Precisazioni inutili di un antipatico bugiardo: Piero Tosi da Pescia, già rettore dell’Università di Siena

Una lettera, quella di Piero Tosi (La Nazione Siena, 26 febbraio 2012), da leggere con attenzione e tenendo a freno l’indignazione. L’ex rettore è passato dalle disattenzioni del novembre 2007 alle fandonie d’oggi. Allora ironizzai bonariamente sull’«uomo delle disattenzioni» e non tenni fede all’impegno di elencare tutte le sue malefatte. Sbagliai! Mi sembrava di sparare sulla Croce rossa! In seguito, l’uomo ha dato segni di mancanza di pudore e di senso della misura quando ha dichiarato che il disastro amministrativo era emerso due anni e mezzo dopo la conclusione del suo mandato. Tuttavia, non mi sarei mai aspettato che arrivasse a negare l’evidenza, come ha fatto con la lettera d’oggi. È necessario ritornare sull’argomento per ristabilire un minimo di verità: lo esigono il nostro martoriato Ateneo e tutti quelli che non accettano d’esser presi in giro in questo modo.

Piero Tosi. Egregio Direttore, in merito al ‘ritratto senese’ a me dedicato vorrei evidenziare le seguenti precisazioni.
1. L’articolo parla di ‘infornate’ e di ‘assunzioni in blocco’ di docenti dal 2001 al 2005. In realtà, nel 2001 fu fatto un piano per i ruoli della docenza che prevedeva i soli finanziamenti derivanti dai pensionamenti. Da allora, durante il mio rettorato, tale piano è stato seguito senza eccezioni e sono stati assunti docenti solo nei limiti del turnover. Quindi nessuna ‘infornata’.
2. Il subentro dell’Università nell’assunzione degli oneri relativi all’accordo con l’Azienda Ospedaliera Universitaria per il finanziamento di alcuni ruoli, quasi tutti riservati ai giovani, proprio secondo il dettato dell’art. 4 dell’accordo citato dall’articolista, sarebbe avvenuto solo nel caso di una sua interruzione concordata fra Azienda e Università. Ciò significa che in caso di mancato accordo da parte dell’Università gli oneri sarebbero rimasti a carico dell’A.O.U.
3. Alla fine del 2005, le spese fisse per il personale docente e tecnico-amministrativo erano, così come certificato dal Ministero dell’Università, l’83,84% del fondo di finanziamento ordinario, cioè ancora ampiamente entro il limite del 90%.
4. L’intento denigratorio del ‘ritratto’ è dimostrato anche dall’omissione di quanto è stato realizzato durante il mio rettorato per l’edilizia con un piano, portato a termine, che ha risolto gravissime situazioni e che ha consegnato all’Ateneo un grande patrimonio.
5. L’articolista non dice che le strutture edilizie realizzate e la valutazione molto positiva del Ministero, del Censis e di Campus delle attività di didattica e di ricerca hanno posto, in quegli anni, l’Ateneo ai vertici delle classifiche nazionali.
6. L’articolista fa passare la mia elezione a presidente della Crui come una sorta di regalo dei miei predecessori. In realtà, il fatto che i miei predecessori fossero rettori di Università toscane era un ostacolo alla mia elezione, non certo un viatico. Sono stato eletto, non certo per magie faraoniche, a larga maggioranza e rieletto con l’85% dei voti dei rettori.
7. Termini come ‘faraone’, ‘barone rosso’, ‘grandeur’ sono slogan che non vale la pena commentare in questa sede. Quanto allo ‘studiare’ per fare il Ministro, le previsioni e gli inviti mi venivano dall’esterno a livello nazionale: da non politico, non ho mai considerato seriamente questa o altre simili prospettive. Devo dire francamente che la stima a livello nazionale, che mi onorava e che ancora oggi continua nonostante il mio silenzioso ritiro, mi ripaga di molte amarezze. Il prolungamento di 8 mesi del mio rettorato fu deciso – preciso in mia assenza, non con me presente come afferma l’articolista – su richiesta della Crui e di numerosi professori, dopo che avevo rifiutato di chiedere la modifica di statuto che mi avrebbe potuto consentire un altro intero mandato. Peraltro, non solo il Tar ha respinto il ricorso, ma anche il Tribunale penale mi ha assolto con formula piena dopo che lo stesso Pubblico Ministero aveva chiesto l’assoluzione.
8. Non sono stato ‘un grande elettore’ di Riccaboni visto che mi sono tenuto rigorosamente in disparte. Lo si è detto da chi aveva interesse a coinvolgermi. Il motivo degli incontri che ho avuto con lui fuori dal rettorato è solo questo, giacché non c’è né c’era niente di riservato o di segreto, come l’articolista sembra offensivamente adombrare.
9. Quanto alle indagini sull’Università, dimostrerò la mia assoluta estraneità ai fatti, compresi i cosiddetti ‘appunti manoscritti’, che tali non sono,come quello prodotto dal responsabile della ragioneria – non, come erroneamente scritto nell’articolo, direttore amministrativo – e citato dall’estensore del ‘ritratto’.

