Breve storia degli ultimi trent’anni dell’Università di Siena. 1 – Introduzione

Eduardo e Titina De Filippo in Filumena Marturano

Eduardo e Titina De Filippo in Filumena Marturano

Università di Siena: corsi e ricorsi tra interrogativi e bilanci oscuri

La crisi dell’Università di Siena, cominciata nella seconda metà degli anni ’80, è stata ed è, prima di tutto, crisi culturale e morale che, insieme a una ridotta capacità critica della comunità accademica, sempre più conformista e indifferente, è sfociata nel default economico-finanziario e istituzionale. Con la complicità e il silenzio dei mezzi d’informazione, anche di quelli online (tranne due o tre), che sui problemi universitari hanno sistematicamente riportato, fedelmente e acriticamente, solo le veline del vertice accademico.

Raccontarne, oggi, in modo rigoso, documentato e con spirito critico gli eventi cruciali è giusto e utile, soprattutto per dimostrare che una diversa e corretta politica universitaria era (ed è ancora) possibile. Proprio mentre sta terminando presso il Tribunale di Siena, in completo silenzio stampa, il processo a due ex rettori, tre ex direttori amministrativi, l’intero Collegio dei Revisori dei Conti, e altri dipendenti per peculato, truffa, falso ideologico e abuso d’ufficio per la voragine da 270 milioni d’euro nei conti dell’Università. E mentre sta per cominciare un contenzioso con l’attuale Rettore, che, in totale assenza di trasparenza amministrativa e con organi di governo e di controllo esautorati, rinunciatari e supini, ha affiancato all’inerzia più assoluta (in alcuni settori), le stesse scelte dei suoi predecessori (sotto processo proprio per quelle), annullando le poche e residue possibilità di ripresa. Giova ricordare che Tosi fu interdetto dalle sue funzioni di rettore per molto meno di quello che potrebbe essere imputato al Rettore attuale.

Partiamo da un aspetto – tra i tanti della crisi dell’Ateneo senese – eticamente discutibile e assai diffuso: la pratica delle assunzioni di parenti e amici, di cui c’è perfino una labile traccia nei verbali del CdA del 22 maggio e 26 settembre 1995. Allora, il rappresentante dei ricercatori in CdA, con riferimento a particolari situazioni di conflitto d’interessi nel suo Dipartimento e nella sua Facoltà, chiese un esame approfondito sulla «tematica nascente dai rapporti parentali all’interno delle strutture didattiche e di ricerca, che in qualche caso possono dar luogo a una conduzione aberrante». Il senso della misura (in quegli anni in formato cartaceo) pubblicò un breve articolo del ricercatore dell’epoca che, richiamando la celebre espressione di Eduardo De Filippo («’e figlie so’ piezze ’e core»), dichiarava che all’Università di Siena si esagerava nella pratica di favorire i figli. Era rettore, da un anno, il “grande timoniere”, Piero Tosi, che restò alla guida dell’Ateneo senese per altri undici anni, sino alla fine del febbraio 2006. Ovviamente, l’esame approfondito sulla «tematica dei rapporti parentali» non ci fu! Al contrario, il fenomeno nepotistico, nel corso dei due lustri che seguirono (1996-2006), ebbe la sua massima diffusione (non solo tra i docenti, ma anche tra il personale tecnico e amministrativo), sfociando, con sviluppi anche giudiziari, nella cosiddetta universitopoli senese.

Quando, nel settembre 2008, scoppiò il bubbone della voragine nei conti, il primo effetto, ovviamente, fu il blocco delle assunzioni di tutto il personale. Una pausa lunga, che ha penalizzato, sicuramente, chi a quel tempo era già pronto per una progressione di carriera. Ed è anche servita ai più giovani a preparare il curriculum in attesa del 2016, indicato dal Rettore in CdA, come l’anno in cui si sarebbero potuti bandire i primi concorsi, che avrebbero comportato la presa di servizio solo nel 2017. Nel frattempo, s’è formato un ingorgo tra chi aspetta da anni di progredire nella carriera accademica. Inopinatamente, la riapertura dei concorsi (illegittima sotto tutti i punti di vista) è arrivata in anticipo, nel 2015. Com’è stato possibile? Individuando i settori da mettere a concorso, l’Ateneo avrà programmato le reali necessità didattiche e scientifiche, tenendo conto anche dei pensionamenti? Avrà considerato i corsi di laurea già cancellati e quelli che lo saranno a breve? Se, com’è ormai certo, si andrà verso la costituzione del Sistema Universitario Toscano, l’Ateneo avrà puntato su quei settori strategici che gli consentiranno di conservare intatta la sua leadership? I figli e gli amici dei docenti passeranno, anche questa volta, avanti agli altri candidati? Sarà rispettato il vincolo del 20% di assunzioni per docenti esterni imposto dalla legge? E soprattutto, è stato veramente risanato il bilancio dell’Ateneo, condizione imprescindibile per la ripresa del reclutamento? Si vedrà!

Articolo pubblicato anche da:

Il Cittadino Online (31 agosto 2015) con il titolo: Grasso e le domande sull’ateneo. In attesa di risposta (sottotitolo: La riapertura dei concorsi spinge a condividere qualche dubbio).

