Lo volete capire che l’università di Siena non è una fabbrica di cavallucci e panpepati?

Rabbi Jaqov Jizchaq. Aderendo allo sciopero sulla sospensione dell’erogazione del trattamento economico accessorio al personale tecnico e amministrativo dell’Università di Siena, Elisa Meloni, segretario provinciale del Pd senese, scrive: «sosteniamo con convinzione il lavoro del Comune e della Provincia per tenere alta l’attenzione sul risanamento dell’Università…». Sì, ma Maremma maiala, lo volete dire alla fine cosa intendete per “risanamento” dell’università? Cosa volete fare? Perché non muovete il culo, a livello politico, almeno laddove contate qualche cosa, ossia a livello cittadino e regionale? Perché dovete essere succubi a baronie che facendo scompisciare la buonanima di mio nonno anarco-socialista ottocentesco, hanno l’improntitudine di proclamarsi addirittura di sinistra? Perché non la piantate con la lista dei nauseanti luoghi comuni? Basta con le manfrine, coi discorsi di circostanza, con le frasi fatte e i proclami vuoti. L’università di Siena non esce dal pantano in cui si è cacciata con la sciatta demagogia populista e i minuetti: che cacchio volete fare? È lecito chiederlo? Questo del “risanamento” sta diventando un mantra, una frase ripetuta ossessivamente che cela un sostanziale navigare a vista, una coltre di spessa retorica per bischeri che giustifica ogni sorta di scelleratezza, senza che nessuno, in concreto, dica cosa esattamente vuol fare, a parte ridurre stipendi e personale, smantellare ricerca e didattica e naturalmente non toccare gli interessi costituiti: ma qual è la prospettiva, da un punto di vista scientifico, di quella che è una delle istituzioni accademiche più antiche del mondo, che non è dunque una fabbrica di cavallucci e pampepati? Quali osterie bisogna frequentare per averne contezza?

Università di Siena: in sciopero con il sordo

24 aprile UNI(TI)SI SCIOPERA

RSU d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Cisl, Flc-Cgil, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb P.I. Non può che suscitare costernazione la nota inviata dal Rettore venerdì scorso. Ci si domanda quale intento avesse, il Magnifico, nel comunicarci per l’ennesima volta le stesse spiegazioni vuote sulla sospensione del trattamento economico accessorio, TEA. In sei punti è spiegato ciò che abbiamo già sentito innumerevoli volte: la giustificazione di una scelta scellerata che non ha alcuna logica. La sospensione non è caduta come un meteorite addosso all’Ateneo, è stata decisa e messa in pratica unilateralmente dalla Direttrice Amministrativa di concerto con il Rettore. La sospensione illegittima è stata comunicata per mail a tutto il personale senza minimamente riflettere su ciò che avrebbe provocato. Rispondiamo punto per punto alla nota:

1. La voce è stata indicata in bilancio perché è obbligatorio indicarla, come lo è erogare il TEA. Non è stato un atto di generosità, o di considerazione nei confronti del personale tecnico e amministrativo, inserire la voce in bilancio ma un atto dovuto per legge. Il vero atto che denota la considerazione che Direttrice Amministrativa e Rettore hanno del personale tecnico e amministrativo è la sospensione!

2. La certificazione dei fondi 2009-2010 non è di difficile interpretazione. I verbali sono stati resi pubblici e molti li hanno letti. Questa questione poi non va confusa con la sospensione del TEA del gennaio 2011. Infatti la favola della certificazione fantasma è del luglio 2011, sette mesi dopo la sospensione! Si decida poi cosa si vuole sostenere, la certificazione è assente o lacunosa? «Non è stato possibile attivare la contrattazione per l’anno 2011 e per l’anno 2012 a causa dell’assenza della certificazione della compatibilità economico-finanziaria dei fondi relativi al biennio precedente. Le certificazioni precedenti, 2009 e 2010, risultano infatti lacunose o di incerta interpretazione.»

3. Mef, Aran e Dipartimento della funzione pubblica sono stati interpellati ma dopo la sospensione che peraltro nessuna di queste tre istituzioni ha consigliato, anzi sono in palese difficoltà nel rispondere. la questione è stata così ingarbugliata dalla nostra Amministrazione che rischia di creare problemi in tutte le Pubbliche Amministrazioni. Avallare il concetto di sospensione di una voce fondamentale della retribuzione del personale di una P.A. se fosse avallato dal MEF genererebbe uno tsunami nel resto d’Italia, quanti dirigenti con Amministrazioni in difficoltà vorrebbero fare come la nostra Direttrice Amministrativa.