Tommaso Strambi. Chiarissimo Professor Tosi, ‘infornate’ o meno, durante gli anni in cui era rettore il numero dei corsi e delle cattedre (anche a contratto) è comunque moltiplicato. Certo, nel rispetto della legge. E nessuno questo lo aveva messo in discussione. Anche alla fine del 2005 i parametri erano rispettati, ma la ‘corsa’ fu determinata proprio dal fatto che dall’anno successivo non sarebbe più stato così e proprio per la previsione della Finanziaria 2006 che fissava il paletto del 90%. Quanto ai piani edilizi da Lei realizzati ha ragione non sono stati citati, ma su queste colonne ne abbiamo parlato abbondantemente. Anche perché molto di quel patrimonio è in vendita per ripianare i debiti accumulati negli anni. Per quanto riguarda il prolungamento del mandato alla Crui, Lei conferma quanto da noi scritto, ovvero che fu sollecitato in questo dai colleghi rettori e docenti sia a livello nazionale e locale. Così come risulta dal verbale del Senato Accademico per la modifica dello Statuto citato nell’articolo. A proposito, invece, degli incontri con il professor Riccaboni, prendiamo atto che non è stato un suo ‘grande elettore’. Quindi, visto che tali incontri non avevano niente di riservato o di segreto potevano avvenire in rettorato. Non siamo noi, dunque, ad adombrare nulla, quanto quel «vediamoci al solito posto» cristallizzato nelle intecettazioni. Per quanto riguarda l’inchiesta in corso, siamo certi che dimostrerà l’estraneità, così com’è già avvenuto nel passato, come abbiamo ricordato anche nel ‘ritratto’ a Lei dedicato.

Alla ricerca della piramide perduta

L’ascesa del «Faraone» nell’Ateneo della ‘grandeur’ (Piero Tosi: il patologo che studiava da ministro) (Da: La Nazione Siena, 19 febbraio 2012)

