad oggi… anzi, forse da molto prima…

    • Io non so con esattezza qual è la causa iniziale. Credo che in un dissesto del genere ci siano sicuramente molte cause e l’infiacchimento “capuano” nel reclutamento della nuova classe dirigente degli ultimi trenta anni è una delle principali.

      Ma io credo che ancora più a monte ci sia il fatto che chi ci governa ha stabilito che l’istruzione la cultura ed il sapere non sono più trainanti, come lo erano stati durante il ventennio fascista e nel primo dopoguerra, per l’ Italia. E’ un fatto ideologico prima ed economico poi. Si pensa che il sapere e la cultura sia come una banana che tu puoi comunque acquistare dal tuo vicino. Grande fesseria!!

      Bisogna cambiare a partire dalle Università che sono sempre state storicamente il timone della società ed avviare urgentemente questo rinnovamento culturale e farlo tutti e presto in una sola direzione, tutti insieme: pena il declassamento del nostro Paese e l’impoverimento di tutti nel breve.

      Bisogna cominciare a cambiare e subito e credo che per farlo si debba partire dalla Carta Costituzionale.

      Franco Russo

  4. «Il problema degli studenti riguarda Atenei storici come Perugia, Campobasso, Camerino, riguarda corsi di laurea a macchia di leopardo, ma il fenomeno è diffuso.» Francesco Russo

    Sì e no: vorrei sottolineare infatti che qui a Siena, il calo degli studenti è stato particolarmente drammatico ed è il peggior dato della Toscana (-25% in pochi anni, -17% solo nell’ultimo anno), a causa di un dissesto finanziario per nulla assimilabile a quello di altre università. Non v’è chi non colga il nesso tra la prospettiva al 2020 della fuoriuscita del 50% del corpo docente, la diminuzione di due terzi dell’offerta formativa, la dequalificazione di molti comparti, e in ultimo la fuga degli studenti. Se mi consenti poi, con tutto il rispetto, la storia di quest’ateneo è un po’ diversa da quella di Camerino o Campobasso.
    Il dissesto finanziario è stato prodotto, tra le altre cause, anche da scelte strategiche catostrofiche e dall’aver gonfiato senza ragione plausibile certi settori lasciando che altri si disseccassero, senza alcun nesso visibile, né con la razionalità, né con la ricerca dell’ “eccellenza”. Una mucca da mungere, insomma, come altri enti pubblici. Alla fine della fiera si è detto che “tutti erano colpevoli”, i carnefici e le vittime, privilegiati quelli che hanno avuto davanti a sé delle autostrade e quelli segati per il sol fatto di non essere partecipi di qualche gruppo di potere molto vicino ai forzieri. Alla fine “è colpa di tutti”, belli e brutti, e in ogni caso, come sogliono esprimersi con implacabile egualitarismo l’ortolano e il salumaio «e so’ troppiiii!»; per questo ho dantescamente collocato a sobbollire nel medesimo tegame, i polli della statistica trilussiana e quello di Bertrand Russell.

    «Credo che ancora più a monte ci sia il fatto che chi ci governa ha stabilito che l’istruzione la cultura ed il sapere non sono più trainanti, come lo erano stati durante il ventennio fascista e nel primo dopoguerra, per l’Italia.» Francesco Russo

    …questo, oltre che ad una recente regressione culturale del popolo italiano e delle classi dirigenti che con trombonesca demagogia lo rappresentano appieno, credo che dipenda alla fonte dalla difficile transizione di questo paese verso la modernità, essendo terra di controriforme senza né Riforma, né affilati “rasoi”. Del “genocidio culturale” avvenuto col passaggio da un universo agricolo e paleocapitalistico alla società industriale parlò del resto con lucidità Pasolini nel famoso articolo sulla scomparsa delle lucciole dai campi. Ma a mio avviso quello che scrivi si lega con un’altra parte del tuo ragionamento:
    «La ricerca vera è assolutamente vitale per il nostro sistema industriale e per l’università.» Francesco Russo

