Analogie inquietanti: governatore abusivo e rettore abusivo

Il Governatore abusivo (Da: Europa, 27 luglio 2012)

Marco Cappato. Il presidente Formigoni rimane innocente davanti alla legge almeno fino a sentenza definitiva. Non è sulla base di indagini non terminate che si possono esigere le dimissioni di chicchessia, per quanto Formigoni per primo faccia il possibile per farsi travolgere dalla fragilità dei suoi stessi proclami prima ancora che dalle gravi accuse che gli sono mosse. C’è chi lo chiamerebbe “garantismo”, in contrapposizione al “giustizialismo”, intendendo in realtà due partiti faziosi e intercambiabili a seconda del collegamento politico delle parti in causa.
Nel partito che fu di Enzo Tortora, più del garantismo ci interessa la legalità, il rispetto della legge. In uno stato di diritto tanto dovrebbe bastare, ma l’Italia non è né una democrazia né uno stato di diritto, e il “caso Formigoni” rende necessaria qualche riflessione in più.
Proprio se non si vuol far danzare la politica al ritmo delle inchieste, non si aspetta il procuratore di turno per battersi contro un sistema di potere che opera contro le libertà civili ed economiche, né per denunciarne l’occupazione abusiva delle istituzioni. In Lombardia, i lavori pubblici, gli appalti, la sanità (e il fatto stesso che accuse come quelle del caso Daccò possano essere mosse dice molto sulla trasparenza del sistema, vedremo sulla sua legalità), le opere infrastrutturali, le costruzioni, le bonifiche e tanto altro ancora sono governati da regole non scritte di lottizzazione feroce ed efficiente, in una rete fitta di conflitti d’interesse, di controllori controllati, di consigli d’amministrazione pubblici e privati incestuosamente intrecciati.
La sussidiarietà modello Comunione e liberazione è utilizzata come cavallo di Troia contro il mercato, per saccheggiare risorse pubbliche e coinvolgere il privato nei meccanismi clientelari e consociativi che dominano il pubblico. La straordinaria capacità di Roberto Formigoni è stata quella di saper affasciare attorno a sé per quasi un ventennio le più diverse forze economiche, ottenendo sostegni da parte del mondo della cooperazione (non solo Compagnia delle opere, ma anche cooperative bianche e rosse) e di rappresentanti istituzionali di destra, di centro, ma anche di sinistra. Il tentativo di esprimere una vera alternativa è infatti stato del tutto assente nell’opera di leader come Penati, rassegnati a difendere una parte minoritaria di potere invece di provare a metterne in discussione i meccanismi.
Di fronte a tale sistema di potere, è oggi indispensabile parlare di giustizia, non per cavalcare le inchieste in corso, ma per denunciare come al sistema formigoniano non sia stata e non sia estranea né la malagiustizia italiana (quella che colleziona record di condanne in Europa) né il palazzo di giustizia di Milano. Per comprenderlo, si dovrebbe infatti partire dallo scandalo “Oil for food”, dove la condanna in primo grado per corruzione internazionale ai danni delle Nazioni unite e del popolo iracheno comminata a faccendieri in stretti rapporti con Formigoni fu cancellata dalla prescrizione.
Va poi ricordata la sentenza con la quale un giudice stabilì che il limite di due mandati consecutivi non si applica a Formigoni in Lombardia (dunque neanche a Errani in Emilia), avallando un sovrapposizione ormai totale tra governo e potere che è all’origine dei guai ai quali il governatore è andato incontro.

Per terminare il quadro, ricordiamo un fatto semplice: due anni e mezzo fa, noi Radicali portammo all’allora sostituto procuratore Bruti Liberati indizi seri di una truffa elettorale senza la quale non solo Formigoni, ma tutta la coalizione PdL più Lega non avrebbe potuto presentarsi alle elezioni. Formigoni ci accusò di aver ordito una macchinazione, fu chiesta l’archiviazione senza indagini, ma quando poi portammo le prove della falsificazione materiale delle firme imponemmo l’apertura di un’inchiesta, e ora di un processo, oltre a quello per diffamazione ai nostri danni. La giustizia amministrativa, l’unica che potrebbe – e dovrebbe in tempi immediati – determinare l’annullamento o la convalida di elezioni truffaldine, si è però infilata su un binario morto, con la copertura della Corte costituzionale che ha così creato un precedente devastante per l’impunità dei crimini contro la democrazia.
Auguro a Formigoni di dimostrare la propria innocenza (magari prima della prescrizione) sull’inchiesta in corso su tangenti e sanità. Rimane un presidente abusivo, che non avrebbe potuto nemmeno candidarsi, emblema e sintomo di un paese dove il potere si considera al di sopra della legge, potendo contare sul fatto che non vi è una giustizia in grado di fargliela rispettare.