Tommaso Strambi. «Va bene per martedì alle 18.30. Ma non incontriamoci al Rettorato. È  meglio vederci al solito posto …». Sono le 14 e 17 minuti del 10 novembre 2010. Fissato l’appuntamento, il professor Piero Tosi saluta Angelo Riccaboni, il giovane ‘delfino’ che, proprio in quei primi giorni di novembre si è insediato in Banchi di Sotto, dopo una lunga attesa dovuta alle incertezze dell’allora ministro dell’Università, Maria Stella Gelmini, a firmare il decreto di nomina a Rettore vista l’esistenza di un’inchiesta della magistratura sulla regolarità delle elezioni che nel luglio precedente avevano visto Riccaboni superare per un pugno di voti (16) il ‘magnifico’ uscente, Silvano Focardi. Perché non parlare in Rettorato? Chissà? «Meglio vedersi al solito posto», osservano. Lasciando, intendere, che è una prassi consolidata. «Malelingue», ribatteranno. Forse, non essendo esperti di cultura africana, non conoscono il vecchio proverbio secondo il quale se devi nascondere un albero quale posto migliore della foresta. Ma tant’è. Così andiamo avanti «con il solito». In fondo lo diceva anche la pubblicità: «Mario, il solito!». Altro giro, altra corsa. È il professar Tosi a chiedere a Riccaboni un appuntamento. Ci sono tante cose da affrontare. E lui lo sa bene. Per dodici anni – prima dell’appassionato contradaiolo della Chiocciola Focardi – ha guidato l’antico Studium senese. Non per nulla è stato un ‘grande elettore’ di Riccaboni, il giovane economista che lui stesso nel 1997 aveva chiamato a presiedere il Nucleo di valutazione dell’Ateneo (incarico che ricoprirà sino al 2004) e, poi, ad aiutarlo a fondare il Cresco. Non solo. Nel 2005 sarà sempre Tosi a sostenerlo nella corsa alla presidenza della Facoltà di Economia e, poi, ancora ad affidargli l’incarico di prorettore per la sede distaccata di Arezzo. Questione di cooptazione. L’Università italiana funziona così. Da sempre. Bisogna mettersi in coda e confidare nella benevolenza del ‘barone’. Ma tra Tosi e Riccaboni non c’è il solito rapporto da docente e discepolo. Il primo, infatti, è un eminente patologo con 300 pubblicazioni scientifiche e testi di Anatomia e Istologia Patologica nel curriculum, il secondo è un economista. Cosa accomuna, dunque, il medico e il professore di economia aziendale? La gestione dell’Accademia. Sapere e potere che, sovente nelle aule universitarie, si confondono in un connubio indissolubile. E Tosi lo sa bene. Ha sempre accompagnato all’intensa attività scientifica quella di gestione della res universitaria. Tanto che nel 1981 diventa prorettore. Il primo passo della carriera ‘nelle stanze dei bottoni. Quel cammino che negli anni Novanta lo porterà a diventare a sua volta Rettore. Molti ex presidi e docenti ricordano ancora quando, nel corso di una seduta del Senato Accademico, l’allora ‘Magnifico’ Luigi Berlinguer, in procinto di diventare ministro della Pubblica Istruzione, mettendogli le mani sulle spalle lo indicò come suo successore. E nel 1994, in effetti Tosi, con qualche mese di anticipo rispetto ai tempi programmati, divenne Rettore. L’inizio di un nuovo ‘Regno’, ma nel segno della continuità. Beninteso.

