Anche negli Stati Uniti cresce l’esigenza di distinguere le università per la ricerca da quelle per la didattica

La hit parade degli atenei (la Repubblica, 31 maggio 2011)

Federico Rampini. «Le cose che contano, non sempre si possono misurare», soleva dire Albert Einstein. L’istruzione conta molto, ma abbiamo ragione a volerne misurare la qualità con delle classifiche? L’inflazione di classifiche internazionali riguarda in particolare le università. Un tempo era un fenomeno tipicamente americano: con quel che costano le rette Usa, le famiglie divorano da anni le “pagelle” delle facoltà compilate da US News and World Report, e altri magazine. Con la stessa logica: le famiglie del ceto medioalto cinese investono fortune per mandare i figli all’estero, vogliono che siano soldi ben spesi. Dal 2003 una delle classifìche più autorevoli sulle migliori 500 università del mondo, è compilata annualmente dalla Shangha Jao Tong University. L’Unesco ora solleva dei dubbi sull’utilità di questi raffronti. Usando come parametri di qualità il numero di premi Nobel, o le scoperte nella ricerca medica, certe classifiche danno per scontato che tutte le università debbano aspirare ad essere Harvard. Negli Stati Uniti, invece, si fa strada l’esigenza di distinguere tra atenei che hanno i mezzi per essere poli di eccellenza e altri che devono specializzarsi nell’insegnamento. In difesa delle classifìche: molti studenti stentano a orientarsi nell’immensa offerta di corsi di studio e rischiano di finire vittime di università-truffa, che investono solo nel marketing di se stesse.

Sul dissesto dell’Università di Siena indignarsi non serve più, ormai è tempo di agire

La costituzione di parte civile, da parte dell’Università, nei procedimenti in corso contro i responsabili del dissesto di un ateneo dal glorioso passato, qual è quello di Siena, deve essere il primo passo nell’opera di risanamento. Auspicabile anche la partecipazione di altri membri della comunità accademica, degli enti locali e delle istituzioni cittadine, visti i riflessi sull’economia e sull’immagine della città. Il nuovo sindaco ha l’opportunità di svolgere il ruolo di capofila. Lo farà? Attendiamo la risposta. Fu chiaro sin dall’inizio che la costituzione di parte civile avrebbe svolto un ruolo cruciale nella lotta alla malauniversità. E sorprendentemente, il 19 novembre 2007, nel corso dell’udienza preliminare che vedeva imputato per abuso d’ufficio e falso ideologico l’ex rettore Piero Tosi, si venne a sapere che l’allora Ministro Mussi si era costituito parte civile contro la proroga del rettore e contro la chiamata per “chiara fama” di un docente. In sostanza quel che avrebbe dovuto fare il rettore pro tempore lo fece il Ministro. Purtroppo, anche questi reati sono poi caduti in prescrizione. Oggi risiamo in una situazione identica: ci sono altri capi d’imputazione, un numero maggiore di imputati (compreso l’ex rettore Tosi) che, tutti insieme ed in modo continuativo, avrebbero portato l’ateneo senese allo stato comatoso in cui si trova. Può, l’attuale rettore, non attivarsi affinché l’Università di Siena si costituisca parte civile nei processi che la magistratura sta istruendo? Tutta la materia può essere lasciata alla discrezionalità del rettore? Se il “magnifico” dovesse decidere di non procedere, commetterebbe un reato per omissione d’atti d’ufficio? Mi sembrano domande legittime che mettono alla prova prima di tutto il capo dell’istituzione saccheggiata e distrutta ed, in secondo luogo, coloro per i quali è, ormai, finito il tempo dell’indignazione ed è arrivato quello dell’azione, attivandosi personalmente nella costituzione di parte civile.

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Il Cittadino online (3 giugno 2011). Grasso: “Indignarsi non serve più, ormai è tempo di agire”. La costituzione di parte civile dell’Ateneo è un atto doveroso.