– Il Santo Notizie di Siena (31 agosto 2015) con il titolo: La Rubrica dei disastri – Università di Siena: corsi e ricorsi tra interrogativi e bilanci oscuri.

Bastardo Senza Gloria (11 settembre 2015) con il titolo: Chi dice la verità sull’Ateneo senese? Il Gran Maestro del GOI o il professor Grasso? Noi ovviamente propendiamo per il secondo.

Le difficoltà dell’Accademia dei Fisiocritici e l’inadempienza dell’Università di Siena

Altan-stronzopuntozeroDa una lunga intervista di Marta Mecatti (per “La Voce del Campo”, 30 luglio 2015) alla Presidente dell’Accademia dei Fisiocritici, la professoressa Sara Ferri, riportiamo il passo riguardante le attuali difficoltà dell’Accademia e i suoi rapporti con l’Università di Siena. Riccaboni non ha ancora capito che l’Università di Siena è tenuta a fornire all’Accademia il personale necessario per il suo funzionamento! Con l’attuale esubero di amministrativi, non è certo un problema, per l’Ateneo, rispettare la convenzione esistente tra i due enti!

Domanda. Recentemente lei ha dichiarato che l’Accademia sta vivendo un momento di difficoltà.

Sara Ferri. Le difficoltà sono correlate alla carenza di risorse umane che, di fatto, rende impossibile una regolare apertura al pubblico del Museo di Storia Naturale, limita fortemente la possibilità di iniziative e soprattutto mette a rischio la conservazione di reperti museali, molti dei quali altamente deperibili e anche in tempi rapidi se non se ne cura costantemente la conservazione. Anche le bibliotecarie universitarie che si alternano per un totale di dieci ore settimanali sulla base di un accordo con il Sistema Bibliotecario di Ateneo: è una soluzione di compromesso ma l’unica alternativa al niente ed è fondamentale che continui l’opera di lungo corso di catalogazione informatica del prezioso patrimonio.

Domanda. Il rapporto tra l’Accademia dei Fisiocritici e l’Università di Siena è regolato da una convenzione che riguarda proprio le risorse umane. Quanti sono ad oggi i dipendenti?

Sara Ferri. Questa convenzione fra Academia dei Fisiocritici e Università di Siena in vigore fino al 31 maggio 2018 prevede che l’Università fornisca all’Accademia cinque unità di personale. Fra il giugno 2009 e il gennaio 2012 sono andati in pensione la segretaria, il tassidermista e la bibliotecaria. Il posto di segreteria amministrativa è stato ricoperto fino all’ottobre 2013 e i dipendenti quindi sono stati tre. Dal primo giugno scorso, con il pensionamento del conservatore della sezione geologica, è rimasta in servizio presso l’Accademia solo la persona che segue tutti gli aspetti organizzativi delle iniziative, il servizio stampa, redazione e revisione di testi e visita guidata generale dell’Accademia. Da decenni è l’Università di Siena che fornisce il personale all’Academia dei Fisiocritici quale corrispettivo del fatto che all’Università l’Accademia ha ceduto in uso gratuito, mantenendone la proprietà, il terreno su cui si trova una rilevante parte dell’Orto Botanico, serre comprese, e ha ceduto in proprietà una parte del suo terreno e del suo fabbricato per la costruzione di un edificio scientifico universitario. Con le sue finanze l’Accademia, istituzione privata che non ha redditi propri eccetto le quote dei soci, non è in grado di assumere le figure professionali che le necessitano per essere una struttura a disposizione della scienza e della città.

Angelo Riccaboni (6 giugno 2015). L’Accademia dei Fisiocritici rappresenta un’importante testimonianza del patrimonio culturale e scientifico della città, che l’Università di Siena vuole contribuire a valorizzare. I profondi cambiamenti che si sono verificati in questi ultimi tempi in tutti i paesi stanno portando a un ripensamento dei modelli organizzativi da parte di tutti gli attori, scientifici e istituzionali. In linea con tale esigenza, l’Università sta definendo un progetto in grado di fornire il necessario supporto all’istituto. Appena pronto il piano sarà proposto all’Accademia, nell’ottica di un investimento sostenibile e condiviso, al servizio della cultura e della divulgazione scientifica.

Siena: il docente universitario e il “velinaro” disinformato

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

I risultati di oggi si riferiscono alla ricerca di ieri! Vedremo domani i risultati della ricerca svolta oggi

Ancora sull’incredibile commento sull’Università e sul Rettore che il caporedattore de “La Nazione di Siena”, Francesco Meucci, ha scritto per il QN il 27 luglio2015.