Anche Piero Tosi, come il suo predecessore, sa miscelare doti da ammaliatore e tessitore di relazioni, ma con un’inclinazione, ancora più spiccata, alla grandeur. E, a spalleggiarlo, Tosi trova Maurizio Boldrini. Che teorizza e mette a punto la più grande area comunicazione mai vista all’interno di un Ateneo. A dire il vero Boldrini ci aveva provato anche nella gestione Berlinguer, ma si era dovuto scontrare con l’inflessibilità ed il rigore della ‘comandante’ Jolanda Cei Semplici. Tra lei e il comunicatore non c’era un gran feeling. Anzi. Nel segreto delle stanze lei lo aveva ribattezzato il ‘giornalaio’. Così, nel momento in cui la Semplici lasciò gli uffici di Banchi di Sotto, Boldrini poté finalmente mettere a punto il suo piano. Intanto, sull’altro versante, Tosi moltiplicava corsi di studio e cattedre. Un vero e proprio maestro in questo. Il capolavoro lo compie il 19 aprile del 2002. Quel giorno sottoscrive con l’Azienda ospedaliero-universitaria senese un accordo per «lo sviluppo delle attività di ricerca e docenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia per settori di interesse per le funzioni assistenziali della Facoltà stessa». Inutile dire che a controfirmare l’accordo fu Jolanda Cei Semplici nella sua veste, questa volta, di direttore generale delle Scotte. Alè! Inizialmente i soldi venivano presi da fondi erogati dalla Regione Toscana ma, da preveggente, Tosi si preoccupava di non far mancare cattedre a coloro che le avrebbero così ricevute. Per questo l’articolo 4 dell’accordo evidenzia «al momento dell’eventuale interruzione concordata del finanziamento per la retribuzione della docenza reclutata, l’Università se ne farà carico, con propri fondi di bilancio comunque acquisiti». In fondo «un posto fisso» non si nega a nessuno. Anche pochi mesi prima, alla fine di dicembre 2001 ci fu un’infornata di assunzioni. E questo, nonostante, il direttore amministrativo dell’epoca, Loriano Bigi, avesse firmato una relazione in cui si metteva in guardia dall’eccessivo drenaggio di risorse per il personale. Mentre nel dicembre del 2005, allorquando si diffuse la notizia che la Finanziaria 2006 avrebbe stabilito il famoso rapporto del 90% tra spese e personale, in soli quattro giorni (dal 16 al 20 dicembre) vennero ‘sgonfiate’ tutte le graduatorie ancora in essere. Un vero peccato lasciare qualcuno a casa. Via, così, all’assorbimento di tutti i ruoli banditi in precedenza. Avanti un altro! E, se i soldi non ci sono, si troveranno. I bilanci, del resto, si aggiustano. All’epoca non si sapeva, ma l’inchiesta aperta dalla Procura di Siena qualche anno dopo (nel 2008) lo ha dimostrato. E sebbene Tosi osservi «che io sono arrivato a fare il rettore da patologo e il mio successore da ecologista: cosa volete che ne sappiamo di conti», dai riscontri degli uomini della Guardia di Finanza incaricati dai magistrati della Procura, alla fine della fiera, dalle casse dell’Ateneo mancano, almeno, 200 milioni. E, comunque, qualche ‘ritocco’ si può sempre fare. Così tra i faldoni della Procura c’è anche un appunto manoscritto, datato 11 febbraio 2003, che ha spinto i magistrati ad ordinare una perizia calligrafica. Secondo l’ex direttore amministrativo Interi, infatti, alcune correzioni a penna erano state fatte da Tosi «desideroso di ricucire lo scollamento tra entrate ed uscite, pari a circa 18 milioni di euro». Una ricostruzione che la consulente nominata dai pm, Rosaria Calvuana, ha confermato: «le manoscritture di colore nero presenti nell’appunto datato 11 febbraio 2003 appartengano alla mano del professor Piero Tosi». Vedremo. Se e quando sarà celebrato un processo. Tra le inchieste e le sentenze, infatti, ci sono sempre i dibattimenti in aula.