Università di Siena: ancora in attesa di un piano di risanamento

C’è differenza tra il “piano di risanamento” di Focardi e quello di Riccaboni? No! Nessuno dei due rettori dell’Università degli Studi di Siena è stato in grado di predisporre, come obbliga la legge, iniziative idonee al rientro dal disavanzo d’amministrazione. Inoltre, puntando esclusivamente al prepensionamento indiscriminato dei docenti e alle dismissioni immobiliari, non si riporterà in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo senese neppure nel 2016. È per questo che il Ragioniere Generale dello Stato ha censurato il piano di risanamento di Focardi e, conseguentemente, quello di Riccaboni. Allora, che senso ha che il rettore vada in giro ad illustrare alla comunità accademica un piano di risanamento, inefficace, dannoso e, per giunta, bocciato dai Ministeri competenti? Sta di fatto che nel consiglio della Facoltà di Medicina – presente anche il personale tecnico ed amministrativo – rettore e direttore amministrativo hanno diffuso un ingiustificato ottimismo dichiarando che nel 2012 e 2013 ci potrebbero essere le condizioni per la presa di servizio dei docenti risultati idonei nei concorsi per professore associato ed ordinario. Peccato che tali edulcorate previsioni fossero smentite proprio dai dati che il magnifico faceva scorrere sullo schermo alle sue spalle! È del tutto evidente che senza un preventivo risanamento strutturale del bilancio e un ridimensionamento dell’ateneo non ci sarà futuro per la nostra università. Inoltre, la fuoriuscita naturale dei docenti, aggravata dalla politica scellerata dei prepensionamenti, pone, come dice il Cun, «un pesante problema di continuità culturale, scientifica, didattica e organizzativa» al nostro ateneo. Al punto che, in alcuni settori scientifico-disciplinari, sarebbe necessario incentivare la permanenza in servizio dei docenti e non il loro pensionamento. Tutto questo è così evidente che un rappresentante del personale tecnico ha chiesto: «ma come pensate di attrarre gli studenti, se mandate in pensione i docenti? Chi farà lezione?». Ebbene, la domanda è rimasta senza risposta mentre sullo schermo appariva il disavanzo di competenza cumulato al 2015: 23 milioni d’euro di deficit; a condizione, però, che il 60% dei docenti che ne ha i requisiti accetti il prepensionamento e che l’ateneo incameri 50 milioni d’euro con le dismissioni immobiliari. Altrimenti il disavanzo di competenza al 2015 sarà di 99,6 milioni d’euro. Che dire? Demagogia? Dilettantismo? Insipienza? Oppure i docenti sono considerati dei creduloni?

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (25 maggio 2011). Università di Siena: ancora in attesa di un piano di risanamento. (Alla presentazione di Unisi2015 i numeri fanno a cazzotti con le affermazioni del rettore Riccaboni).
–  Fratello Illuminato – Il blog (25 maggio 2011). Riccaboni e Fabbro: ma che girate a vuoto?

Ma è vero che “la barba fa il monaco”? Ricordi frivoli come auguri di compleanno

«Ce te sta faci criscere la barba?» («ti stai facendo crescere la barba?») mi chiese Elvira, nel mese di agosto dell’anno scorso, riferendosi alla mia barba lunga di una settimana. Ed ancor prima che potessi risponderle, aggiunse: «Ti sta bene! Ancor meglio se ti lasci solo baffi e pizzo!». Alla vicina di casa, una salentina che incontro ormai da venticinque anni alle Isole Tremiti, risposi che non avevo alcuna intenzione di farmi crescere la barba; non l’ho mai fatto, tanto meno ora, alla mia età. Il ricordo di quell’episodio, che qui riporto nel giorno del mio 66° compleanno, mi ha fatto venire in mente quella bellissima nota di Leonardo Sciascia: «perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?» (Nero su Nero, Einaudi, Torino 1979). Spero d’esser più credibile del concittadino di Sciascia che dichiarava «che non per moda se l’era fatta crescere ma soltanto perché negli ultimi tempi aveva avuto tanto lavoro da non trovare il tempo di radersela.» Già, il tempo. Tutti gli anni, in vacanza d’agosto, la solita routine domestica: riaprire e pulire casa dopo un anno di chiusura; mettere al sole materassi, lenzuola e altri panni umidi; sistemare le tende per ripararsi dal sole; tagliare la vite americana che invade il piccolo portico; sbarbare le erbacce e zappettare il minuscolo giardinetto; curare i gerani e il rosmarino dopo il lungo abbandono; annaffiare le belle di notte e le bocche di leone. E così, la prima settimana di vacanze passa veloce e si finisce con il trascurare, deliberatamente e piacevolmente, il proprio aspetto, a partire proprio da quella noiosa attività mattutina che per undici mesi scandisce la vita lavorativa in città: radersi.