    Quando parli del “nostro sistema industriale” non puoi infatti fare a meno di constatarne la breve parabola: dal primo prototipo di jet, al primo personal computer, all’invenzione della plastica, alla scomparsa della chimica, il trasferimento in USA o in Corea dell’elettronica, la marginalizzazione dell’industria aereonautica ecc.; il dato di fatto, insomma, è che da oltre trent’anni viviamo in piena deindustrializzazione; le piccole imprese soffrono per la globalizzazione, la burocrazia, della tassazione e del complesso di Peter Pan di non riuscire a crescere; le medie, quelle che tengono botta perché ultraspecializzate, la ricerca se la fanno da sé; né puoi pensare che l’affidino ad atenei sempre più sgangherati. Molti se ne vanno in Romania, Slovenia, Austria e anche più lontano, con ragioni più o meno plausibili. Della grande impresa si sono fatti spezzatini, poi acquistati da acquirenti esteri che vengono a fare la spesa di fabbriche in crisi, spesso dopo un po’ si portano via le parti migliori e chiudono bottega. I nostri tecnici fanno fortuna nella Ruhr ed altre parti d’Europa e del mondo. Il rapporto fra università e impresa in Italia non c’è, se non marginalmente, perché entrambi i poli sono in crisi e sono in crisi perché non sussiste un rapporto tra di loro. Il discorso va oltre la dialettica ricerca pura/ricerca applicata: ho già scritto che la birra Carlsberg finanziò le ricerche di Bohr, mentre qui, leggendo di luculiane abboffate pagate con fondi di ricerca, accade piuttosto il contrario. Morale, ieri a Tolosa ha volato il nuovo Airbus e qui, con l’improvvisa vampata di caldo, volano giusto le mosche:

    Una giovane donna di Tolosa,
    bell’ e gentil, d’onesta leggiadria,
    è tant’e dritta e simigliante cosa,
    ne’ suoi dolci occhi, della donna mia,

    Guido Cavalcanti

  5. …tutte giuste, le osservazioni di Rabbi e Francesco; e tuttavia, i modelli “funzionali” ai quali ispirarci, in Italia li abbiamo! La Ferrari (magari non quella di ora, ma quella del Cav. Enzo Ferrari) era una cosa che funzionava; gente che ha investito nella Ricerca e ne ha tratto vantaggi, l’abbiamo anche da noi… solo che li consideriamo degli alieni, non gente “con le palle” che sa cosa è importante per emergere e primeggiare!… Poi, c’è l’annoso problema della pubblica amministrazione, dove il “fancazzismo”, il nepotismo, la corruzione e il banditismo dominano non solo incontrastati, ma agevolati e incentivati dalla politica… che, mentre da una parte, non esita a riempirsi la bocca con la Ricerca e la sua importanza, dall’altra opera proprio per ottenere l’effetto contrario!…

  6. P. S. Domando chiarimenti a chi ha seguito la vicenda. Leggo su La Stampa:

    Sblocco del turn over al 50% per università ed enti di ricerca dal 2014

    «Si ampliano le facoltà di assumere delle università e degli enti di ricerca per l’anno 2014, elevando dal 20 a 50% il limite di spesa consentito a rispetto alle cessazioni dell’anno precedente (turn over). Le singole università potranno quindi assumere nel rispetto delle specifiche disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento senza superare, a livello di sistema, il 50% della spesa rispetto alle cessazioni. Con questo provvedimento si libereranno posti per 1500 ordinari e 1500 nuovi ricercatori in tenure track sul Ffo nel 2014 Spesa prevista 25 mln nel 2014; 49,8 nel 2015.»

    Non mi sono chiare alcune cose:

    1. Cosa significa concretamente per Siena “nel rispetto delle disposizioni sui limiti di spesa per il personale” (credo che qualcosa in relazione ai limiti del turn over sia cambiato in forza del D.lgs. 49/2012). In poche parole, se, quando e in che misura Siena potrà consentirsi di recuperare un minima parte di quel 50% del corpo docente che sta uscendo di ruolo, determinando la chiusura di corsi di laurea e la scomparsa di settori disciplinari.

    2. Cosa significa “1500 ordinari”: ok, i ricercatori a tempo indeterminato sono stati cancellati dalla riforma Gelmini, ma di associati non si parla? Forse è un’espressione generica per dire “di ruolo”? Se fossero distribuiti in maniera equanime per i 60 atenei italiani (cosa che ovviamente non è!) toccerebbero una venticinquina a testa. Che al momento a Siena non risolverebbero una beneamata m…, rispetto ai calcoli eseguiti nei precedenti messaggi, sia perché mi sa che finirebbero tutti nelle solite fauci, sia perché nel frattempo di professori ne sono andati via ben 500.