4. Nessuno ha mai chiesto di prescindere dagli errori fatti nel passato, cioè dal 2000 al 2009 evidenziati dall’ispezione del MEF. Anzi la RSU e le OO.SS. hanno proposto di erogare i fondi 2010 e 2011 costituiti correttamente e poi quando arriverà un accertamento della maggiore spesa precedente discutere se e come vada recuperata. Infatti, la maggiore erogazione, peraltro basata su di un errore fatto unicamente dall’Amministrazione, non è accertata da nessun organo di controllo, a oggi. Ciò che è grave è che sulla base di un qualcosa di non certo si sia già fatto un taglio certo sul fondo del TEA in bilancio. La somma che la Direttrice Amministrativa toglie dal fondo come recupero su quanto maggiormente erogato in passato è illegittima e basata su conti non definitivi. Va chiarito infine che non un euro in più è stato erogato al personale perché tutto ciò che abbiamo avuto era previsto dai contratti collettivi integrativi. Le somme di cui si parla per semplicità come somme in più sono determinate all’origine al momento della costituzione del fondo dall’Amministrazione.

5. Le somme in bilancio ci sono, però decurtate, per cui generano già una minore spesa e incidono meno sul rapporto fra entrate e uscite. Va poi scritto che se le somme si mettono ma non si spendono queste non incidono sul disavanzo strutturale annuale dell’Ateneo. Se spendo 140 per il personale e non spendo i 3 milioni lordo datore di lavoro per il TEA, sono tre milioni in meno che escono sulla voce personale. Il problema poi non è di bilancio ma di liquidità. La difficoltà di liquidità genera forti problemi nel pagare tutte le spettanze e tre milioni in meno fanno gola.

6. Lo stallo venutosi a creare è unicamente dovuto all’illegittima decisione assunta 15 mesi fa. La soluzione l’abbiamo proposta più volte, ma ogni volta si è cercato di tirare fuori dal cappello un nuovo problema per rimandare la soluzione. Come quello della certificazione assente e lacunosa (?) del 2009 e 2010 che a luglio 2011 è servita a prendere tempo. Noi proponiamo di riprendere ad erogare il TEA. In 15 mesi non avete ottenuto o dato risposte a nessuno, avete fatto aumentare il contenzioso davanti al giudice del lavoro in modo esponenziale e avete portato il personale tecnico e amministrativo, insieme ai Cel e agli studenti allo sciopero. Complimenti avete dimostrato di saper gestire al meglio una Pubblica Amministrazione! Il periodo di sospensione imposto da Rettore e Direttrice Amministrativa deve finire e il 24 aprile è un buon giorno per cominciare un nuovo periodo.

Per i sindacati il rettore dell’ateneo senese è un fantoccio?

Di seguito le dichiarazioni dei sindacati universitari rilasciate nel corso di una conferenza stampa e riportate dalla stampa cittadina.

Sindacati dell’università di Siena. Questa situazione – la sospensione dell’erogazione del Trattamento Economico Accessorio (TEA) al personale tecnico e amministrativo – è stata prodotta da una libera interpretazione di Ines Fabbro, Direttore amministrativo dell’Università di Siena, delle norme vigenti. Il Direttore sfrutta l’inesperienza del rettore per compiere errori su errori. È possibile che Fabbro contesti le nostre posizioni, contravvenendo agli obblighi normativi, ma la cosa strana è che non prenda in considerazione neppure i giudici. Vedi le sentenze a favore dei Cel. Il rettore deve riprendere, anzi deve assumere per la prima volta il timone politico dell’ateneo, perché si cambi finalmente rotta. Contano gli aspetti tecnici e contabili, che servono per farci tornare in pareggio, ma contano altrettanto le relazioni sindacali e il clima interno all’ateneo. Oggi i lavoratori sono esasperati e non sarà possibile in queste condizioni garantire nel tempo quella qualità a cui l’ateneo tende e che merita. La qualità si ottiene mettendo i lavoratori nelle condizioni di rendere al massimo, affinché almeno i loro diritti siano garantiti, non si ottiene non pagando le notti e gli straordinari, come per esempio ai dipendenti della Certosa di Pontignano, o non riconoscendo il rischio chimico e radiologico ai ricercatori. A chi manda avanti tutto il sistema si chiedono solo sacrifici e senza alcun preavviso, senza contrattazione. Prendete ad esempio gli asili nido: sono stati negati all’improvviso i contributi, con la promessa che con quei fondi si sarebbe costruito un asilo a San Francesco. È una maniera di procedere stucchevole, tanto inaccettabile che lascia solo amarezza fra i dipendenti. Da sette mesi non si riunisce più il tavolo interistituzionale eppure il sindaco ci aveva promesso che durante il suo mandato il monitoraggio sul percorso di risanamento dell’università sarebbe stato costante. E invece le nostre istanze sono state snobbate da tutti. Ci auguriamo che il sindaco e il presidente della Provincia abbiano pensato di venire martedì mattina a portare la loro solidarietà ai lavoratori dell’ateneo; dopo tutto, in piazza con i lavoratori del Monte ci sono andati.