Leonardo Sciascia. Un nostro scrittore trovandosi una sera, in un salotto romano, ad essere aspramente contestato, a un certo punto reagì lanciando contro il più accanito dei suoi contestatori la domanda: «E tu perché porti la barba?» La domanda, inaspettata e violenta, sortì buon effetto: il giovane contestatore annaspò in cerca di una valida ragione a sostegno della sua e dell’altrui barba; poi si riprese dicendo che la barba non c’entrava, che il discorso era un altro. Ma per quella sera la contestazione a carico dello scrittore si spense.

Forse in quel determinato momento la domanda aveva davvero lo scopo di divertire il discorso; ma esprimeva anche la preoccupazione e il disagio che coloro che usano radersi totalmente e assiduamente provano di fronte al fiorire e moltiplicarsi di barbe. Barbe di ogni foggia e misura: corte o fluentissime, scriminate o arruffate, alla francescana, alla moschettiera, alla Lenin, alla D’Annunzio, alla Balbo. Già: perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?

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L’Università di Siena tra bocciature e proposte

Gabriele Corradi (Candidato a Sindaco) (Da: Zoom, 11 maggio 2011). A sei mesi dall’entrata in carica del Rettore e del Direttore Amministrativo, i rinnovamenti promessi non si sono ancora visti e la situazione sta precipitando, nonostante le promesse, affatto rassicuranti, di risanare l’Ateneo in cinque anni e le evidenti pressioni a tutti i livelli per nascondere la realtà fino alle elezioni amministrative. La coalizione che mi sostiene si sta battendo contro questo tentativo di affossare le colpe di una cattiva politica, così come le Liste Civiche Senesi hanno sempre cercato, dall’opposizione, dopo la scoperta del grave dissesto dell’Ateneo, di sollecitare la gestione dell’Università ad un risanamento ed un rilancio. Senza tentare, come fanno altri, di scaricare le colpe su un Governo che, seppur responsabile di mille altre faccende, con questo disastro tutto senese non c’entra niente. Ora è appena giunta la notizia che, in una corrispondenza tra il Ministero dell’Economia e quello dell’Istruzione, viene nettamente censurato il piano di risanamento elaborato da Riccaboni e Fabbro, basato sui prepensionamenti indiscriminati dei docenti, pericolosi per la qualità della didattica e della ricerca, e sulle dismissioni immobiliari, definite inadeguate al raggiungimento del riequilibrio finanziario del bilancio. Noi aggiungiamo che il piano non tiene conto dei problemi dei dipendenti tecnico-amministrativi (e dei tempi determinati e delle cooperative e chi più ne metta), già sottoposti a fenomeni di “macelleria sociale”, né della popolazione studentesca che sta subendo danni irreparabili e che, nel caso di un défault finanziario, sarà costretta ad andarsene con un impatto incalcolabile sul tessuto economico e sociale di tutta la città.

Alcuni dei nostri candidati (in particolare Silvio Pucci e Eleonora Scricciolo) hanno già contribuito a chiarire alcuni aspetti della vicenda a partire dal “risanamento”, che non può intendersi solamente finanziario, ma va esteso al contesto etico e accademico. Delle condizioni dell’Ateneo qualcuno ne deve rispondere, a partire dai 27 per i quali è stato richiesto il rinvio a giudizio e dai 7 sospettati di irregolarità nell’elezione del Rettore. È un dovere ineludibile verso le oltre 2500 famiglie il cui reddito e la cui attività lavorativa è stata messa a repentaglio. Per l’immediato futuro, il Comune dovrà rendersi garante verso i dipendenti e gli studenti, perché siano riassorbite e valorizzate, in collaborazione con gli altri enti e con il Governo, le risorse umane e le competenze esistenti, oltre a fare sistema con le realtà dove insistono strutture decentrate dell’Ateneo e con la Regione, alla quale compete il coordinamento del sistema universitario toscano. Il rapporto con il Governo centrale andrà inoltre recuperato, depurandolo dagli aspetti ideologici, per concentrarsi sulla salvaguardia e la rinascita di un Ateneo di grande prestigio del quale Siena ed il Paese non possono fare a meno.