    3. Se le considerazioni di cui ai precedenti messaggi non sono campate in aria, qui il processo in atto è quello del graduale ed implacabile smantellamento pezzo a pezzo di buona parte dell’ateneo. Dunque chi “chiamerà” come ordinario od associato, specie in considerazione del fatto che comunque i posti saranno pochissimi, coloro che attualmente lavorano nei comparti che saranno via via definitivamente soppressi – a prescindere da ogni considerazione di ordine meritocratico e strategico – (e sono tanti, se si considera che, come già ricordato, ad oggi solo i ricercatori di ruolo precedenti alla legge Gelmini qui costituiscono il 44% dell’intero corpo docente). Cosa si pensa di farne di costoro, visto che di mobilità in Italia non si parla, almeno come dato generale, e curiosamente (sebbene sia una strada oramai intrapresa da parte di molti altri atenei meglio messi di quello di Siena) qui non si parla nemmeno di federazioni interateneo di vari corsi di laurea onde preservarne in vita, dopo l’orgia dei doppioni e triploni, almeno una copia (diconsi una), ma solida: si chiameranno da sé? Com’è noto anche il barbiere di Siviglia, che radeva coloro che non si radono da sé, ebbe qualche problema a radersi.

    Vi sono settori disciplinari o corsi di laurea sovradimensionati dove sono ed erano più della fame, inclusa tanta fuffa: ve ne sono altri in pesante sofferenza, specie dopo i pensionamenti. Il vero sospetto è che in assenza di una visione strategica buona parte di quei posti andranno a finire proprio dove non ce n’è bisogno (viene in mente il celebre adagio secondo cui una banca è un posto dove vi prestano denaro se potete dimostrare di non averne bisogno). Temo che senza una visione ed una programmazione di respiro più vasto, sulla base della semplice legge della giungla, queste misure finiranno solo per procrastinare il dissesto. Ma qui torniamo ai temi dei messaggi precedenti.

  7. 16/06/2013 16:29 ARRESTATO MICCOLIS EX-DIRETTORE AMMINISTRATIVO UNISI
    L’ex-dg dell’ateneo di Lecce intercettato per 8 mesi

    La notizia è passata sotto silenzio ed era sfuggita anche al sottoscritto: ma non era venuto a Siena con l’allure di una specie di “commissario Basettoni”? Annamo bbbene, annamo proprio bbbbene, direbbe la Sora Lella. Certo non si sa più da che parte girarsi. Del resto, dal silenzio di tomba che nel dibattito pubblico circonda tutta la questione universitaria, nonostante la sua persistente drammaticità, desumo che il modo col quale a queste latitudini si affrontano certi problemi è tacendone, sperando sempre “che io comunque me la cavo” grazie allo stellone o all’intercessione dello zio vescovo. Si procede in ordine sparso e pare non sia a tutti chiaro che coltivando il proprio particulare entro le angustie corporative non si va da nessuna parte. Il silenzio è interrotto qua e là da sparate demagogiche o annunci trionfalistici, entrambi esecrabili: uno spettacolo intollerabile, in quella che dovrebbe costituire la palestra della dialettica e la culla del pensiero critico. Laddove un tempo si sciorinavano devozionalmente capitoli dei “Grundrisse” di Carlo Marx con scioltezza, come fossero cinque poste di rosario, ora regna il conformismo e la rassegnazione (forse era già in nuce allora). Non fosse mai che, interrompendo per un attimo la taciturna contemplazione del proprio ombelico ci si avventurasse in analisi di respiro meno corto, “oltre “, ma intimamente legate alle pur essenziali problematiche di quegli “equilibri di bilancio” che paiono equilibrati come la famosa casa di Swift, costruita così perfettamente secondo tutte le leggi dell’equilibrio, che cadde non appena vi si posò un fringuello.

    «Nulla dies sine linea.»