E, anche questo, l’ex rettore Tosi lo sa bene. Il 27 aprile del 2010 è stato assolto per una serie di accuse (dalla truffa all’abuso d’ufficio, dalla tentata concussione alla falsità materiale) in cui era incappato con altri docenti ed ex direttori generali dell’università e dell’azienda ospedaliera-universitaria. Anche se, per due concorsi (medicina legale e chirurgia plastica), deliberati a maggioranza dall’università, ma «non in modo regolare» secondo le accuse in quello stesso processo, Tosi è stato condannato (con il riconoscimento delle attenuanti generiche e la sospensione della pena) a nove mesi. In fondo, il potere ha sempre un costo. E al ‘faraone’ Tosi il potere piace. Ne è affascinato. E Siena per lui è piccola. Perché non puntare in alto? L’occasione la fornisce la Crui. Per Tosi è un gioco da ragazzi conquistarne la guida non appena un altro rettore toscano, il matematico Luciano Modica, lascia Palazzo alla Giornata (la sede del rettorato di Pisa) per candidarsi alle elezioni suppletive al Senato. La Crui è un trampolino di lancio importante per chi aspira ad un ruolo da ministro. Tosi lo ha imparato da Berlinguer. E così ci si butta anima e corpo. Tanto che nel novembre del 2004 porta in Senato Accademico una modifica allo Statuto in modo da «far coincidere il termine del proprio mandato quale presidente della Crui con quello di Rettore». Nessuna forzatura, beninteso. Tosi, si legge nella delibera, «comunica di aver ricevuto, da parte di presidi e rappresentanti di area in Senato, una sollecitazione». Ci mancherebbe che qualcuno pensasse ad un Ateneo ad «uso e consumo». Roba da regimi. Qui, siamo in democrazia. Così la delibera passa con il voto di tutti i presenti, compreso quello di Tosi. La cosa non passa inosservata e il professor Giovanni Grasso presenta ricorso al Tar. Ma i giudici amministrativi, senza entrare nel merito, ‘bocciano’ il ricorso «perché il ricorrente avrebbe dovuto procedere solo dopo la delibera ad hoc del Senato accademico». Ed, in effetti, era quello che aveva fatto il professor Grasso. In realtà, quello che mancò fu l’atto amministrativo di recepimento di quella delibera approvata il 15 novembre 2004. Quisquilie. Dopo la pronuncia del Tar la cosa non andò avanti e Tosi rimase alla guida di Banchi di Sotto e della Crui. Come sollecitato dai colleghi e come previsto. Purtroppo, il 26 febbraio 2006, il sogno si infranse davanti agli uomini della polizia giudiziaria che gli notificarono un’ordinanza di interdizione. Un tramonto improvviso, solo in parte risarcito (come abbiamo visto) dalla sentenza dell’aprile 2010. E pensare che in quella primavera del 2006 l’Ulivo vinse davvero le elezioni. Il «barone rosso» avrebbe potuto ben figurare nella compagine governativa alla guida del dicastero della Sanità o di quello dell’Università e della Ricerca Scientifica. Che peccato! E, invece, lasciata la cattedra, è fra color che aspettano che il gup decida sulle 18 richieste di rinvio a giudizio formulate dalla Procura in merito all’inchiesta sul dissesto dell’Ateneo. «Sono tranquillo – dice -. Ho fiducia nella magistratura, ho la coscienza a posto e sono sicuro di dimostrare di aver sempre agito in buona fede. A breve, comunque, mi farò sentire, è venuto il tempo di parlare e raccontare come stanno veramente le cose. Non solo leggere quanto viene scritto da altri». Perché no? È una questione di trasparenza e chiarezza. Sempre. E non solo «al solito posto».

Poltrone vacillanti per Formigoni, Cota e Riccaboni

Evidente l’analogia tra i governatori delle regioni Lombardia e Piemonte e il prossimo rettore dell’università di Siena: tutti e tre rischiano la poltrona. Ultimo, in ordine di tempo, il ricorso depositato il 13 ottobre al Tar della Toscana, con il quale si chiede l’annullamento dell’elezione del rettore Angelo Riccaboni. I punti contestati, tra irregolarità e illegittimità gravi, rivelano quel che è accaduto: una completa violazione delle regole più elementari in materia elettorale ed operazioni condotte nella massima superficialità ed approssimazione. «Si è sempre fatto così» è l’espressione che si sente ripetere in questi giorni negli ambienti universitari. E con il pensiero che corre al governo di Piero Tosi, viene spontanea una riflessione: «l’ex rettore ha colpito ancora». Per molti anni, nell’ateneo senese, si è agito (e si continua ancora) per consuetudine, diventata poi prassi consolidata e, infine, regola locale, senza alcun rispetto delle leggi esistenti. Di seguito i punti contestati dal ricorso.

1) Mancata identificazione degli elettori: né con l’indicazione del documento d’identità e neppure con l’apposizione, nella colonna d’identificazione, della firma di un membro del seggio.

2) Mancata nomina del segretario del seggio, espressamente prevista dal Regolamento elettorale.

3) Inesistenza dei verbali della postazione di voto d’Arezzo e inesistenza di documenti che attestino quali componenti del seggio la costituissero.

4) Individuazione dei criteri di nullità del voto avvenuta dopo l’apertura delle schede.

5) Inserimento dei ricercatori a tempo determinato nell’elettorato attivo, nonostante lo Statuto preveda il voto solo per quelli di ruolo.

6) Errata ponderazione del voto di due incaricati esterni, conteggiati per intero e non per un decimo.

7) Violazione del DPR 382/80 che prevede il ballottaggio dopo la terza votazione e non dopo la seconda, com’è avvenuto a Siena.