All’università di Siena non chiudono i “corsi inutili” (privi dei requisiti minimi di decenza) ma quelli utili, dove i docenti non hanno forza accademico-politica

Un intervento di Rabbi Jaqov Jizchaq a margine delle dichiarazioni sull’università dei candidati a sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, Gabriele Corradi, Alessandro Nannini, Laura Vigni e Michele Pinassi.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Temo che a molti non sia chiaro a che punto è la notte; il dibattito intorno all’università per questo motivo scade a volte in toni stucchevoli e manieristici. La linea esposta dalla Vigni sarebbe quella giusta: dico “sarebbe”, perché questa demagogia dei “corsi inutili” sta diventando asfissiante. Atteso che a mio avviso la linea corretta, ancorché utopica, sarebbe 1) chiudere ciò che a Siena (e dintorni) non è più sostenibile e 2) trasferire docenti e ricercatori presso altra sede ove possano onorevolmente seguitare a svolgere la loro attività, ritengo che la notizia che si stiano chiudendo proprio i corsi creati per dare un posto ad un professore, sia assai imprecisa, se non addirittura fantasiosa. Essa appare più che altro un bolso espediente retorico e giornalistico per fornire una qualche interpretazione a posteriori e per tentare di dare un senso a ciò che sta accadendo, un po’ fatalisticamente, un po’ sotto la spinta di altre dinamiche, che non quella della ricerca dell’eccellenza. Come “modest proposal”, chiederei a chi interviene su questo tema, abbandonando logore e ripetitive liturgie, di esprimersi in modo esplicito, elencando le famose “cose inutili” della cui avvenuta eliminazione ci si debba compiacere; da parte mia, nel mio piccolo, molto umilmente, credo di aver enumerato un certo numero di cose inutili della cui sopravvivenza mi dispiaccio. È a tutti gli effetti una balla, che si stiano chiudendo solo i corsi “inutili”: quando uno stimato ordinario, di quelli che non hanno moltiplicato i posti praeter necessitatem, va in pensione, la cattedra oramai chiude per mancanza di turn over, senza che ciò abbia nulla a che vedere con l’utilità o l’inutilità: sfido chiunque a dimostrare che stanno chiudenedo proprio quei corsi “inutili” creati per dare un posto a un professore. Questi corsi sono in gran parte ancora lì, vivi e vegeti: giustappunto… perché hanno dato un posto a molti professori! Chiudono gli altri, ossia quelli che, per inettitudine, forse, più che per onestà, mercimoni di posti non ne hanno fatti a sufficienza e in questa fase non hanno pertanto le staliniane “legioni” da schierare onde soddisfare i famigerati draconiani requisiti minimi di docenza (sovente confusi coi requisiti minimi di decenza) e per affrontare le legioni “nemiche”; chiude in definitiva, chi non ha la forza politica per imporsi. Ai sopravvissuti baciati dalla fortuna, oltre a ricordare il macabro anatema scritto sotto un teschio in Santa Caterina della Notte: “io fui come tu sei, ma tu sarai come io sono adesso”, raccomanderei almeno un po’ di contegno, quando apostrofano come “inutili”, colleghi sovente più titolati e incardinati in materie più serie delle loro, giacché la qualità scientifica è altra cosa dalla demagogia e dalla forza accademico-politica.
Noto però che finalmente si incomicia a ravvisare nella perdita di migliaia di studenti un serio problema: taluni, abituati forse a sfamarsi attendendo la manna dal cielo, salutavano fino a non molto tempo fa la fuga di un pochi “di questi cilandroni” con sollievo. Ma uno studente che studia, cosa ci viene a fare a Siena, se l’offerta didattica peggiora a vista d’occhio giorno dopo giorno? Il possedere una competenza specialistica pare essere un grave indizio di inutilità; i vituperati corsi sul bue muschiato, lungi dall’estinguersi, proliferano e col meccanismo degli accorpamenti divengono la regola generale cui uniformarsi, a danno e detrimento della serietà scientifica e disciplinare: d’accordo, è il mix letale di disposizioni nazionali che assomigliano ad esercizi di cinismo, congiuntura economica e finanze locali sempre più dissestate, ma non è che questo possa costituire un alibi per non tentare nemmeno di arginare la deriva entropica. Lo studente che studia guarda su internet dove può studiare la materia che gli interessa: se la trova a Siena, se la confezione gli pare allettante, può anche darsi che venga; sennò, va altrove: come sa Nannini, che produce dolciumi e delicatessen, il puntare sulla genericità nel commercio del “made in Italy” e delle specialità locali, alla lunga non paga. Credo pertanto che scelte di basso profilo, senza alcuna ragion d’essere, né scientifica, né professionale, né la possibilità di proseguire verso una ben chiara e identificabile specializzazione, dopo caotici grovigli triennali indecifrabili e di accedere a studi post-universitari, siano il viatico del fallimento: ma avete idea oramai di quello che offre il mercato europeo (non solo italiano)? Di belle città è piena l’Europa e oramai la politica delle importanti università è quella di attrarre studenti da tutto il continente con proposte allettanti. La competizione è forte già a livello regionale e c’è da vergognarsi a star qui a disquisire di corsi di laurea senza capo né coda, di doppioni distaccati ecc., tutta roba provincialoide fuori dal mondo.

Un risanamento possibile dell’Università di Siena

Scrivevo sulla stampa locale nel lontano 2004 che «la grave situazione finanziaria esistente nell’Ateneo senese ha già imposto e imporrà pesanti manovre che ipotecheranno l’attività programmatoria dei prossimi tre rettori, proiettandone gli effetti fino al 2018-2020.» Sembravano denunce e previsioni azzardate, dal momento che i bilanci dell’università di Siena, fino al 2004, furono chiusi sempre in attivo. In realtà, si scoprirà in seguito che gli esercizi 2002, 2003 e 2004 avevano accumulato un deficit complessivo di circa 55 milioni d’euro. Toccò aspettare l’insediamento di Silvano Focardi per vedere formalmente inserito nel consuntivo 2005 – l’ultimo esercizio della gestione Tosi – il primo disavanzo finanziario (33,8 milioni d’euro). Non solo, ma nella riunione del CdA del 29 maggio 2006 furono inoltre quantificati debiti per 180 milioni d’euro nei confronti di Inpdap, Banca MpS, Cassa Depositi e Prestiti. Ma non era ancora finita! Infatti, nel settembre 2008, si materializzò una voragine nei conti di circa 250 milioni d’euro. Una commissione tecnica d’indagine amministrativa stabilì poi che, almeno a partire dal 2003 e su disposizione di rettori e direttore amministrativo, i bilanci erano stati “manipolati”, rielaborando sia la gestione di competenza che quella dei residui.

Nonostante l’esistenza dell’obbligo di adottare iniziative idonee al rientro dal disavanzo d’amministrazione, sono trascorsi 7 anni ed ancora non è stato predisposto un piano in grado di riportare in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo, almeno in un arco temporale realistico di 5 o 6 anni. Al posto del piano di rientro, sono stati adottati solo pannicelli caldi e provvedimenti che hanno aggravato la situazione. Infatti, nel 2006 si rinegoziarono i vecchi mutui e se ne stipulò uno nuovo di 45 milioni d’euro, in palese violazione della legge che vieta l’indebitamento per coprire un disavanzo d’esercizio o per reperire risorse per la gestione corrente. Eppure, sebbene mancassero le risorse per le spese correnti, si dette via libera a più di 650 nuove assunzioni, senza alcuna programmazione e necessità ed in assenza del relativo budget. Da ricordare che l’esistenza della copertura finanziaria non è solo un atto propedeutico all’effettuazione delle spese, ma rappresenta un elemento fondamentale attorno al quale ruota la legittimità dei procedimenti di spesa. Solo dopo la scoperta della voragine fu presentato un piano di risanamento che, ottimisticamente, prevedeva al 2012 il superamento degli squilibri esistenti. Ben presto, però, fu sostituito da un altro piano che tendeva all’equilibrio nel 2014, recentemente sostituito da un terzo piano che si proietta ancora più in avanti, fino al 2015, senza però riuscire a realizzare l’equilibrio finanziario. È del tutto evidente che senza iniziative strategiche d’intervento che riducano la spesa corrente e l’indebitamento, la sola politica dei provvedimenti tampone – rinegoziazione di vecchi mutui, dismissioni immobiliari, anticipazioni di cassa, rinvio dei pagamenti, cessioni di credito – aggravano ulteriormente la situazione spostando agli esercizi di un futuro sempre più lontano la possibilità di riequilibrare la gestione finanziaria dell’ateneo. E senza un preventivo risanamento strutturale del bilancio ed un ridimensionamento dell’ateneo non ci sarà futuro per la nostra università.