  8. Carpe diem. Il Magnifico ci informa che per l’A.A. 2013/2014, tutti i corsi di studio del nostro Ateneo (quelli rimasti dopo il dimezzamento, da una sessantina 3+2 ad una trentina, s’intende) risultano accreditati. Exultate, jubilate e soprattutto non chiedetevi cosa accadrà domani: tanto negli ultimi anni sono state approvate da una burocrazia ministeriale ottusamente complice dell’assassinio del sistema universitario, a livello di riordino dei corsi di studio, le peggiori porcate, con l’effetto di aver perso il 25% degli studenti in capo a un quinquennio. Ma negli anni successivi che succederà? Per il rudimentale computo dei requisiti minimi di docenza e la riduzione del corpo docente a un numero compreso tra i 500 e i 600 membri (cioè un quasi dimezzamento rispetto al 2008), di corsi 3+2 ne si potranno fare una ventina al massimo, come se aver perso due terzi dell’offerta formativa e quasi tutti i dottorati fosse la cosa più naturale e addirittura auspicabile del mondo. Ma si può andare avanti così, rattoppando, senza interrogarsi a fondo sul destino dell’ateneo, non dico per l’eternità, ma da qui a dieci anni?

    Il gioco delle tre carte. Leggo dal sito ROARS che quanto toccherebbe a Siena (il condizionale è d’obbligo) secondo il piano straordinario per il reclutamento di professori associati (decreto interm. 28 dicembre 2012 -GU n. 27 del 1-2-2013 http://www.roars.it/online/in-g-u-il-piano-straordinario-associati-2012-3/, tabelle allegate) sono 14 unità stipendiali. Le tabelle allegate riportano le assegnazioni di punti organico ai singoli atenei: ma riferiscono persone più informate di me che a Siena le 14 unità stipendiali esistono, misteriosamente, soltanto in teoria e che di fatto non chiameranno nessuno: che vuol dire? È il gioco delle tre carte? Qualche esegeta esperto sa essere più esplicito al riguardo? Ma quand’anche in capo a un paio d’anni si riuscisse ad elargire due o tre posti a dipartimento (a fronte di cinquecento uscite di ruolo nei prossimi anni), per lo più a persone già a libro paga dell’ateneo, che dunque in gran parte sono già conteggiate nei requisiti minimi, cambierebbe qualcosa in ordine ai conti della serva che abbiamo tentato di eseguire nei precedenti post?

    Ora pro nobis. Certo non nego la rilevanza delle vicende del santo Patrono, del e della concorsopoli (unici eventi che paiono appassionare i lettori, mentre la barca cola gioiosamente a picco), ma in generale, possibile che non si riesca a impostare un discorso che vada al di là del proprio “particulare” e la punta del proprio naso? Cosa resterà di questo ateneo al traguardo del 2020, quali settori, quali corsi? Quanti esterni riusciranno ad essere stabilizzati? Qual è la prospettiva per quell’oltre metà del corpo docente che al 2020 sarà costituito da tre centinaia di ricercatori di ruolo, al di là di quell’infima parte che (forse) ascenderà al rango di associato? Che “ricerca” faranno coloro che lavorano in settori che con la riduzione ad un terzo dell’offerta formativa verranno semplicemente smantellati (sicché oltretutto nessuno li chiamerà di certo)? Che ci stanno a fare a Siena? Non credo si possano tenere ostaggio centinaia di persone o tacere ancora a lungo sulla loro sorte.

    Risanamento. Mi pare evidente la sproporzione fra le uscite di ruolo e le possibili assunzioni; il che vuol dire che niente potrà essere ripristinato come era prima; quindi, o con la collaborazione del ministro e della regione si mette in piedi un piano di mobilità, l’eventuale federazione e razionalizzazione dei corsi di laurea e dei settori scientifici a livello regionale, di modo da offrire almeno uno sbocco, una finalizzazione, una prospettiva, strutture solide (anziché membra sparse, brandelli di corsi di laurea sparpagliati qua e là come di un corpo dilaniato) che possano costituire un riferimento per i singoli settori e che abbiano le gambe per crescere e l’attrattiva per competere sul piano nazionale ed internazionale, oppure non si capisce bene cosa si intenda per risanamento e rilancio dell’università, se non un ozioso temporeggiare.

    Polli. Ma su questo mi pare che regni la più perfetta omertà. Sibili di corridoio, mezze parole… “si canta la mezza messa”, direbbe il commissario Montalbano. Evidentemente il pollo di Bertrand Russell dal profondo della pentola continua a fare proseliti.

    Nulla dies sine linea

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