Tra sindacati ululanti e belanti, dopo ventisette anni la Cgil recupera la voce perduta e contesta i vertici dell’ateneo senese

La poca trasparenza dei nuovi Dipartimenti e il silenzio di alcuni sindacati belanti

Flc-Cgil. A seguito dei provvedimenti con cui l’Amministrazione ha dato il via alla nuova dipartimentalizzazione, la Flc-Cgil vuole innanzitutto manifestare la propria solidarietà a tutti i colleghi e a tutte le colleghe che sono  “scomparsi” e che d’un tratto sono stati cancellati o dimenticati dalle corpose liste allegate ai provvedimenti in questione. La stessa solidarietà va poi a coloro che sono stati, senza nemmeno essere ascoltati mandati in una struttura piuttosto che in un’altra senza sapere nemmeno in base a quali criteri oggettivi, o semplicemente, dopo anni di servizio de-classati: molti hanno visto le proprie storie professionali di colpo annullate.

La Flc-Cgil manifesta in maniera forte e decisa il suo disappunto nei confronti di una Amministrazione che ha operato e condotto tale riorganizzazione nei confronti del personale utilizzando criteri soggettivi e legati a vecchie logiche più che ai criteri della buona amministrazione. Ma poco importa questo al Direttore Amministrativo e al Rettore – mera presenza in contrattazione – che nell’ultimo incontro sindacale hanno ribadito di non avere interesse ad aprire nessun dialogo con il personale. In nome del tanto proclamato rinnovamento che spesso l’Amministrazione sbandiera, sarebbe stato più trasparente individuare i profili delle figure apicali e poi procedere con l’apertura di procedure pubbliche che avrebbero dato a tanti la possibilità di mettere in campo le proprie professionalità, come più volte la Flc-Cgil ha proposto da sola e inascoltata.

Tante le incongruenze e troppe le dimenticanze: dove sono finiti i Collaboratori Esperti Linguistici; dove è finito il Presìdio di Arezzo (previsto nel modello di organizzazione) e come sono nati ad Arezzo i “Servizi Generali”? Ci si è affidati invece a colloqui individuali, garantiti solo ad alcuni, condotti in maniera del tutto personale, da dove sono nate scelte ampliamente discrezionali. La Flc-Cgil nel silenzio assordante di alcuni sindacati di base prima ululanti ed ora chissà come mai, completamente silenziosi, prende atto di essere la sola organizzazione sindacale a trovare assolutamente poco trasparente l’inizio di questo processo che dovrebbe portare alla definizione della nuova Università. Per questi motivi invitiamo tutti i colleghi e tutte le colleghe che hanno subito tali procedimenti a chiedere immediatamente l’applicazione dell’Art. 8 comma 1 delle Norme disciplinati la mobilità del personale tecnico e amministrativo che prevede che: “Il dipendente oggetto di procedimento di mobilità può, entro 5 giorni dalla data in cui gli è stato comunicato il provvedimento, presentare esposto al Direttore Amministrativo chiedendone la sospensione. In tal caso il procedimento sarà oggetto di confronto con le OO.SS. entro i 10 giorni successivi”. A tal riguardo la Flc-Cgil si mette a disposizione di tutte le colleghe e i colleghi senza alcuna differenza per appartenenza sindacale, per ascoltare e trovare un modo per procedere contro tali procedimenti e garantiamo da subito la nostra assistenza legale. Prendiamo atto che con questo procedimento il Rettore e il Direttore Amministrativo hanno fatto fare parecchia strada indietro sulla “road map” della trasparenza facendoci rivivere vecchie e logore logiche che speravamo fossero completamente messe da parte.