Didattica nell’Università: necessari meccanismi di controllo certi e trasparenti e sanzioni per i docenti assenteisti

Università, cambiare i criteri di valutazione dei professori (l’Unità 19 aprile 2012)

Stefano Semplici. Un gruppo di studenti di Filosofia dell’università di Tor Vergata ha lanciato nei giorni scorsi un «appello per la qualità dello studio» (mondodomani. org/filosofiatorvergata). Sono entrati in questo modo nel dibattito sui criteri di «valutazione» dell’attività dei loro professori con due richieste che davvero meriterebbero di essere ascoltate e che sono peraltro fra loro collegate. Gli studenti sottolineano l’esigenza di arrivare a un chiarimento definitivo sugli obblighi didattici dei docenti e sulle conseguenze del loro mancato rispetto. Hanno trovato – nei questionari che devono compilare per accedere alla procedura di prenotazione per gli esami – una domanda con la quale si chiede loro di dire se il professore ha tenuto «personalmente» le sue lezioni, fissando contemporaneamente al 75% l’asticella dell’eccellenza e prevedendo addirittura che la risposta possa essere «quasi mai o saltuariamente» (fino al 25%). Giustamente considerano «semplicemente scandaloso» il solo pensiero che questa ipotesi corrisponda al comportamento effettivo di alcuni docenti e contestano l’autorizzazione implicita a saltare una lezione su quattro, magari facendosi sostituire da qualche collaboratore. È francamente auspicabile – di fronte al clima di sospetto e denigrazione che si continua così ad alimentare – che sia una volta per tutte lo stesso ministro a garantire, come chiedono gli studenti, che vengano introdotti meccanismi di controllo certi e trasparenti, indicando preventivamente e senza stratagemmi o equivoci quante sono le ore di lezione che un professore è tenuto a fare e quali sono le sanzioni per gli assenteisti.

L’università è notoriamente un luogo di lavoro nel quale le rendite di posizione, il precariato e lo sfruttamento delle asimmetrie di potere generano effetti perversi. La politica e il governo dei tecnici (molti dei quali sono professori…) vogliono o no mettere fine a questa triste situazione? L’appello degli studenti di Tor Vergata non parla semplicemente di disciplina e di presenze. Pone, proprio in questo modo, un problema serio e profondo di prospettiva. Ci interroga su quale sia l’università che vogliamo e chiede di introdurre subito correttivi ai criteri di valutazione che, con molta confusione e ingente investimento di risorse, si stanno introducendo in questi mesi. II valore dell’attività didattica è di fatto azzerato, nascondendosi dietro il pretesto della difficile misurabilità della sua qualità e traducendo poi questa premessa nella legittimazione della più ampia discrezionalità anche rispetto alla sua quantità. Sta passando il messaggio che ogni ora trascorsa con gli studenti per insegnare, discutere i loro lavori, aiutarli a capire e fare di più è un’ora persa, che non incrementerà in nessun modo i «punteggi» dai quali dipendono avanzamenti di carriera e assegnazione di risorse. Mentre nessun punteggio dovrebbe valere per chi si ostina a considerare la cattedra un privilegio anziché una passione e un dovere. È inutile che si dica che nessuno lo pensa e lo vuole. Questo è quello che accade e accadrà, se saranno solo le pubblicazioni a decidere chi vince e chi perde, chi vive e chi muore nella comunità del sapere divenuta mercato. Ringrazio questi giovani, che ci ricordano che «così come non può esistere didattica senza ricerca, nessun professore può essere considerato tale se insegna poco o male». Signor ministro e magnifici rettori, ce la facciamo a non deluderli?