Ateneo senese: “truffa continua”?

«Università di Siena in attesa del commissariamento» è il titolo che davo al post del 18 agosto, senza immaginare che il giorno dopo Il Corriere Fiorentino sarebbe uscito con un articolo che riportava le accuse del Nucleo di Polizia Tributaria (con segnalazione alla Corte dei conti) nei confronti di Tosi, Focardi, Bigi e dei revisori dei conti. Un’altra vicenda che, aggiunta alle altre, rende, a mio parere, ineluttabile il ricorso al commissariamento. I dati dell’articolo sono noti da tempo: si riferiscono al mancato versamento, da parte dell’ateneo nel triennio 2006-2008, degli acconti Irap (25.784.811,21 €) e della relativa penale (7.735.444,00 €). Il giornalista cita anche due anomalie del bilancio 2007, anch’esse note, che vengono riferite in modo da risultare inesatte, con confusione di ruoli e responsabilità e, soprattutto, trascurando i meriti di coloro (prima il gruppo coordinato dal prorettore Santoro e dopo la task force anticrisi del Direttore amministrativo Miccolis) che dal settembre 2008 hanno iniziato a mettere in evidenza tutta una serie di storture dell’apparato amministrativo. Gli esempi concreti citati dal giornalista fanno parte del poderoso Atto di ricognizione dei Residui Attivi e Passivi per gli Esercizi finanziari 2008 e Retro” effettuato dall’Ufficio Ragioneria sotto la direzione Miccolis, approvato dal Senato Accademico e dal CdA (in seduta congiunta il 30 marzo 2009) ed inviato alla Procura della Repubblica di Siena e alla Procura regionale della Corte dei Conti di Firenze che stavano indagando. Entrambi gli episodi sono riconducibili al rettorato del “grande timoniere” Tosi. Il primo si riferisce alla vendita nel 2001, da parte dell’ateneo senese, della Casa dello Studente di Viale 24 maggio all’Azienda per il Diritto allo Studio per un importo di 4,5 milioni d’euro. Qualcuno dice che quei soldi sono stati letteralmente “sputtanati” da un noto personaggio. Forse faranno parte di quel gruzzolo di 20 milioni di euro che sono stati inseriti nei bilanci del “grande timoniere” con l’eufemistica dizione “assegnazioni diverse” e di cui chiedo da 4 anni di conoscerne la destinazione. Ma cosa ancor più grave è che i 4,5 milioni di euro sono stati inseriti tra i crediti esigibili in più esercizi finanziari (fino alla scoperta della “voragine” nei conti) con lo scopo di portare in attivo il bilancio di competenza, come se non fossero mai stati incassati e spesi. L’altro esempio concreto citato dal “Corriere Fiorentino” si riferisce a 8 milioni d’euro di fondi ministeriali per investimenti nell’edilizia inseriti, anche questi, tra i crediti esigibili. Tale episodio, sempre riferibile al “grande timoniere” ha fatto scervellare tutti, perché non si riusciva a trovare il relativo titolo di legittimazione. Finché qualcuno, spulciando tutte le comunicazioni ministeriali, a partire dal 2000, relative a eventuali assegnazioni per l’edilizia, ha scoperto una nota del MiUR che indicava, per un determinato esercizio, proprio la cifra di 8 milioni d’euro, riferita, però, all’intero Sistema universitario italiano. Quindi, l’Amministrazione pensò bene, al fine di portare in attivo il bilancio di competenza degli esercizi di riferimento, di far inserire tra i crediti esigibili dall’ateneo senese anche quegli otto milioni d’euro, senza che il Ministero avesse mai inviato alcun titolo di legittimazione per quella somma.

A fine mese, forse, saranno noti i responsabili e l’entità reale del disavanzo nell’Ateneo senese

pettinella.jpg“Il Mondo”, oggi in edicola, pubblica un articolo con il quale informa che per la fine di marzo all’università di Siena i nodi sulla reale entità del disavanzo e sui nomi dei responsabili verranno al pettine. Auguriamoci che si tratti non di un pettine, ma di una pettinella in grado di scrinare nodi grandi e nodi piccoli.

SIENA, SUL DISAVANZO ARRIVANO I DATI. E I NOMI

Fabio Sottocornola. Martedì 31 marzo all’università di Siena i nodi verranno al pettine. Forse non tutti, ma certamente la data di fine mese si preannuncia come un punto di svolta nella travagliata vicenda dell’ateneo toscano. Che è gravato da uno dei più consistenti buchi di bilancio in Italia e il cui ex rettore Piero Tosi è sotto processo con diversi capi d’accusa legati a differenti episodi nella gestione dell’ateneo. La data è così importante che l’attuale numero uno Silvano Focardi ha convocato per il giorno precedente una riunione congiunta di Senato accademico e Consiglio di amministrazione. Probabilmente saranno anticipati alcuni passaggi di due relazioni molto attese per il giorno successivo. Infatti il direttore amministrativo Emilio Miccolis, passato nel dicembre scorso da Bari a Siena, dovrà finalmente rendere nota la reale entità del disavanzo che viene comunque stimato al di sopra dei 150 milioni di euro e riguarderebbe i bilanci di diversi anni. Una cosa è certa: al ministero dell’Università aspettano questi dati. Ma lo stesso giorno si conosceranno anche i risultati della commissione tecnica di indagine amministrativa interna che doveva accertare a chi risalgono le responsabilità di tutta la situazione. Ne fanno parte Bernardo Giorgio Mattarella, che in città è ordinario di diritto amministrativo, Antonio Davide Barretta, associato di economia aziendale ma anche delegato del rettore per bilancio e controllo di gestione, e Gaetano Prudente, un dirigente dell’università di Bari. La commissione in queste ultime settimane ha incontrato alcuni esponenti di punta della passata gestione: oltre allo stesso Tosi, anche i dirigenti Salvatore Interi, Monica Santinelli e l’ex direttore amministrativo Loriano Bigi. Risultati e verbali delle audizioni dovrebbero essere consegnati anche in Procura.

Siena: Mussi si costituisce parte civile contro la proroga del rettore e contro la chiamata per “chiara fama” di un docente

Non solo ostinazione e passione, da lui rivendicate, ma anche decisione e coerenza vanno riconosciute a Mussi. In risposta alla senatrice Maria Celeste Nardini, che aveva criticato la gestione del potere accademico barese, il ministro aveva dichiarato: «ho scritto all’avvocato generale dello Stato perché solleciti le varie sedi distrettuali dell’Avvocatura ad attivare la costituzione di parte civile nei processi che via via vengono istruiti dalla magistratura». Detto, fatto. Nel corso dell’udienza preliminare del 19 novembre u.s. (Gup: Dott.ssa Elisabetta Pagliai; pubblico ministero: Dott. Nino Calabrese), che vede imputato per abuso d’ufficio aggravato e falso ideologico il Prof. Piero Tosi, ex rettore dell’ateneo senese, si è appreso che il ministro dell’Università si è costituito parte civile su due episodi, che sono stati stralciati dal filone principale. Nel primo caso, Tosi propose al Senato Accademico una modifica dello statuto che lo riguardava personalmente, partecipò alla discussione, la votò e la rese retroattiva. Conseguentemente, sospese le elezioni rettorali, a 5 mesi dal loro svolgimento, e si allungò di un anno il mandato di rettore, senza sottoporsi al vaglio elettorale, per conservare la poltrona di presidente della Crui fino alle elezioni politiche del 2006. Su tale modifica di statuto fu presentato un ricorso al Tar della Toscana ed, in seguito, al Consiglio di Stato. Il secondo episodio riguarda la chiamata diretta per chiara fama di Antonio Giordano, avvenuta senza la prevista maggioranza dei due terzi dei professori ordinari della facoltà di Medicina e Chirurgia.

Pubblicato anche su Ateneo Palermitano col titolo: «Il ministro del Mur parte civile contro il Baronato dell’Università di Siena.»