Università di Siena: se 250 milioni di buco hanno prodotto il primo posto in classifica, allora continuate così, che vi daranno pure la medaglia

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Sin qui, tutto bene”, diceva quello mentre precipitava da un grattacielo, giunto a pochi metri dal suolo: questo mi pare essere il messaggio che trapela dietro ai cori di peana per i trionfi di questi giorni. Se duecentocinquanta milioni di buco hanno prodotto il primo posto in classifica, allora continuate così, che vi daranno pure la medaglia: si vede che noi comuni mortali,  dei grovigli statistici non ci capiamo molto. Spiegatelo a quella legione di ricercatori che è stata buttata fuori o congelata su un eterno bagnasciuga, scavando in tal modo un solco tra generazioni e interrompendo bruscamente ricerca e tradizioni scientifiche (mentre ci riempiamo la bocca del VQR), che ciò è stato valutato come un dato positivo. Fateci capire se il Censis (credibile quanto Moody’s) ha approvato prepensionamenti, accorpamenti, soppressioni, così come sono stati realizzati: almeno capiremo quale modello di università provincialoide per il popolino del contado hanno in mente quelli che li pagano. Del resto, paradossalmente, nella città politicamente commissariata dei buchi clamorosi e impuniti (dal Monte all’università), che non rappresenta dunque un esemplare di buona amministrazione e di buona giustizia, risultano primeggiare, secondo il Censis, proprio … Economia, Scienze Politiche e Giurisprudenza. Me ne rallegro comunque, e sono contento che davanti a questi corsi di laurea si apra un radioso avvenire: ma costituendo essi, assieme a Medicina, forse la metà del corpo studentesco, delle rimanenti specialità – della scienza strictu sensu, della cultura – non è chiaro cosa vogliano farne e soprattutto sarebbe interessante sapere se pensano semplicemente di farne a meno. Nel qual caso, nulla quaestio, ma visto che non sta bene buttare a mare tanta zavorra umana, dovrà essere organizzata una evacuazione di studenti, tecnici e docenti paragonabile a dir poco all’Operazione Salomone che portò i Falascià in Israele. Rimando ai miei precedenti messaggi per sottolineare come ciò sarebbe in certa misura addirittura auspicabile, visto che oramai diversi comparti scientifici hanno perso la massa critica per sopravvivere separatamente nei tre atenei toscani: non solo nella piccola Oxford senese, ma anche da quei trogloditi distanziati in classifica di Firenze e di Pisa. E sarei curioso di sapere quante di quelle specialità che hanno contribuito alla determinazione del trionfale risultato esistono ancora e quante invece nel frattempo, nello iato temporale intercorso fra la rilevazione dei dati e l’ultima riforma degli ordinamenti, soccombettero. Interessante, anche per stabilire definitivamente se si tratta di una burla, sarebbe il dato analitico corso per corso, dipartimento per dipartimento, perché dà uggia udire le solite mosche cocchiere esultare “abbiamo vinto! Abbiamo vinto!”, senza che abbiano contribuito una beneamata minchia all’efficienza e al prestigio scientifico dell’ateneo.

P.S. Sebbene si sia classificata prima per il Censis, Siena non piazza una sua facoltà tra le prime tre in Medicina, Farmacia, Psicologia, Scienze della Formazione, Matematica, Fisica, Chimica, Biologia, Lingue e tutti i rami dell’Ingegneria: come fa dunque ad essere prima? Prima “de che”? Balza all’occhio poi il dato clamoroso che nel podio delle Facoltà non c’è più la mitica Facoltà di “Lettere” (ahimè, senza più “Filosofia”) di Siena, né quella di Arezzo! Dipenderà dalla prematura dipartita di taluni personaggi, o semplicemente dal fatto che hanno combinato un bel troiaio, la maggior parte dei corsi e delle specializzazioni essendo stati smantellati ed accorpati in un generico ed incolore “humanities”, per giunta in duplice copia? Sicuramente glisseranno su certe operazioni demenziali e, come i generali di Caporetto, daranno la colpa a chi non è stato abbastanza solerte nel tirare le cuoia.

Università di Siena: la supercretinata del giorno

Università: Siena vola, è il titolo del Corriere Fiorentino di oggi che commenta la classifica degli atenei italiani del Sole 24 Ore. L’augurio è che non si tratti di ali di cera appesantite da affermazioni trionfalistiche e immotivate. Purtroppo, le dichiarazioni del rettore, gli indicatori usati per stilare la graduatoria, le scelte scellerate sull’offerta formativa del corrente anno accademico, gli espedienti, il prepensionamento dei docenti, fanno ripiombare dall’alto sulla dura roccia la situazione comatosa di questo martoriato ateneo.

