All’università di Siena, destinata a sede distaccata toscana, si predica l’espansione ma praticando la contrazione

faust-film

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Nel 1892 il ministro della Pubblica istruzione Ferdinando Martini propose il progetto di soppressione dei piccoli atenei, tra i quali quello senese. La proposta fu subito contrastata da uno sciopero generale dei commercianti, dall’intervento di tutte le istituzioni cittadine e da veri e propri moti popolari, che indussero il ministro a ritirare il progetto.»

Notare la differenza coi nostri tempi bui: oggi della sorte dell’ateneo tutti se ne stracatafottono, altro che moti popolari o indignazione dei commercianti! Manca la tensione etica, l’apertura mentale. Il politico alla moda finge di prendere le distanze e somministra al popolo clisteri di retorica: del resto ho già sottolineato come all’indomani della scoperta del “buco”, politici di tutte le razze identificavano come unica medicina quella del taglio dei posti di professore e ricercatore. Cerco di essere più preciso e come disse un papa, “se sbaglio, mi corigerete”: nel 2008 a Siena c’erano 68 triennali e 46 magistrali (più qualche laurea a ciclo unico). “Troppe!”, si diceva, non senza ragione. Se ne reclamava la chiusura di alcune: “le scienze del bue muschiato”; ebbene, adesso vi sono 30 triennali e 28 magistrali, diverse delle quali piuttosto mal messe, frutto di accorpamenti e destinate ad essere soppresse nei prossimi anni con il prosieguo dei pensionamenti e la perdita prevista di un altro centinaio di docenti.

Del resto se certi corsi sono destinati a sopravvivere ancora per un lasso di tempo con accanimento terapeutico, come simulacri di quello che furono, allora è meglio l’eutanasia. Ad essere entrate in crisi non sono necessariamente “le scienze del bue muschiato”, ma alcune scienze di base e corsi non proprio inutili, da ogni punto di vista. Se anche rientreranno una manciata di docenti, il quadro non cambia, considerando che dal 2008 se ne sono persi già 344. Avevamo oltre 22.000 studenti e adesso, dice il Rettore, ne abbiamo 15.775, aggiungendo che questo pesante ridimensionamento per Siena costituisce la “dimensione naturale”. Eh, già, così è, se vi pare. Uno torna da Auschwitz e dice: “questo è il mio peso-forma”. Ma “naturale” in che senso? Cos’è “naturale” per Siena? Cortesemente, gradirei ricevere qualche delucidazione riguardo a questa valutazione. Poi non so cosa induca a pensare che il dato si sia consolidato e non sia destinato a scemare ulteriormente. Insomma, che precipitando dal grattacielo, si sia “finalmente” toccato il suolo.

Ci avviamo ad avere un terzo dei docenti di Pisa o di Firenze e per giunta mal distribuiti un po’ a casaccio: un gerontocomio, semplicemente quello che resta dopo i pensionamenti di quasi la metà di costoro, non quello che serve per portare avanti un progetto ben definito. Ma cosa intende il Rettore quando dice che «entro il 2016 entreranno a Siena circa 130 fra nuovi docenti e nuovi ricercatori»? In realtà, se sono di ruolo, non sono nuovi (si tratta di avanzamenti di carriera) e se sono nuovi, non sono di ruolo (si tratta di contratti, anche se alcuni, sperabilmente, in futuro, convertibili in posti di ruolo).

E ripeto che non capisco come, con una massa così ridotta, si possa sfuggire all’attrazione dei grandi poli regionali. Perdendo altri 5000 studenti, inoltre, Siena verrà inclusa nel novero dei vituperati “piccoli atenei” (cioè quelli intorno ai 10.000 studenti) dei quali da più parti si reclama la chiusura e che paiono incompatibili con i succitati progetti dell’ANVUR e della politica. Non solo quella di governo. Leggo infatti nel blog di Beppe Grillo: «I piccoli atenei (costosi e poco efficienti) dovranno chiudere e quel risparmio potrà essere investito per creare case dello studente presso pochi, efficienti, grandi atenei.» In effetti a questi lumi di luna mi pare sia opinione ampiamente condivisa che i piccoli atenei sotto i 10.000 studenti siano una spesa insostenibile. Soprattutto mi pare che molti italiani, non insensatamente, non la vogliano sostenere, trattandosi in larga misura di diplomifici e stipendifici per parenti o famigli delle nomenklature locali.