Corsi in inglese nelle università e mortificazione della sovranità culturale italiana

Se l’Università rinuncia all’italiano (la Repubblica 17 aprile 2012)

Raffaele Simone. È ufficiale: dal 2014 i corsi specialistici e dottorali del Politecnico di Milano si terranno solo in inglese. La misura punta ad attirare studenti e professori stranieri di qualità. Del resto, in vari atenei italiani si progettano da tempo corsi in inglese, col convinto sostegno del ministro Profumo a cui questa sembra la giusta via per l’obiettivo indicato col tremendo termine di “internazionalizzazione”. La linea del Politecnico promette di esser condivisa da altre università, anche perché il programma di internazionalizzazione conta su finanziamenti speciali, non disprezzabili in un’epoca di vacche magrissime. Ma che cosa pensarne? In generale, a una risorsa sovrana (come la moneta o la lingua) si rinuncia quando ha perduto valore o non ne ha mai avuto. È per questo che in Argentina negli anni Ottanta e Novanta il peso fu a lungo affiancato dal dollaro come mezzo di pagamento (il processo si chiamò “dollarizzazione”) e la contabilità nazionale fu redatta nelle due divise. Analogamente, in alcuni paesi dotati di lingue “rare” (come l’Olanda o i paesi scandinavi), lo studente universitario può trovare in aula, senza preavviso, un professore che insegna in inglese. Ma in un’università francese, spagnola o tedesca è difficile, e comunque rarissimo, che i corsi si tengono in una lingua diversa da quella del posto, soprattutto se i destinatari sono tutti o quasi tutti nativi. Questa differenza rinvia a un dato cruciale: tendono a cedere il passo le lingue (come le monete) di scarsa circolazione e di debole tradizione; tengono duro quelle che si chiamano “lingue di cultura”, cioè associate a una lunga storia, una grande tradizione culturale, una vasta reputazione internazionale e (last but not least) una forte “fedeltà” da parte del loro popolo. Che francese e spagnolo appartengano a questa categoria, non c’è alcun dubbio. Basta pensare alla tenacia con cui hanno frenato l’anglicizzazione della terminologia del computer (ordinateur nella prima lingua, computadora nella seconda). Anche il tedesco, a dispetto della sua fama (non vera) di lingua impervia, è usato senza limitazioni nelle università della Germania. Gli stranieri che vogliono studiare in quei paesi ne imparano prima la lingua, anche profittando delle loro efficienti reti di servizi culturali all’estero.

L’Italia è come al solito una curiosa eccezione. Già da tempo i sociolinguisti avevano segnalato la fiacca “fedeltà” (in gergo inglese, loyalty) degli italiani (il popolo come i potenti, la gente come le istituzioni) verso la propria lingua, che pure è indiscutibilmente una “lingua di cultura”. Pur non disponendo di una reale conoscenza di lingue straniere (lo mostra ad abbondanza il ceto politico, amministrativo, professionale, intellettuale e anche accademico), i nostri mollano senza indugio se ritengono che l’ammiccamento inglese faccia fino. Gli esempi si sprecano. La togatissima Galleria Borghese, impassibile alle proteste, inalbera da anni un truce cartello che indica la ticketteria; e non più tardi dell’altro giorno ho visto nel caffè del Maxxi di Roma un avviso che dice (letteralmente): “Maxxi21eat – Ristorante-Happy hour-Aperto-È gradita la reservation”. Spiritosaggini fuori posto? Puro cretinismo? Forse anche questo, ma è soprattutto il penoso provincialismo di chi, senza saper niente di lingue straniere (e poco della propria), vuole sembrare up to date, in, cool. Immaginate quindi cosa potrebbe accadere quando un professore italiano entra in aula e si mette a far lezione in inglese dinanzi a ragazzi quasi tutti italiani (nel Politecnico milanese gli stranieri sono il 17%)! Teatro dell’assurdo? Straniamento brechtiano? Tre uomini a zonzo o Achille Campanile? E di quali studenti stranieri si tratterà poi? Certo non di statunitensi, tedeschi, inglesi e francesi; saranno cinesi, rumeni, bielorussi, ucraini, cioè persone per cui la conoscenza dell’italiano potrebbe essere una risorsa essenziale. Vale la pena di mortificare la sovranità culturale italiana in questo modo? Si potrebbero immaginare risposte di più vasto respiro. Siccome l’italiano, a dispetto dei leghisti, è una grande lingua di cultura, molto ricercata all’estero e ancora mal nota agli italiani stessi, si potrebbe dare un poderoso impulso alla traballante rete dei corsi di italiano negli istituti di cultura, col sostegno di un marketing intelligente e di finanziamenti opportuni, creando simultaneamente negli atenei italiani stazioni dedicate dove gli stranieri possano imparare in poco tempo i fondamentali della nostra lingua. In questo modo, invece di chiedere ai nostri studenti di digerire vacillanti pronunce inglesi, si incrementerebbe il numero degli stranieri colti che conoscono l’italiano. Ciò potrebbe avere uno straordinario effetto moltiplicatore, dato che la conoscenza di una lingua induce una varietà di desideri e aspirazioni, da quelle sentimentali (che favoriscono la pace) a quelle professionali e economiche (favoriscono la crescita). E irrobustisce anche, indirettamente, la gracile “fedeltà” dei nativi.