Angelo Riccaboni. Né rivincita, né sorpresa, ma la conferma che il risanamento non ha leso la qualità. Non credo che si possa parlare della favola del brutto anatroccolo, perché noi cigno lo siamo sempre stati. Siamo contenti di poter dimostrare che il risanamento finanziario è stato fatto senza ledere in alcun modo la qualità. Un riconoscimento per nulla inatteso, poiché nella didattica come nella ricerca il nostro Ateneo ha sempre tenuto risultati eccellenti.

La latitanza del corpo docente dell’Ateneo senese ha candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine

Il commento di Rabbi (1 marzo 2012) sull’attuale condizione dell’Università di Siena, dove si vive alla giornata e con espedienti, senza alcun intervento sul sistema che ha generato il dissesto.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ho sentito tempo fa nel corso di un servizio su “La 7” dedicato alle disgrazie senesi, enumerare tra i problemi che attanagliano l’ateneo, quello di un esubero di personale docente: ma c’è qualche incongruenza nel ripetere che a Siena ci sono troppi docenti e, nel contempo, chiudere molti insegnamenti e corsi di laurea di base (non le famigerate “scienze del bue muschiato”) per mancanza di docenti, non credete? Dalla ventina di professori di ruolo in un unico settore, alle decine di contratti, appannaggio di altri ben ammanicati profesurun: mica qualcuno penserà che per tutti, negli anni dello scialo, sia stato un tale bengodi? Bisognerebbe almeno soggiungere che i “troppi docenti” non sono stati ovunque, ma in alcuni settori, non necessariamente i settori più importanti (anzi…), come non necessariamente “inutili” sono quelli che man mano vengono cassati con un indifferente e cinico tratto di penna; ma anche qui, se il giudizio è lasciato ai diretti interessati, essi vi diranno che i docenti del vicino sono sempre “troppi” rispetto ai propri. La politica dei “tagli lineari” indotta dal mero meccanismo anagrafico delle uscite di ruolo, unita all’impossibilità di reclutare, ha messo in ginocchio proprio chi di personale non ne aveva reclutato in abbondanza, forse perché morigerato, forse perché fesso: per quanto indiretta e travestita da meccanismo aleatorio tipo tombola, una scelta – ossia quella di colpire proprio costoro – la si è dunque operata, ed è parecchio opinabile che una tale opzione risponda a criteri principalmente qualitativi. Pietà l’è morta, ma una volta compiuta una tale scelta, come persone coscienziose, si dovrebbe essere conseguenti e ci si dovrebbe rendere conto che si sono creati diversi orfani, cui sarebbe doveroso offrire almeno una via di fuga, visto che altrimenti il piano di risanamento, come letterariamente lo si definisce – quasi narrassimo le vicende dell’ingegner Hans Castorp alle prese con la tubercolosi – assomiglia più che altro ad un golpe.

La sicurezza di andarsene con cospicua buonuscita entro un breve lasso di tempo, ha accentuato la scelleratezza di alcuni e l’assenteismo di altri, favorendo soluzioni raffazzonate di cortissimo respiro, tese solo a posticipare di poco la catastrofe e a garantire un congedo definitivo privo di traumi a gente con le chiappe al caldo. Paradossalmente in alcuni corsi di laurea i prepensionati riassunti a contratto costituiscono pressoché gli unici simulacri di “professore ordinario” rimasti, immobili e silenti come i busti marmorei dei “patrioti” al Gianicolo o i manichini di un museo delle cere di Madame Tussauds: pensione cospicua, lauto contratto, magari altre collaborazioni esterne,  nessuna responsabilità; da parte di molti scarsissimo impegno, a fronte di gente alle prese col salario accessorio o che nei ranghi della didattica e della ricerca riempie i vuoti lasciati da costoro, praticamente in incognito. Gente che dura fatica a mettere assieme il pranzo con la cena, una generazione di “giovani” decimata, che la pensione non l’avrà, e alla “carriera”, coloro che fortunosamente saranno sopravvissuti assieme alla propria disciplina e ai corsi di laurea sui quali è incardinata, dovranno incominciare a pensarci… a partire dal 2018, cioè mai. A tutti si consiglia intanto, amorevolmente, di pensare per così dire a una “polizza”, ossia a scegliersi una rupe abbastanza alta per buttarvisi a tempo debito, anche senza riscattare la laurea. Tutto ciò non ha senso: se una parte del corpo docente è stata civilmente seppellita, pensionandola, altri mostrano ancora le loro membra scomposte ai rapaci, cadaveri rimasti a puzzare insepolti senza la pietà di nessuna Antigone: siccome non si comprende quale colpa dovrebbero espiare, chi è il giudice e quale sentenza possa emettere chi a sua volta è attenzionato e oggetto di indagine, vogliamo per decenza e per il residuo onore dell’istituzione accademica offrire loro una via di scampo, semplicemente trasferendoli altrove? Altrimenti, cosa volete farne? Contentarvi di constatare che il suicidio di un po’ di persone è tutto sommato un costo sociale accettabile, se come contropartita produce una razionalizzazione dell’offerta didattica che consenta la sopravvivenza delle mirabili “scienze del bue muschiato”? In fondo Siena è ancora università statale e la porcherrima autonomia universitaria non può precludere soluzioni che altrove sarebbero considerate addirittura ovvie.