A questo punto è doveroso chiedersi se oggi, dopo tutto questo tempo perso, sia ancora possibile un risanamento. La risposta è semplice: l’ateneo, purtroppo, non è più in grado di assicurare autonomamente il riequilibrio della gestione finanziaria. È necessario l’intervento congiunto di Comune, Provincia, Fondazione Mps, Regione toscana e Governo centrale per iniziare l’opera di risanamento. Ma non basta! Occorre un ridimensionamento dell’ateneo, attraverso una drastica riduzione dell’offerta formativa, che si accompagni ad un rilancio della didattica e della ricerca. Siccome il disavanzo strutturale, dipendente principalmente dalle spese fisse per il personale, si aggira sui 30 milioni d’euro l’anno, è indispensabile ridurlo senza compromettere o abbassare la qualità delle attività istituzionali. Per l’università di Siena non è più economicamente sostenibile – ammesso che lo sia mai stato – l’offerta formativa nelle sedi decentrate. La loro chiusura si può evitare in un solo modo: le comunità locali si facciano carico interamente dei relativi costi, compreso l’onere del personale docente e non docente. Logica e senso di responsabilità impongono che l’ateneo senese non continui a svendere il proprio patrimonio immobiliare ed a chiudere i corsi di laurea della sede centrale per tenere in piedi i poli sparsi sul territorio. Senza considerare che è ormai reale il rischio di chiusura della sede storica e, di conseguenza, di tutte le attività periferiche ad essa collegate. Una politica del genere applicata al solo Polo aretino dimezzerebbe il disavanzo strutturale, facendo risparmiare 15 milioni d’euro ogni anno. Infine, ad Arezzo l’ateneo senese dispone di un patrimonio immobiliare, l’ex ospedale psichiatrico “il Pionta”, valutato 25 milioni d’euro, da vendere o affittare agli enti locali aretini per ospitare la “loro università”.

Università di Siena: dissesto e prospettive di rilancio

La locandina dell’incontro pubblico sul tema “Università di Siena: dissesto e prospettive di rilancio“. Interverranno: Gabriele Corradi (candidato sindaco di Siena), il senatore Giuseppe Valditara, Pierluigi Piccini, Silvio Pucci, Eleonora Scricciolo e Giovanni Grasso. Di seguito un intervento di Gabriele Corradi.

GLI STUDENTI SONO LA GARANZIA DI UN FUTURO MIGLIORE

Gabriele Corradi (candidato sindaco di Siena). La situazione economica dell’Università di Siena è ormai nota ai più. La crisi, scoppiata nel settembre 2008, era stata tuttavia annunciata da alcuni dei docenti più avveduti, rimasti purtroppo inascoltati. Origine del problema, a mio parere, sono i cambiamenti normativi degli inizi degli anni Novanta, che portarono a una sorta di rivoluzione politico-amministrativa la quale, dando autonomia alle Università, obbligava altresì a un cambio di passo della cultura amministrativa del Paese. Un cambio di passo che non fu compreso dal governo dell’Università, il quale non seppe prevedere che l’entità della spesa, in presenza di investimenti immobiliari, progressioni di carriera, assunzioni – provvedimenti questi ultimi che, nel loro complesso, hanno indistintamente riguardato personale docente e tecnico-amministrativo – sarebbe esponenzialmente aumentata, con un contestuale decremento della popolazione studentesca generata non solo dall’abbassamento della curva demografica, ma anchedal moltiplicarsi di nuove sedi universitarie, le quali hanno progressivamente eroso il tradizionale bacino di utenza al di fuori della Toscana.

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Si continuerà a far governare l’università di Siena ai Partiti?

Partito Democratico di San Giovanni Valdarno. II PD considera molto positiva e proficua la presenza nel territorio cittadino di un centro di ricerca e di alta formazione scientifica (il Centro di Geotecnologie, CGT), radicato nel tessuto urbano e che opera, attraverso la Fondazione Masaccio, con gli Enti locali e con le più significative realtà produttive della zona. Un centro che è arrivato a raggiungere, negli anni, vertici nazionali e risultati di eccellenza sia per numero di iscritti che per qualità di formazione e possibilità di occupazione per suoi laureati. L’Università di Siena ha deciso però la chiusura del Corso di Laurea Magistrale in Geologia Applicata e Geotecnologie che è presente, ormai da diversi anni nel campus di San Giovanni Valdarno, in netto contrasto con gli impegni assunti dallo stesso Ateneo nel settembre 2010, quando il Rettore ha sottoscritto una convenzione con il Comune e la Fondazione Masaccio per garantire la docenza minima necessaria alla laurea di secondo livello. Le istituzioni locali e la comunità del Valdarno hanno contribuito, negli anni, con impegno e risorse rilevanti al successo del CGT, che dovrebbe costituire un vanto per l’Università senese, soprattutto in relazione ai numerosi risultati, sia formativi che lavorativi, ottenuti nel tempo. Il PD rileva infatti che dal 2008 gli iscritti alla laurea di secondo livello del CGT sono passati da 70 a 110; che le matricole per l’anno accademico in corso 2010/2011 sono 49 e costituiscono oltre un terzo di tutte le matricole delle lauree di secondo livello della Facoltà di Scienze di Siena; che il CGT è al terzo posto a livello nazionale come numero di matricole, dopo Roma e Milano; che le matricole provengono da 14 diverse regioni italiane e da 17 diversi atenei; che i tempi di occupazione dei laureati vanno dai tre mesi (82%) ai sei mesi (92%).
 Tuttavia, a fronte di questi eccellenti risultati, l’Università di Siena ha drasticamente deciso di chiudere il corso di laurea di secondo livello, lasciando aperta solo la laurea analoga a Siena che conta soltanto 8 matricole.
Il Pd di San Giovanni Valdarno condanna con forza la decisione assunta dall’Università di Siena e ritiene che debbano essere percorse tutte le strade possibili al fine di salvaguardare una realtà educativa e produttiva così rilevante e quindi chiede di riconsiderare o comunque sospendere la decisione, fino a quando non saranno avanzate proposte più chiare e concrete sul futuro del Centro di Geotecnologie.

L’Università si riforma solo con l’abolizione dei concorsi, del posto fisso e del valore legale del titolo di studio

Pier Mannuccio Mannucci (da: L’Espresso 14 aprile 2011) La vera riforma dell’Università si può fare solo con tre abolizioni: cancellando il valore legale dei titolo di studio, i concorsi e il posto fisso. Il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica lo sostiene da anni. Ma nessuna di queste proposte normalmente implementate in tutti sistemi universitari del mondo è stata inclusa nella legge Gelmini: eccetto la limitazione ai 6 anni dei contratti per i ricercatori. L’abolizione del valore legale del titolo di studio è l’unico strumento realmente efficace per mettere in competizione le Università: attraverso selettivi esami nazionali di abilitazione alle professioni, eguali per tutti, potranno emergere le migliori, che vedranno promossi i toro laureati rispetto a quelle meno buone, che saranno così obbligate a cambiare e migliorare, o a chiudere, o a diventare atenei di seria B. Le Università migliori potranno così aumentare le tasse, e devolvere adeguati fondi per realizzare veramente il diritto allo studio. I concorsi saranno inutili, perché le Università avranno la piena responsabilità di scegliere i migliori pagandone le conseguenze se le scelte sono sbagliate, ma con la possibilità di rimediare attraverso l’abolizione del posto fisso. Queste proposte sono ampiamente condivise dalla comunità scientifica, come si può vedere su Scienza in rete, e riflettono ciò che avviene nei paesi con cui competiamo nell’economia della conoscenza.