Francesco Meucci. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Il peggio esempio di quello che siamo», caro Meucci, lo dici alla tu’ zia: qui c’è gente che si è fatta un mazzo così, non sono tutti raccomandati figli di papà (quale peggior esempio di certi giornalisti che parlano a vanvera?). Non è che per il buco di bilancio siano individualmente responsabili tutti i lavoratori dell’università (molto sospetto: tutti colpevoli, nessun colpevole); senza dire che Siena non è mai stata l’università “Parthenope” di Napoli: transeat sulla rappresentazione romanzesca di una rottura politica col passato che non mi pare di aver intravisto, ma non è che la ricerca all’università di Siena, prima facesse schifo e solo dopo l’avvento di Riccaboni, in un paio d’anni abbia cominciato a competere con le meglio università italiane. Parlare di ricerca vuol dire parlare di tempi lunghi, programmi, competenze e gruppi di ricerca che s’imbastiscono faticosamente e producono risultati nell’arco di un decennio almeno. Significa articoli sottoposti a revisione i cui tempi di pubblicazione si misurano in anni. La ricerca qui è sempre stata abbastanza buona, ovviamente nei settori in cui esisteva, e, in ogni caso, i risultati che leggi oggi, si riferiscono alla ricerca svolta ieri. Vorrò vedere cosa diranno le agenzie domani, quando registreranno i dati di oggi, cioè a dire di un’epoca in cui molti comparti di ricerca gradualmente vengono cancellati.

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mah, o di chi saranno le colpe di quelle altre vicende? Sarà senz’altro colpa della Merkel…
E poi Siena “prima” e Pisa “ventiquattresima”; ma insomma, un po’ di realismo: Mosche cocchiere… e in quali settori daremmo del filo da torcere a Pisa? Forse agraria o veterinaria? In orientalistica? In chimica industriale? In ingegneria chimica, meccanica, civile, aerospaziale o navale? In fisica o in filosofia? Sto parlando di cose che a Siena non esistono più; esistono solo come diplomi triennali, oppure non sono mai esistite. Per non apparire menagramo ometto di citare quei settori delle scienze pure per i quali si sa già da ora che non vi sarà futuro, con l’incedere dei pensionamenti che dimezzeranno da qui a pochi anni il corpo docente (senza rimpiazzo).

Francesco Meucci. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese…

Rabbi Jaqov Jizchaq. Veramente di corsi di laurea in inglese a Siena già ne esistono da diversi anni in diversi settori (dall’ingegneria alla linguistica), appunto per venire incontro all’esigenza di “internazionalizzazione”, visto che, proprio secondo il Censis, Siena risulta meno internazionalizzata di Sassari (su populu sardu, si sa, ha da sempre un carattere cosmopolita). Tanto per dire che se per fare il giornalista basta essere leggermente disinformati, per fare il direttore è indispensabile esserlo del tutto (corollario della legge di Murphy sulle gerarchie). Meucci, informati: sai, hanno inventato il telefono.

Francesco Meucci. …una offerta didattica matura e al passo coi tempi.


Rabbi Jaqov Jizchaq. Ma che vuol dire? Allude alla metà dei corsi di laurea chiusi, a quelli prossimi alla chiusura, o agli accorpamenti cinobalanici? A Meucci risulta che siano state aperte nuove aree di specializzazione? A me risulta, semmai, che siano stati cancellati molti dottorati e lauree magistrali. La cruda realtà è che con la massiccia fuoriuscita di metà del corpo docente, per molti corsi di studio, anche basilari, non è stato più possibile soddisfare i “requisiti minimi di docenza” richiesti dalla legge: una livella, un taglio lineare che non c’entra un tubo con la qualità e l’importanza dei corsi. Poi con lo scioglimento delle Facoltà (ma perché l’hanno fatto?) il problema si è ripresentato, pari pari, ad un altro livello, con i mega-dipartimenti che le hanno rimpiazzate, per i quali la legge prescrive numeri elevatissimi. Così si è proceduto ad accorpamenti davvero “originali”. Del resto non è solo un problema senese: clamoroso il Dipartimento di Scienze Geologiche e Psicologiche di Chieti (psicologia del …profondo?). Va inoltre segnalato che è proprio la classifica del Sole 24 ore che sottolinea una carenza forte nella sostenibilità dei corsi senesi.

Ecco insomma un deprimente modello di giornalismo italico: un giornalismo schierato che non solo non distingue la notizia dal commento, ma più di una volta omette del tutto la notizia, rimpiazzando l’acribia del segugio con la propaganda. Non c’è modo di affrontare una discussione seria e concreta, senza giungere subito agli epiteti e ai pesci in faccia. Sarà che personalmente vedrei la comunità scientifica come una sorta di comunità monastica, ma trovo stucchevole questo parlare salottiero di faccende serie, questo sovrappiù di propaganda e di millanteria narcisistica, che a mio avviso contrasta con la sobrietà e col naturale understatement che dovrebbe caratterizzare il tono dei discorsi intorno alla scienza e alla cultura. Qui oramai “la ricerca” la fanno le gazzette e francamente l’aspetto più ridicolo dei ripetuti peana di certi giornalisti (troppo “embedded” per concepire una analisi critica dei dati), è che non si capisce chi sia l’antagonista idealizzato a cui si rivolgono con tono di sfida, quasi che i successi nella ricerca fossero esclusivo merito loro, dei loro protégé e di quattro politicanti analfabeti, e non dell’intera famiglia dei ricercatori medesimi, tra i quali coloro che lanciano l’allarme per il corso che hanno preso gli eventi.