L’università di Siena ha fatto scuola

L’ateneo perde colpi, ma tengono banco proroghe e candidati (dal Giornale dell’Umbria, 24 marzo 2012)

Alessandro Campi. Ho letto ieri sul Giornale dell’Umbria, per la firma dell’ottima Marcella Calzolai, l’ultima puntata della novella intitolata “Proroga sì, proroga no”, che ha per protagonista il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia. E mi chiedo come un semplice lettore, un cittadino, o un docente di questo medesimo ateneo (quale il sottoscritto) possa appassionarsi a questa vicenda, che va avanti da mesi attraverso continui colpi di scena, rivelazioni a denti stretti e interviste sulla stampa, annunci o minacce di ricorsi, accuse incrociate e ipotesi di candidature che vanno e vengono.
Intendiamoci, che Francesco Bistoni rimanga ancora per un anno alla guida dello Studium, oltre la scadenza naturale del suo mandato, e ciò grazie ad un inghippo legislativo, fa una qualche differenza: per il diretto interessato, ovviamente, che potrà continuare a fregiarsi dell’impegnativo titolo e a ragionare con più tempo a disposizione sul da farsi in vista del suo futuro, ma soprattutto per chi rischia, per ragioni anagrafiche, di restare tagliato fuori dalla corsa alla successione.
Ed è certo interessante sapere quali complesse manovre si stanno ordendo, dentro e fuori i corridoi di Palazzo Murena, in vista di elezioni che ancora nessuno ha ben capito quando si terranno.
Ma l’impressione, viste le condizioni generali dell’università perugina, è che tutto questo agitarsi intorno al nome del prossimo rettore (per inciso, sempre le stesse facce e gli stessi nomi), tutto questo balletto di carte, circolari, rumors e riunioni infuocate (ufficiali e riservate), di cui si legge spesso sulla stampa, sia solo un modo per sfuggire al problema centrale. Che a costo d’apparire irriguardosi o grossolani può ridursi a ciò: un ateneo un tempo glorioso e onusto di storia, s’è ridotto col passare degli anni, ad una condizione che non si fatica a definire critica e decadente.

La sua immagine, rispetto anche al passato recente, s’è deteriorata, come del resto quella della città che l’ospita. Il numero degli iscritti è diminuito di alcune migliaia negli ultimi anni, come s’è ridotto il numero dei frequentanti i corsi, facendo così venir meno il mito di Perugia “città degli studenti”.
Il suo corpo docente – basta leggere i cognomi di coloro che lo compongono – è ormai nella quasi totalità umbro, senza più ricambi o innesti dall’esterno, che possano portare idee ed energie nuove. Quelle che erano le sue eccellenze, specie nel campo umanistico, tali non sono più. I suoi bilanci sono perennemente in rosso (ma questa, in verità, è condizione comune agli altri atenei nazionali). L’offerta didattica è al tempo stesso sovrabbondante, disordinata, dispersa e modesta (per quanto finalmente in via di riordino), con corsi specialistici che sovente ricalcano (negli insegnamenti e nei docenti) quelli triennali: corsi, inoltre, che non sempre risultano orientati alle necessità del mercato del lavoro.
Sorvoliamo, per decenza, sul nepotismo e sui concorsi dall’esito precostituito (anche questo un male italico). La ricerca langue, per cronica mancanza di fondi. E come conseguenza di tutto ciò si è ridotta l’incidenza dell’università, un tempo considerata la prima industria sul territorio, sulla già asfittica economia locale.
Di questo – e di come uscire da una tale situazione – si dovrebbe parlare in pubblico, di questo dovrebbero preoccuparsi le istituzioni e i politici, e tutti coloro che a vario titolo operano all’interno dell’ateneo, ma a quanto pare si preferisce discutere d’altro.
Appunto della proroga a Bistoni o di chi potrà, prima o poi, prenderne il posto magari col suo appoggio. Ma per fare cosa? Per ufficializzare – di qui a qualche anno – il definitivo declassamento di Perugia a università di serie inferiore, nemmeno più in grado di attirare i giovani umbri entro le sue aule (già oggi i più volenterosi e determinati tra questi ultimi compiono i loro studi fuori regione)?