L’uscita di ruolo, naturale o anticipata di un numero considerevole di professori, avendo messo in crisi interi comparti, ha creato profughi e gruppi di sbandati i cui reggimenti si sono dissolti, come un esercito in rotta, ma curiosamente questo pare non essere un tema all’ordine del giorno: se ti viene un canchero, dal punto di vista contabile, lassù stappano lo Champagne, e non so se si possa considerare un ambiente sano, quello in cui si è costretti a difendersi dall’amministrazione la quale (costantentemente sperando che ti pigli un accidente o ti investa un tram) ti guarda solo come peso sul FFO o un nemico da abbattere, in un contesto ove pare oramai che anche la notizia di un colpo apoplettico venga accolta con gioia, essendo cagione del risparmio di uno stipendio.

Dopo l’alea della chiusura a capocchia di corsi di laurea o cattedre senza considerazione alcuna della loro importanza, tenendo in piedi magari la fuffa per il solo fatto che vi sono cinquanta professori di fuffologia, reclutati dal potentissimo capo dei fuffologi per non fare un cazzo, è accaduto che tra coloro che andranno in pensione, non domani, ma fra quindici o vent’anni, vi siano oramai sparuti gruppi che non hanno o a breve non avranno più un insegnamento, un corso di laurea di riferimento, dunque alcuna possibilità di operare nella ricerca, come nella didattica, e non credo che si possa, con la rozzezza che caratterizza oramai il “dibattito culturale”, ripetere la cretinata che si ode sulla bocca di grevi personaggi: “icché vòi che sia? Si metteranno a fare qualche altra cosa, che tanto è uguale”.

Essendo la sicumera un sottoprodotto dell’ignoranza, non mi sorprende la smagliante e serena grettitudine con cui in questa fase molti parlano senza discernimento di cose che non sanno, ordiscono strane trame leggiadramente sorvolando sulla struttura delle scienze contemporanee e la difficoltà delle singole specializzazioni ad essere irreggimentate dentro lo schema degli “accorpamenti” cinobalanici e della didattica “just in time”, strano mascheramento di una ottusa e grigia burocrazia sovietica bulgakoviana, da toyotismo “de noartri”, che continua a spacciare il declassamento e la caduta di livello degli studi universitari per “efficienza”. “La burocrazia – diceva Balzac – è un gigantesco meccanismo mosso da pigmei”.

Adesso tutti sono alle prese col VQR e da anni si parla assai ipocritamente di come meglio cucinare “i giovani” (latu sensu), senza che peraltro nessuno si sia incaricato in questa fase di andare a vedere, non solo cosa fanno “i vecchi” (circa l’UGOV queste mie povere orecchie hanno udito diversi di costoro commentare beatamente: “io me ne strafotto!”), ma anche individualmente chi sono, come operano e in che condizioni attualmente lavorano questi  “giovani”: ebbene, siccome il pesce puzza dalla testa, sarebbe utile riflettere sul fatto che la credibilità dei progetti di ricerca, la possibilità di approdare a pubblicazione su rivista internazionale, peer review etc., non vengono da sé e non sono appannaggio dell’ultimo sfigato imbelle assegnista di ricerca che si ritrovi a lavorare nel deserto, bensì presuppongono l’organizzazione della ricerca, dunque che chi guadagna il quintuplo di lui faccia quello che sarebbe incaricato di fare: ciò è chiaramente incompatibile col livello di latitanza, o di omertosa complicità nella latitanza che caratterizzano una parte (dico una parte, benché significativa) del corpo docente di questo ateneo, ove troppi personaggi catafottutivisi a svolgere un mestiere “che non era il loro” (vo’ mi capite) hanno sicuramente candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine.