Ateneo senese e debito Inpdap: non esistevano ipotesi alternative alla vendita del San Niccolò

minnucciIl pro-rettore dell’Università di Siena, Giovanni Minnucci risponde alla lettera fortemente critica sulla vendita del San Niccolò, pubblicata dal “Corriere di Siena” di ieri.

Il San Niccolò non è stato svenduto

Giovanni Minnucci. Ho letto con grande attenzione la lettera del signor Massimo Pedani pubblicata dal Corriere di Siena di domenica 5 luglio, il cui significato è stato racchiuso nel titolo “San Niccolò, scippo nel silenzio”. (…) vorrei precisare alcune questioni: l’ateneo ha fatto chiarezza nei suoi conti in 3 mesi e mezzo e non in 8 mesi, vale a dire dal momento della nomina del nuovo direttore amministrativo (dicembre 2008) al 31 marzo 2009, il che ha consentito la scrittura di un bilancio consuntivo veritiero (senza infiocchettamenti o nascondimenti di sorta); l’ateneo, con atti del sottoscritto e, quando necessario, del direttore amministrativo – senza dare ad essi pubblicità alcuna, perché si deve essere rispettosissimi delle persone – ha già posto in essere tutti quei procedimenti finalizzati ad individuare le eventuali responsabilità amministrative, con provvedimenti adottati nel totale rispetto delle norme di legge vigenti (sono ancora per formazione e per intimo convincimento un inguaribile garantista e credo ancora nel principio costituzionale della “presunzione di innocenza”); la vendita del San Niccolò è stato un atto necessario perché i contributi Inpdap dovevano essere pagati per garantire la pensione a tutti i dipendenti (passati e presenti) dell’università.
Preciso che si è trattato di “vendita” e non di “svendita” come afferma il signor Pedani. (…) “Svendere” ha un solo significato, vendere ad un prezzo molto più basso del costo di acquisto. Posso assicurare che non è così: il San Niccolò è stato venduto, seguendo tutte le procedure previste, ad un prezzo ben superiore alla somma del costo di acquisto e di ristrutturazione ed alla luce del prezzo di mercato. E poi vi pare possibile che una Istituzione oggi controllatissima potrebbe permettersi di “svendere” arrecando ulteriore danno ai suoi conti, con tutte le conseguenze del caso? Comprendo, perfettamente, l’animo esacerbato con il quale il signor Pedani affronta il problema: vendere un bene, ed un bene così importante, non solo per la sua storia passata, ma anche per le sue finalità attuali, dopo essere stato perfettamente restaurato e reso fruibile, anche alla cittadinanza tutta, non fa piacere, ma era un atto – anche dolorosissimo – da compiere. I debiti, purtroppo, si pagano e, se necessario, come si fa in casi come questo, si vendono anche “i gioielli di famiglia” a meno che non ci siano ipotesi alternative. Non ce n’erano, e nessuno le ha mai formulate. (…)