Si dirà che una simile rappresentazione è ingenerosa e persino errata. Che non tiene conto dei drastici tagli nei trasferimenti finanziari dello Stato e del complesso riordino, organizzativo e scientifico, imposto alle università italiane dalla controversa riforma Gelmini.
Ma proprio perché siamo in una fase, come suole dirsi, di transizione e di profondi cambiamenti – i Dipartimenti prenderanno il posto delle Facoltà, si andrà verso un nuovo modello di governance della struttura accademica, i finanziamenti alla ricerca verranno assegnati sulla base di un complesso sistema di valutazione della medesima su base nazionale, nuovi criteri concorsuali determineranno la selezione dei docenti –, proprio per questa ragione converrebbe dirsi tutta la verità sulle reali condizioni in cui versa l’ateneo di Perugia e avviare un’ampia discussione, franca e pubblica, sul suo futuro. Lo Studium perugino, non foss’altro per i sette secoli che ha alle spalle, possiede grandi potenzialità, non c’è dubbio, ma rispetto a venti-trenta anni fa ha conosciuto – come nasconderlo? – un declino obiettivo, che si registra a pelle e che certo non può essere smentito ricorrendo alle classifiche farlocche che ogni tanto pubblicano i giornali. Basta infatti essere stati studenti a Perugia negli anni Settanta o Ottanta per ricordare la qualità e il prestigio dei docenti che vi impartivano lezione; per ricordare il peso o l’influenza che esso aveva sulla vita civile e culturale cittadina; per ricordare, ancora, la sua capacità di produrre ricerche innovative e di promuovere appuntamenti scientifici di rilievo internazionale; per ricordare, infine, come in città arrivassero, rendendola unica e vivace, studenti da ogni parte d’Italia, spesso destinati a rimanervi con ruoli professionali di prestigio.
Così oggi – semplicemente – non è più. Tutti lo sanno, tutti lo percepiscono, ma si preferisce far finta di nulla o illudersi che le cose stiano diversamente. Ecco, invece di parlare della proroga a Bistoni o dell’eventuale discesa in campo di questo o di quello, forse sarebbe più interessante chiedersi tutti insieme – docenti, politici, opinionisti, cittadini – quale ruolo possa ancora giocare l’Università nel contesto cittadino e regionale, cosa fare per renderla nuovamente attrattiva e all’altezza del suo antico nome, come rivitalizzarla dal punto di vista scientifico e didattico. Insomma, come farla tornare ad essere quel punto di riferimento – civile, culturale, economico e simbolico – e quel vanto agli occhi del mondo che per Perugia e l’Umbria essa è stata nel passato.

Con le proroghe è iniziato lo smantellamento della riforma universitaria

Quelle poltrone eterne nelle università, intervenga Profumo (da: Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2012)

Antonella Arena. Siamo un gruppo di docenti dell’università di Messina. Vogliamo esprimere il nostro accordo con l’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore lunedì 2 aprile con il titolo Comma dopo comma la proroga dei rettori diventa eterna. Il servizio ha finalmente posto in luce il grave vulnus al rispetto della legalità e della democrazia che si sta creando in molte università italiane. L’inerzia mostrata dai vertici di parecchi atenei nel recepire le norme della legge 240/10 che riguardano la decadenza e il rinnovo delle cariche accademiche – rettori in primis – appare una strategia mirata unicamente a preservare la propria posizione di potere. Interpretazioni inverosimili sul “momento di adozione dello statuto, di cui ai commi 5 e 6” della legge 240/10, e sui limiti delle proroghe concesse a presidi di facoltà, coordinatori di corsi di laurea e direttori di dipartimento, mortificano i principi stessi di rappresentanza e partecipazione democratica nelle nostre università.

Non bisogna certo essere esperti di diritto amministrativo per intendere che: il comma 9 dell’art. 2 della legge 240/2010 nella parte in cui recita, individua temporalmente il momento dell’adozione nella fase di prima adozione (vedasi commi 5 e 6) del nuovo statuto da parte degli organi accademici. L’aggiunta delle parole “organi monocratici” al primo periodo del comma 9 dell’art. 2 della Legge Gelmini (si veda il Dlg 5/2012, semplificazioni) si riferisce alla decadenza e non certo alla proroga degli stessi. È chiaro che in una legge che prevede il rinnovo di cariche deve essere esplicitato che i mandati vecchi ancora in essere devono decadere al momento del rinnovo se non si vogliono creare sovrapposizioni di cariche accademiche. Le proroghe degli organi monocratici rimangono normate dallo stesso comma 9 che pone precisi limiti recitando «gli organi il cui mandato scade entro il termine di cui al comma 1 restano in carica fino alla costituzione degli stessi ai sensi del nuovo statuto», riferendosi agli organi validamente in carica e non a quelli surrettiziamente prorogati. Vorremmo che il ministro Profumo prendesse una ferma presa di posizione che segni una netta discontinuità rispetto al passato a difesa della legalità e della democrazia nelle università italiane.

Affossata l’università di Siena, pronto un nuovo ateneo: il DIPINT

Non è un’esagerazione dire che è nato un nuovo ateneo: è sufficiente leggere il “Regolamento” del Dipint, la “Convenzione” fra l’Università e l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (AOUS), e l’articolo del sindacato USB, di seguito riprodotto integralmente.

Attenzione inchiostro fresco!

Massimo Viani (USB P.I.). Non toccare, non leggere, non discutere, possibilmente approvare senza sfogliare il regolamento del DIPINT. Non sappiamo più come dirlo, ma a costo di sembrare ripetitivi, lo scriviamo di nuovo: in questo Ateneo Rettore e Direttrice Amministrativa pensano di poter fare ciò che vogliono senza pudore. Siamo di nuovo chiamati ad occuparci della questione DIPINT. Lunedì 19 marzo si è svolto il Senato Accademico, e in quella sede è stato approvato il regolamento del DIPINT, con annessa nuova convenzione fra AOUS e Università. Non sappiamo quale sia stata la discussione in merito al regolamento. La maggior parte del documento riguarda didattica e ricerca e crediamo che il Senato avrebbe dovuto prestare attenzione a quello che approvava. Probabilmente non si è detto granché visto che in passato, nonostante gli appelli della USB P.I. ad una maggiore pressione anche dei docenti in merito all’indebolimento del ruolo dell’Ateneo e della Facoltà di Medicina, nessuno ha mosso foglia pubblicamente. È probabile però che non se ne siano accorti nemmeno che approvavano il regolamento del DIPINT perché è stato messo fra le convenzioni in una lista anonima quasi in fondo. La stessa cosa avverrà venerdì 23 marzo in occasione del CdA. All’ordine del giorno, al punto 9.28 come ultima convenzione è portata in approvazione la delibera con allegata convenzione che dà il via libera al Regolamento del DIPINT. Fin qui non ci sarebbe nulla di male a livello sostanziale se non il fatto che un dipartimento che ha trovato dignità di menzione nel nuovo Statuto, e che porta risorse necessarie (8 milioni) all’Ateneo, venga passato nel mucchio senza che vi sia un approfondimento. Sembra quasi che si voglia farla finita con le richieste di chiarimento, quasi che 8 milioni valgono bene una facoltà!

In passato ci risulta che ben altro ruolo ha avuto, fin dall’ordine del giorno del CdA, la questione DIPINT. Si vede che ora c’è fretta. C’è bisogno di far arrivare questi benedetti 8 milioni anche se non c’è accordo fra AOUS e Università su quanti ne arriveranno in verità alla fine: 1 milione potrebbe essere trattenuto dall’AOUS per finanziare progetti di ricerca aziendali. Inoltre, nella convenzione, all’art. 3 comma 3, si legge: «Il Regolamento può essere sottoposto a procedure di revisione e/o aggiornamento ogni qualvolta ne emerga la necessità, dietro approvazione del Comitato di Indirizzo del DIPINT.» Forse, per un dipartimento di tale importanza e previsto dallo Statuto, sarebbe stato giusto riportare che le variazioni del regolamento vengono approvate dal Senato e dal CdA su proposta del Comitato d’Indirizzo. Siamo fissati con la precisione, è vero, ma la nostra precisione può essere vista come pignoleria solo da chi non vuole ammettere che vi sono perplessità in merito all’iter di approvazione del regolamento del DIPINT. La questione forse più grave però è quella riguardante il testo del regolamento del DIPINT. Abbiamo già analizzato la questione in modo puntuale, facendo molte considerazioni sul ruolo del personale tecnico e amministrativo, ma non ci aspettavamo che i nostri rilievi fossero tenuti in considerazione. Lo stesso Rettore, però, nella comunicazione inviata in data 29 febbraio a tutto il personale, scrive che verrà inserito un riferimento alle linee guida sulla mobilità del personale universitario. Per noi avrebbe rappresentato una prima tutela per coloro che andranno funzionalmente ad operare nel DIPINT. Questa modifica non c’è stata, segno del rispetto che si ha degli impegni assunti in riunioni ufficiali di confronto sindacale. Ricordiamo al Rettore che i sindacati d’Ateneo sono in stato di agitazionee lo stesso Prefetto di Siena ha riconosciuto che l’Amministrazione sta tenendo nei confronti delle OO.SS. un comportamento discutibile. L’episodio riferito nel presente comunicato è una prova ulteriore della delegittimazione costante operata dai vertici dell’Ateneo nei confronti delle OO.SS., per cui sarà nostra cura informare il Prefetto di tale ulteriore manifestazione di disprezzo delle relazioni sindacali regolate dall’art. 11 del CCNL. Invitiamo i consiglieri a riflettere bene su quanto vanno ad approvare e ad avere il coraggio di affrontare le questioni per quanto delicate siano.