Porsi questi problemi mi pare lecito, se non addirittura doveroso, e un chiarimento appare non più procrastinabile. In tutt’Italia se ne parla. A Siena no; pare peccaminoso e inopportuno parlarne. Di certo da queste parti non ti fai degli amici, sollevando il discorso, nel “tempio del libero pensiero”. Sicché, nonostante l’afflato e i buoni propositi, il destino pare essere già stato tracciato e nonostante il linguaggio 2.0 degli eredi del ministro Ferdinando Martini, il proposito appare oggi lo stesso, quando dicono che sopravviveranno “pochi hub” propriamente definibili come “università”, mentre gli altri saranno ridotti a “teaching universities”, cioè sedi distaccate; ma non hanno il coraggio di ammetterlo, e non certo perché temano l’insurrezione popolare a difesa del “culturame”.

Ma non si può continuare a dire una cosa e a farne un’altra, predicando l’espansione, ma praticando la contrazione. Un po’ il contrario del Mefistofele di Goethe, che desiderava eternamente il male, e tuttavia “a sua insaputa” operava eternamente il bene: “Ein Teil von jener Kraft, die stets das Böse will und stets das Gute schafft”.

Annunci

Atenei: in Italia si discute della riduzione del loro numero mentre quello senese sta diventando una sede distaccata

Altan-vivacchiareRabbi Jaqov Jizchaq. …O Wort, du Wort, das mir fehlt… veramente non so più come spiegarmi: a parte il nonsense di andare in Procura per parlare dei “problemi” (una volta si andava in confessionale, in sezione, dal medico, dallo psicologo, dall’amante, all’osteria… ma perché in Procura?), leggo sul Sole 24 ore: «Con otto università, più di 180mila studenti (di cui 17mila stranieri) e numerosi centri di ricerca pubblici e privati, Milano è a pieno titolo un hub della conoscenza». Renzi addirittura parlò di soli “cinque hub della ricerca“.

Il proliferare ingiustificato di sedi locali, di Facoltà e corsi, si dice, ha provocato una vera e propria esplosione di parassitismi, clientelismi, baronie, corruttele. Ebbene, quanto a corsi, qui ci siamo andati pesanti, amputando anche organi vitali. Quanto a sedi distaccate non mi pare che anche a Siena si siano risolti gli snodi fondamentali (sapete a cosa mi riferisco), mentre l’intero ateneo corre il rischio di diventare esso stesso sede distaccata. Perché questo pare essere l’ulteriore passo che il sistema si accinge a compiere: lo sfoltimento degli atenei. Lo si condivida o no, questo processo non può essere rimosso e ignorato. Insomma, volenti o no, la cornice in cui si inserisce il discorso senese è questa: sopravvivenza di poche corazzate ed una flottiglia assai sfoltita di gozzi, canotti e trabaccoli al loro seguito e mi chiedo quale destino, se non quello del piccolo naviglio, può essere riservato ad un ateneo che sta perdendo molti settori di base.

Ebbene, sarà mai possibile che in Italia tutti i giornali di tutte le tendenze discutano di questo processo e a Siena, che è stata e forse è ancora nell’occhio del ciclone ci si abbandoni volentieri ad un trionfalismo assai prematuro e un po’ fuor di luogo, proponendo la falsa rappresentazione per cui tutto è rimasto come prima e dopo un prolungato letargo, ora l’orso si è svegliato (tutto intero) e si è rimesso in moto? Il Rettore dice che si è chiusa una pagina buia delle vicende finanziarie e che l’ateneo riparte; Grasso è Piccini avanzano pesanti e motivate riserve su ciò e francamente non capisco perché mai dovrebbero essere “attenzionati” da un pubblico ministero per questo. Ma anche ammettendo, senza concedere, che siamo al giro di boa e che l’ateneo sia in procinto di “ripartire”, quale “ateneo” ripartirà, cosa “ripartirà”, in quale contesto, dopo i radicali cambiamenti intervenuti e che interverranno? Di cosa si parla quando ci si riferisce a “l’ateneo”? Si può parlare di un’identità perdurante attraverso il tempo in un organismo così pesantemente amputato e modificato? E di certo la ripartenza di quello che “ripartirà” avverrà con l’accelerazione di una lumaca, mentre i processi sui quali mi sono soffermato, i pensionamenti e quelli che sintetizzo nuovamente qui sotto con le parole di vari editorialisti di varie tendenze politiche, approvando o disapprovando, corrono come le valanghe e rischiano di travolgerci.

Alessandro Cannavale. «…il nostro sistema universitario sta creando un solco tra atenei di serie A e di serie B. I primi sarebbero ubicati in un piccolo lembo di territorio nazionale compreso tra Milano, Bologna e Venezia.»

A. Virga. «La proposta è di agire in due direzioni. Da una parte, ridurre di numero le università, limitandosi a pochi poli d’eccellenza distanziati sul territorio e comprensivi di tutte le strutture d’istruzione superiore ivi presenti, consentirà di snellire la burocrazia e limitare gli sprechi, dal momento che tutte le strutture in un’area geografica sarebbero coordinate da un unico centro e che le risorse sarebbero concentrate su pochi punti ma in maggior numero. Queste università raccoglierebbero tutte le loro strutture in una o due città vicine, consentendo una maggior integrazione tra le facoltà e gli studenti e senza creare differenze tra sedi staccate che spesso, a parità di dignità nominale, finiscono per fornire servizi di qualità inferiore.» 

Ernesto Galli Della Loggia. «…la scelta politica di cui dicevo è consistita nel decidere di distribuire i fondi statali ai vari atenei in misura differenziata, premiando quelli che adempivano meglio a una serie di condizioni. Specificare in dettaglio è in questa sede impossibile. Basterà dire che di fatto tali condizioni (livello delle tasse richieste agli studenti, quantità e qualità della produzione scientifica dei docenti, livello delle attrezzature, livello di internazionalizzazione) sembrano studiate apposta per premiare gli atenei che sono già ai primi posti e ricacciare così ancora più indietro quelli che sono agli ultimi. Ciò che infatti da anni, come si è visto, sta regolarmente avvenendo, a danno soprattutto delle sedi meridionali. Ma paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere?»

Giuseppe Cacciatore. «…Ormai si è ben capito che dietro il paravento dei parametri oggettivi di valutazione e dietro i numeri sta passando un disegno ben preciso: ridurre il numero delle università statali per favorire sempre più quelle private, continuare a penalizzare quelle al di sotto di Roma, così da poter creare un divario tra università di serie A e di serie B. Ma quel che è più grave è lo spreco di capitale umano nel paese, come ha denunciato il Rettore della “Federico II” Gaetano Manfredi.»

Francesco Sinopoli e Alberto Campailla. «L’assunto da cui partono i difensori di queste politiche è noto: bisogna sostenere le eccellenze. Un approccio primitivo ai problemi del nostro sistema di istruzione e ricerca che nasconde la copertura di interessi concentrati in alcune aree geografiche ben localizzate. Soprattutto un approccio mistificante perché l’assegnazione dei punti organico prescinde ampiamente da qualunque valutazione sulla qualità della ricerca o della didattica ma si basa su parametri di carattere esclusivamente patrimoniale e finanziario peraltro premiando chi aumenta le tasse agli studenti sforando il tetto massimo previsto dalla legge.»