Siena: Università e Banca un trench double-face

Di seguito una recensione dell’ultimo libro di Raffaele Ascheri pubblicata su Notizie Radicali.

Mussari Giuseppe: una biografia (non autorizzata)

Simonetta Michelotti. Per molti anni Siena è stata l’isola che c’è, primeggiando nelle classifiche per la qualità della vita, una città mediamente benestante con istituzioni importanti che nel corso della loro lunga storia si sono distinte nei rispettivi settori di competenza: l’Università (fondata nel 1240), il Monte dei Paschi (fondato nel 1472) e l’ex Istituto sieroterapico, fondato da Achille Sclavo nel 1904 da alcuni anni targato Novartis. Nell’ultimo decennio, Università e Mps hanno prestato due loro leaders alle rispettive associazioni di categoria: il rettore Piero Tosi è stato presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) dal 2002 al 2006 e dall’estate 2010 Giuseppe Mussari non è più solo presidente Mps ma anche presidente Abi. Curiosamente, a fronte di questi successi personali che hanno dato (e danno) grande lustro alla città, Tosi (insieme ad altre diciotto persone) è in attesa che il giudice competente si pronunci circa il rinvio a giudizio (o meno) per il dissesto finanziario dell’ateneo senese e Mussari ha ricevuto, poche settimane dopo la nomina all’Abi, un avviso di garanzia (insieme ad altre sedici persone) per una vicenda collegata al progetto di ampliamento del piccolo aeroporto senese di Ampugnano.

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Sul nuovo trattamento economico dei professori e ricercatori universitari

Emanuela Maioli. Dalla data di entrata in vigore (24 febbraio 2012) del DPR 232/2011, il trattamento economico annuo lordo del personale docente delle università dovrebbe essere adeguato alle nuove tabelle stipendiali secondo il ruolo (Ric, PA e PO) e secondo la progressione economica per classi e (vecchi) scatti biennali. A parte il blocco degli scatti fino al 2013 e la loro trasformazione in triennali, chiunque di noi può notare, e invito tutti a scaricare le tabelle allegate al suddetto decreto, che ci sono vistose differenze tra il reddito annuo lordo realmente percepito e quello che per legge ci spetterebbe. Per fare qualche esempio, un vecchio ricercatore confermato (alla XII classe, 2a progressione economica) percepisce 50.000 euro lordi contro € 58.112,98; un ricercatore alla VIII classe percepisce circa 6.000 € lordi di meno all’anno; un PO può essere penalizzato fino a 10.000 € all’anno. Ognuno, se non l’avesse già fatto, può verificare.

Si fa un gran parlare del salario accessorio perso dal personale tecnico e amministrativo. Penso che abbiano le loro sacrosante ragioni per rivendicare i loro diritti, ma è l’ora di far notare che, sebbene la differenza quantitativa tra il salario del personale docente e quello del personale tecnico sia notevole e la penalizzazione degli ultimi sia conseguentemente molto più pesante, la nostra Amministrazione sta facendo pagare la crisi finanziaria dell’Ateneo, più o meno, a tutti quanti. Nel caso del personale docente, mancano due adeguamenti stipendiali: l’aumento del 2009 (3,77 %) e del 2010 (3,09 %). Nel gennaio 2010 ci fu il conguaglio 2009 ma siamo indietro di tre anni per quanto riguarda gli adeguamenti e di due anni e tre mesi per quanto riguarda gli arretrati.